Demenza artificiale: fenomenologia e progresso

16 gennaio, 2019 | 14 commenti

Questo articolo è apparso, in forma ridotta, su La Verità del 12 gennaio 2019.

Non basterebbero molte pagine per commentare l'ultima moda improvvisa e globale della digitalizzazione a tappe forzate, che per qualcuno - i soliti - dischiuderebbe «l’opportunità per pensare un mondo nuovo e per pensare anche un umano nuovo». Qui si può solo abbozzare una ricognizione preliminare sul tema, con l'intento non certo di chiosare le pretese «rivoluzioni» tecnologiche che lo rimpolpano, ma di raschiarne la patina retorica per ritrovarvi le dinamiche più antiche e familiari di un progetto di dominio degli uomini sugli uomini. Di cui la macchina è, insieme, lo strumento e il pretesto.

Da questa ricognizione emergerà che l'«e-government», il governo digitale, è esattamente ciò che dice di essere: l'ultima carnevalesca livrea della tecno-crazia, del potere sedicente tecnico che nel promettere la svolta storica di sottrarre le decisioni alle debolezze degli uomini... le sottrae agli uomini deboli per riservarle ai forti, come è sempre accaduto. Copertasi di sangue e di ridicolo nei campi dell'economia, svelatasi tribale e violenta in quelli della scienza e della medicina, darà spettacolo di sé con gli ultimi gingilli dell'ingegneria. A risultati invariati.

***

In punto fenomenologico colpisce innanzitutto che le sedicenti innovazioni di cui si sostanzierebbe la «rivoluzione digitale» (qui una carrellata giornalistica) sono raramente tali, trattandosi piuttosto di nuove applicazioni integrate e in larga scala di tecnologie che già esistono: internet, le basi di dati, i dispositivi hardware programmabili, gli algoritmi biometrici, poco altro. Se l'innovazione rappresenta lo strumento, l'applicazione detta gli obiettivi del suo impiego: è, cioè, un atto politico. Trattandosi in molti casi di mere fantasie, delle nuove applicazioni non si divulgano di norma le proprietà tecniche ma piuttosto gli scenari sociali, politici e antropologici che dovrebbero inaugurare. Perché, evidentemente, le «novità» da promuovere sono proprio quegli scenari, la visione di un «mondo nuovo» e di un «umano nuovo». Non altro, non le tecnologie, non la tecnoinsalata più o meno plausibile scodellata a contorno.

Il marchio tutto politico dell'operazione trova conferma nel fatto che le applicazioni promesse, secondo il paradigma solito di un capitalismo in crisi di sopravvivenza, non si degnano di rispondere alle leggi di mercato. Per quanto le si strombazzi, non riscaldano l'interesse, né quindi la domanda, di chi ne dovrà fruire. Se la telefonia mobile, la videoscrittura e la navigazione satellitare non ebbero bisogno di essere magnificate e promosse per diffondersi, oggi quasi nessuno avverte la necessità di una blockchain e delle sue applicazioni, né aspetta con ansia la supervelocità di una rete 5G, né sogna di connettere il forno, lo scooter e l'asciugacapelli alla rete. Più spesso, le innovazioni promesse suscitano anzi spavento e rigetto. La schedatura dei dati sanitari e genetici, la moneta elettronica coatta, la geolocalizzazione permanente, i microprocessori sottopelle, la videosorveglianza integrata e il riconoscimento somatico, per citarne alcuni, non sono reputati inutili, ma pericolosi. Eppure avanzano, mentre dovrebbero marcire sugli scaffali. L'esempio più lampante è la novità di quest'anno, la fatturazione elettronica obbligatoria verso tutti, rifiutata dalla totalità dei suoi «beneficiari» e ciò nondimeno imposta prima con il pretesto penoso di un recupero fiscale, poi, gettata la maschera, con quello ancora più penoso di avere trasformato quel risparmio immaginato in un vincolo di bilancio erariale.

Schifata dai consumatori e dalla mano invisibile, la cyber-rivoluzione si rifugia tra le gambe di uno Stato pianificatore che la fa trangugiare ai suoi sudditi come agenda digitale, dove gli agenda, in latino, sono appunto le cose che devono essere fatte. E se i cittadini non scuciono i soldi come acquirenti, sarà Pantalone a farglieli scucire come contribuenti, stanziando ad esempio 100 milioni italiani per la blockchain tanto cara alla Casaleggio Associati e non meno di venti miliardi europei per l'intelligenza (?) artificiale. Cade così, con la fiaba del mercato über alles, anche quella di un progresso tecnologico che a mo' di locomotiva lanciata sui binari della storia «va governato» perché «inarrestabile», mentre è ormai chiaro che chi se ne dichiara al traino lo sta trascinando: con fatica, con ostinazione e contro la volontà dei passeggeri. In questa miserabile finzione si misura il trapasso limpido dal progresso, caratterizzato da benefici veri o presunti, ma comunque percepiti, alla sua versione violenta e autoreferenziale: il progressismo, che nel nome dell'inesistente - il futuro - si arroga il diritto di coartare l'esistente.

***

In punto sociale, l'ipotesi maoista che la digitalizzazione a furor di Stato servirebbe a migliorare anche le condizioni di vita di chi oggi per «ignoranza» ne teme gli effetti, non è storicamente ricevibile. Sarebbe infatti facile osservare che gli anni in cui è infuriata la crisi economica e occupazionale, dal 2008 ad oggi, sono stati anche quelli caratterizzati dalla maggiore affermazione e diffusione di nuove applicazioni digitali: dagli smartphone ai servizi telematici di aziende e pubbliche amministrazioni, dalle videochiamate gratuite alla repressione del denaro contante, fino alla profilazione automatica via social. Rimossi i travestimenti del marketing - dove tutto ha da essere nuovo e «senza precedenti» - si scoprirebbe che la mancata promessa di avanzamento sociale delle innovazioni tecniche imposte dall'alto ha una storia molto più antica, una storia che lascia presagire con certezza il futuro, tant'è i più attrezzati l'avevano prevista e descritta già agli albori della rete internet e dei telefoni cellulari. Così David F. Noble nel 1994 (Progress without People):

... non c'è bisogno di lanciarsi in speculazioni futuristiche... per capire che cosa è successo alle nostre vite e ai nostri standard di vita durante la cosiddetta era dell'informatica... L'autostrada dell'informazione non è che ai suoi inizi e il posto di lavoro virtuale è ancora in larga parte sperimentale, ma le loro conseguenze sono fin troppo facili da prevedere alla luce della storia recente. Dopo mezzo secolo di rivoluzione digitale, le persone oggi lavorano più a lungo, in condizioni peggiori, con più ansia e più stress, meno competenze, meno sicurezza, meno potere contrattuale, meno benefici e salari più bassi. In questi anni la tecnologia informatica è stata chiaramente sviluppata e utilizzata per demansionare, disciplinare e rimpiazzare il lavoro umano, in un crescendo globale di proporzioni mai viste. Chi ancora lavora è fortunato. Perché la tecnologia è stata progettata e sviluppata per stringere la morsa delle aziende multinazionali sulle risorse del mondo, con risultati ovvi e programmati: esautorare e marginalizzare una larga parte della popolazione mondiale, non solo nei Paesi industrializzati; aumentare la disoccupazione strutturale (cioè permanente) e l'emergenza connessa di un esercito nomade di lavoratori precari e part-time, controcanto umano della produzione flessibile; rinfoltire i ranghi di chi è destinato a una povertà perpetua; allargare drammaticamente il divario tra i ricchi e i poveri, riportandolo a proporzioni ottocentesche.

Questo e altri saggi dello stesso autore meriteranno un commento più ampio, per la preveggenza non solo degli effetti di questo ultimo sussulto di rivoluzione industriale, ma prima ancora dei motivi che continuano ad alimentarne la seduzione. Tra questi, il più forte si fonda nell'antica menzogna della «neutralità della tecnica», della scissione irrazionale tra gli strumenti e gli scopi socio-economici per i quali sono concepiti, che da Marx in poi ha illuso generazioni di vittime del «progresso» incatenandole a un culto in certi casi puerile della macchina e delle sue promesse.

Qui è sufficiente richiamare questi pochi cenni e applicarli ai segnali di una «rivoluzione» che, ancora una volta, non rappresenta né un'opportunità né una «sfida», ma il compiersi di una volontà di dominio molto più antica delle macchine, di cui le macchine sono solo l'ultimo mascheramento.


Lascia un commento

Invia

disperato 18 febbraio, 2019 17:40

E' da poco uscito nelle sale un film "Upgrade" che non guarderò, poiché mi è bastato il trailer.

La trama è pressapoco questa: un uomo a seguito di una rapina resta tetraplegico, ma grazie all'impianto di un chip sottocutaneo non solo riprende a camminare ma acquista una sorta di super poteri. E' degno di nota che il chip parla e in alcune occasioni prende il controllo del corpo del tizio con grande miglioramento delle performances.

Ora il messaggio, neanche originale, che si vuole veicolare è evidente: impiantatevi i microchips, è il futuro e vi porterà solo benefici. Ovviamente bisogna essere decerebrati per bersela.

Ciò che mi ha lasciato sgomento sono i commenti di giubilo ed approvazione nei confronti del film "che descrive il nostro futuro" di numerosissimi (centinaia) utenti di siti quali cineblog.

Non è che abbiamo già perso e che la maggioranza (che in democrazia fa la differenza) sia già stata lobotomizzata? Io veramente non so più cosa pensare di questa umanità che va felice verso il proprio macello.

Rispondi

disperato 05 febbraio, 2019 14:05

Intanto i 5stelle continuano, ogni volta che vanno in televisione, ad affermare che per combattere l'evasione è necessario abolire il contante. Quando avranno abolito il contante saremo tutti schiavi delle banche, che con un click potranno azzerare i nostri conti, magari mettendo tassi di interesse negativi sul conto corrente o in altra maniera (oggi non lo fanno perché sanno che avrebbero la corsa agli sportelli).

Ormai, per quel che mi riguarda, su Grillo e sui suoi uomini non ho più alcun dubbio : sono veramente pericolosi e vanno fermati.

Speriamo di essere in tanti ad averlo capito.

Rispondi

Trattorista Super Landini 30 gennaio, 2019 21:41

Buona sera Eccellenza,

La seguo sul blog da parecchio tempo, ma non ho mai commentato (forse una volta ma non ricordo con quale nome).

Non sapevo dove poter segnalarle un libro parecchio interessante, visto che siamo in tema di demenza artificiale, che parla della demenza (o stupidità) naturale e delle sue terribili conseguenze (anche in campo tecnologico).

Si tratta di "Il potere della stupidità", di Giancarlo Livraghi.

Se ne parla su questo sito qua (scritto in semplice html, cosa che sicuramente le farà piacere):

http://www.gandalf.it/stupid/libro.htm

Forse lei lo conosce già, in tal caso mi scuso della perdita di tempo, in caso contrario le consiglio caldamente di leggerlo e approfondirlo.

Complimenti per l'impegno e la cura che mette nei suoi preziosi scritti, una vera rarità.

Buona serata.

Rispondi

Peppe 17 gennaio, 2019 22:15

Si gonfia la bolla.

In economia, la bolla speculativa è lo scostamento del prezzo di scambio di un titolo dal suo valore reale, dato dal rendimento a lungo termine.

La tecnocrazia specula sulla vita delle persone e gonfia bolle ovunque, cioè riesce a pervertire gli strumenti tecnici, discostandoli dagli originari obbiettivi per i quali sono stati costruiti, per perseguire fini non democratici.

I vaccini, strumento tecnico per tutelare la salute della popolazione, diventano un mezzo per passare sopra i diritti costituzionali, per poter fruire di cavie su larga scala, per acquisire in maniera massiccia dati sensibili sullo stato di salute dei cittadini e per arricchire le case farmaceutiche.

Si lotta contro le fake news non per far pervenire informazioni corrette agli elettori ma per screditare le voci critiche e non allineate.

Le tecnologie informatiche dovrebbero semplificare il rapporto fra cittadino e Pubblica Amministrazione ma sono utilizzate per limitare la libertà delle persone.

Il problema delle bolle è che prima o poi scoppiano ...

Rispondi

Luca 17 gennaio, 2019 19:22

Una ventina di anni fa andava di moda la "telepresenza immersiva virtuale".

Ne riparleremo tra 20 anni di tutte queste fregnacce tecnologiche.

Rispondi

istwine 17 gennaio, 2019 17:50

Andrebbe indagato anche perché e chi permise, la traduzione, stampa e distribuzione solo ed esclusivamente di scritti essenzialmente progressisti. Chi erano gli editori, i giornalisti, recensori, e più sopra finanziatori., azionisti ecc. Lo dico per dire eh, è un lavoro immenso e difficilmente attuabile, ma non è improbabile che sia da una parte che dall'altra si troverebbero gli stessi nomi (il mercato ha nomi, cognomi e soprannomi diceva Caffè). Evidentemente non davano poi così tanto fastidio, né i socialisti scientifici, né i liberali scientifici.

Rispondi

barbara 17 gennaio, 2019 16:10

Grazie.

Rispondi

Fiorenzo Fraioli 17 gennaio, 2019 14:52

Lei centra esattamente la questione, allorché scrive "le sedicenti innovazioni di cui si sostanzierebbe la «rivoluzione digitale» sono raramente tali, trattandosi piuttosto di nuove applicazioni integrate e in larga scala di tecnologie che già esistono: internet, le basi di dati, i dispositivi hardware programmabili, gli algoritmi biometrici, poco altro".

Per fare un esempio, la tanto decantata blockchain non è altro che l'integrazione delle tecniche di criptazione e di quelle da tempo note tra gli informatici come "replica e sincronizzazione di basi di dati distribuite". Tutta la nuova era digitale non è altro che forza bruta applicata allo sviluppo di tecnologie già esistenti, o in normale evoluzione, dal grande capitale, all'affannosa ricerca di opportunità di valorizzazione. A un livello superiore, quello del potere reale (forza militare e full spectrum dominance) si utilizza il controllo granulare sui comportamenti umani, e sulla natura, che ne deriva.

Rispondi

Gameover 17 gennaio, 2019 14:19

lo smart working si inserisce in questo contesto. Strombazzato da istituzioni e corporations non è altro che una scorciatoia per abbassare il costo del lavoro (degli stipendi) pagando non per l'attività prestata ma per il risultato conseguito. Si vuol tornare al lavoro a cottimo e le persone sembrano ipnotizzate dalla parolina magica smart working. Si salvi chi può

Rispondi

Analfabeta Funzionale 10 febbraio, 2019 12:18

Gentile @Gameover,

Confermo pienamente le sue parole e chiarifico con un esempio concreto.

La settimana scorsa ho partecipato ad uno skype meeting con alcuni colleghi. Uno di questi partecipava da casa in "smart working". Sia lui che io siamo 'timbranti', ovvero siamo pagati a ore e non a risultato.

All'inizio del meeting scpro che il mio collega era a casa in smart working perché aveva bronchite e febbre alta (e dalla voce oltretombale, non dubito affatto che fosse malato).

Quando ho realizzato che stava male ho puntualizzato:

Io: "Non sarebbe corretto che in queste condizioni tu lavori, dovresti essere in malattia."

Collega malato: "Se mi faccio visitare dal dottore, mi dà tre giorni di malattia e domani, se ce la faccio, io voglio essere in impianto a seguire il progetto XXXX."

Da un lato è ammirevole l'abnegazione e il senso del dovere, ma dall'altro non posso fare a meno di osservare come l'innovazione dello smart working, che in teoria dovrebbe essere un vantaggio per il lavoratore e non per l'azienda, abbia l'effetto collaterale di ridurre le tutele del lavoro dipendente.

L'obiezione che "non lo ha obbligato nessuno a lavorare e poteva starsene a letto" sarebbe piuttosto superficiale e non tiene conto del fatto che, avere la possibilità di rinunciare ai propri diritti, contribuisce ad instaurare un "clima" in cui se non ti sacrifichi e rinunci ai tuoi diritti sei criticabile, reprensibile, in qualche modo immeritevole.

L'effetto finale, nel tempo, è la disattivazione di fatto, anche se non formale, di un diritto.

Intendiamoci: se dovessi scegliere qui e ora se tenere o abolire lo smart working, sceglierei di tenerlo perché PER ADESSO gli effetti positivi sono maggiori degli effetti negativi, però mi riservo di cambiare idea se le condizioni oggettive dovessero cambiare.

Rispondi

Analfabeta Funzionale 11 febbraio, 2019 08:30

Gentile @Gameover,

Confermo pienamente le sue parole e chiarifico con un esempio concreto.

La settimana scorsa ho partecipato ad uno skype meeting con alcuni colleghi. Uno di questi partecipava da casa in "smart working". Sia lui che io siamo 'marcanti', cioè marchiamo entrata e uscita dallo stabilimento e siamo pagati a ore e non a risultato.

All'inizio del meeting scopro che il mio collega era a casa in smart working perché aveva bronchite e febbre alta (e dalla voce oltretombale, non dubito affatto che fosse malato).

Quando ho realizzato che stava male ho puntualizzato:

Io: "Non sarebbe corretto che in queste condizioni tu lavori, dovresti essere in malattia."

Collega malato: "Se mi faccio visitare dal dottore, mi dà tre giorni di malattia e domani, se ce la faccio, io voglio essere in impianto a seguire il progetto XXXX."

Da un lato è ammirevole l'abnegazione e il senso del dovere, ma dall'altro non posso fare a meno di osservare come l'innovazione dello smart working, che in teoria dovrebbe essere un vantaggio per il lavoratore e non per l'azienda, abbia l'effetto collaterale di ridurre le tutele del lavoro dipendente.

L'obiezione che "non lo ha obbligato nessuno a lavorare e poteva starsene a letto" sarebbe piuttosto superficiale e non tiene conto del fatto che, avere la possibilità di rinunciare ai propri diritti, contribuisce ad instaurare un "clima" in cui se non ti sacrifichi e rinunci ai tuoi diritti sei criticabile, reprensibile, in qualche modo immeritevole.

L'effetto finale, nel tempo, è la disattivazione di fatto, anche se non formale, di un diritto.

Intendiamoci: se dovessi scegliere qui e ora se tenere o abolire lo smart working, sceglierei di tenerlo perché PER ADESSO gli effetti positivi sono maggiori degli effetti negativi, però mi riservo di cambiare idea se le condizioni oggettive dovessero cambiare.

Rispondi

Isimud 17 gennaio, 2019 13:20

L'idea di progresso come processo storico irreversibile si basa sul rapporto esperienza presente/aspettativa futura. Inevitabilmente l'orizzonte delle aspettative future finisce per erodere lo spazio dell'esperienza presente, è implicito nell'unidirezionalità futura del progresso.

Venendo a mancare lo spazio dell'esperienza presente, si perde l'idea di dispiegare il senso del futuro. Resta solo il progresso come mera accelerazione, il futuro che consuma il terreno del presente. È il rovescio del detto gramsciano - 'Il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri' -, siamo arrivati che un nuovo mondo che bussa alla porta quando il vecchio è ancora giovane. E da questo paradosso nascono i mostri, il futuro che si mangia il presente, prima ancora che sia presente.

Rispondi

AlbertoM 16 gennaio, 2019 20:59

(perchè il post non è inserito nell'indice del blog?)

Rispondi

Il Pedante 16 gennaio, 2019 22:09

Fatto.

Rispondi