Facciamo Come Chi Ce La Fa

30 gennaio, 2016 | 23 commenti

Il 7 febbraio 2014, nasceva su questi server il progetto Facciamo Come, un "generatore random di supercazzole esterofile e piddine". Con quasi un milione di frasi generate, 225 collaboratori (alcuni dei quali inconsapevolmente prestati alla causa), oltre 1400 templates, un libro scaricato 4000 volte e un Twitter bot dedicato con 5600 tweet, per quasi un biennio facciamocome.org ha rifatto il verso a uno dei tic intellettuali più ricorrenti nella narrazione ufficiale della crisi.

Per celebrare questi importanti traguardi mi piace proporre ai lettori più pazienti le riflessioni che seguono, nella speranza di aggiungere piacere e consapevolezza alla fruizione di questo strumento.

Indice dei contenuti

Fenomenologia breve
In principio era il Kindergarten
Mors tua vita mea
Il primato della cosmesi
#facciaNocome
Didascalia vs. realtà

Conclusioni e cui bono

Fenomenologia breve

#facciamocome e #ChiCeLaFa, i due hashtag associati al progetto, esprimono in sintesi la stessa idea: che cioè la crisi economica e occupazionale in corso non sia da attribuire alle politiche dei governi ma all'inadeguatezza dei governati. Prova ne sarebbe che a parità di condizioni altre nazioni e/o soggetti meglio disposti avrebbero saputo cogliere le opportunità offerte dal sistema per evolversi, anziché criticarlo. Se qualcuno - fosse anche uno - ce la fa, non ci sono più scuse: possono farcela tutti e possiamo farcela anche noi, purché appunto #facciamocome il modello virtuoso di turno. Che può essere internazionale - la Germania-che-sono-tanto-seri, la Danimarca-che-sono-tanto-civili, l'America-che-sono-tanto-intraprendenti, la-Cina-che-si-danno-tanto-da-fare, la-Grecia-che-si-riprende (!), l'India-che-sono-poveri-ma-dignitosi ecc. - o più saltuariamente nostrano - la start up, il cervello in fuga, l'imprenditore che fa utili senza imbrogliare il fisco ecc.

Non c'è che da aprire un giornale per scoprire che la disoccupazione, i fallimenti e le tasse che ci angustiano sono solo spiacevoli incidenti in un sistema dove invece gli altri mietono successi. Il problema - ci spiegano i facciamocomici - è che salvo rare eccezioni gli italiani non accettano di vivere in una società più globale, competitiva e dinamica (aggettivi a caso per dire questa società, ndP) rispetto al passato. E così facendo non ne vedono le enormi opportunità, anzi le boicottano e diventano vittime del loro stesso disfattismo. I facciamocomici, al contrario, viaggiano e conoscono il mondo: essi sanno che gli altri popoli non solo sono più civili, democratici e istruiti del nostro, ma hanno anche saputo aprirsi alla modernità e si sono riformati di conseguenza. Per questo vanno bene. L'Italia invece resta al palo nonostante l'instancabile proselitismo di questi alfieri.

Quanti sono facciamocomici? Verrebbe da pensare a pochi illuminati, e invece no, sono tantissimi e si incontrano ovunque: di ritorno da una vacanza all'estero o da un Erasmus, redattori di piccoli e grandi giornali, blogger, accademici, parenti o conoscenti di parenti stranieri, cugini di un immancabile micuggino-mi-ha-detto, esterofili di lungo corso, politici che hanno giurato su tutte le costituzioni men che la nostra, ciascuno con la sua cesta traboccante di buone ricette d'oltreconfine per risollevare le sorti della Patria. Ma il loro numero, che probabilmente si approssima a quello degli italiani tutti, non pare comunque mai abbastanza per smuovere la massa anonima dei connazionali - cioè degli eventuali altri - che ostacolano la palingenesi del Paese.

Come nella più classica delle terapie tapioco, per questi ambasciatori il problema della crisi italiana non risiederebbe nella medicina - cioè nelle politiche - ma nel malato che non vuole guarire e che anzi critica la terapia, ignorando testardamente i tanti esempi di guarigione che il mondo ha da offrirgli. Ciò genera nel frustrato facciamocomico un incontenibile disprezzo della propria stirpe e un senso di solitudine e di alienazione. Egli è italiano prigioniero di un'Italia in cui non si riconosce, farfalla prigioniera di un bruco, profeta inascoltato in patria e tanto più solo in quanto ignaro - il meschino! - che molti dei milioni di italiani contro cui si scaglia la pensano esattamente come lui. Un paradosso tragico il suo, ma soprattutto tragicomico.

I lettori di facciamocome.org hanno colto d'istinto la grossolana fallacia dei ragionamenti fin qui descritti e ne hanno giustamente riso nei due anni di attività del sito. Per quanto più difficile sia presentarne una critica puntuale, da buoni pedanti cercheremo nel seguito di enucleare almeno qualche spunto per comprenderne meglio la seduzione e le distorsioni che conseguono.

In principio era il Kindergarten

Come già altri strumenti presentati su questo blog, anche il #facciamocome trae la sua vis dialettica non dall'evidenza delle argomentazioni o dalla sicurezza delle fonti, ma dalle reazioni emotive e prerazionali che innesca nei destinatari. In particolare, il carattere moralista e colpevolizzante di queste retoriche è già segnalato nel lessico: gli italiani che danno la colpa agli altri invece di farsi un esame di coscienza, che non hanno l'umiltà di prendere lezioni dai più bravi, che non perdono le cattive abitudini, si piangono addosso, sanno solo dire di no ecc. Un frasario che rimanda all'infanzia, umilia l'interlocutore e gli nega la maturità e la facoltà - teoricamente garantita in democrazia - di opporre una visione alternativa ai modelli prescritti.

È capitato a tutti, in anni più o meno remoti, di subire i colpi bassi della pedagogia comparativa: "Luigino non piange quando va all'asilo, Luigino mangia la minestra senza fare storie, Luigino dà il bacio alla nonna, Luigino ha preso un bel voto. Prendi esempio da Luigino!". Solo che oggi Luigino si chiama Hans: "Hans ha fatto le riforme, i prodotti di Hans sono migliori, Hans accoglie i migranti, Hans rispetta le regole, Hans non evade le tasse, Hans non prende bustarelle. Facciamo come Hans!". Dove l'exemplum è declamato con l'intento di spronare l'educando all'emulazione eccitandone la vergogna e il senso di colpa e non proponendo al suo vaglio razionale l'applicabilità e la veridicità del modello. Il che può (forse) funzionare con i bambini, ma con gli adulti è un modo piuttosto volgare di postularne l'inferiorità antropologica e intellettuale.

Le tecniche infantilizzanti piacciono agli oppressori perché implicano la minorità degli oppressi e persuadono meglio dei ragionamenti, e agli oppressi perché - appunto - li esimono dal ragionare. La seduzione irrazionale del #facciamocome è il cardine della sua efficacia: senza di essa crollerebbe miseramente sotto il peso delle sue illogicità.

Il pollone di Trilussa

Nel mondo del #facciamocome, pochi casi di #ChiCeLaFa - o all'occorrenza uno soltanto - sono sufficienti per dimostrare la bontà di una politica o comunque la sussistenza di condizioni favorevoli accessibili a tutti. Il che è chiaramente un assurdo statistico che solo il sottinteso imperativo morale renderebbe plausibile: tutti gli altri, quelli che non ce la fanno, sarebbero cioè pigri e inadeguati e dovrebbero battersi il petto invece di dare la colpa ai governi. È mortificante ricordare che gli effetti di una politica vanno misurati sull'intera comunità a cui essa si applica e non su casi isolati e accuratamente selezionati secondo criteri dettati dalla tesi. Diversamente potremmo persino affermare che l'anarchia somala è un modello di buona politica perché vi prosperano (pochissimi) tagliagole e trafficanti.

Per non scivolare nell'abbaglio dell'aneddotica esistono gli indicatori socioeconomici che esprimono l'incidenza e l'andamento di un fenomeno in termini medi e complessivi. Se ad esempio gli indicatori mostrano un aumento del numero dei poveri o dei disoccupati, le politiche sottostanti sono fallimentari. Punto. Il fatto che nel dato negativo si distinguano controtendenze positive - cioè casi di individui che si arricchiscono o trovano impiego - è irrilevante in quanto già incluso nell'indicatore. Fa già media. Il #ChiCeLaFa è quindi un triste caso di doppia computazione: inaccettabile per un settenne che impara a far di conto ma celebrata licenza aritmetica per accademici ed editorialisti.

Certo, le medie non possono illustrare tutta la varietà dei casi. Nel celebre sonetto di Trilussa chi non può permettersi un pollo fa media con chi ne compra due, e il risultato - paradossale ma statisticamente ineccepibile - è che ciascuno ha il suo pollo. Ecco, il #facciamocome è una versione steroidea del pollo di Trilussa: qui la media è tra l'unico individuo che che ha un pollo e gli altri 99 - o 9999, o qualche milione - che non ne hanno. Risultato? Polli per tutti! Anzi meglio - e qui sta il trucco ad usum stultorum: solo per chi se li merita.

Mors tua vita mea

Oltre all'aritmetica i facciamocomici ignorano anche la fisica newtoniana, secondo la quale (terza legge) in un sistema chiuso ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria. Così accade anche in una comunità i cui membri interagiscono e dove la condizione di ciascuno è funzione delle azioni e delle condizioni altrui. Il successo di chi vende dipende da chi compra, quello di chi presta da chi si indebita, quello di chi cura da chi si ammala ecc. Ognuno ha il suo ruolo e la sua specializzazione e concorre, con i suoi bisogni, a orientare i ruoli e le specializzazioni altrui. In questa trama dialettica è anche normale che l'insuccesso degli uni determini il successo degli altri, come ad esempio tra concorrenti che operano negli stessi settori, e che lo svantaggio degli uni determini il vantaggio di altri, come ad esempio tra due controparti contrattuali.

Questo processo di causazione reciproca, per quanto empiricamente intuitivo, è del tutto estraneo all'universo di chi raglia di modelli virtuosi da imitare. Il Pedante ricorda certi piccoli imprenditori brianzoli - oggi quasi tutti in liquidazione - che discettavano di arretratezza meridionale: "Hanno il clima, le risorse, la competenze: #facesserocome noi invece di lamentarsi dello Stato e venire qui al nord a elemosinare il lavoro!". Non sapevano, i Savonarola di Ronco Briantino, che il loro modello di sviluppo era tale proprio perché negli stessi anni al sud era mancato uno sviluppo industriale. Se sotto Roma fosse fiorita un'industria sull'esempio di quella lombarda, i lombardi non avrebbero avuto né la manodopera né il mercato di sbocco necessari per sostenere il proprio boom manifatturiero, cessando così di essere un modello.

Che quasi sempre i modelli cosiddetti virtuosi siano tali a condizione che #NONfacciamocome loro è una lezione difficile da digerire, e chi non la capisce è prima o poi destinato a subirla. Oggi tra i facciamocomici è in voga la Germania (o Germagna con la palatale nasale, come usano pronunciarla nella loro foga agiografica) e la solfa non cambia. Dicono che invece di lamentarci delle regole europee dovremmo #farecome la Germagna che esporta a ritmi da tigre asiatica, senza ovviamente sospettare che i tedeschi esportano a go-go perché noi e il resto dell'eurozona importiamo prodotti tedeschi a go-go. Il modello - che si chiama mercantilismo ed è vecchio e marcio come non pochi - funziona proprio perché non è replicabile. Idem quando attaccano con le riforme del lavoro che la Germagna ha avuto il coraggio (?) di fare, la cui forza competitiva sta proprio nel fatto che noi non le abbiamo fatte e abbiamo trattenuto - ovvove! - qualche residuo scampolo di dignità salariale. Ma forse il loro meglio lo danno quando si parla di euro: se la Germagna ha l'euro e va a gonfie vele, allora la colpa (Kindergarten mode on) non è della moneta unica, ma nostra. E qui ci arrendiamo. Inutile sarebbe spiegare loro, come già altri hanno tentato invano, che il vantaggio garantito ai tedeschi dall'euro risiede newtonianamente negli svantaggi che esso arreca al resto dell'eurozona: cambio bloccato al rialzo (erosione dell'export), impossibilità di monetizzare il fabbisogno (debito pubblico) ma soprattutto autostrada aperta e senza pedaggio alle merci e ai capitali di Hans (distruzione del mercato interno e indebitamento privato). Se l'euro non daneggiasse l'eurozona, la Germania non avrebbe interesse a restarci.

In ogni politica scellerata c'è sempre almeno un vincitore il cui successo dipende dalla sciagura degli altri. Anche in guerra c'è chi si arricchisce con la morte, e quindi? #facciamocome i mercenari e gli sciacalli? La buona politica è altro. Dovrebbe non solo estendere le migliori condizioni al maggior numero di individui - mettendo un segno più agli indicatori socioeconomici - ma soprattutto mediare tra gli interessi necessariamente contrapposti di tutti facendo in modo che nessuno si annichilisca per alimentare il trionfo di pochi.

Il primato della cosmesi

Ai facciamocomici va riconosciuto un gusto tutto speciale per il dettaglio folkloristico. Più che avventurarsi nei campi accidentati di serie storiche e percentuali - per i quali, s'è visto, hanno poca inclinazione - prediligono la nota di costume e l'aneddoto che, irrilevanti ai più, dischiudono ai loro occhi allenati affreschi macroeconomici e sociali di rara compiutezza. In ciò non vi è nulla di aridamente scientifico ma una ben più poetica concatenazione di libere associazioni dove la suggestione filosofica e letteraria sposa i proverbi degli avi, la psicologia da spiaggia, i precetti del catechismo e l'imponderabilità del personalissimo intuito di ognuno. Forti di questo bagaglio, essi sanno indurre la qualità di interi popoli osservandone per pochi minuti una movenza, un manufatto o un'usanza, non diversamente dal critico che sa riconoscere un quadro da una pennellata o una statua da un alluce.

Sicché quando vanno all'estero immancabilmente notano che il manto stradale non è deturpato da buche o cartacce, né i muri dalle scritte degli spasimanti. Non sfugge loro che i bimbi non urlano, i giovani non bighellonano e gli adulti si dispongono ordinatamente in fila per prendere un tram. Dacché concludono con animo certo che quel popolo è più educato del nostro e quindi incorruttibile, fiscalmente fedele e ligio alle leggi e quindi più affidabile negli affari politici ed economici e quindi meritatamente baciato da un successo che agli italiani è negato. Essi sono maestri del pensiero simbolico: nel loro microcosmo morale il saluto di un usciere o la puntualità di un taxi assurgono a simboli lampanti del primato antropologico di #ChiCeLaFa.

In questa concatenazione pindarica agisce una matassa psichedelica di distorsioni che, per amor di pedanteria, cercheremo nel seguito di sbrogliare.

Il primo errore, il più ovvio, è di misurazione: anche ammettendo che dai dettagli si possa conoscere il tutto, i dati registrati da un singolo osservatore non sono rappresentativi né di una norma né di una prevalenza dei casi, la cui complessità può emergere solo dalla rilevazione statistica. Chi scrive vive in Italia da quasi quarant'anni e ciò nondimeno non ha gli strumenti per divinare il comportamento dell'italiano medio (?) in una circostanza data. Figuriamoci un turista.

Il secondo errore è corollario del primo e consiste nella trasposizione acritica del sistema di correlazioni dell'osservatore in una realtà che gli è estranea. Se nella mia realtà quotidiana (luogo di residenza, classe sociale, pool di frequentazioni ecc.) noto che chi non rispetta le buone norme di educazione civica è sempre anche un delinquente che viola le leggi, ciò non vale necessariamente in ambienti sociali e in culture nazionali diverse dalla mia. Sicché quando leggo di truffe perpetrate da "insospettabili individui dai modi distinti" il mio pensiero va sempre ai poveri facciamocomici. Nel piccolo come nel grande: dal sobrio Mario agli eleganti sicari anglofoni dell'economia.

Il terzo errore sta nella selezione delle fonti. Perché ricorrere all'incerta soggettività della nota di costume per ricostruire fenomeni che quasi sempre sono già registrati alla fonte? Se volessi sapere l'ora esatta consulterei un orologio prima di mettermi a misurare le ombre sul prato. E se volessi stimare l'incidenza della corruzione nel mondo conterei i processi e le condanne prima di chiedere il parere dei passanti. L'induzione è l'extrema ratio a cui ricorrere quando mancano i dati, non la norma. Qui più che un problema di disciplina metodologica cogliamo un vezzo tipico delle menti semplici, che per dissimulare la propria semplicità e darsi una parvenza di acume amano esibirsi in ragionamenti convoluti e apparentemente raffinati - qual è appunto l'induzione - anche quando non è necessario. Con l'ulteriore vantaggio di esimersi dalla fatica di interrogare i dati per giungere a conclusioni più fondate, ancorché meno piacevoli.

Il quarto e ultimo errore è anche il più inquietante. Nel tracciare un inesistente nesso causale tra microcomportamenti virtuosi e macrosuccessi economici e sociali, i facciamocomici celebrano una visione teleologica e divinizzante degli agenti che concorrono a questi successi: i governi, gli organismi sovranazionali, i mercati economici e finanziari, il semplice caso. I quali, come un dio senziente mosso da un fine superiore, dispensano premi ai buoni e gettano i cattivi nella Geenna del regresso economico. In questo disegno giusto e severo che glorifica l'establishment, le agenzie di rating non giudicano le economie in quanto strumenti di investimento finanziario ma la virtù stessa dei popoli. E la credibilità non misura la certezza di arricchimento dei creditori ma la degnità morale di una nazione. Chi abbraccia questa visione rassicurante e puerile si iscrive tra i disumani che giustificano la miseria e la morte dei piccoli greci in quanto i loro genitori non battono gli scontrini (cit. BDSM Lagarde), praticano l'abusivismo edilizio e talvolta non puliscono le strade. Una visione che poggia su fosche reminiscenze infantili, non sui fatti.

Che cosa direbbero i nostri eroi se sapessero che la corruzione, il cui spettro si è sostituito al peccato adamitico nella fantasia dell'Anonima Moralisti, non è correlata all'aumento del debito pubblico? Quando Alberto Bagnai lo dimostrò sul suo blog si videro esplodere crani per la contraddizione che nol consente. E se sapessero che la tersa, mite e ordinata Finlandia sta precipitando nel gorgo di una recessione epocale? Direbbero che è impossibile: lì nessuno posteggia in doppia fila.

#facciaNocome

Il #facciamocome è una declinazione dell'autorazzismo, e come l'autorazzismo deve parte della sua fortuna alla gratificazione che suscita in chi lo propala. Nel predicare le virtù di popoli e culture stranieri il facciamocomico si fa ambasciatore di civiltà più evolute confidando di trarne prestigio e di ammantarsi, per riflesso, della luce emanata da quegli esempi virtuosi. Portando il verbo straniero in patria egli marca implicitamente la sua distanza dall'oggetto che critica, cioè l'Italia tutta: è italiano, è vero, ma a differenza de gli altri italiani che languono nel provincialismo e nel vizio sa riconoscere le tare della sua stessa carne e osa rivolgere lo sguardo altrove. Egli è pertanto lungimirante, ma anche umile. La giusta superbia che prova nell'impartire lezioni ai prossimi è compensata dall'umiltà con cui accoglie le lezioni dei lontani, anteponendo al libero confronto tra pari una dialettica padronale di dominazione e sottomissione, vincitori e vinti, umiliazione ed esaltazione propria di chi ama servire.

La figura del facciamocomico, lo si è detto, si colloca tra commedia e tragedia. Se è umano ridere delle ossessioni di questi civilizzatori mancati non bisogna però disconoscerne il dramma. Il loro disagio è reale e ha una doppia radice. Da un lato essi non dispongono degli strumenti culturali - banalmente: la conoscenza delle lingue straniere - da opporre alla diffusa narrazione autoflagellante di un Paese che, se ha il merito di riconoscere le proprie mancanze e di valorizzare le esperienze altrui per innovarsi, tende patologicamente a credersi la Cenerentola del mondo. Sicché provano vergogna e cercano di emendare la nazione che li ha generati convincendola ad assumere acriticamente la medicina altrui.

Dall'altro, schiacciati sotto il peso presunto della propria inferiorità etnica e disperando ormai di salvare il proprio Paese, si arruolano tra le fila straniere nel tentativo di salvare almeno se stessi. La loro solitudine sarà allietata dall'illusione di incedere tra i connazionali come un "sofisticato lord anglo-scandinavo capitato per caso in un mondo di trogloditi mediterranei" (cit. Costanzo Preve). Ora, il Pedante non può e non vuole dare pagelle di valore ai tanti che si riconoscono in questo ritratto, ma si domanda: quanto poco si apprezza chi cerca l'amor proprio nell'adulazione e nello scimmiottamento di individui sconosciuti e lontani? Quanto si stima per schifare la propria storia e i propri affetti - cioè se stesso - e farsi cantore non richiesto di culture che mai gli apparterranno? Evidentemente poco, pochissimo.

Non è cercando un padrone straniero che ci si riscatta dalla propria inadeguatezza. Né la si allevia proiettando la scarsa opinione di sé sulla comunità tutta. A questi sfortunati amici il Pedante offre una riflessione maturata negli esili viennnesi. Se sappiamo apprezzare le politiche o gli stili di vita di altri paesi è perchè, appunto, siamo in grado di farlo. Ciò grazie a un sistema di valori, a un'istruzione e a una sensibilità estetica di cui non siamo portatori innati bensì depositari in quanto prodotti culturali di una cultura: quella italiana. Senza quegli strumenti e quei criteri trasmessici dalla società che ci ha formati, i cosiddetti esempi virtuosi non sarebbero tali per noi. Non li capiremmo oppure ci disgusterebbero. Da cui la lieta novella: che il facciamocomico non è l'eccezione genetica di una stirpe deviata, ma l'esponente (ignaro) di una civiltà che sa riconoscere e desiderare il meglio.

Didascalia vs. realtà

Ma allora? Perché loro sì e noi no? Non si danno pace gli imitatores redemptorum: se apprezziamo la puntualità svizzera, l'efficienza tedesca, l'onestà scandinava, l'operosità asiatica e via luogocomunando, perché non sappiamo fare altrettanto? Se non fossimo così pedanti potremmo brevemente rispondere loro che anche questi popoli invidiano la nostra cucina ma non sanno prepararsi un piatto di pasta. Ma allora?

Allora niente. La realtà è solo un pretesto per chi si cimenta nella lettura colpevolizzante del mondo. I #facciamocome e i #ChiCeLaFa non sono un fatto storico da contestualizzare e accertare ma un exemplum pedagogico, un animale parlante di Esopo con cui umiliare i propri simili per riscattarsi dalla propria pochezza. Inutile sarebbe mettere in discussione l'incorruttibilità, la fedeltà fiscale, l'accoglienza, la tolleranza, il senso civico e la deontologia dei loro beniamini. Anche se messi alle strette troveranno sempre il modo di buttarla nello sproloquio morale e di ripetere con un canuto Peter Pan che, quando il torto è degli stranieri, dobbiamo "liberarci dal complesso del moccioso (sic) che ridacchia di nascosto quando la baby-sitter (ri-sic) incespica".

L'ansia didascalica di trarre giudizi morali offusca il reale e i suoi nessi. Anzi opera un rovesciamento causale dove la qualità morale di un popolo - qualsiasi cosa sia e secondo il personalissimo criterio di ognuno - determina le circostanze e i fenomeni che lo identificano, e non viceversa. I già detti rapporti di forza tra i potentati e le nazioni, il clima, il territorio, le vicende storiche e le guerre sono solo alcuni degli agenti che plasmano le scelte e gli stili delle comunità. Se in Finlandia - sì, quella che sta andando comunque a picco - non posteggiano in doppia fila, non sarà anche perché lì circolano 7,36 automobili per chilometro quadrato e da noi 117,14, cioè il millequattrocentonovantadue per cento in più avendo loro un decimo della nostra popolazione? Troppo facile, dicono, ci deve essere una morale.

L'ossessione del libero arbitrio - la stessa che cova nell'incubo meritocratico - nega ciò che il buon senso e le scienze sociali hanno accertato: che cioè il malessere di una collettività ne determina la devianza. Non il contrario. Nel terzo mondo la corruzione si alimenta con la miseria, lo sfruttamento estero delle risorse locali e le interferenze degli organismi sovranazionali, e i funzionari si fanno allegramente corrompere perché non ricevono lo stipendio. Un esempio grande come due continenti su cui faremmo bene a riflettere invece di defecare giudizi, perché stiamo seguendo lo stesso sentiero nella convinzione demente che impoverendoci e asservendoci diventeremo più retti e oculati. Quando invece, come ogni animale, ci sgozzeremo per un tozzo di pane rottamando ogni buona norma civile. Chi conosce la storia sa del resto che anche ai tedeschi, agli stessi tedeschi che oggi chiamiamo maestri, bastarono pochi anni di austerità per portare in trionfo un tale che cercò di sterminare un popolo e di sottomettere un continente con le armi.

Il rischio di sputare sulla propria civiltà è infatti questo: di dimenticarsi che essa, come ogni civiltà, è un fragile diaframma che ci separa da abomini morali ben più gravi del mancato scontrino o della scortesia di un vigile.

Una buona politica non è quella che incanta i gonzi promettendo onestà, purezza e rinnovamento morale - che guarda caso sono il passpartout dialettico dei totalitarismi e dei genocidi. Dovrebbe invece creare le condizioni giuridiche, economiche e materiali di uno sviluppo che non faccia della prevaricazione una necessità.

Conclusioni e cui bono

A conclusione di questa pedanteria è giusto chiedersi a chi serva e dove ci stia portando la voga del #facciamocome. Per rispondere occorre anzitutto conoscerne le tifoserie. Una, l'abbiamo già vista, è quella dei facciamocomici che credono che il mondo sia un'olimpiade dove tutti possono vincere purché si faccia tutti come il vincitore. L'altra, più defilata, siede in tribuna VIP e sa perfettamente che la ristretta cerchia di #ChiCeLaFa segue la legge di Morandi: è uno su mille. Ed è per questo che ce la fa.

Il vizio mediatico e intellettuale serve perfettamente a questi ultimi per consolidare il proprio vantaggio economico e sociale. Innanzitutto perché sottrae le politiche - fallimentari per la maggioranza e quindi favorevoli ai pochi - dalla critica delle masse che le subiscono, trasferendo sulle loro spalle la responsabilità del fallimento (che è poi il senso della meritocrazia). Inoltre perché promuove una società intrinsecamente competitiva i cui protagonisti si disputano un successo precario invece di coordinarsi secondo le specializzazioni e gli interessi di ciascuno.

Esibire a reti unite il primo della classe serve a motivare gli alunni con l'invidia, la brama di approvazione e la vergogna, senza dar loro il tempo di interrogarsi sulla bontà degli obiettivi prescritti. Chi riforma di più vince la medaglia e riceve un biscotto dalla maestra. Poi poco importa se le riforme siano desiderabili o necessarie. O per chi siano tali. S'ha da affrettarsi a vararle per non finire col cappello da asino dietro la lavagna. E se si aggiunge che i successi in questione sono spesso amplificati fino all'invenzione - come le periodiche e trionfalistiche veline sulla ripresa (?) di Spagna, Grecia o Irlanda - si ha la conferma della schietta natura strumentale del gioco.

Uno dei più grandi successi del #facciamocome - sempre dal punto di vista del suddetto pubblico VIP - è stato appunto quello di rendere presentabili politiche che nel dibattito interno sarebbero state non solo rigettate dai cittadini, ma anche quasi sempre bloccate dagli argini costituzionali. Se invece ce le chiedono gli stranieri - i mercati rigorosamente internazionali, l'Europa - o si tratta di mettersi al passo con i-paesi-più-avanzati-di-noi, l'urgenza di non sfigurare con i presunti fratelli maggiori le trasforma in imperativi morali a cui adempiere senza frapporre indugio. Ed è infatti così che tutti gli ultimi abomini giuridici hanno fatto breccia nel nostro ordinamento: dai trattati europei alle riforme di lavoro e pensioni, dai bail in bancari alle devastazioni di sanità e istruzione, fino alle bestemmie costituzionali già proferite o in cantiere.

Se non fosse per il gioco congiunto di queste due tifoserie - l'una consapevole, l'altra malata - il #facciamocome si mostrerebbe nella sua nudità di assurdo contronatura. La diversificazione delle attività e delle norme riflette funzionalmente diversità di condizioni che non nascono né da scelte né tantomeno dalla buona o cattiva disposizione etica dei popoli. Sono realtà dettate da premesse storiche e naturali che non possono essere mutate e costituiscono l'irripetibile patrimonio culturale ed economico su cui ciascuna comunità deve innestare la propria personalissima via allo sviluppo. Sicché non stupisce che il #facciamocome ossessioni i retori dell'europeismo, che vi vedono una via breve all'integrazione - cioè all'omologazione - che sognano. Ma tra chi veglia nessuno deve fare come gli altri: perché non può. Per essere una brutta copia dell'eroe di turno si mette ai suoi piedi e se ne fa eterno secondo, rinunciando a ciò che sa fare per rincorrere ciò che non gli appartiene.

E il nostro Paese ha dimostrato ampiamente di saper fare, e bene, nei decenni in cui si è trovato nelle condizioni di farlo. Con comprensibile fastidio dei suoi concorrenti e di chi voleva attingere a buon prezzo alle competenze e alle risorse dei suoi cittadini. E che quindi oggi - altrettanto comprensibilmente - vorrebbe soltanto una cosa: che l'Italia non faccia come l'Italia.


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Richi Mazze 30 agosto, 2017 05:48

Grazie. Ho riso di brutto.

Hai ragione da vendere.

E non mi vergogno a dire che hai parlato anche di me, fino al 5dicembre scorso (sì... Ahimè), che sono stato un facciamocomico, un sofocrate, un migliocrate, un abolizionista del contante, ecc...

Tu e bagnai avete smacchiato un piccolo giaguaro...

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Lucia Sgueglia 20 maggio, 2017 09:54

Appena letto, superbo... nel senso di magnifico

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Giovanni 25 agosto, 2016 00:00

Eccezionale. Da scolpire, incorniciare e mettere nelle scuole al posto del bollettino di Diaz.

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Frank Castle 18 aprile, 2016 19:29

Spett.le Pedante... Analisi ineccepibile, complimenti per l'articolo e il blog tutto.

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Cristina Cappugi 10 marzo, 2016 23:13

Scopro questo blog oggi, e ne sono estasiata! Lucido e brillantissimo, con una vena di autentica genialità!

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elelai80 18 febbraio, 2016 21:59

Pedante lei è un grande.Adoro la sua pedanteria!

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Franco 11 febbraio, 2016 18:30

Ma queste cose Renzi le sa?

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Iris 07 febbraio, 2016 20:06

Pedante, Lei è un grande!

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Giovanni 05 febbraio, 2016 14:35

Grande, è sempre un piacere chi sa scrivere, e soprattutto pensare. Grazie

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a perfect world 02 febbraio, 2016 12:44

Mi associo a Giuseppe. In un mondo perfetto, o almeno migliore, leggeremmo Il Pedante in basso in prima pagina di corriere&repubblica (minuscolo voluto). Venderebbero pure di piu'...

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Julian K. 02 febbraio, 2016 11:35

Grazie per questi articoli che mi fanno sentire intellettualmente meno solo e danno un po' di ossigeno quotidiano.

Dovrei però chiederle, se può, una cortesia importante: per favore mi sblocchi l'account twitter!!!..bloccatomi tempo fa senza che io ne conoscessi il motivo (forse preventivamente).

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Alessandro M. 01 febbraio, 2016 16:15

Complimenti ancora per l'articolo; mi chiedevo però, come per gli altri articoli, come mai il "giustificato" a volte non è tale. :-)

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Raul Schenardi 01 febbraio, 2016 14:07

Applaudo e sottoscrivo fino all'ultima virgola. A proposito dell'«incubo meritocratico», mi permetto di suggerire la lettura di un breve testo di un poeta cileno: http://www.edizionisur.it/sotto-il-vulcano/13-06-2014/gli-esclusi/

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Giuseppe 31 gennaio, 2016 11:03

Un altro articolo magistrale. Il Pedante dovrebbe avere uno spazio fisso sui quotidiani nazionali.

Io, seppur con minore efficacia dialettica e profondità analitica, da qualche anno mi batto per trasmettere gli stessi concetti. I facciamocomici sono davvero ovunque, ciascuno con la sua sfaccettatura ma con la stessa forma mentis. A volte mi sento circondato. Adesso, grazie al Pedante, mi sento meno solo. Spero che anche altri prendano coraggio e seguano il suo esempio. Per finire con una battuta, #facciamocomeIlPedante. :)

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Paolo Leonetti 31 gennaio, 2016 04:41

con pedante, con l'Italia, nelle foreste d'acciaio dove riposano i giusti.

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massimo 30 gennaio, 2016 19:30

110 e lode! Sui contenuti, niente da aggiungere ai commentatori che mi hanno preceduto; sulla forma,vorrei veramente complimentarmi: efficace ed elegante. Chi non è esterofilo ama la lingua del proprio Paese e la scrive bene come la scrivi tu.

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Fiorenzo Fraioli 30 gennaio, 2016 17:43

Ho incontrato un #facciamocomico una settimana fa, nella saletta interna di un'enoteca. Stava facendo il gradasso con alcune signore spiegando loro il perché e il percome le cose in Italia non vadano, mentre negli USA ma anche in Ispagna e signora mia non dico della Germagna tutto è fantastico, quando mi ha invitato alla discussione. E' finita male perché quella sera io, che solitamente mi bevo il mio bicchiere senza parlare con nessuno, ero di animo ciarliero, ragion per cui ho triturato tutte le sue @facciamocomiche argomentazioni, portando le signore, tutte, entusiasticamente dalla mia parte.

Se l'è presa perché, secondo lui, ero stato scortese a contestarlo, dal momento che mi aveva invitato al tavolo. Pertanto, avrei dovuto assentire graziosamente col capo quando diceva che l'Itaglia l'ha rovinata la corruzione, e che l'unica soluzione è affidarsi al mitico mercato...

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Valerio 30 gennaio, 2016 15:43

P.S. : Ritiene il Pedante sia il caso di mandarne copia a Travaglio?

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Valerio 30 gennaio, 2016 15:15

Chapeau!

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Claudio 30 gennaio, 2016 09:44

egregio Pedante,

esco dal lurking una volta tanto per farti i complimenti, questo post è da scolpire nel bronzo. e te lo dice uno che in Germania ci vive da quasi sette anni, e tutto sommato si trova bene.

saluti,

c.

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Luca 30 gennaio, 2016 09:30

Fantastico! ne vorrei dare diffusione, ma so che sarà impossibile: l'italiano medio - che legge pochissimo, salvo editoria (eufemisticamente) "leggera", tipo le 50 sfumature... - non va oltre le prime dieci righe di un ragionamento argomentato, gli "cala la palpebra", vuole arrivare subito alla conclusione, non si esprime più (e non comprende che cosa vuol dire esprimersi), semplicemente - quando va bene - al massimo cinguetta (twitta).

Ciò, ovviamente, non significa che i Suoi siano sforzi vani: il seme (dell'intelletto, in questo caso) va sempre gettato e alimentato sperando che, prima o poi, frutti

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mercill 17 marzo, 2016 14:21

@Luca

"Egli è italiano prigioniero di un'Italia in cui non si riconosce, farfalla prigioniera di un bruco, profeta inascoltato in patria e tanto più solo in quanto ignaro - il meschino! - che molti dei milioni di italiani contro cui si scaglia la pensano esattamente come lui. Un paradosso tragico il suo, ma soprattutto tragicomico."

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pikappa 17 gennaio, 2016 03:34

uà - serata da amici, è tardi -

domani ti rileggo -

grazie ancora, credo

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