Il Ministero della Verità

16 giugno, 2018 | 22 commenti

Questo articolo è apparso in versione leggermente ridotta e riadattata su La Verità del 15 giugno 2018.

Nella mattinata di mercoledì 6 giugno ho avuto il piacere di partecipare ai lavori del convegno Propaganda in the EU organizzato da Marco Zanni nelle sale del Parlamento Europeo a Bruxelles, dove ho presentato il personaggio e i lavori de Il Pedante (qui le slide). Nel corso dell'evento è stato denunciato con forza il fenomeno della «lotta alle fake news» con cui si mira, anche nel nostro Paese (leggasi l'inquietante DDL Gambaro, n. 2688), a limitare la libertà di espressione sulla rete internet adducendo la «falsità» e l'«odio» di alcuni suoi contenuti. A modesta integrazione di quanto è già stato detto in quella sede, mi piace sviluppare qui una riflessione pedante sul tema.

Il punto più dirimente e rivelatore del baraccone giuridico delle «fake news» è naturalmente il fatto che, nella pratica quando non anche nella teoria, si indirizza solo alle informazioni diffuse «attraverso piattaforme informatiche» (DDL Gambaro, art. 1), cioè su internet e i social network, facendo salvi i canali della stampa «accreditata» e delle istituzioni. Come ha esemplificato Marcello Foa, le notizie false, anche solo per distrazione o conformismo, sono però «democratiche» e toccano tutti, dall'anonimo commentatore di Twitter alle segreterie di Stato. Le bufale della provetta di Colin Powell, dell'esecuzione dell'ex fidanzata di Kim Jong Un o della morte del giornalista e dissidente russo Arkadij Babchenko, che colpivano rispettivamente i governi nemici dell'Iraq, della Corea del Nord e della Russia di Vladimir Putin (soddisfacendo così anche i requisiti dell'«odio») o, ancora, le accuse senza prove rivolte al governo siriano in una serie di attacchi alla popolazione civile o a quello russo nell'attentato all'ex spia Sergej Skripal, trovavano spazio anche su testate giornalistiche considerate autorevoli e prestigiose. Riferendo sui temi economici, Alberto Bagnai ha documentato nel suo intervento casi di informazioni non veritiere diffuse in televisione e sui giornali (ad esempio qui, qui o qui) e poi sbugiardate dagli utenti dei social network in modo così virale da costringere in certi casi gli autori a scusarsene. Il senatore leghista dimostrava così che la gerarchia ad auctoritatem sottesa al paradigma delle «fake news» può essere ribaltata e che la pluralità delle voci, riflettendo una pluralità di interessi, costituisce la miglior polizza contro l'impunità del falso.

Da una ricerca recentemente commissionata dall'agenzia di stampa Reuters all'Università di Oxford è emerso che in Italia non più del 3,5% degli utenti internet ha consultato siti internet di «fake news» nel 2017, laddove, ad esempio, i siti di Repubblica e del Corriere della Sera raggiungevano rispettivamente il 50,9% e il 47,7% del pubblico. E ancora, che il tempo trascorso mensilmente sui siti internet identificati come «inaffidabili» da «fact-checker indipendenti e altri osservatori» non superava i 7,5 milioni di minuti: l'1,7% di quelli spesi su Repubblica (443,5 milioni), il 2,5% di quelli spesi sul Corriere (296,6 milioni). Anche nei bassifondi di Facebook, così temuti dai benpensanti, le interazioni con il sito di Repubblica superavano di ben 35 volte la media delle citazioni dei siti incriminati (14 volte nel caso del Corriere). Ora, è evidente che un'informazione scorretta cagiona danni tanto più gravi quanto è maggiore la sua diffusione e l'autorevolezza percepita di chi la produce. Sicché, se si volesse davvero arginare la piaga delle «fake news» sarebbe logico concentrare l'attenzione e l'eventuale vis sanzionatoria sui più blasonati prodotti dell'industria mediatica e televisiva, non sulle periferie strampalate o carbonare del web. Ma poiché ciò non avviene - e avviene anzi il contrario - è facile intuire l'effetto oppressivo di queste misure, al netto delle intenzioni o illusioni di chi le promuove. Giacché tutti possono commettere errori, discriminarne le conseguenze fonda i presupposti di un monopolio del falso.

***

Mentre i relatori spendevano parole giustamente infuocate contro queste avanguardie censorie camuffate da morale di Stato, riflettevo sul fatto che un rischio così enorme per l'equilibrio democratico delle nostre comunità sembra essere non solo scarsamente percepito dai fruitori dell'informazione, ma in certi casi addirittura invocato come una garanzia. L'ascesa propedeutica dei «cacciatori di bufale» sul web - quasi sempre monotoni apologeti di una narrazione dominante in senso letterale, cioè di chi domina nei rapporti politici, economici e sociali - segnala un bisogno non tanto di verità, ma di identificare la verità con il potere in carica per realizzare l'«illusione fondamentale» della propria «credenza in un mondo giusto» (M. J. Lerner 1980). Che questo bisogno si rinforzi e si coltivi in un contesto di chiara flessione della fiducia nelle istituzioni in senso ampio - politiche, ma anche economiche, culturali, scientifiche ecc. - si spiega in alto come un tentativo di dogmatizzare messaggi sempre più miseramente traditi dalla prova empirica, in basso come un denial psicologico per non dissipare gli investimenti, in primis emotivi e reputazionali, profusi nell'aderire a quei messaggi. Come nella fiaba del lupo di Fedro, i fallimenti della pars dominans si addebitano ai soccombenti che li denunciano: i «falsari» come i «fascisti», i «populisti», i «rancorosi» e gli «ignoranti» sono gli antagonisti di carta su cui dovrebbe misurarsi l'alta, difficile e sofferta missione dei dominatori, rinverginati perché alle prese con rischi rigorosamente «epocali».

In punto di metodo, se è vero che la «lotta alle fake news» minaccia la democrazia, la sua accettazione segnala che quella minaccia si è già concretizzata a monte e sta già producendo i suoi effetti. Il fatto stesso che se ne debba discutere, che solo si prenda in considerazione l'idea di riservare ai forti il diritto di zittire i deboli, fa arretrare la linea dello scontro non già su chi attacca ma su chi, attaccato, si consegna al nemico. Perché la democrazia non prevede la disseminazione dei poteri, anche di parola e di critica, come una nota a margine, ma vi si fonda per intero affinché dalla contrapposizione degli interessi e delle idee emerga per correzione reciproca la migliore approssimazione di ciò che è «giusto» e «vero» per tutti.

Sarebbe tuttavia poco limitare l'allarme al requisito democratico, perché l'arretramento sotteso a questi dibattiti è così rocambolesco e puerile da travolgere il buon senso politico, e non solo, degli ultimi due o tre millenni. L'incompatibilità tra verità e potere è ontologica: non perché i potenti mentano (lo fanno spesso, possono non farlo) ma perché la prima è un giudizio, il secondo un atto che, per la costruzione dei concetti, è sempre assoggettabile a un giudizio. In epoche remote quell'incompatibilità era talmente ovvia che anche il più dispotico dei monarchi ambiva ad assicurarsi (con alterne fortune) l'appoggio dell'autorità religiosa per accreditare i suoi messaggi: perché era inconcepibile che la verità si incarnasse negli uomini in quanto potenti e tanto più se potenti, portatori cioè di enormi, spesso inconfessabili interessi. Ciò a cui si assiste oggi è il tentativo farsesco di recuperare, svuotandolo, quel paradigma predemocratico sostituendo al certificatore celeste i certificandi governi e ai ministri divini le commissioni, gli osservatori «indipendenti» e i debunker assoldati dal principe.

Così la coazione al «progresso» produce un regresso al cubo, un cortocircuito all'insegna di una teologia laica dove il governo degli uomini diventa il surrogato feticcio di un inquisitore senza dio, di un pastore del mondo «venuto nel mondo per rendere testimonianza alla verità» (Gv 18,37). La spavalda ebbrezza del progressista di sentirsi «adulto» per avere irriso e negato le consuetudini, i miti e le «superstizioni» del passato lascia un vuoto in cui torna la nostalgia di un padre onnisciente a cui affidarsi per discernere il vero. Ma avendolo freudianamente ucciso, si rigetta nello stesso fango da cui voleva risorgere, con la stessa fede. In questa illusione circolare, di consegnarsi legati al problema per liberarsi dal problema, il bisogno disperato di un'informazione veritiera diventerebbe allora, in modo certo e definitivo, senza speranza.


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Mario M 24 giugno, 2018 14:35

Falsi clamorosi si sono formati e consolidati riguardo a due importanti eventi storici: la scoperta dell'America e il processo a Galileo. Oggi, sulla scorta di acute riflessioni di due storici, ci sarebbe motivo per riconsiderare le due vicende. Ma ho l'impressione che, oltre al Ministero della Verità e al Monopolio del falso, agiscano potenti forze nella psiche degli uomini, anche dei più vigili, che impediscono di mettere in discussione fatti che si danno per acquisiti.

Scriveva Victor Serge: "Mi riconosco il merito di avere visto chiaro in alcune circostanze importanti. La cosa in sé non è difficile eppure è poco comune. Non credo che dipenda dall'intelligenza alta o sveglia, ma piuttosto dal buon senso, dalla buona volontà e da un certo coraggio nel superare l'influenza dell'ambiente e una tendenza naturale a chiudere gli occhi sui fatti, tendenza che proviene dal nostro interesse immediato e dalla paura che ci ispirano i problemi. "Quel che c'è di terribile quando si cerca la verità" diceva un saggista francese, "è che la si trova"".

Ma torniamo a Colombo e Galileo.

Secondo il matematico e storico Umberto Bartocci, Cristoforo Colombo sapeva di andare a scoprire un nuovo continente, perché all’epoca si conosceva il valore della circonferenza terrestre (era stato calcolato con buona approssimazione da Eratostene quasi 2000 anni prima) e si conosceva la distanza fra l'Europa e la Cina, per via dei commerci che si erano stabiliti da tempo, attraverso la via della seta; quindi Colombo non poteva essere così stolto da pensare di raggiungere la Cina secondo la formula “buscar el levante por el poniente”. Fu lo stesso Colombo a mettere in giro la voce di avere voluto raggiungere l'Asia, forse per non riconoscere il bagaglio di tecniche di navigazioni e di conoscenze geografiche acquisite al centro di studi nautici di Sagres in Portogallo. Fu anche misterioso riguardo alle sue origini, che non potevano certo essere quello di un umile lanaiolo di Genova , altrimenti come avrebbe potuto rivolgersi ai regnanti di Portogallo e Spagna. Al contrario, secondo Bartocci, Colombo doveva essere il rappresentante di una potente aristocrazia, ma che non poteva troppo esporsi .



Galileo Eretico è il titolo del libro di Pietro Redondi del 1984, che venne recensito da due importanti uomini di cultura come Italo Calvino e Giovanni Maria Pace. Secondo Redondi, Galileo fu oggetto di un processo di copertura, per mascherare un’accusa ben più grave che era stata lanciata dall’avversario Orazio Grassi, anche architetto e astronomo del Collegio Romano. “Serpe lacerata, scorpione, balordissimo, solennissima bestia “ erano gli insulti scritti da Galileo nel Saggiatore rivolti al gesuita. Questi trovò nella professione atomistica di Galileo un grave elemento di accusa di eresia, perché con l’atomismo si veniva a negare il dogma della transustanzazione, mentre il geocencentrismo non era un dogma.

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The Max 22 giugno, 2018 09:42

Un giorno ci spiegherà come un laureato in lettere moderne è finito a fare il consulente nel campo della distribuzione del gas.

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Armando 21 giugno, 2018 19:21

Io non credo che la campagna contro le Fake News con corredo di leggi e leggine varie verrà mai portata avanti.

Per me è un po' la stessa cosa di quando le Autorità premiano le Imprese Che Si Sono Distinte.

In realtà, ai politici e agli amministratori non gliene frega niente.

Lo scopo è di queste manifestazioni è premiare sé stessi, mostrando all'opinione pubblica quanto stia loro a cuore le sorti del settore produttivo del Paese, mentre invece, in buona parte dei casi, sono semplicemente indifferenti.

La storia delle Fake News è più un premio che viene dato dal Potere ai loro supporter, un modo di dire "apprezziamo che crediate alle nostre palle, che ingurgitiate la stessa merda tutti i giorni e faremo una lotta senza quartiere a quei cattivoni che hanno il coraggio di non gradire il menù o, peggio, di proporre portate alternative, come ad esempio, horribile dictu, del finissimo cioccolato."

Lodano se stessi e la loro truppa in un momento per loro obiettivamente difficile.

E' noto che la Censura attira l'attenzione sull'Opera oggetto di riprovazione.

L'Indice è stata una benedizione per molti autori i quali, anche se per la loro bravura sarebbero stati letti comunque, hanno avuto un seguito moltiplicato proprio grazie alla sanzione della Chiesa.

Non penso che i Nuovi Censori scenderanno in campo.

Se lo facessero, sarebbe un grosso aiuto.

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Mario M 19 giugno, 2018 13:44

Mi chiedo se la costruzione dei miti in epoca precristiana, e il successivo racconto con corredo di santi, martiri e miracoli possano inquadrarsi come un prodotto del monopolio del falso da parte delle classi dominanti.

Mentre oggi la falsa conquista dello spazio, della luna, e le altrettanto false bombe atomiche o termonucleari sono come un’evoluzione dei precedenti racconti e favole per adulti.

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Chinacat 22 giugno, 2018 21:59

Gentile @Mario M,

credo che un paio di esempi concreti possano offrire una parziale risposta al suo quesito.

Giulio Cesare, nel 63 a.c., si fece attribuire (pagando) la carica di "pontifex maximus", ruolo che rivestiva grandissima importanza nella vita religiosa dei romani; soltanto dopo iniziò la scalata al potere.

Ancora prima, nell'Atene del V secolo a.c., il buon Alcibiade fu "eliminato" politicamente dall'oligarchia grazie ad uno scandalo religioso, la mutilazione delle Erme.

Più che di "monopolio del falso", credo che Sorel avrebbe parlato di "monopolio del mito"e le falsità, come anche il corredo di santi, martiri e miracoli, sono mezzi per un fine. Leonida alle Termopili non è forse una perfetta combinazione di "miracolo & martirio"?

Personalmente credo ci sia da imparare un sacco dalla "Storia": a patto, prima, di aver letto con molta attenzione Marc Bloch. La Storia vista solo dall'Alto, stile Erodoto, non insegna nulla. E' decisamente più utile Tucidide.

Chinacat

PS

Mentre Cesare era impegnato in Gallia, scriveva. I suoi scritti, confluiti poi nel De Bello Gallico, venivano intanto spediti a Roma, riscuotendo un successo spettacolare nella plebe romana. Non influenzò più di tanto l'oligarchia al potere (i Senatori) che diventarono ancor più ostili ma influenzò la classe NON dominante e cioé la plebe. Quando poi, per usare un linguaggio moderno, la sua base elettorale cambiò (dalla plebe ai legionari), cambiò anche il modo di utilizzare il suo monopolio del falso. Sempre balle erano ma diverse: gli argomenti che funzionavano con i cittadini romani NON funzionavano con i legionari romani.

Esempio lampante di come il "monopolio del falso" sia sempre da mettere in relazione alla struttura sociale e politica ed anche economica che si vuole analizzare. Oltre all'Alto (si chiami Imperator oppure Cancelliere) c'è il Basso (siano sudditi o cittadini) ed il monopolio del falso li collega.

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Gry 23 giugno, 2018 21:58

Gentile @Mario M, ci puoi illuminare sulla questione delle false bombe nucleari? Frequento siti complottisti, ma non l’ho mai sentita...

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Ippolito Grimaldi 19 giugno, 2018 09:13

Aspettiamo le nomine RAI per ristabilire la Verità in questo paese.

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Il Pedante 19 giugno, 2018 12:39

Ciò confliggerebbe con quanto argomentato nel testo.

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Myollnir 20 giugno, 2018 11:46

Gentile @Il Pedante,

Io avanzerei una proposta più semplice, ed a costo zero:

1) Vendere la RAI a Murdoch (ci si guadagnano anche dei bei soldini, e si dà undispiacere anche a Berlusconi).

2) Abolire l'Ordine dei giornalisti, che confligge clamorosamente con l'art. 21 della Costituzione "cchiùbbell do munn"; potrei al limite tollerare un ristretto "Ordine dei direttori responsabili", ma ho molti dubbi anche su questo.

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Il Pedante 20 giugno, 2018 12:17

Non capisco in che modo e misura il problema sarebbe una RAI pubblica o l'esistenza di un Ordine dei giornalisti.

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Myollnir 20 giugno, 2018 15:44

Gentile @Il Pedante,

Giusto: io ho fatto un'affermazione, io la devo spiegare.

1) Vendere la RAI: vediamo come se la cavano i vari Fabiofazi sul libero mercato: li assumerà tutti Cairo? Oggi all'una ho visto il TG2, uno dei più maleodoranti contenitori di pseudoverità precotte, un TG per cui l'ottantenne che spara all'ex moglie davanti al notaio e poi si spara entra nelle statistiche dei femminicidi., Oggi era il trionfo del Giornalista Collettivo (*) prima sull'immigrazione (quanto è bravo l'Afgano che si è rifatto una vita a Bolzano!, e via altri quattrro o cinque servizi), poi sul perfido Trump che fa piangere i bambini, infine sugli immancabili cambiamenti climatici. Ecco, prima o poi arriverà qualcuno che si rende conto che si possono fare buoni ascolti anche sul modello Fox. Non che sia tutto oro colato, ma giusto per sentire ogni tanto l'altra campana.

2) Ordine dei giornalisti: quella corporazione che censura i giornali, e se del caso sospende i giornalisti, se pubblicano le decapitazioni dell'ISIS, ma si genuflette a chi pubblica la foto (artefatta!) del piccolo Aylan.

Sono decenni che è in mano al politicamente corretto, è certamente una parte non piccola del problema. Come se poi l'OdG riuscisse ad evitare che si pubblichino balle, statistiche taroccate (ho studiato statistica abbastanza seriamente, so quello che dico), articoli-marchetta.

(*) Giornalista Collettivo è una bella definizione di Ferrara, prima che perdesse la testa per Hillary Clinton e poi per Monti e poi per Renzi e poi per Macron e ora non so: Juncker? La Merkel?

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Bombadillo 18 giugno, 2018 18:16

Carissimi,

in effetti il nostro Ospite ha ragione: il diritto serve al debole, non al forte, perché il forte si tutela da solo. Che il diritto voglia essere utilizzato per zittire i deboli, quelli con minor mezzi, risulta piuttosto paradossale. Almeno ieri i forti utilizzavano la forza, magari rivestita di pseudo-argomenti, ma senza voler negare al debole anche la possibilità di una (per altro inutile) replica (vedi la famosa favola).

Altrettanto paradossale sarebbe sostenere che non di deboli si tratta, ma di forti, in quanto "finanziati da Putin" -che ovviamente è l'artefice di ogni loro sconfitta-; perché dovrebbero sostenerlo loro che hanno accusato da sempre gli stessi deboli di essere complottisti. Se non è complottismo questo?

Su una cosa, però, continuo a non essere d'accordo.

Questo paragone che ritorna, anche e soprattutto ora, per il ruolo della Lega, tra il Barbarossa e la Merkel, mi pare davvero ingeneroso. Il problema della Germania attuale è proprio l'incapacità di essere Paese leader, di non saper vincere (come mostrano, adesso che l'aria sta cambiando, che non sapranno perdere: del resto, sono due facce della stessa medaglia), di essere rimasti, come i barbari loro progenitori, al vae victis (vedi il caso Grecia).

Il Barbarossa no, era un vero imperatore di un impero che, non a caso, era romano, con una visione organica.

Io rimango un cattolico ghibbellino. Ed è ovvio che il Papa, appoggiando i comuni contro l'imperatore, stava segando il ramo su cui era seduto, e stava segnando la fine della seconda europa unita, appunto dopo quella romana, ovverosia la res publica cristianorum.

Tom

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Rafeli 20 giugno, 2018 13:30

Gentile @Bombadillo,

Per quello che ho studiato e dai testi della civiltà comunale italiana dell'epoca pare proprio che le città si sentissero parte dell'Impero, proprio come noi oggi ci sentiamo e siamo europei. È, ed era, un'appartenenza simbolica, che era accettabile solo finché garantiva l'autogoverno, il diritto di battere moneta (eh eh), di eleggere le proprie magistrature, al limite anche di farsi la guerra. Si era parte dell'Impero come entità laica detentrice del potere simbolico terreno supremo, come si era parte della Chiesa come entità detentrice del potere religioso, nessuno metteva in discussione tutto ciò.

Barbarossa aveva un progetto organico? Sì ma era un progetto di dominio più che politico o diplomatico, e nel frattempo l'Europa romana si era divisa e incastellata. Era un progetto folle.

Mi sembra perciò che il problema della civiltà tedesca, il "non saper vincere" sia ricorrente. Il Barbarossa vinse innumerevoli volte sul campo e politicamente, ebbe numerose occasioni di mediare con i Comuni anche da posizioni di grande forza. Ma quelli che lo sostenevano e lui stesso pretendevano che Milano, Genova, eccetera si regolassero esattamente come le città tedesche - che peraltro esprimevano i principi elettori, con cui si mediava eccome.

Se leggo che a quel tempo erano così. Che al tempo di Machiavelli erano così. Che al tempo di Karl Kraus erano così, eccetera eccetera... Mi sembra corretto pensare che ci sia un loro peculiare modello culturale, che unito alla posizione geografica, li rende diversi da noi, e per noi ciclicamente pericolosi. Certo, niente di male nel fatto che si godano "questa loro rozza vita e libertà". Basta che non vengano a insegnarci che cos'è giusto e vero.

"La differenza è questa: gli uni pensano alle esportazioni e parlano di ideali, gli altri ne parlano, di esportazioni, e basta questa sincerità, questa distinzione, per rendere possibile l'ideale, anche se non esistesse per altri versi."

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Myollnir 20 giugno, 2018 17:56

Tom, attenzione al refuso nella prima riga (può chiedere al nostro ospite di cambare lui la frase)

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Il Pedante 20 giugno, 2018 18:23

Fatto.

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AONonA 18 giugno, 2018 09:16

Grazie per l'ennesima chirurgica focalizzazione di concetti che bene o male erano emersi in altri articoli e commenti.

Mi sorge spontanea una domanda: ce la faranno? Lo scopo è chiaro e lo era fin dall'inizio: censurare. Da un lato Internet si è dimostrata un valido strumento per la disseminazione di idee alternative. Questo blog è qui a testimoniarlo. Dall'altro è uno strumento estremamente fragile. I cavi sono in mano al potere, un click e il blog del nostro pedante preferito scomparirebbe. Certo, ci sono le reti carbonare come Thor e simili, ma la sostanza non cambia, anche Silk Road alla fine è stato chiuso.

Credo che l'unico freno sia il fatto che certe idee si siano ormai propagate, quindi una eventuale censura generalizzata non passerebbe inosservata. Potrebbe forse portare anche a reazioni fuori dal mondo virtuale di Internet. Siamo al solito problema della concentrazione, ciò che rende robusta la propagazione di idee alternative è la loro stessa diffusione. Quindi la domanda diventa: ne avranno il coraggio?

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The Max 22 giugno, 2018 09:40

Gentile @AONonA,

la situazione è peggiore, perchè oggi sarebbe possibile modificare il contenuto del blog senza doverlo chiudere attirando quindi l'attenzione.

Certo in questo momento, una modifica fraudolenta, sarebbe inefficace, se non altro perchè lo stesso autore se ne accorgerebbe avendone memoria, ma in un futuro prossimo, quando il nostro Ospite avrà altro a cui pensare, gli screenshot saranno su computer messi in cantina perchè obsoleti e libri prenderanno polvere in qualche scatolone perchè tutto sarà su supporto elettronico più facilmente trasportabile per migrare, questo potrà avvenire.

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Rafeli 17 giugno, 2018 11:43

Gentile Pedante,

È bellissimo vedere certi corsi e ricorsi della storia. Se molti monarchi "ambivano ad assicurarsi (con alterne fortune) l'appoggio dell'autorità religiosa per accreditare i loro messaggi" il primo imperatore a cercare di emanciparsi in modo diretto dal Papa fu Federico Barbarossa. I suoi predecessori ci provarono con gli antipapi, egli non mancò di eleggerne ma resosi conto degli scarsi risultati provò dapprima a comprare gli intellettuali laici (i glossatori bolognesi) concedendogli l'autonomia da cui nacque l'universitas piddinorum. Poi provò a legittimare la sua schiatta, "ritrovando" le spoglie dei Re Magi (esempio biblico di re sacerdoti) e soprattutto santificando Carlo Magno.

Differenze con il presente: l'antipapa odierno riceve allegramente il premio Carlo Magno.

Similitudini con il presente: i nemici del potere imperiale tedesco sono i bavaresi e soprattutto la Lega.

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Piero 16 giugno, 2018 21:06

Innanzitutto, come sempre, complimenti per l'articolo.

La demonizzazione delle "fake news" non è che uno dei tanti modi che il potere escogita per imporre la sua visione delle cose, "la storia è la versione dei fatti di chi detiene il potere" diceva già Hegel. Ovviamente, come molte delle questioni propagandistiche declinate in chiave moderna, è "ribrandizzato " con un nome inglese e ammantanto del potere salvifico della scienza, tutto per renderlo meno riconoscibile e ridurne la sovrapponibilità con censure di altre epoche, che magari farebbero scattare qualche ricordo scolastico. Quindi, sebbene sia un fenomeno odioso, è comunque un "classico". Quello che è veramente avvilente e fa ribollire il sangue nelle vene è vedere come i "dominati" dal suddeto "potere" si prodighino per mantenere lo status quo e anzi lottino strenuamente per esso (vedi i temi di migranti, vaccini, europa ecc.). Ma anche questo credo che non sia nuovo nell'eterno ritorno dell'uguale che pare essere la Storia...

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Joel Samuele Beaumont 16 giugno, 2018 14:59

Mi congratulo innanzitutto per lo stile delle slide, su sfondo grigio, in modo che se utilizzate per conferenze, queste non creino molto contrasto con il relatore, qualora esso venisse ripreso in una inquadratura comprendente la proiezione.

Il fatto di averle allegate senza tanti crismi, che si presentano di solito agli eventi, è un qualcosa che andrebbe imitato e diffuso come metodo.

Detto questo,

si, esiste il problema del debunking, e del fatto che esso segue la linea di chi governa, dove non è tanto importante se l’informazione ufficiale sia vera o falsa, ma tanto il fatto che essa deve essere giustificata da una serie di informazioni circostanziali, che la devono rendere credibile.

Ma anche l’essere umano ha il dovere di cercare di capire in suo le cose, e non quello di affidarsi ad opinionisti da ascoltare il tempo di prendere un caffè.

In ogni caso, ciascuno fornisce le informazioni in modo parziale, e non esistono casi diversi, o eccezioni.

I siti web di informazione “alternativa”, potrebbero essere i nuovi portatori di informazioni ufficiali di domani. Tutto questo è già successo, e sta succedendo anche ora.

Comunque sia, quando si ha una visione del mondo, una certa informazione diventa vera, perché si presume una serie di circostanze che “devono essere così”. Come nel caso di chi è d’accordo con le vaccinazioni obbligatorie (anche su se stesso), perché anche se ci saranno delle vittime, poi ci sarà un risultato positivo per una comunità che sarà come lui pensa che dovrebbe essere. Senza pensare che invece non ci sarà mai l'unanimità, su un tema così delicato come le vaccinazioni, in un contesto fortemente dualistico con i vari “pro/contro”, dove ogni parte ragiona in modo uguale e contrapposto.

Si dovrebbe allora, cercare una risposta in proprio, sulle vaccinazioni, ma anche su qualsiasi aspetto della vita che crea preoccupazione e disagio interiore.

Questo significa anche correre dei rischi, e affrontare le insicurezze. Ma il premio è molto più grande, rispetto ad una situazione dove si vive con delle certezze, che poi in fondo ogni tot di tempo cambiano, perché si scopre che le cose stanno in un altro modo; per altri motivi… e allora tanto vale, ascoltare se stessi.

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Michele M. 18 giugno, 2018 09:32

Gentile @Joel Samuele Beaumont, in realtà il dibattito sulle vaccinazioni obbligatorie non era affatto un tema "caldo" e nemmeno delicato, finché la Lorenzin (e chi per essa) non lo ha reso tale. L'obbligo per 4 vaccini nel periodo ante 2017 vigeva solo formalmente. Proprio perché, a dispetto di quanto dichiarato a partire dal 2016 - in preparazione al decreto - non si segnalavano epidemie e, in generale, l'adesione ai vaccini era buona, l'obbligo era disapplicato de facto. Le multe agli inadempienti non venivano irrogate, e i procedimenti per affievolimento della patria potestà erano sempre più rari. La frequenza della scuola materna da parte dei bimbi era considerata non semplice "parcheggio", ma parte integrante del percorso didattico e della formazione dei più piccoli. E i bimbi immunodepressi frequentavano le scuole materne senza avere preoccupazioni in più, oltre a quelle dettate dalla quotidianità della loro condizione. Questa era la situazione che la legge 119 ha spazzato via. E' pacifico che, nel caso di una reale emergenza, sarebbe difficile contestare l'obbligatorietà dei vaccini. Il punto è che la legge 119 è stata imposta a tappe forzate millantando epidemie inesistenti, senza che i media contestassero i bimbi "morti di morbillo a Londra" inventati dalla Lorenzin a beneficio delle platee televisive. E decontestualizzando - vedi le dichiarazioni di Burioni - i dati sulla mortalità da morbillo. Facile parlare di migliaia di morti di morbillo. Detto così, il dato risulta impressionante. Poi, andando a controllare i dati - ma chi lo faceva, se non i "somari raglianti" no-vax? - ci si accorgeva subito che a essere falciati dal morbillo a migliaia non erano certo i bimbi italiani. Erano quelli di paesi devastati dalle guerre, in condizioni sanitarie precarie, a corto di cibo e di acqua corrente. E via a cascata, vere e proprie falsità ("Le case farmaceutiche non guadagnano dai vaccini!") e notizie parziali, date con omissioni strategiche (per esempio quelle riguardanti le reazioni avverse) Ecco, queste sì, erano le fake news. Fake news di Stato, che i media "ufficiali" hanno preteso di far ingoiare ai cittadini. Altro che le bufale sulle scie chimiche e i rettiliani...

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Joel Samuele Beaumont 23 giugno, 2018 18:40

Gentile @Michele M.,

«Altro che le bufale sulle scie chimiche e i rettiliani...», è il presupposto sul quale si applicano le suddette leggi. Perché, chi ha deciso che i vaccini sono un problema, mentre le scie chimiche e i rettiliani no?

Poi...

«l'adesione ai vaccini era buona, l'obbligo era disapplicato de facto. Le multe agli inadempienti non venivano irrogate, e i procedimenti per affievolimento della patria potestà erano sempre più rari.»

E se fosse così quindi, andava bene se la patria potestà si toglieva solo a pochi, e non a tanti.

Io ad esempio sono per nessun vaccino obbligatorio, sia per legge, che de facto. Non sono d'accordo con chi si accontenta del fatto che tanto la legge non viene rispettata, perché poi queste leggi che "non vengono rispettate" le fanno rispettare solo a pochi, i quali poi si trovano isolati dal resto della società, che non comprende la problematica dove sia.

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