Il Ministero dell'Amore (un'appendice letteraria)

09 novembre, 2016 | 36 commenti

Il richiamo all'amore per coltivare l'odio non è cosa nuova. Per secoli si è guerreggiato, torturato e ucciso tirando in ballo la misericordia cristiana. Ma il precedente più limpido dell'applicazione odierna va cercato ancora una volta nella penna di George Orwell, che in 1984 aveva illustrato - se non inconsapevolmente suggerito - l'orrore dei totalitarismi amorevoli. Ripercorriamone le pagine.

Nel megastato dell'Oceania, corrispondente all'attuale Occidente atlantista, vige la dittatura del Grande Fratello il cui governo si compone di quattro ministeri: della Pace, della Verità, dell'Abbondanza e dell'Amore. Quest'ultimo, il Ministero dell'Amore, presiede alla sicurezza interna avvalendosi di un corpo speciale di funzionari: la psicopolizia, incaricata di scovare e sopprimere i pensieri e i sentimenti di dissenso politico, cioè gli psicoreati (thought crimes).

Nei sotterranei del Ministero dell'Amore, un edificio senza finestre e circondato da guardie, mitragliatrici e filo spinato, si consumano le torture più atroci. Anche il protagonista del romanzo, Winston, vi trascorrerà lunghi mesi per essere rieducato all'amore del partito. All'inizio della vicenda si era infatti macchiato di un crimine d'odio avendo scritto sul suo diario segreto "Abbasso il Grande Fratello". La stessa frase, mormorata nel sonno, che avrebbe successivamente condotto all'arresto anche il suo collega Parsons, fino ad allora integerrimo e fanatico uomo di partito.

Ben lungi dal voler rimuovere l'odio dalla società, il Ministero dell'Amore lo coltiva e lo amplifica rivendicandone la gestione allo Stato. Periodicamente raduna i membri del partito per farli assistere ai messaggi dell'odioso terrorista Emmanuel Goldstein, dal cui archetipo nasceranno più tardi Bin Laden con i suoi filmini dalle caverne e una lunga progenie di malvagi contemporanei. Sono i due minuti d'odio, manifestazione di massa in cui gli astanti devono obbligatoriamente inveire e accanirsi istericamente contro il traditore per non essere a loro volta accusati di tradimento.

Alle esecuzioni pubbliche partecipano grandi folle, inclusi i bambini, che esultano alla morte degli psicocriminali.

Il Ministero dell'Amore promuove attivamente l'odio e il sospetto tra i cittadini: tutti possono denunciare tutti al minimo segnale di psicoreato. Anche i bambini sono chiamati alla delazione e addestrati allo scopo nell'organizzazione delle Giovani Spie: lo zelante Parsons sarà infatti denunciato proprio dalla figlioletta di sette anni, che ne aveva origliato le parole nel sonno.

Ed è appunto questa la missione più vera del Ministero e l'intuizione più inquietante e moderna di Orwell: l'amore del regime non tollera il naturale affetto dei cari e dei prossimi, insistendo in quest'ultimo il limite invalicabile della manipolazione sociale:

Abbiamo infranto ogni legame fra genitori e figli, uomo e uomo, uomo e donna. Oggi nessuno più ha il coraggio di fidarsi di una moglie, di un bambino o di un amico, ma in futuro non ci saranno più né mogli né amici. I bambini saranno tolti alle madri all'atto della nascita, così come si tolgono le uova a una gallina. L'istinto sessuale verrà sradicato. La procreazione sarà una formalità annuale, come il rinnovo di una tessera per il razionamento. Aboliremo l'orgasmo. I nostri neurologi ci stanno già lavorando. Non ci sarà forma alcuna di lealtà, a eccezione della lealtà verso il Partito. Non ci sarà forma alcuna di amore, a eccezione dell'amore per il Grande Fratello.

Winston sarà liberato dalle prigioni del Ministero solo quando i suoi aguzzini avranno raggiunto il loro ultimo scopo: quello di indurlo a tradire l'amata Julia, a chiedere che torturassero lei al suo posto. Anche Julia tradirà Winston, forse dopo una lobotomia per asportare fisicamente l'immagine dell'amato. Si consuma così il trionfo dell'amore del regime:

Alzò lo sguardo verso quel volto enorme. Ci aveva messo quarant'anni per capire il sorriso che si celava dietro quei baffi neri. Che crudele, vana inettitudine! Quale volontario e ostinato esilio da quel petto amoroso! Due lacrime maleodoranti di gin gli sgocciolarono ai lati del naso. Ma tutto era a posto adesso, tutto era a posto, la lotta era finita. Era riuscito a trionfare su se stesso. Ora amava il Grande Fratello.

In calce a questa fedelissima rappresentazione - per ora in parte allegorica - delle tendenze contemporanee, dove la marmaglia monta guardia alle ideologie dei potenti, gli affetti famigliari sono amorali, le famiglie un fardello e il prossimo un nemico da sacrificare ai lontani e agli astratti, il maestro inglese ci consegna una speranza, un testamento di civiltà da cui ripartire. E lo condensa in un'immagine che, dopo il tradimento e la sconfitta dei due amanti, lampeggia nella memoria esausta del protagonista e si inchioda in quella dei lettori con la sua vertiginosa poesia e la promessa di un futuro più umano.

Trattandosi anche della più bella pagina di letteratura di ogni tempo - pur nell'insignificante parere di scrive - ne faccio dono agli amici in traduzione pedante.

Senza averlo evocato, un ricordo gli affiorò nella mente. Vide una stanza illuminata da una candela, un grande letto coperto da una trapunta bianca e se stesso, un ragazzetto di nove o dieci anni, seduto sul pavimento a scuotere un bussolotto ridendo eccitato. Sua madre sedeva di fronte e rideva anche lei.

Doveva essere successo un mese prima che sua madre sparisse. Era uno di quei rari momenti di riconciliazione, quando la fame non gli tormentava lo stomaco e il suo antico affetto per lei si era, almeno per un po', risvegliato. Ricordava bene quel giorno, una giornata di pioggia scrosciante e penetrante in cui l'acqua scorre sui vetri delle finestre e la luce all'interno è troppo fioca per leggere. La noia dei due bambini nella camera da letto buia e angusta divenne insopportabile. Winston gemeva e piagnucolava, chiedeva invano del cibo e correva da una parte all'altra della stanza mettendo tutto a soqquadro e prendendo a calci il battiscopa finché i vicini non picchiavano protestando sulla parete. La bambina più piccola si limitava a vagire di tanto in tanto. Alla fine sua madre disse loro: "Se fate i bravi vi compro un gioco, un bel gioco. Vi piacerà". Quindi uscì nella pioggia ed entrò in un piccolo spaccio nelle vicinanze, che apriva sporadicamente. Tornò con un scatola di cartone con l'occorrente per giocare a Scale e serpenti. Winston riusciva ancora a ricordare l'odore del cartone bagnato. Il gioco era in pessime condizioni. Il cartone era crepato e i piccoli dadi di legno erano intagliati così male da fermarsi a fatica sui lati. Winston guardava imbronciato e senza interesse. Ma sua madre accese una candela e si sedettero sul pavimento a giocare. Ben presto anche lui si appassionò al gioco e rideva di gusto quando i piccoli birilli salivano speranzosi le scale per poi scendere di nuovo lungo i serpenti, quasi al punto di partenza. Giocarono otto partite, vincendone quattro ciascuno. La sua sorellina, troppo giovane per capire le regole del gioco, guardava appoggiata a un guanciale e rideva perché ridevano gli altri. Per un intero pomeriggio erano stati felici, tutti assieme, come ai bei tempi.


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Mattia 13 gennaio, 2017 08:54

Gentile Pedante,

questo bel post era - come suggerisce il titolo - l'appendice letteraria di un altro post intitolato "il Ministero dell'Amore". A mio personalissimo avviso si trattava di uno dei post piu' riusciti in questo blog, che pur propone sempre analisi di altissimo livello.

Ma che fine ha fatto quel post?

Grazie per l'aiuto, e ancora complimenti per le godibilissime letture che ci offre

Mattia

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L'Im 12 dicembre, 2016 09:54

"If there is hope, it lies in the proles"

Lessi il libro parecchi anni fa, mi colpì e piacque immensamente, ma non l'ho mai riletto, pur avendo frequentato l'autore. Ricordo però questa frase distintamente, e mi colpisce ancora quanto sia profondamente vera. Questi proletari, che oggi si chiamano "ignoranti," "razzisti," "fannulloni" o "improduttivi".

"We are the new Indians" disse Fidel Castro riferendosi ai cubani (http://lanic.utexas.edu/project/castro/db/1990/19900324.html), ma come molte altre volte il suo sguardo andava molto più lontano. E come gli indiani, non vale la pena attendere che qualcuno ci salvi al posto nostro.

Una nota tecnica: se il Pedante tende a rifiutare l'attualità e pubblica i suoi articoli rigorosamente in ritardo rispetto alla cronaca (cosa che, incidentalmente, apprezzo), io (e forse altri) tendo a rimuginare a lungo su quello che leggo, e se mi viene in mente qualcosa da aggiungere, generalmente succede molto tardi. Mi farebbe per questo piacere avere la possibilità di ricevere notifiche di commenti a vecchi articoli che ho trovato particolarmente interessanti. Non so se questo sia fattibile tecnicamente, ma nel caso mi permetto di suggerire questa modifica.

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Alberto 18 novembre, 2016 18:26

Da alcuni giorni leggo questo blog.Magnifica scoperta,sono ammirato..Visioni politiche lucide,anticonformiste,senza apparenti pregiudizi ideologici che inquinino la sincera lettura dei fenomeni sociali e scritte con una precisione tagliente.Salvo un paio di post in cui dissento su alcune sottolineature ( di cui chiedero' qualche chiarimento ) i miei sinceri complimenti.Bravissimo,chiunque Lei/Voi sia/siate.

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Il Pedante 19 novembre, 2016 00:13

La ringrazio per le gentili parole.

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Alessandro 11 novembre, 2016 15:51

Buongiorno Pedante, ti seguo da qualche mese ma questa è la prima volta che ti scrivo.

Vorrei proporre a tutti una veloce riflessione su 1984.

Premetto con il dire che questa riflessione è ispirata a ciò che scrive Gioele Magaldi, venerabile maestro massone (il quale hai una volta citato in un tuo articolo http://ilpedante.org/post/dovete-parlare-di-guerra-civile-parte-i) che nel suo bestseller "Massoni" parla anche del "fratello" Eric Arthur Blair (in arte George Orwell).

A tal proposito scrive:

"Orwell sta avvisando l'opinione pubblica del suo tempo che, ove il progetto di Kalergi e di altri di costruire entità statuali sovranazionali (la cosidetta Pan-Europa e la futura UE) , volvesse entro un orizzonte di dominio extrademocratico, burocratico e tecnocratico da parte di elite neoaristocratiche fautrici di una qualche forma di "pensiero unico", il rischio sarebbe quello raccontato nel suo agghiacciante romanzo: anche per l'Occidente sarebbero prevedibili forme di governance antidemocratiche e liberticide..."

Che Orwell, in effetti, si stesse riferendo anche e sopratutto ai padri di questa UE, tra cui Kalergi, Monnet, Schuman, Otto van Habsburg e alle loro bizzarre idee di Paneuropa ? Che il loro progetto si stia realizzando a tappe forzate?

In ogni caso stiamo vedendo come il dissenso contro il globalismo, questa UE e in genere tutto l'establishment politically correct viene liquidato: in modo simile a come descritto da Orwell in 1984. E di cui tu ne fai una intelligente radiografia.

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oreste64 11 novembre, 2016 09:33

1984 è un libro bellissimo, e certo parla del totalitarismo, ma non solo. Non a caso l'ideologia si chiama "Engsoc", "socialismo inglese", e molte situazioni sono evidentemente britanniche, non prive di humour nero. Gli esempi poterbbero essere decine, ma un caso per tutti: il cambio di alleanze fra Oceanaia, Eurasia ed Estasia. Non va dimenticato che fino a tre anni prima (il libro è del 1948) Stalin era "zio Joe", una specie di Big Brother, alleato e padre dei popoli, bonario e simpatico. Poi diventa il Male assoluto, come Goldstein, e ci si dimentica delle alleanze precedenti. Non ricorda qualcosa? Ho visto recentemente un vecchio film con Sylvester Stallone (metà anni '80) dove i talebani sono eroi resistenti. Mi sono sentito (si parva licet) come Winston quando gli capita fra le mani la fotografia con i capi caduti in disgrazia. "De te (nobis) fabula narratur".

PS: Le pagine sulle cause della guerra continua andrebbero lette e rilette. Profetico è dire poco.

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Nat 11 novembre, 2016 00:29

Grazie, pedante. Purtroppo siamo già nei tempi in cui i figli vengono tolti alle donne, come le uova alle galline. E rammento adesso con un brivido che anche per giustificare questa oscenità si è ricorsi allo stesso sistema: "È un figlio dell'amore", è stato ragliato. E a farlo è stato un esponente della "sinistra", come ricorderai.

Anche per me 1984 è un libro fondamentale, ce l'ho impresso in testa quasi parola per parola.

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Alessandro 10 novembre, 2016 23:07

Pedante, ho letto 1984 alcune volte (4 o forse 5), e alla fine mi è sempre rimasta dentro una domanda che tra l'altro le è stata posta alcuni post addietro.

Perché?

Non c'è più nulla di umano in Wilson, quando esce dal Ministro dell'Amore, neppure i denti gli hanno lasciato. È un nulla che cammina, senza un passato (distrutto da Miniver), senza ragione (2+2=5), senza sentimenti (fatelo a lei, fatelo a Julia!). Un niente circondato da altro niente. E dunque, qual è il senso di questo annientamento?

Un altro lettore le chiese, quale fosse la ragione, per quei pochi eletti che governano il mondo attraverso un pugno di banche centrati di perseverare nell'autodistruzione. Hanno vinto, hanno stravinto.... eppure continuano inesorabili a marciare verso un mondo fatto di niente.

Perché?

Non è una domanda che le rivolgo direttamente, è solo il voler condividere un vuoto difficile da colmare.

/Alessandro

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Nat 11 novembre, 2016 00:37

Gentile @Alessandro, anche Winston si chiede "perché" e O'Brien gli dà la risposta: perché il potere risiede nel fare soffrire l'altro. È una delle lezioni più importanti del libro.

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Il Pedante 11 novembre, 2016 00:39

Caro amico, anch'io ho letto e riflettuto su quel testo giungendo alla conclusione che si tratta non tanto di una rappresentazione distopica (anzi) ma paradossale, dove le istanze deumanizzanti del totalitarismo sono assunte come l'unico polo della dialettica. La vicenda di Winston è paradigmatica ma anche claustrofobica, non lascia spazio a una dinamica sociale che pure deve esistere. L'oppressione vince e stravince nella vicenda ma non in chi legge e nemmeno nell'autore invisibile.

Sui moventi del potere si possono fare tante ipotesi, ma non mi allontanerei troppo dall'esperienza. Ciò che osserviamo è che, se è vero che le idee di O' Brien si stanno avverando (eccome), è forse vero che non esiste nessuno come O' Brien. Quel cinismo è dramatis personae del romanzo, ma nella realtà quell'ideologia si appoggia invece all'aspirazione di un bene, disorientata e confusa come quella di chi odia l'odio, esaltata come quella dei liberisti, folle come quella dei khmer, ma anche e soprattutto paurosa.

I razzisti hanno paura degli "altri", gli antirazzisti hanno paura dei razzisti, ma anche chi sta in alto ha paura: dei propri avversari, della propria incolumità, di una demografia fuori controllo, di perdere un consenso che lo salvi dalle proprie responsabilità, spesso terribili. Non si tratta allora di perdere qualche milione, insignificante per chi ha miliardi, ma di trovarsi fuori dal cono d'ombra di un potere alla mercé, anche letteralmente, della morte. Forse il vero dramma della diseguaglianza non è nella concentrazione della ricchezza, ma del potere. Chi lo detiene non può che concentrarne sempre di più per tutelarsi dalle conseguenze del potere stesso. E nel fare ciò non può che opprimere il restante universo, togliergli la vita e l'arbitrio, ridurlo a una larva che non possa nuocere. E odiarlo: ma come si odia una minaccia.

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Alessandro 11 novembre, 2016 09:54

Gentile @Il Pedante,

Straordinaria l’immagine del potere che deve continuamente accrescersi per preservare sé stesso: accrescersi e consumare tutto.

Mi ricorda il gioco della finanza che non ha altra alternativa se non fagocitare sempre piú economia reale, fino all'annientamento stesso del proprio sostentamento.

Grazie di cuore sia a lei che a Nat.

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Nat 11 novembre, 2016 09:58

È come dici. La fiducia, fidarsi degli altri, richiede coraggio, il coraggio di rischiare. Se non c'è questo coraggio, si può solo esorcizzare il terrore con la vertigine del potere. Non potendo fidarti di alcuno, non ti resta che schiacciarlo, costantemente.

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Vincenzo "El Eternauta" Oliva 13 novembre, 2016 21:38

Gentile @Il Pedante, "Forse il vero dramma della diseguaglianza non è nella concentrazione della ricchezza, ma del potere. Chi lo detiene non può che concentrarne sempre di più per tutelarsi dalle conseguenze del potere stesso. E nel fare ciò non può che opprimere il restante universo, togliergli la vita e l'arbitrio, ridurlo a una larva che non possa nuocere. E odiarlo: ma come si odia una minaccia." Ha ragione, si tratta di un meccanismo psicologico acclarato; e vale per il potere come per la ricchezza, che sotto molti aspetti sono la stessa cosa.

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ClaudioC 23 febbraio, 2017 11:07

Gentile @Il Pedante, sto rileggendo il libro proprio in questi giorni. Che capolavoro. A mio avviso, la tortura di O'Brien ha un risvolto anche filosofico, epistemologico, come lo stesso torturatore sottolinea. Ha a che fare con il senso di realtà.

Orwell ricorda a tutti che per quanto sia solido toccare un tavolo, la realtà è soggettiva in larga misura. Possiamo avere un atteggiamento filosofico oggettivista o solipsista e quindi essere o meno d'accordo con il relativismo di questa convinzione, di quanto la relatività effettivamente permei le nostre vite.

Tuttavia perlomeno nel dialogo questo sembra essere sempre vero: non esisterà mai la "argomentazione definitiva", la pistola fumante con cui mettere davanti al muro dell'evidenza un interlocutore per cui 2+2 potrebbe fare 5. La visione del mondo che costruiamo collettivamente E' il mondo, così come espresso nel concetto di storicità della scienza di Kuhn e poi Feyerbach.... o perlomeno così ho capito io. ;-)

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Il Pedante 23 febbraio, 2017 13:50

Gentile Utente, Lei ha certamente colto il punto sollevato da quel dialogo. Mi piace tuttavia richiamarLe questo passaggio del libro "Teoria e prassi del collettivismo oligarchico" consegnato da O'Brien a Winston prima dell'arresto:

«In Oceania at the present day, Science, in the old sense, has almost ceased to exist. In Newspeak there is no word for "Science." The empirical method of thought, on which all the scientific achievements of the past were founded, is opposed to the most fundamental principles of Ingsoc. And even technological progress only happens when its products can in some way be used for the diminution of human liberty»

Orwell individua proprio nella soppressione dell'«empirical method of thought» il modus cogitandi del regime e dell'oppressione. Sulla fondatezza ontologica del metodo empirico ho avuto occasione di confrontarmi proprio qualche giorno fa con un'amica. È vero, non possiamo dargli una radice cogente (lo sapeva già Hume), ma sappiamo che c'è e che funziona. E in fondo ciò è filosoficamente inevitabile, essendo il pensiero stesso incardinato su quel principio e non potendo quindi "pensare se stesso". Trovo pertanto fastidiose e malfondate le elucubrazioni di Kuhn - che lo portano, inter alia, a ritagliare una dignità di "scienza preparadigmatica" (eh?) alla psicoanalisi. Il metodo empirico non è storicizzabile.

In modo meno teoretico, Orwell ebbe modo di illustrare le sue idee sulla scienza come rigore di pensiero e non mero insieme di discipline entro cui confinare quel rigore, in suo articolo: http://orwell.ru/library/articles/science/english/e_scien.

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Maccio 10 novembre, 2016 15:57

Il mondo dell'uomo è un pollaio e uscire dal pollaio non è facile.

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Roland 10 novembre, 2016 14:15

"Se fate i bravi vi compro un gioco, un bel gioco. Vi piacerà": ecco la mercificazione dell’amore di una famiglia che, evidentemente, basa le relazioni interpersonali su base unicamente economica.

Questa è il tipo di famiglia che vorrebbero indurre a seguire per indebolire il singolo e portarlo verso una forma mentis atea: anche la figura del padre è stata sostituita dal Partito rappresentato da un fratello (sia pur grande).

Quello che si vuole demolire è l’immagine archetipica del padre come sostenitore economico gratuito, sostituendola con un’entità immaginata come un fratello maggiore amorevole.

La perdita della figura paterna, per persone che di maturo hanno solo l’aspetto esteriore, le fa ripiegare verso questa entità fittizia per trovare conforto.

Per riuscire in questo disegno bisogna fare un salto di qualità, che è un concetto incomprensibile a quelli che perseguono tale agenda: ecco perché falliranno.

Eppoi amare la Klingon, il Kazzaro, il “napolitano scalzo”…etc. ti permette di capirli e così di sgonfiare i loro disegni nascosti, facendo partecipare al gioco di potere forze indomabili (perché immateriali) che sono la vera base sostenitrice dei viventi.

Odiare significa non comprendere, così Wilson e Julia, odiando il Grande Frittello, non riuscivano ad amarsi veramente: ecco perché alla fine si sono traditi l’un l’altra. Dove c’è odio c’è divisione e la qualità della vita si riduce a materia: ecco che il corpo diventa più importante dello spirito.

Lao Tze, con la capacità di sintesi che solo i Taoisti hanno e che sembra mancare al Pedante, dice:

“Nome o corpo, quale è più caro?

Corpo o beni, quale conta di più?

Guadagno o perdita, quale è peggio?

Perché, quanto maggiore è la parsimonia tanto maggiore è la spesa; più grandi sono i tesori più grande è la perdita.

Colui che sa soddisfarsi non sarà confuso.

Colui che sa dove stare non è in pericolo.

Egli può sussistere a lungo”.

E siccome amo anche il presidente USA votato recentemente, vi posso svelare quello che sta per fare in questa situazione di estremo pericolo: opererà semplicemente sulle questioni più chiare e lampanti; sarà assillato da ogni lato e non si crederà a quello che dice, ma metterà comunque in gioco la sua vita per seguire la sua volontà.

La volontà è la capacità di ogni essere umano di trasformare il mondo, e, guarda caso, che non è un caso, ci viene proprio e prevalentemente dal padre, che anche nella legislazione romana ha una figura emblematica ed esemplare e nella religione cristiana addirittura divina.

Quello che si sta cercando di smantellare è proprio questo archetipo: esseri privi di volontà sono facilmente schiavizzabili.

Ma per fare questo dovranno vedersela con lo Spirito (pensiero per loro incredibile... perché non amano)!

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Il Pedante 10 novembre, 2016 14:39

La ringrazio per il contributo esegetico, che non condivido.

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Aquilano 10 novembre, 2016 00:47

D.H. Lawrence: è meglio leggere 10 volte lo stesso libro che una volta dieci libri diversi. Non ricordo il passo citato dal pedante, quindi credo sia ora di leggere per la terza volta 1984. Da diversamente europeo quale sono (su indicazione di Alberto, maledetto poliglotta...) lo leggerò ovviamente in italiano e, seppure con la solita voracità, con difficoltà. È un testo che dipinge una realtà grigia, pesante, angosciante, dura, tagliente. È tutto tranne che evasione, al contrario è l'esatta e puntuale descrizione nei minimi particolari della prigione nella quale le nostre esistenza fluiscono.

Credo che valuterò ancora qualche giorno la terza lettura...

Nel frattempo proverò a considerare se oggi c'è ancor spazio per l'amore e visto che qui dentro (dentro la prigione delle nostre miserie...) è tutto così difficile e i momenti di evasione così rari (prestame 'ssa coccia che me voglio riposà cinque minuti...) proverò a valutare in alternativa ad interessarmi a letture di calcio, giardinaggio, politica o pornografia.

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x 09 novembre, 2016 17:24

Non e' la prima volta che leggendo il Pedante e osservando la "realta" mediatica mi viene in mente Orwell.

Anakyn. Fondamentale leggere "1984" ma anche "la fattoria degli animali", entrambi (spese il secondo) scritti pensando alla' URSS stalinista ma paradigma di qualsiasi totalitarismo.

Hitler e Pol Pot (tra gli altri) erano convinti come pochi di agire per amore del proprio popolo. Di piu': per amore dell' umanita'; daltronde. ...

1984 non è un romanzo: È un programma di governo!

Volevo fare una domanda se qualcuno mi può rispondere: possibile che il "libro proibito" di Goldistan fosse tratto dai "Saggi dei Savi di Sion" (che è a sua volta un bellissimo romanzo)?

(citare quel libro in qualsiasi contesto prefigura uno Psicoreato. Temo....)

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Il Pedante 09 novembre, 2016 23:12

Gentile @x, non ho letto i Protoccoli di Sion che a loro volta, da quel che so, sono una collettanea di altre opere e intuizioni. Comunque mi ha incuriosito.

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Anakyn 10 novembre, 2016 13:01

Gentile @x,

la "Fattoria degli Animali" l'ho letto un paio di volte, di cui la prima ai tempi delle superiori con il nostro prof. di inglese.

Se "1984" fosse a quel livello, sarebbe una lettura obbligatoria.

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Il Pedante 10 novembre, 2016 14:36

1984 è l'opera più alta di Orwell e tra le più alte della letteratura mondiale. Non penso di esprimere un parere.

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Mikez73 10 novembre, 2016 15:32

Gentile @Il Pedante,

i protocolli sono il modello dell'hate speech, l'antisemitismo è l'ur-modello dell'hate speech.

A tal proposito, faccio lo psicoavvocato dello psicodiavolo, perché uno psicopoliziotto potrebbe venire a dire che "intuizioni" non è una scelta lessicale corretta. Si intuisce una verità, non una menzogna.

Una volta una sera lessi a degli amici piddini la parte dei protocolli sul debito pubblico, su come debba essere utilizzato per tenere in schiavitù le nazioni straniere. Non potrò mai scordarmi la loro faccia, il gelo che scese in sala, nonostante la perturbazione che volevo portare io nella stanza non era quella che intesero loro. In ogni caso, ah! la faccia del piddino di fronte all'Unheimlich!

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Enrico Pesce 11 novembre, 2016 09:11

Gentile @Anakyn,

1984 è l'Opera. Non sono d'accordo con il Pedante che contenga le pagine più alte della letteratura di ogni tempo ma, in questo tempo, è l'Opera, quella da leggere e tenere sempre a mente, se una sola.

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Ansel 11 novembre, 2016 19:04

Gentile @Mikez73, " Una volta una sera lessi a degli amici piddini la parte dei protocolli sul debito pubblico, su come debba essere utilizzato per tenere in schiavitù le nazioni straniere"... a quale scritto si riferisce?

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Mikez73 14 novembre, 2016 16:32

Gentile @Ansel,

mi riferisco ai "Protocolli dei Savi anziani di Sion", per la precisione la seconda edizione italiana, del 1938; protocollo XX, pag. 132-145, in cui si parla del programma finanziario.

Poche, pochissime cose sono sicure nella vita, per la precisione solo 3, le tasse, la morte e che i Protocolli dei Savi di Sion siano un falso.

Detto ciò, a pagina 138 nel paragrafo intitolato Debito Pubblico dal curatore italiano (G.Preziosi) si legge:

"[…] Ogni prestito dimostra la debolezza del governo e la sua incapacità a comprendere i proprii diritti. Ogni prestito, come la spada di Damocle, pende sulla testa dei governanti, che invece di prelevare certe somme direttamente dalla nazione per mezzo di una tassazione temporanea, vanno dai nostri banchieri col cappello in mano. I prestiti all'estero sono come sanguisughe che non si possono distaccare dal corpo del governo, finché non cascano da sé, finché il governo non riesce a sbarazzarsene. […] Fin tanto che i prestiti erano interni, i Gentili non facevano che trasferire il denaro dalle tasche dei poveri in quelle dei ricchi; ma da quando riuscimmo, corrompendo chi di ragione, a far sostituire prestiti all'estero a quelli all'interno, tutte le ricchezze degli Stati affluirono nelle nostre casseforti, e tutti i Gentili principiarono a pagarci ciò che si può chiamare tributo."

Penso basti, anche se la citazione era più lunga. Agli amici piddini volevo solo far notare che la fola del debito pubblico quale colpa atavica degli italiani ladri non è che fosse questa grande novità della Storia, forse neppure una colpa, una robina dell'800 finita pure nel libraccio orrendo. Ma dal loro sguardo direi che l'unica cosa che hanno sentito risuonare nella loro testa piena di vuoto è stata la parola Tabùùùùùù.

Comunque, in memoria della mia vecchia professione, consiglierei il libro di Cesare G. De Michelis, Il manoscritto inesistente, Marsilio, in cui si trova un'accurata analisi filologica, concentrandosi soprattutto sugli antecedenti russi. In appendice il testo dei Protocolli (in questo il protocollo sul programma finanziario è per esempio il XIX) ri-tradotti direttamente dallo studioso italiano, e con evidenziate in corsivo le parole e le frasi che i falsari copiarono dalla fonte principale, cioè i "Dialoghi all'Inferno tra Machiavelli e Montesquieu" di Joly, del 1864.

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Mikez73 16 novembre, 2016 22:08

Gentile @x,

siccome la Sua domanda mi ha incuriosito, ho fatto un po' di ricerche in rete. Non c'è che dire, Wiki (inglese) su Orwell va forte. C'è una pagina solo sul libro di Emmanuel Goldstein e la sua "The theory and practice of oligarchical collectivism", dove si può leggere che il termine "collettivismo oligarchico" è in effetti molto simile alla teoria sul "collettivismo burocratico" avanzata da alcuni Trotskisti alla fine degli anni '30.

"Leon Trotsky is the likely model for Orwell's Emmanuel Goldstein: a former member of the Party inner circle who had been purged and declared an enemy by the Soviet state he had helped to found, and subsequently a critic of its social system in exile, as Goldstein critiques the system of Oceania. However, the bureaucratic collectivist theory was formulated not by Trotsky, but by some of his followers mainly in the United States who dissented from his view of the Soviet Union as a degenerated workers' state […]. For these reasons, some scholars such as James M. Decker have identified Goldstein's book as a parody of Trotsky's real-life book 'The Revolution Betrayed', while others such as Carl Freedman have instead compared to works such as ex-Trotskyist James Burnham's 'The Managerial Revolution'."

Il fatto è che il libro di Burnham in realtà scopiazzava quello del comunista italiano Bruno Rizzi "La burocratizzazione del mondo", uscito a Parigi nel 1939, plagio ben descritto dalla pagina wiki-italia su Rizzi:

"La critica fatta da Trockij alle posizioni di Rizzi, una volta ricevuti i materiali che poi andranno a comporre 'La Bureaucratisation du Monde', trovò pronta espressione nella stampa militante della Quarta Internazionale (The New International), attirando subito l'attenzione di uno dei massimi esponenti del partito trockista statunitense, James Burnham; il quale di lì a poco si sarebbe imposto come l'autore del celebre 'The Managerial Revolution' (1941) e che, nel volgere di qualche anno, si distinse come uno dei più agguerriti intellettuali statunitensi a favore della guerra fredda. Oggi sappiamo con certezza che 'The Managerial Revolution' è uno smaccato plagio de 'La Bureaucratisation du Monde' di Bruno Rizzi.

La questione del plagio operato da Burnham aveva per la verità subito attirato l'attenzione di vari osservatori molto vicini o addirittura interni al milieu della Quarta Internazionale […]. Isaac Deutscher e Dwight MacDonald, per esempio, avevano subito dichiarato in termini molto espliciti la loro convinzione che Burnham non avesse fatto altro che divulgare l'idea fondamentale, senza peraltro mai citarla, enunciata per la prima volta ne 'La Bureaucratisation du Monde'.

Va tuttavia segnalato che, mentre gli esiti cui giungevano nelle rispettive opere erano del tutto diversi, Burnham utilizzava gli stessi strumenti di analisi e le medesime argomentazioni già fatte proprie da Rizzi. Vi sono inoltre buoni motivi per supporre che George Orwell, già severo critico di Burnham, abbia utilizzato il pamphlet di Burnham come fonte ispiratrice per il suo capolavoro, 1984. Se la visione esposta da Burnham sembra aver fornito uno stimolo per l'opera di Orwell, ciò che emerge dal quadro complessivo del suo lavoro è molto più vicino ai timori e agli incubi cui aveva dato voce l'opera di Rizzi. James Burnham, in realtà, esprimeva nel suo scritto una dose non irrilevante di ottimismo nella valutazione degli sviluppi in atto durante i primi anni della Seconda guerra mondiale. Se dunque Burnham ha ripreso quasi alla lettera la teoria di Rizzi, è più che probabile che la vera fonte della distopìa orwelliana sia stata proprio La burocratizzazione del mondo. Sussistono per cui alcuni fondati elementi che fanno ritenere che, mentre Rizzi si trovava a Londra in compagnia di alcuni militanti trockisti, abbia potuto incontrare Orwell esplicitando di persona il suo punto di vista circa il processo di burocratizzazione in atto."

Ora, benché Rizzi sia stato effettivamente a Londra nel corso del 1939 non mi pare che ci siano prove né che si sia incontrato con Orwell né che Orwell abbia letto il suo libro. Invece è sicuro che Orwell avesse letto attentamente Burnham tanto da scriverci sopra un breve saggio, "Second thoughts on James Burnham" del 1946, in cui cita un sacco di altra gente e di altri libri, ma di Rizzi manco l'ombra:

"It will be seen that Burnham's theory is not, strictly speaking, a new one. Many earlier writers have foreseen the emergence of a new kind of society, neither capitalist nor Socialist, and probably based upon slavery: though most of them have differed from Burnham in not assuming this development to be inevitable. A good example is Hilaire Belloc's book, 'The Servile State', published in 1911.

'The Servile State' is written in a tiresome style, and the remedy it suggests (a return to small-scale peasant ownership) is for many reasons impossible: still, it does foretell with remarkable insight the kind of things that have been happening from about 1930 onwards. Chesterton, in a less methodical way, predicted the disappearance of democracy and private property, and the rise of a slave society which might be called either capitalist or Communist. Jack London, in 'The Iron Heel' (1909), foretold some of the essential features of Fascism, and such books as Wells's 'The Sleeper Awakes' (1900), Zamyatin's 'WE'' (1923), and Aldous Huxley's 'Brave New World' (1930), all described imaginary worlds in which the special problems of capitalism had been solved without bringing liberty, equality, or true happiness any nearer.

More recently, writers like Peter Drucker and F.A. Voigt have argued that Fascism and Communism are substantially the same thing. And indeed, it has always been obvious that a planned and centralised society is liable to develop into an oligarchy or a dictatorship." (fonte http://orwell.ru/library/reviews/burnham/english/e_burnh.html)

Ciò non toglie che il libro di Rizzi resti "il libro più sconosciuto del secolo", come lo definì Guy Debord sulla quarta di copertina dell'edizione francese del 1983 da lui curata. Se non altro ebbe notevole influenza sia sull'opera di Burnham (e tramite questa indirettamente su Orwell) sia su quella dello stesso Debord.

Al momento è disponibile un'edizione italiana molto bella, ricchissima di materiale documentale, curata da Paolo Sensini per le edizioni Colibrì.

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Il Pedante 16 novembre, 2016 23:10

Ottima ricerca, non conoscevo né Rizzi né il suo libro, me li procuro.

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Erik Babini 09 novembre, 2016 15:42

Grazie.

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Anakyn 09 novembre, 2016 15:41

Splendida pagina davvero: il libro si chiude così?

Non l'ho ancora letto ma mi sa che questa è la volta buona.

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Il Pedante 09 novembre, 2016 15:45

No. Il libro si chiude con l'annullamento psichico del personaggio e la sua morte fisica. Quell'immagine squarcia il gelo del finale solo per un attimo, ma rimane ai lettori come un testamento.

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Lorenzo 10 novembre, 2016 09:21

Gentile @Il Pedante, gentili Lettori,

suggerisco anche la lettura dell'altro classico della letteratura distopica inglese del '900, cioè 'Brave New World' di Aldous Huxley (ed. Italiana, 'Il mondo nuovo'), dove si ritrovano sorprendenti analogie con quel colorato, pseudo-umanitario e falsamente rassicurante totalitarismo 'pop' di cui si è discusso spesso sul blog di Orizzonte48.blogspot.it.

Alla fine della lettura, chissà, potreste anche voi concludere che un mondo siffatto non è poi così male (e non sareste i primi a pensarlo, leggero brivido...).

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Marco 10 novembre, 2016 14:29

Gentile @Lorenzo e Gentile Pedante,

per amor di completezza e rimandendo nel distopismo pedante mi permetto di suggerire anche io:

Evgenij Ivanovič Zamjatin - Noi

Antecendente sia ad Orwell che ad Huxley, quindi anticipatorio, forse addirittura più violento e se mi permette a mio modestissimo parere addirittura meglio scritto.

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Lorenzo 11 novembre, 2016 10:59

Gentile @Marco,

non ho ancora letto 'Noi' ma conosco abbastanza bene tutto il dibattito sui suoi legami con Huxley e Orwell.

Visto che non leggo il russo (in una altra vita, magari), puoi suggerirmi, se puoi e a tuo avviso, la traduzione italiana più rispondente allo stile dell'autore?

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Marco 14 novembre, 2016 19:29

Gentile @Lorenzo,

purtroppo nemmeno io leggo il russo e ho letto una sola traduzione (non so se ce ne sia più d'una).

ciao!

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