Indios veros homines esse (parte I)

09 settembre, 2017 | 58 commenti

L'homme moderne, au lieu de chercher à s'élever à la vérité, prétend la faire descendre à son niveau.

René Guénon

Lebensborn A/R

È certo una buffa coincidenza che a tirar fuori dalla scatola degli orrori storici l'eugenetica, pseudoscienza che postula un nesso tra selezione genetica e progresso sociale, sia un signore che di nome fa Eugenio. Così scriveva su L'Espresso il 7 agosto scorso:

Si profila come fenomeno positivo, il meticciato, la tendenza alla nascita di un popolo unico, che ha una ricchezza media, una cultura media, un sangue integrato. Questo è un futuro che dovrà realizzarsi entro due o tre generazioni e che va politicamente effettuato dall’Europa. E questo deve essere il compito della sinistra europea e in particolare di quella italiana

Il tema non gli è nuovo. A sentir lui, di «meticciato» avrebbe già discusso l'anno scorso nientemeno che con il Santo Padre, ricevendone la seguente previsione: «dopo due, tre, quattro generazioni, quei popoli si integrano e la loro diversità tende a scomparire del tutto». Dopo una seconda udienza nell'estate di quest'anno, ci assicurava che:

La tesi del Papa è che il meticciato è inevitabile e va anzi favorito dall'Europa. Ringiovanisce la nostra popolazione, favorisce l'integrazione delle razze, delle religioni, della cultura.

Manca giusto dire che rende il pelo più lucido.

Non è invece una coincidenza, né deve più stupire, che questi manifesti zootecnici appaiano disinvolti sul principale quotidiano nazionale di centrosinistra e che si auspichi di affidarne la realizzazione alla odierna «sinistra europea e in particolare [a] quella italiana». Chi si raffigura portatore di valori e missioni non negoziabili (come è segnalato dall'arruolamento, ci auguriamo coatto, della massima autorità religiosa) finisce nel campo comune ai totalitarismi di ogni colore, quello in cui le comunità umane non sono più destinatarie e ispiratrici, bensì strumenti, di un'idea politica. Anzi, non sono più nemmeno più umane se è lecito stiparle, trasferirle e ibridarle nei recinti da monta come le mandrie.

Sull'Huffington Post Luca Steinmann ricostruisce il sostrato ideologico di Jugend Rettet, la ONG recentemente incriminata per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. I suoi attivisti, «giovani figli delle classi sociali più abbienti della Germania» che si percepiscono come «figli dei crimini passati commessi in nome della germanicità», sarebbero animati dalla

volontà di porre fine al costante e opprimente paragone con il passato nazionalsocialista attraverso lo scioglimento delle singole identità particolari, a partire dalla propria... I migranti, in questi termini, rivestono [la] funzione... di contribuire con la loro presenza in Europa alla creazione di una nuova società in cui l'integrazione sia reciproca. All'interno di essa i popoli europei potranno finalmente sciogliere i propri riferimenti nazionali [per] entrare a far parte di un unico mondo globalizzato senza limiti di confini, di differenze nazionali e di retaggi religiosi e culturali.

Il pattern è il medesimo. Se la ricostruzione di Steinmann è corretta, c'è ovviamente da chiedersi come si possano espiare i crimini di chi voleva forzare la selezione di una razza pura... forzando la selezione di una razza mista. Che cosa distinguerebbe i due obiettivi? Tecnicamente nulla, tanto più che in entrambi i casi si lasciano sul campo morti, feriti e stravolgimenti di popoli. E che la cancellazione deliberata di un gruppo etnico o nazionale si chiama ancora genocidio. In quanto all'esecuzione va riconosciuto che i nonni dei giovani rettende avevano perseguito l'obiettivo con più determinazione (Progetto Lebensborn). Oggi ci si limita a sversare nel continente bastimenti di maschi neri in età fertile. E poi? Come si pensa di ottenere un «popolo unico» dal «sangue integrato» nel giro di «due o tre generazioni»? Basterebbe, da solo, il mitico big bamboo a trascinare in massa le europee nei talami dei nuovi riproduttori? O più realisticamente servirebbero argomenti più coercitivi e discriminatori per onorare quella scadenza? Se sì, preferiamo non conoscerli.

Ma fingiamo almeno di crederci. Di credere che tutto ciò sia possibile, anzi auspicabile, e che il fine giustifichi i mezzi. Che in un Occidente minacciato dalla scomparsa della classe media la «nascita di un popolo unico, che ha una ricchezza media, una cultura media» riporterebbe un po' di equità.

Innanzitutto andrebbe capito dove si collocherebbe quella media. Se l'aritmetica non è una disciplina di destra, non si può combattere la povertà importando poveri, come non si può alzare la media di un insieme di numeri aggiungendovi numeri inferiori alla media. Peccato. Fingiamo però di accettare anche questo: di impoverirci per amore di uguaglianza, per crescere, prima o poi, tutti insieme armoniosamente. Ma è mai successo? Che importando masse etnicamente e culturalmente lontane «dopo due, tre, quattro generazioni, [i] popoli si integrano e la loro diversità tende a scomparire del tutto»? Vediamo.

***

L'esportazione dei popoli africani non è una cosa nuova. A partire dal XVII sec. oltre 10 milioni di africani furono deportati nel Nuovo Mondo. Come oggi si naufraga nel Mediterraneo, allora si naufragava nell'Atlantico. Come oggi si muore viaggiando nell'Africa subsahariana verso la costa, allora si moriva viaggiando nell'Africa occidentale verso la costa. E come oggi in Libia, anche allora i trafficanti locali infliggevano ai deportandi aggressioni, torture, segregazione e ricatti. I nuovi arrivati finivano nei campi di tabacco, canna da zucchero e cotone, come oggi in quelli di pomodori e limoni. Ed erano merce di un padrone, come spesso lo sono oggi di caporali, papponi e altri sfruttatori.

Complessivamente, gli antenati africani insediatisi negli Stati Uniti d'America sono stati 400.000-450.000 (in Italia ne sono sbarcati 1 milione negli ultimi dieci anni, di cui la metà solo negli ultimi tre). Quando fu firmata la dichiarazione di indipendenza (1776), i neri erano circa 700.000: quasi un quinto della popolazione americana di allora. Quando fu abolita la schiavitù (1865) erano diventati quasi 5 milioni, pari al 13% della popolazione, mantenendosi su questa percentuale fino ai nostri giorni.

Sono trascorsi secoli dallo sbarco dei primi africani e 150 anni dalla loro liberazione. Già il fatto che da allora la percentuale di popolazione nera sia rimasta invariata la dice lunga sulla plausibilità di sintetizzare un popolo dal «sangue integrato» per mera giustapposizione. In quanto all'equità, osserviamo qualche numero:

Eccola la «ricchezza media» prodotta da secoli di (non) ibridazione: una concentrazione nelle mani dei bianchi di patrimoni che mediamente superano di 13 (tredici) volte quelli dei neri. E la situazione non sembra migliorare. Oggi, ad esempio, il gap salariale tra afroamericani e bianchi, in un contesto deflativo generalizzato, è più ampio rispetto a quarant'anni fa. Ma non solo. I discendenti degli ex schiavi africani:

  • rappresentano la maggioranza relativa della popolazione carceraria. La probabilità che un afroamericano finisca in carcere è 5 volte più alta di quella di un bianco. In 11 stati, un adulto nero su 20 è in prigione, in Oklahoma 1 su 15. Il gap è in continuo aumento;
  • subiscono relativamente più arresti per quasi tutti i tipi di crimine. Ogni anno più della metà degli arrestati per omicidio è di colore, con una probabilità di uccidere 6-7 volte più alta di un bianco (ispanici inclusi). A New York, nel 2014, un afroamericano aveva 31 volte la probabilità di un bianco di essere arrestato (quasi 100 volte nel caso di sparatorie);
  • subiscono anche relativamente più crimini, sebbene in percentuali decisamente più ridotte (crimini violenti: +13% vs. bianchi, +1,2% vs. ispanici; crimini contro la proprietà: +24% vs. bianchi, +16% vs. ispanici);
  • a parità di crimini e di circostanze ricevono sentenze mediamente più dure dei bianchi, in certi casi anche doppie o triple.

***

La storia americana ci suggerisce alcune lezioni. Innanzitutto, che l'introduzione di masse africane in un contesto numericamente, economicamente e politicamente dominato dall'etnia europea non produce in sé alcun «meticciato» o amalgama genetico-culturale omogeneo, se non forse nel lunghissimo termine (realisticamente millenni). L'effettivo sradicamento di quelle masse ne ha sì cancellato la memoria delle origini integrandole senza residui nella compagine identitaria del paese di destinazione (negli Stati Uniti gli afroamericani non sono mai stati «stranieri»), ma non la specificità etnica, che ha resistito nei secoli come (auto)rappresentazione di una specificità sociale fortemente sbilanciata verso i gradini più bassi della gerarchia delle classi. La discriminante etnica si è insomma dimostrata ben più pervicace del retaggio culturale e religioso, con buona pace non solo di chi parla di «scontro di civiltà» ma anche e soprattutto di chi vede nella rimozione o attenuazione di quel retaggio la condizione sufficiente dell'integrazione tra i popoli. Nel solco di quella discriminante si è anzi tracciata una nuova identità sicuramente inedita e «global» - quella afroamericana - ma non per questo meno problematica e scevra da conflitti.

Negli USA la segregazione razziale è stata rimossa dalle leggi, dal discorso pubblico e persino dalle coscienze degli americani, che infatti si percepiscono tra i popoli meno razzisti del mondo. Ma come si è visto, non dai fatti. Da un lato questa battaglia cosmetica ha fatto leva sugli strascichi psicologici di una lunga stagione di violenza e sulla sua storiografia: le angherie degli schiavisti, una guerra civile, le esecuzioni sommarie, le campagne dei suprematisti e le race riots delle metropoli. La memoria istituzionalizzata di quegli eventi ha alimentato una censura fondata sulla colpa dei padri - quindi sulla paura - che però manca nelle coscienze degli europei, sicché non stupisce che nel nostro continente ci si appresti a rivivere quella stagione, ad esempio qui, qui, qui o qui.

La vicenda degli Stati Uniti d'America fondati sulla commistione irrisolta di africani ed europei, la stessa su cui si vogliono fondare oggi gli Stati Uniti d'Europa, è un libro aperto di ciò che ci aspetta. Se non si fermano i trasferimenti, il meno peggio è che l'inevitabile transizione violenta duri poco, non mieta troppe vittime e soprattutto non fornisca il pretesto per ridurre ulteriormente il perimetro della libertà di espressione e di azione, se non della democrazia. Dopo la conta dei morti si finirebbe per abbracciare il compromesso multietnico americano, quello di una discriminazione praticata ma non dichiarata, accettabile ma non confessabile, istituzionalizzando il ruolo di sottoproletariato perennemente emarginato e indigente, e perciò più esposto alla devianza, in cui già languono tanti nuovi arrivati dall'Africa. Questo esito, lo ripetiamo, è il meno drammatico ma non il più scontato, e può facilmente degenerare in qualcosa di peggio. Un ostacolo importante sulla via di questa integrazione rigorosamente nominale è, ad esempio, il fatto che in Europa gli stranieri sono anche amministrativamente tali. Da qui l'urgenza altrimenti inspiegabile di accelerare l'accesso alla cittadinanza, che «deve essere il compito della sinistra... in particolare di quella italiana».

Tutto ciò è naturalmente lontano dal sogno (o incubo) di un socialismo anche genetico, di una razza neutra che non avrebbe più pretesti per accapigliarsi, ma forse non troppo lontano dagli obiettivi dei più accorti divulgatori di quel sogno. In quanto agli altri, quelli che ci credono davvero, osserviamo in essi i vizi classici del pensiero progressista: la hýbris di muovere masse e sedimenti plurimillenari nell'aspettativa che storia e natura si pieghino alle proprie illuminazioni da dopopranzo; l'inconsequenzialità di anteporre il carro di un mondo sognato, ai buoi delle azioni che rendano quel mondo possibile e sostenibile; la proiezione ossessiva verso un futuro che, poiché non ancora realizzato, può accomodare i propri desideri più della coriacea immutabilità del passato; il rifiuto di voltarsi indietro per accertarsi se casomai quel futuro non sia la replica di un passato e di un presente da evitare, o se quelle illuminazioni non siano la cosmesi di moventi già sanzionati dalla storia.

Ne scriveremo nel prossimo capitolo.


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Marco Maria 20 settembre, 2017 19:07

Gentile Il Pedante,

volevo segnalarle questo articolo "Migrazione di Sostituzione" apparso in comedonchisciotte.org (su questo link https://comedonchisciotte.org/migrazione-di-sostituzione/ ) che prende spunto dal documento "United Nations Secretariat, Population Division, Department of Economic and Social Affairs, Replacement Migration" dal quale emerge forse che quello a cui stiamo assistendo, carico di drammi umani e alterazioni sociali, è l'esecuzione di un progetto scientemente (con quale scienza poi?) approntato e diligentemente realizzato da utili idioti di cui le nostre classi dirigenti (nazionali ed europee) sembrano abbondare.

A sostegno dell'opera, i pulpiti vengono sempre più affollati, come anche Lei ha rilevato con l'Eugenio nazionale, da "dotti, medici e sapienti" che decantano, ognuno nella propria salsa, di quanto sia bello il "meticciato".

Nello studio riportato sul documento, perlomeno, i numeri sembrano combaciare con i flussi fin qui registrati (subiti?).

Confesso la mia ignoranza, ma non conoscevo René Guénon fino ad aver letta la sua citazione e anche ora la mia conoscenza non va oltre ad un rapido sguardo della sua biografia (la mia citazione si ferma a Bennato il cantante), ma suppongo che gli estensori di quel docuemento non siano stati ispirati da insegnamenti di Guénon ne dai suoi pensieri.

Cordialità

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Peter Gower 18 settembre, 2017 23:13

Articolo eccelente non c'è che dire. Un vero lampo di luce nella tenebra di quanto propalatoci dai me(r)dia, docile strumento del sistema di sfruttamento capitalistico che tira le redini della nostra società e che trova un'utile sponda nel post-cristianesimo della Chiesa bergogliana, la quale ha sostituito l'annuncio dell'incarnazione del Verbo con quello dell'arrivo del migrante sulle nostre coste, da accogliere senza se e senza ma, altrimenti "non si è cristiani". Ma un tale esito era lungamente prevedibile. Le parole di Wojtyla "aprite, anzi spalancate le porte..." risuonano spesso nella mia mente ed a volte penso che colui che esse invitavano ad entrare non era il Buon Pastore ma il Capitale finalmente privato dei vincoli che, memori della tragedia della seconda guerra mondiale, nel passato ne avevano giustamente incanalato la libertà di movimento e d'azione, e che ora era invece libero di muoversi da un capo all'altro del globo, con il conseguente impoverimento e sradicamento (alla mobilità del Capitale si accompagna quella del lavoro) di milioni di lavoratori, ma non della Chiesa: questa è (almeno a livello economico, a livello di credibiltà il discorso cambia) finora uscita indenne da ogni tragedia causata dal nuovo assetto della società, inclusa l'implementazione delle politiche d'austerità richieste per sanare i danni causati dal capitalismo senza limiti e confini.

P.S. Non sapevo che il Pedante fosse lettore di Guénon: decisamente sono capitato nel posto giusto.

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David Morello 15 settembre, 2017 16:10

Buongiorno,

vi porgo una domanda offtopic: avete un profilo su Twitter?

Se siete voi a dirigerlo, perché mi avete bloccato dal momento che non abbiamo mai interagito?

Vi ringrazio anticipatamente.

David Morello

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Il Pedante 15 settembre, 2017 23:34

Non ricordo perché. L'ho sbloccata.

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David Morello 16 settembre, 2017 13:37

Gentile @Il Pedante,

Grazie!

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ws 13 settembre, 2017 00:06

"storia e natura si pieghino alle proprie illuminazioni da dopopranzo "

ed invece a riportare queste "illuminazioni" alla realtà della storia e della natura ci penserà a la cina.

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Ea 12 settembre, 2017 23:27

Sulla supposta consapevolezza di chi parte nella speranza di un futuro migliore, può essre utile la visione del film di Pietro Germi dei primi anni 50 intitolato "il cammino della speranza". Nella pellicola un gruppo di siciliani rimasti disoccupati a seguito della chiusura delle miniere di zolfo, convinti dalle false promesse di un mercante di uomini ( e ovviamente di donne), intraprende la via verso il promesso l'eldorado francese. Lungo il tragitto, compiuto da clandestini, molti di loro si disperderenno e solo i due protagonisti raggiungeranno la meta.

E'possibile che anche oggi molti di coloro che si mettono in viaggio siano vittime di venditori di false speranze, che siano ignari che li attende un percorso che durerà mesi o forse anni, che dovranno subire violenze e privazioni in assenza di qualsiasi diritto e che molti di loro periranno.

La nostra presunta esigenza di gameti può tollerare una cosa simile? No

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Joel Samuele Beaumont 12 settembre, 2017 16:26

Essere o non essere razzisti: questa è la questione!

Io penso istintivamente, che se volessi sposarmi con una africana, lo farei con o senza il consenso politico di chicchessia. Ma sinceramente non ne ho voglia, e non ne capisco il perché.

Poi però, bisogna fare i conti con il fatto che una società consumistica e imborghesita, ha bisogno di certe cose per andare avanti.

Cosa accadrebbe se domani sparissero tutte le prostitute e le badanti, che sono in maggioranza straniere? E su questa domanda ci hanno fatto un film, diciamo “de sinistra” per così dire, dove ci dobbiamo arrendere al fatto che noi senza stranieri non possiamo stare: Cose dell’altro mondo (2011) https://youtu.be/-J7KKTa77i8

Quindi il film, (lo racconto in breve che io me lo sono visto per intero) esorta a tenere in considerazione l’immigrato, altrimenti il vecchio in casa te lo devi badare da solo, e i pompini chi te li fa?

E il messaggio di questo tipo di film, è che ci dobbiamo arrendere, e che tutto sommato ci conviene.

Ma a questo messaggio arrendevole, dovremmo considerare i problemi di quello che è diventata una certa ed odiata classe media, con famiglie che pensano di risolvere tutto con i soldi, e che di fronte a certe situazioni si tenta sempre di appioppare a qualcun altro un problema di tipo familiare.

Ed in un certo senso, è un certo ambiente “de sinistra” ad aver creato la borghesia bisognosa di badanti e prostitute, perché in un clima dove ciascuno pensa solo a se stesso, pensando di fare il rivoluzionario, l’unico modo di sopravvivere è quello di appioppare a qualcun altro, le responsabilità, i bisogni.

Certamente, sento emozioni negative di fronte a espressioni tipo “negro di merda”, ma di fronte a certi spettacoli di degrado (https://youtu.be/Ig8mEkgb5PA), che cosa devo fare? La povertà è il degrado sono brutti sempre, per chiunque.

Vorrei avere la possibilità di agire, di dire: facciamo delle cose per risolvere tutti i problemi che ci affliggono. Solo che senza l’economia giusta come facciamo?

Io personalmente se il governo decidesse di creare infrastrutture all’estero ci andrei. Ovviamente in condizioni dignitose, e con giusta retribuzione (perché no).

Le tecnologie ci sono, ma vengono solo utilizzate quelle che aumentano il controllo elettronico. Quelle per creare benessere, se ci sono, vengono assorbite da un’economia parassitaria.

Insomma, passo la palla al Pedante, che un giorno magari proporrà delle primarie sulle possibilità di sviluppo in Italia e all’estero. Le idee sono tante, ci vorrebbe qualcuno che le metta sul banco di prova, per attestarne la funzionalità.

PS: poi vorrei sapere dagli esperti “de sinistra” come fanno a sfogarsi sessualmente migliaia di maschi africani in età fertile, e senza donne al seguito. Ma per loro, questo non è un problema che li riguarda evidentemente.

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a perfect world 13 settembre, 2017 13:52

Gentile @Joel Samuele Beaumont,

non e' bello sdoganare lo sfruttamento, sono certo lei sia d'accordo. Se il valore delle persone fosse davvero insegnato, compreso, assimilato, prima di far pulire il proprio cesso da qualcun altro, ci porremmo delle domande. Una volta era solo una ristrettissima elite che si poteva permettere la servitu'. Oggi il proletario dei paesi ricchi (per ora) sfrutta il proletario dei paesi poveri. Facciamola semplice, se per pulire il cesso la tariffa fosse 40 euro l'ora, non sarebbe piu' sfruttamento.

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Gianni 12 settembre, 2017 11:43

Pur concordando in toto con l'esposizione, come sempre ben fatta dal Pedante, vorrei provare a proporre un'idea persino più tragica, tralasciando il colore della pelle e andando dritto alla questione storicamente precedente, in ordine al movimento nativi/colonizzatori, se si prende come esempio la storia degli stati uniti d'america, troviamo dopo pochi decenni dall'avvenuta colonizzazione i coloni regnanti ed i nativi nelle riserve, lo stesso sta avvenendo in israele, un processo di colonizzazione vecchio di poco più di 70 anni, ma iniziato da più di cento, da molte parti viene usato il termine di sostituzione etnica, ragionevole in presenza di un decadimento demografico storicamente "nuovo", perchè mai registrato prima in un contesto paragonabile a quello europeo degli ultimi decenni, unendo i concetti non mi sembra poi così improbabile la riduzione in "riserve" dei nativi europei, fermo restando il decadimento demografico, in più quello che verrà nel tempo è anche con ogni probabilità più pesante, perchè mancando la riproduzione dei nativi facilmente verrà anche una conseguente mancanza di sostituzione tecnologica, ovvero come denunciato in questi ultimi tempi in Germania, viene a mancare l'avvicendamento del personale tecnico necessario al mantenimento in funzione dell'enorme complesso tecnologico che permette agli abitanti del continente di disporre degli elementi basilari della vita "moderna", dalla corrente all'acqua potabile, per la cui fruizione è necessario un costante dispositivo di assistenza e ricambi prodotti da personale qualificato al riguardo, e da una lunga catena che va dall'indotto industriale sino alla logistica, in breve il rischio è assai peggiore, forse, di quello che hanno sin qui vissuto, nei termini espressi dal Pedante, gli stati uniti d'america e può essere descritto come crollo verticale della qualità della vita nell'intero continente, una vera africanizzazione.

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Licino 12 settembre, 2017 15:43

Gentile @Gianni,

Concordo. Aspettando quanto il Pedante ci proporrà nel seguito, penso che l'esempio fatto serva soprattutto a mostrare la natura fallimentare del progetto buonista di accoglienza, di fatto una deportazione devastante per gli amati "deboli" di turno. Ma l'anticipazione storica più vicina (non cronologicamente) a quanto temo che succederà se non si corre ai ripari è costituita dalle invasioni barbariche. Un popolo tecnologicamente più evoluto, in grado all'inizio di decidere le proprie e le altrui sorti, che rinuncia a farlo e poi viene travolto da genti arretrate che hanno portato indietro la cultura materiale (direi anche quella astratta, ma sarebbe scorrettezza politica retroattiva) per secoli. Poi, d'accordo, c'è stata la rinascita; ma diglielo alle generazioni che son vissute in quel periodo

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Vincenzo 12 settembre, 2017 09:10

Buongiorno,

se devo dire la mia la specificità etnica (uso le stesse parole dell'articolo) è fondamentalmente una questione culturale, di accettazione dell'altro. E chi deve accettare l'altro è chi è in maggioranza o comunque detiene il potere. Per spiegare quanto scrivo porto un esempio basato sulla mia passione per il basket, quello NBA in particolare. Non so quanti di voi abbiano seguito le ultime finali osservando anche la personalità dei giocatori più rappresentativi delle due squadre, LeBron James e Kyrie Irving per Cleveland (escludo Kevin Love che è bianco), Draymond Green, Kevin Durant, Steph Curry e Klay Thompson per Golden State; tutti ricchi e famosi, ma profondamente differenti tra di loro.

Ad un estremo James, tipico figlio dei ghetti, e Green, culturalmente neri fino al midollo e subito dopo Durant, tipico figlio di una madre lasciata dal marito e che ha fatto sacrifici immensi per crescere i figli. In mezzo Irving, figlio di un giocatore di basket di non eccelsa qualità e che infatti per guadagnarsi la pagnotta giocava in Australia, paese dove il rugby è solo un pelino più popolare. Irving stesso infatti è nato in Australia dove ha vissuto vari anni. All'estremo opposto Curry e Thompson che in fondo sono due bianchi dalla pelle nera (come Obama del resto), figli di due giocatori di successo e quindi ormai lontani dal ghetto di origine. La cosa è particolarmente evidente in Thompson, figlio tra l'altro di un meticcio delle Bahamas, e quindi con influenza culturale britannica quindi. Se poi vi è mai capitato di ascoltare Kobe Bryant, anche lui figlio di un giocatore di successo e cresciuto, tra l'altro, in Italia dove il padre era l'idolo dei tifosi delle squadre dove giocava, lo trovate del tutto indistinguibile dallo sportivo di successo nostrano (parla infatti perfettamente l'italiano senza il tipico accento americano). In altre parole, quando i genitori sono stati accettati dalla comunità dominante, i figli ne entrano a far parte a pieno titolo e il colore della pelle non conta più. Ci sta forse qualcuno che si cura, se non per un puro fatto di percezione estetica, del colore della pelle di Naomi Campbell?

Il meticciato esiste da che esiste il mondo. I siciliani odierni da popolazioni fenice e greche, e non vado più indietro,poi mescolatesi con quelle latine, poi con quelle arabe, normanne e spagnole. Si può disquisire se il risultato sia stato buono o cattivo, resta il fatto che si sono mescolati. E non tutti, penso, erano di pelle chiara.

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Il Pedante 12 settembre, 2017 10:10

Gentile utente, gli aneddoti che Ella cita sono già inclusi nella realtà qui analizzata, sicché non è chiaro in che modo possano cambiarla.

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Mikez73 12 settembre, 2017 13:40

Gentile @Vincenzo, magari fosse così semplice.

Proprio in questi giorni ho finito di vedere un documentario in 5 puntate su OJ Simpson, non so se lo conosci: "OJ - Made in America", molto bello, e molto istruttivo. Benché avessi già visto un'altra serie l'anno scorso ("American Crime Story - The People vs OJ Simpson" anch'essa fatta da dio), ne ho finalmente capito l'importanza, perché inquadra le vicende di OJ proprio nel contesto del problema razziale americano (mentre l'altra è più un dramma di personaggi, diciamo così) e finalmente mi è diventato chiaro perché il caso sia stato così centrale nella cultura americana.

Ora, uno dei momenti eclatanti della serie è già alla prima puntata quando, siamo alla fine degli anni '60, i movimenti neri dei diritti civili cercano di coinvolgere il giovane campione universitario nelle loro battaglie. La risposta di Simpson, per me incredibile, sarà: I'm not black, I'm OJ. Una delle tante sfaccettature della storia è che lui si salverà dal primo processo per l'omicidio della moglie grazie proprio alla "race card" (la giuria, in maggioranza nera, lo assolverà nel dubbio che la polizia di Los Angeles avrebbe potuto incastrarlo in quanto nero).

OJ ha preso alla lettera l'ideale egualitario, l'ha messo in pratica, l'ha reso effettivo: ha cercato per tutta la vita di NON comportarsi da nero. Ha avuto successo, è diventato ricco, è stato il primo testimonial sportivo (nero) in tv, si è sposato una moglie bianca, si è trasferito nel quartiere dei ricchi bianchi (quando da casa lo portano in prigione dopo la famosa fuga, e vede tutta la gente che inneggia al suo passaggio, dirà: cosa ci fanno tutti questi niggers nel quartiere?). Cioè la sua integrazione avviene a discapito della sua famiglia e comunità d'origine, quasi negandola, nei fatti - cosa di cui peraltro veniva anche accusato. I bianchi lo hanno accettato senza problemi, certo, ma perché si comportava da bianco, questa era l'accusa, della black community stessa eh.

In tutto ciò ci sono un paio di problemucci mica da poco: 1) il caso di successo del singolo nasconde la realtà per tutti gli altri: certo che un tot può emergere nello sport, per restare al tuo caso, restano però i dati disastrosi del resto della black community per ogni altro parametro; per quelli che si fa? è quello che io chiamo Teorema di Simona Ventura, perché una volta le ho sentito dire, "se ce l'ho fatta io ce lo può fare chiunque". Il che, se ci rende felici per la sua umiltà, nasconde una verità più dolorosa, cioè che il posto di conduttrice TV milionaria è uno solo - e, anche se per arrivarci basta essere simpatici, tutti gli altri che fanno nel frattempo, a parte rincojonirsi di fronte alla tv o scannarsi per entrarci dentro? Fuor di metafora, il successo del singolo nasconde la natura piramidale e diseguale della società.

2) integrarsi vuol dire rinunciare in parte o in toto alle proprie specificità, culturali e non. In che proporzione? Chi rinuncia a cosa? C'è una gerarchia dei tratti che si possono abbandonare e quelli che si possono tenere? e chi la decide? La black community, per esempio, rivendica la propria identità in quanto black, non so se è chiaro. La tua posizione è quella liberale standard, in cui esiste il singolo individuo con il suo set di libertà in dote fin dalla nascita e il resto è demandato alla sua buona volontà (in questo caso se accettare o meno gli altri). Ma un individuo del genere non esiste, è un'astrazione, è pura ideologia. Tutti siamo immersi nella sostanza della propria lingua e cultura madre.

3) la distruzione delle particolarità, delle sostanza particolari (culturali, religiose etc.) in nome dell'universalità astratta è la dinamica stessa del Capitalismo, che tutto travolge, Marx ci ha scritto sopra pagine indelebili e direi definitive. Ogni comunità che ci finisce dentro, e ormai a parte qualche tribù dell'Amazzonia ci siamo tutti, deve rinunciare a ciò che la rende tale per trasformarsi nel blob informe di una moltitudine di individui isolati e accomunati solo dall'essere merce per produrre merce e comprare merce. Ora, noi europei siamo vaccinati da quattro cinque secoli di scannamenti in cui a turno qualcuno voleva conservare la propria sostanza, per esempio religiosa. Che facciamo, torniamo indietro e ricreiamo artificialmente uno scannatoio su base razziale, e non a causa della razza ma del principio del Divide et Impera con cui i reggitori di un sistema economico oligarchico e crudele possono continuare a nascondersi?

4) Le linee di conflitto che emergono nel caso Simpson sono tre: tra bianchi e neri; tra ricchi e poveri; tra uomini e donne. Il fatto che fosse ricco e famoso ha proiettato OJ nell'olimpo degli intoccabili, e l'ha mantenuto fino a un certo punto al riparo non solo del conflitto razziale ma della giustizia stessa. Che un uomo possa sgozzare la moglie invece se ne sono sbattuti un po' tutti quanti, deve essere un universale, per neri o bianchi. In ogni caso, essere ricchi rimane il valore supremo, intangibile, per tutti. I ricchi, quelli davvero ricchi, sono in una botte di ferro, gli schiavi hanno come ideale di vita l'accumulare il ferro con cui sono fatte le loro catene, e eventualmente sgozzarsi tra loro per averne un anello in più.

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Vincenzo 13 settembre, 2017 00:41

Gentile @Il Pedante,

non parlo di aneddoti ma mi riferisco a queste frasi.

1) Oggi ci si limita a sversare nel continente bastimenti di maschi neri in età fertile. E poi? Come si pensa di ottenere un «popolo unico» dal «sangue integrato» nel giro di «due o tre generazioni»?

2) Se l'aritmetica non è una disciplina di destra, non si può combattere la povertà importando poveri,

Parto dalla seconda. Gli USA hanno importato poveri per decenni, tutti quelli che emigravano dall'Europa, e sono diventati più ricchi di quanto lo fossero prima.

E vengo alla prima. Non vi è nessun piano nello sversare bastimenti di maschi neri in età fertile se non quello, imprenditoriale seppur di natura criminale, di coloro che si arricchiscono a portare i neri in età fertile. I maschi neri in eta fertile sono, ovviamente, anche quelli più produttivi tra le loro popolazioni e partono in cerca di miglior fortuna così come un tempo dalle zone povere dell'Italia o dell'Irlanda o di tante altre parti dell'Europa partivano per l'America in primo luogo i giovani maschi.

Si può quindi scegliere di essere dei Don Chisciotte contro mulini a vento, cercando di fermare un fenomeno su cui non abbiamo alcun controllo (a meno di usare le cannonate) oppure di imparare dagli errori del passato, compresi quelli fatti dagli americani con gli ex-schiavi? Nel''antica Roma, quando uno schiavo veniva liberato, il fatto che fosse stato schiavo non era più rilevante ed infatti i liberti finirono per conquistare posizioni importanti proprio perché, nel periodo trascorso come schiavi, avevano avuto modo di imparare molto e spesso di diventare le persone di fiducia degli aristocratici loro padroni. E il figlio di un liberto, Pertinace, divenne pure imperatore.

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Il Pedante 13 settembre, 2017 11:17

No. Gli Stati Uniti non hanno combattuto la povertà di chi ci viveva importando poveri, specialmente dall'Africa. Ho anche riportato dei numeri. No. Sul fenomeno migratorio abbiamo sempre avuto controllo e ce lo abbiamo tuttora, mettendo attivamente a disposizione di chi traffica porti, infrastrutture, personale e idologie, che è una scelta politica per controllare il fenomeno nel senso di FAVORIRLO. E infine no. Il discorso sugli aneddoti vale anche per l'antica Roma.

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Mikez73 13 settembre, 2017 14:40

Gentile @Vincenzo,

2) Gli USA hanno importato manodopera perché ne avevano bisogno, dovendo ri-popolare e costruire praticamente tutto il paese. Mica per aiutare i poveri irlandesi e italiani e tedeschi e chi più ne ha ne metta.

Ci sta bene una vignetta Kaboom per Il Pedante, anche se tratta da un'esperienza vera, un dialogo tra me e il Parente Piddino N1:

Io: alti lai e bestemmie contro la deindustrializzazione dell'Italia e la distruzione del suo tessuto economico...

PP1: ma è giusto così! la produzione viene trasferita nel terzo mondo e qui ci specializziamo in settori avanzati [lui fa l'insegnante].

Io: e gli immigrati descolarizzati a che ci servono allora, se non abbiamo manco le fabbriche e le industrie?

PP1: Kaboom!

1) Affermando che non c'è nessun piano in effetti lei non ha l'onere della prova. Perché cercare prove a qualcosa che non esiste? Ma soprattutto, perché è così sicuro che non esista?

Secondo me un piano c'è, ma non ho le prove, solo indizi - quindi lo abduco, secondo il paradigma indiziario dello storico Ginzburg e il metodo abduttivo di Pierce.

Lista degli indizi

- dichiarazioni ufficiali e ufficiose di politici italiani e europei, da un decennio a questa parte, che l'Italia e l'Europa hanno bisogno di immigrati, di decine di milioni di immigrati.

- paper, studi e documenti ufficiali di varie organizzazioni, governative e non governative, che sostengono la necessità, per l'Europa e per l'Italia, di milioni e milioni di immigrati, fondamentalmente per motivi demografici.

- il fatto che esempi di ingegneria di emigrazione di massa, utilizzata sia come minaccia sia come arma (cioè poi fatti avvenire realmente) per destabilizzare paesi nemici e/o terzi, ammontino a circa una 70-ina, dal 1954 in poi. Settanta. S-e-t-t-a-n-t-a. Per lo studio, la dimostrazione, un inquadramento storico e politico, nonché per la bibliografia rimando a Greenhill, Weapons of Mass Migration, tradotto anche in italiano dalla LEG Libreria Editrice Goriziana.

- un'analisi sommaria della propaganda del soi disant mainstream, a tamburo battente nel cercare di illuminare positivamente il fenomeno - jingle: gli immigrati ci pagheranno la pensione! - perché si sa, i giornali svolgono innanzitutto una funzione pedagogica nei confronti del popolo bue, razzista e ignorante. Un'analisi quindi della funzione "fatica" dell'informazione, prima ancora che dei suoi contenuti, ispirata non alla domanda "cosa dicono?" ma "perché e come lo dicono?"

- racconti di prima mano di chi lavora sul campo con gli immigrati, in ambito sanitario o comunque dell'accoglienza, da dieci anni a questa parte. Da questi derivano:

- racconti di seconda mano, a decine, di chi dalla Libia è venuto via mare, quando davvero arrivavano con il gommone, e di come il fenomeno si sia trasformato nel corso degli ultimi anni. Con scorci sulla situazione in Somalia, Libia, Mali, che ovviamente confliggono un po' con il mondo da Mulino Bianco di Repubblica e compagnia cantante.

Da cui per l'appunto un paio di abduzioni mie, magari sbagliate eh, ma così, per chiacchierare, una fra le altre: il fenomeno di emigrazione verso l'Europa è un fenomeno politico, cioè frutto di una decisione politica a quanto pare presa al di fuori della legittima rappresentanza dei parlamenti nazionali (quello europeo manco lo prendo in considerazione per pietà) - e in quanto tale non democratica. Decisione peraltro - visto gli anni dei documenti e delle dichiarazioni - che precede la presunta crisi emergenziale dei presunti profughi. Il minimo che si possa dire, ma proprio il minimo, è che stiamo approfittando delle guerre USA in Medio Oriente e della politica vergognosamente neo-coloniale in Africa della Francia (vedi Libia e Mali etc.) per assicurarci quel tot di immigrati che tanto ci serviva. I soliti furbi.

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The Max 14 settembre, 2017 16:15

Gentile @Il Pedante,

a riprova del fatto che il fenomeno migratorio sia controllabile è il recente blocco implementato.

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Khw31sJ 11 settembre, 2017 22:19

,,un'ottima descrizione del personaggio..

https://it.sott.net/article/909-I-poveri-sono-bestie-Parola-di-Eugenio-Scalfari

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Methodologos 11 settembre, 2017 20:44

Caro Pedante, si ricordi, nella sua argomentata riflessione, che negli USA ci sono più di due milioni di carcerati (circa un detenuto per cento-centoventi abitanti) mentre in Italia siamo intorno all'uno su mille. Una percentuale senza pari al mondo. In sostanza le politiche carcerarie sono sostanzialmente mirate a un controllo delle minoranze e a una loro subalternità gerarchizzata. Sarebbe interessante una riflessione sul come negli Stati Uniti al razzismo esplicito dominante fino agli anni '50 si sia poi progressivamente sostituita una repressione carceraria su base etnica. Per non parlare delle regole di ingaggio della polizia (ovvero agenti la pistola facile che diventano perennemente temuti) o del crearsi di vasti ghetti urbani. Il tutto in un Paese in cui la densità per kmq è intorno ai 30 abitanti mentre in Italia è oltre 200...

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Davide 13 settembre, 2017 18:45

Gentile @Methodologos,

le risposte Morgan Freeman: https://youtu.be/N0p_pQ7PTYU?t=2m7s

Un saluto

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Mikez73 11 settembre, 2017 13:43

Dal libro di Levitt-Dubner, Freakonomics, 2006:

Every generation seems to produce a few marquee academics who advance the thinking on black culture. Roland G. Fryer Jr., the young black economist who analyzed the “acting white” phenomenon and the black-white test score gap, may be among the next. His ascension has been unlikely. An indifferent high-school student from an unstable family, he went to the University of Texas at Arlington on an athletic scholarship. Two things happened to him during college: he quickly realized he would never make the NFL or the NBA; and, taking his studies seriously for the first time in his life, he found he liked them. After graduate work at Penn State and the University of Chicago, he was hired as a Harvard professor at age twenty-five. His reputation for candid thinking on race was already well established.

Fryer’s mission is the study of black underachievement. “One could rattle off all the statistics about blacks not doing so well,” he says. “You can look at the black-white differential in out-of-wedlock births or infant mortality or life expectancy. Blacks are the worst-performing ethnic group on SATs. Blacks earn less than whites. They are still just not doing well, period. I basically want to figure out where blacks went wrong, and I want to devote my life to this.”

In addition to economic and social disparity between blacks and whites, Fryer had become intrigued by the virtual segregation of culture. Blacks and whites watch different television shows. (Monday Night Football is the only show that typically appears on each group’s top ten list; Seinfeld, one of the most popular sitcoms in history, never ranked in the top fifty among blacks.) They smoke different cigarettes. (Newports enjoy a 75 percent market share among black teen-agers versus 12 percent among whites; the white teenagers are mainly smoking Marlboros.) And black parents give their children names that are starkly different from white children’s.

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Il Pedante 12 settembre, 2017 00:06

Bene. Ora resta solo da farsi spiegare perché invece in Europa #ThisTimeWouldBeDifferent.

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Mikez73 12 settembre, 2017 08:25

Non lo sarà, that's the point, and they know it.

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Nina 11 settembre, 2017 09:06

Bentornato, Pedante!

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Mario 10 settembre, 2017 23:32

Sui neri americani consiglio la lettura di questo libro:"White girl bleed a lot". L'autore è un giornalista chiamato Colin Flaherty.

Questo è il link in inglese (purtroppo non è stato tradotto in italiano):

http://zionstrumpet.org/Book_1.pdf

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luca sch 10 settembre, 2017 18:03

Qualche pedante osservazione in libertà sul contenuto di questo post.

Sarebbe interessante sapere quanti degli statunitensi definiti "neri" sono in realtà "meticci" di qualche tipo, e che cosa quindi determina la percezione o auto-percezione come parte della "razza nera": penso, ad esempio, al fatto che Barack Obama, figlio di un uomo africano e di una donna americana bianca, è sempre definito "nero". Pare inoltre che i "mulatti" negli USA siano stati molto spesso classificati come "neri" (one-drop rule) e che un retaggio di questo ancora permanga (come risulterebbe dallo studio citato qui https://news.harvard.edu/gazette/story/2010/12/one-drop-rule-persists/).

Inoltre, al mantenimento di "bianchi" e "neri" come gruppi nel complesso separati ha sicuramente contribuito il fatto che in diversi stati (in particolare quelli del Sud dove ancora nel 2000 ne viveva il 55%) tale separazione è stata anche legalmente imposta, talvolta vietando anche i matrimoni interrazziali, fino agli anni 60 (si veda https://en.wikipedia.org/wiki/Anti-miscegenation_laws_in_the_United_States e https://en.wikipedia.org/wiki/Jim_Crow_laws).

C'è, inoltre, la differenza principale da non trascurare che gli schiavi africani furono deportati negli USA contro la loro volontà, mentre gli attuali migranti africani lasciano i loro Paesi volontariamente.

Con questo ho semplicemente voluto sottolineare che il rapporto tra "bianchi" e "neri" negli USA sicuramente risente di alcune specificità della storia di quel Paese. In Europa la storia potrebbe non essere del tutto uguale (e si spera, ovviamente, che vada meglio e non peggio).

Non era invece mia intenzione, vorrei precisare, unirmi al coro dei cantori delle "magnifiche sorti e progressive" del meticciato. Diversi studi sembrano purtroppo dimostrare, infatti, che Paesi con maggiore frammentazione etnica tendano ad avere meno forniture di beni pubblici, quindi minori livelli di istruzione, infrastrutture, sviluppo finanziario, e una minore stabilità politica (J Diamond e J Robinson , "Esperimenti naturali di storia", p. 153): probabilmente perché il conflitto politico finisce per essere più tra gruppi etnici che tra classi sociali o tra categorie portatrici di differenti interessi.

Infine, nell'ambito di codesto post, apparentemente focalizzato sul rapporto tra africani ed europei, fatico a capire la citazione della statistica sugli stupri, in quanto riferita agli stranieri nel loro complesso (quindi anche arabi, romeni, etc.) e non ai soli africani.

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Il Pedante 10 settembre, 2017 22:46

Gentile Luca, le Sue osservazioni sono stimolanti e meritano risposta. Va tuttavia premesso che l'ipotesi analogica qui presentata è ricostruita "a ritroso" sugli effetti dell'attuale ondata migratoria in Europa, non per il gusto di accomunare fenomeni storici ovviamente lontani e diversi. Non dubito che arriveranno altri commenti con puntualizzazioni altrettanto pedanti (se ne potrebbero fare a migliaia), ma l'output del fenomeno qui indagato e i problemi insorti mi sono sembrati compatibili con la vicenda storica americana a dispetto delle differenze. Procedo per punti:

- La tassonomia del "nero" americano è naturalmente opinabile, ma la quota del 13% è già piuttosto restrittiva (ci sono surveys più generose). Il fatto che i mulatti sarebbero comunque catalogati come neri non è comunque un'attenuante, ma un'AGGRAVANTE rispetto alla tesi esposta: significa che nemmeno l'ibridazione genetica può superare la discriminante e la discriminazione razziale.

- Sulla "differenza principale" rappresentata dal trasferimento volontario degli africani di oggi mi riserverei prudenzialmente qualche dubbio. Si veda ad es. la fig. 35 dell'utimo rapporto IOM (64% dei migranti avrebbero Libia come destinazione, http://bit.ly/2wSYtU9), o queste interviste https://www.youtube.com/watch?v=ko85rzxt0e0, o ancora la tratta delle nigeriane, dove la deportazione avviene per truffa (http://bit.ly/2u45Wyq).

- Sul minore sviluppo dei paesi etnicamente più eterogenei ho svolto anch'io una meta-analisi che pubblicherò in futuro. I risultati sono quelli da Lei citati.

- Ha perfettamente ragione sugli stupri, anzi ho letto (non ho la fonte in mano) che gli africani non sono neanche il gruppo più rappresentato. Tuttavia temo che ciò faccia poca differenza ai fini del pretesto della violenza, che si abbatterà sugli ultimi e più esposti della categoria, cioè appunto gli africani di più recente sbarco.

Ciò detto, mi sembra che le differenze tra l'Europa di oggi e l'America di ieri e dell'altro ieri non facciano ben sperare. Per dirne un paio, è nel frattempo cresciuto il gap di benessere tra primo e terzo mondo, e quindi la "concorrenza" tra le etnie. Inoltre, le immigrazioni sono favorite in un momento di recessione e rabbia sociale, dove da sempre a subire il rancore degli impoveriti sono le minoranze.

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Marco Maria 11 settembre, 2017 20:42

Gentile @Il Pedante,

nell'esposizione di Luca viene affermato che una differenza nel trasferimento degli Africani tra America ed Europa sta nella volontarietà (nel nostro caso attribuita ai migranti di tutte le etnie in generale) e su questo, non sono così sicuro.

Al di là dei benefici (ideologici o economici) che pensano di ricavarne i vari sponsor che si trovano nel Bel Paese e che conseguentemente ne favoriscono l'arrivo, al ragionamento mancano i responsabili della creazione delle condizioni affinché "volontariamente" questi popoli si apprestino a migrare.

Se bombardassero il territorio dove vivo con la mia famiglia (se ancora potessi avere il lusso di possederne una), se inquinassero e devastassero la mia terra per saccheggiarne le risorse (spesso utili solo al mondo occidentale ma in contrapposizione alla conservazione delle risorse necessarie alla mia sopravivenza), se la mia vita fosse appesa ad un filo in mano ad un sanguinario dittatore sostenuto e foraggiato da centri di potere occidentali, se le "democrazie avanzate" sostengono il loro PIL con la vendita di armi a cani e porci e tutto questo e altro ancora mostrasse tutta la mia impotenza ad invertirne il processo, "volontariamente" non potrei segliere altro che fare il migrante.

Che poi gli interessi tra coloro che appiccano il fuoco e i nuovi schiavisti e/o paladini della "eugenetica buona" coincidano, al netto degli utili idioti, sembra quasi un'ovvietà che però nessuno evidenzia.

Se vi fosse una regola che ogni nazione fosse obbligata a prosperare solo con le risorse del proprio territorio, ci rarebbero molti più inventori piuttosto che santi ed eroi.

Vi è pure la beffa di questi giorni dove organismi sovranazionali quale è l'ONU accusano l'Europa di non combattere torture e sopprusi inflitte ai migranti in Libia. Ecco un altro esempio di "meticciato della democrazia" dove dittature e monarchie totalitarie sono parificate a paesi con almeno una parvenza di democrazia. Un'organizzazione che al pari di un condominio globale, di volta in volta si muove e petula in base ad interessi di potere (e spesso in Italia viene strumentalizzata come Voce Suprema di Giustizia) quando il potere di voto e il peso dei partecipanti dovrebbe venire millesimato in quota parte proporzionalmente al grado di libertà ed equità sociale che ogni nazione riesce ad esprimere.

Oggi non abbiamo più la volontà o la capacità di difendere alcun ché, valori, principi o confini che siano, perché, che si annidi nel subcoscio o se ne abbia la piena consapevolezza, sappiamo di essere in parte complici silenziosi della decadenza che avanza avendo accettato (o più spesso solo desiderato) di beneficiare dei compromessi per i quali ci è stata promessa una vita migliore (ma migliore di cosa?) a discapito sicuramente degli ultimi. Fino a quando potremmo fingere di non sapere? Forse solo ora ci apprestiamo a prenderne atto ma forse solo perché molti di noi rischiano ormai di confondersi con gli ultimi.

Scusate se non rileggo ma ho la tendenza a corregere troppo.

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Il Pedante 12 settembre, 2017 00:04

Le Sue osservazioni sono pertinenti. La sopravvalutazione della volontà è uno dei tanti miti occidentali moderni.

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alessandro pironti 12 settembre, 2017 10:31

Gentile @Marco Maria,

ottima analisi... sono d'accordo al 100%... :-)

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BomberPruzzo 14 settembre, 2017 01:02

Gentile @Marco Maria, nelle sue parole mi sembra di leggere forti le influenze del continuo bombardamento mainstream sull'argomento.

I profughi di guerra sono una quantità infinitesimale sul totale degli immigrati mentre la stragrande maggioranza sono semplici "emigrati economici" come va di moda dire adesso.

Per quanto riguarda i profughi di guerra è naturale che essi siano pochissimi perchè chiunque , salvo appunto pochissimi casi, si trovi in simili situazioni si limita a fuggire nei paesi sicuri più vicini al proprio in modo da rientrare nella propria terra e casa non appena la situazione lo permetta.

Per quanto riguarda gli "emigranti economici" che si stanno riversando sulle nostre coste invece bisogna dire che al contrario dei nostri "fuoriusciti" del passato, rappresentano la parte bassa del ceto medio del loro paese, la parte più sensibile alla propaganda che soprattutto nell'africa nera dipinge l'Europa come il continente della cuccagna, parte della popolazione che si può permettere di vendere piccoli tesori per inseguire il sogno.

In tutto questo si innesta in maniera più che evidente un sistema internazionale perdutamente interessato ad ingigantire e strumentalizzare il fenomeno per i propri scopi

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Faber 10 settembre, 2017 11:41

L’eugenetica al contrario è lo strumento per destabilizzare quel poco che rimane di coesione sociale e di coscienza politica. In America sta funzionando alla grande: tra Holliwood, Sky, classe politica asservita e disinformazione a reti unificate, funzionerà anche da noi, che siamo imbevuti di cultura cattolica.

Non ci resta che la Resistenza.

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ilBuonPeppe 10 settembre, 2017 10:44

Se non erro esiste un gruppo (temo piuttosto ridotto) di neri che si sono ben integrati nella società bianca americana. L'osservazione è banale ma apre ad alcune riflessioni.

- Non è un'integrazione vera, che dovrebbe essere bidirezionale, ma un'assimilazione unidirezionale: i neri nella società bianca e mai il contrario.

- Si tratta di casi di persone di successo, neri che "ce l'hanno fatta". Ma è il benessere economico che porta all'integrazione sociale o il contrario?

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Il Pedante 10 settembre, 2017 16:24

Beh, se è per questo mi hanno fatto giustamente notare che il primo possessore legale di schiavi della storia USA era un ex cittadino angolano: https://en.wikipedia.org/wiki/Anthony_Johnson_(colonist)

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Marina 11 settembre, 2017 09:00

Gentile @ilBuonPeppe, a quale società nera vorrebbe che mi assimilassi?

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ilBuonPeppe 11 settembre, 2017 10:03

Gentile @Marina, la mia osservazione non voleva in alcun modo intendere che "si dovrebbe" operare affinché l'integrazione sia bidirezionale. Tutt'altro. Era solo una constatazione del fatto che l'integrazione nei fatti non esiste e che quindi tutta la retorica su questo argomento è squallida propaganda.

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Matteo 10 settembre, 2017 00:20

Ho recuperato un articolo di qualche tempo fa, consiglio di leggerlo, penso possa interessare. Eccolo:

http://www.lastampa.it/2017/03/11/esteri/nel-ghetto-ribelle-di-malm-dove-vacilla-il-modello-svezia-5lexE3gOnr6QkKAeTdRqCK/pagina.html

Malmö, Svezia, situazione sempre peggiore, come d'altronde sta diventando l'Italia. Uno inizia a leggere e viene da mettersi le mani nei capelli, ma... Alla fine ecco la soluzione! Fare passare una generazione. Venticinque anni insomma. Poi tutto garantiscono andrà per il meglio. Perché? Bohhh, l'importante è crederci. E pazienza se nel frattempo la qualità della vita di chi da sempre abita lì cala bruscamente. Tanto sono solo venticinque anni...

Degrado genera degrado, si diceva qualche tempo fa. Ma a quanto pare non è più così, i ghetti magicamente si scioglieranno e tutto andrà a posto. Attivisti pro ONG e intellettuali da salotto saranno certamente d'accordo.

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Il Pedante 10 settembre, 2017 16:22

Ho omesso per ragioni di spazio ciò che sta accadendo in Svezia, che merita di essere studiato. E anche in Germania. Immagino non Le sia sfuggito che la favola della generazione che "adda passà" è la stessa che si racconta al pubblico bambino per convincerlo della bontà di qualsivoglia riforma traumatica e peggioratrice. Ci abitueremo alla precarietà, i millenials scopriranno l'ebbrezza del vivere pericolosamente, sapranno gustarne le opportunità ecc. ecc.

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Mikez73 11 settembre, 2017 09:56

Gentile @Il Pedante, ma è vero, di Vienna?

- A proposito di “muri”, come giudica quello austriaco e cosa deve attendersi il Friuli Venezia Giulia?

- A Vienna, complici storiche minoranze islamiche come quella turca, ormai la maggioranza degli alunni fino ai 12 anni è di fede musulmana. Non dico che ciò verrà replicato da noi, ma sarei disonesto a negare un trend simile. È necessario attrezzarsi in anticipo: l’assimilazione, quella vera, costa soldi e tempo. Non si possono adottare solo strumenti umanitari.

tratto da: http://ilpiccolo.gelocal.it/trieste/cronaca/2016/05/05/news/zannier-approccio-globale-al-fenomeno-migranti-1.13418237

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The Max 14 settembre, 2017 16:19

Gentile @Il Pedante,

nel blog di Lameduk si è parlato spesso di Svezia.

Ad esempio qui:

http://ilblogdilameduck.blogspot.it/2017/03/dove-le-donne-hanno-paura-di.html

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Matteo 09 settembre, 2017 23:23

Come la mettiamo con chi non vuole capire? Temo che molti, specialmente tra i più giovani, etichetterebbero convintamente un articolo come questo (ben scritto, con citazioni, dati: molto interessante!) semplicemente come razzista, fascista, xenofobo, omofobo (anche se non c'entra un tubo, ma è così che va). Citazioni per me ripugnanti come quelle di Scalfari o dell'Huff Post verrebbero salutate come positive, come progresso, modernità. Tutto questo nella convinzione di essere nel giusto, di stare così frenando la pericolosa ascesa delle spietate destre (?), il pericolo sempre più pressante (?) dello 0,2% di persone che votano FN.

Basta guardare i social, gente di 20 anni che passa in un secondo dal twittare sull'ultima minchiata dell'isola dei famosi al parlare favorevolmente dello ius soli, a dare della razzista alla vecchietta che si lamenta che il quartiere nel quale vive è diventato un disastro, che esulta con frasette infantili alla notizia che due carabinieri italiani avrebbero violentato due donne ("ihihih visto ke lo fanno anche gli itagliani? ke skifo mi vergogno di essere nat* qua, ci dobbiamo estinguere, mille volte meglio i poveri migranti").

Come si supera tutto questo? Il problema non è un dibattito di tipo "intellettuale", non è l'Espresso, non sono i canali di notizie h24. No, il problema è che certi pregiudizi, certe opinioni reputate personali e proprie anche se condivise da tutti , hanno ormai fatto presa. Sono la maggioranza e lo saranno sempre di più. Per me non se ne esce. Lei, Pedante, scrive ottimi articoli, ma questi raggiungono un pubblico per forza di cose limitato numericamente, e che già ragiona. Chiusa la pagina di questo blog rimangono quelli che "l'ha detto Burioni, quindi è vero", "ci vuole più Europa" (ma che minchia significaaa?!), "chissà come reagiranno i mercati", "non siamo più nel medioevo" (detto magari per giustificare i capricci di qualche ricco, vedi utero in affitto), ecc. Insomma, per quanti numeri o testi si forniranno, la cosa sarà del tutto inutile, chi voleva capire aveva già capito, chi non vuole o non riesce non lo farà mai. E a non riuscirci non sono i poveri, o gli "ignoranti", no: quelli almeno le difficoltà le sperimentano in prima persona, non stanno a fare "narrazioni". È una gabbia, bambinoni privilegiati hanno imposto la propria agenda e chi è contrario passa immediatamente per razzista o nazista o anche solo come ignorantello: come si può non essere d'accordo con quanto detto dai "giovani figli delle classi più abbienti della Germania"? Loro hanno studiato, viaggiato, amato, fatto l'Erasmus, tenuto corsi sulla parità di genere... Come puoi tu, che vivi in provincia, che magari non prendi mai l'aereo, non essere d'accordo con loro? Invidioso? Anzi: haters? Meglio applaudire, almeno si fa bella figura e magari non si perdono anni in salute prendendosela per come vanno le cose. Bel quadretto deprimente.

Vabbé, forse ho scritto troppo e in maniera sconclusionata, ma premo invio ugualmente...

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Il Pedante 10 settembre, 2017 16:27

Io cerco di fare la mia parte, non di salvare il mondo. Diversamente mi dedicherei anch'io alle frasi fatte.

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Giovanni 10 settembre, 2017 18:22

Gentile @Matteo, si chiama "pensiero unico". E' la vera malattia dei nostri tempi.

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Falso Indirizzo 09 settembre, 2017 22:21

Mi piacerebbe un pezzo sulle invasioni barbariche subite dall'Impero Romano. A mio parere l'analisi di quel fenomeno, dei tempi necessari, delle dinamiche, delle violenze, dei costi e dei risultati (create le fondamenta e le divisioni dell'europa medievale) dimostrerebbero in modo ancora più forte quali siano i costi dell'integrazione.

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Il Pedante 10 settembre, 2017 16:29

Purtroppo sono molto carente sull'argomento. Tuttavia più che i costi dell'integrazione biognerebbe discutere il senso. Perché bisogna integrare? E che differenza c'è con l'assimilazione dei colonialisti?

Rispondi

Mikez73 11 settembre, 2017 09:39

Gentile @Falso Indirizzo,

non so se sa, ma non si chiamano più invasioni barbariche, si chiamano Migrazioni Barbariche, e la cosa che ancora mi stupisce non è il cambio del primo termine ma che non sia ancora stato cambiato il secondo. L'aggettivo barbaro è assolutamente razzista, etnocentrico, irrispettoso delle altrui vedute, fossero pure quelle di farti fuori - almeno da quel che ricordo, non mi pare fossero un esempio di Grand Tour per venire a vedere il Colosseo.

Credo fosse un due anni fa che su Twitter avevo visto la foto di un manuale di storia delle medie con appunto la paginetta che recava la nuova dicitura. Tra l'altro ebbi la sfortuna di parlarne a un pranzo con la Parente Piddina N2, laureata in storia e insegnante di storia al liceo, che alla mia battuta indignata su tale misura orwelliana di riscrittura del passato, dando per scontato che fosse d'accordo con me, si irrigidì, e, forbitamente, iniziò invece a spiegarmi che è ovvio che le categorie interpretative della scienza storica cambino e si adeguino ai nuovi tempi, etc. etc.

La discussione degenerò rapidamente, raggiunse il climax con il jingle "gli immigrati ci pagheranno la pensione" (cosa che purtroppo lei non saggerà sulla pelle visto che le manca poco per andarci, ma mai dire mai) e si concluse con la mia domanda, "ok, qua son tutti bravi col culo degli altri: tu cosa sei disposta a rinunciare del tuo tenore di vita per accogliere gli immigrati? facciamo metà del tuo stipendio? o pensi che questa ondata non abbia dei costi? secondo te chi paga? Tu quanto vuoi pagare, personalmente?" Silenzio.

Vorrei proprio vederla con 300 euro di pensione al mese, come in Grecia, ma immagino che per l'epoca avranno trovato qualche nuovo capro espiatorio. Sperando di non essere io.

P.S. In tutto ciò, come si possa equiparare le invasioni barbariche dell'impero romano con i movimenti di emigrazione odierni, che avvengono sotto il segno del Capitalismo, per me rimane un mistero.

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Gigliola 11 settembre, 2017 14:45

Anch'io vedo un'analogia con le invasioni barbariche: allora come oggi, è stata una penetrazione lenta ma costante e con numeri importanti. All'inizio pochi ci facevano caso, e hanno anche cercato di "assimilarli" facendoli entrare nell'esercito (vedi Stilicone). E magari funzionava: anch'io qualche anno fa dicevo che "arrivando qui, proveranno il benessere occidentale e perderanno la voglia di fare gli integralisti". Ma oggi temo che sarà come nel 476 o giù di lì: quando saranno tanti, detteranno legge (spero senza le armi dei Barbari di allora...)

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Mikez73 12 settembre, 2017 10:16

Mi scusi @Gigliola, certo che è un'analogia, è proprio quello il problema, che è solo una analogia, brutta e scontata peraltro, cioè è cattiva poesia ("i tuoi occhi brillano come le stelle!" bleah). Anche il cavallo e l'automobile hanno un aspetto in comune, cioè che l'uomo ci sale sopra per muoversi, ciò non toglie che descrivere il cavallo come un'automobile senza ruote non è molto perspicace, e peraltro non rende giustizia al cavallo, che è su questa terra per i fatti suoi e non in funzione dell'uomo che, sfiga, l'ha addomesticato.

L'analogia "barbara" è la seguente: movimenti di persone in massa.

Oltre un secolo di propaganda&pubblicità fanno sì che ormai le sinapsi funzionino solo per associazioni qualitative, diciamo così, non logiche: movimento = libertà = vita = bello. Finito ogni discorso, ogni ragionamento. Fissata nelle molli fibre del cervello questa e un altro paio di associazioni e tutte le discussioni successive saranno del tipo bene/male e cattivo/buono, stop.

Inoltre, ogni discorso pubblico - e ci metto molti dei paper pseudoscientifici che si possono leggere sull'argomento - funzionano in modo giornalistico: posta una premessa che viene data per assodata, se ne discutono esplicitamente solo le conseguenze. Che è il modo migliore per non discutere del nocciolo della questione, in cui si annida la vera scelta, il vero conflitto, cioè appunto la premessa. Per esempio: "Come accogliere i migranti?" Il problema esplicito viene convogliato sul verbo (accogliere o non accogliere? e giù a scannarsi) quando il problema (implicito) è il nome, dietro cui si cela tutta una ideologia: libertà di movimento è bello, un mondo senza confini è bello, siamo tutti migranti… e qui ci vorrebbe la faccia di Verdone che dice "in che senso?" Già solo la parola migranti grida vendetta al cospetto di Dio: gli uccelli migrano, non gli umani.

Gli umani attraversano dei confini. Ma appunto, è già la parola stessa che elimina il concetto di confine alla radice (e-migrare, im-migrare, cioè "ex" e "in", si esce e si entra - non ci si sposta in un cielo fatto solo di nuvole) e il gioco è fatto. Sentila e ripetila a pappagallo milioni di volte e il cervello è fritto.

Cosa si nasconde dietro questa analogia? Ma la solita Tina: le migrazioni sono un fenomeno naturale come quello degli uccelli, non si può fare nulla contro, solo gestirla. Siccome si vogliono abolire i confini, si fa una propaganda in cui si fa finta che i confini già non esistono e voilà, il gioco è fatto. Certo ci vuole qualche anno, qualche spin-doctor, qualche milione di dollari, ma che sarà mai. Una perfetta profezia che si auto avvera.

Due sono le cose da sottolineare:

1) nell'analogia vengono espunti i tratti specifici che rendono i fenomeni "reali", concreti. La violenza, per esempio, il fatto che il fenomeno implichi il superamento, subito, di un confine (da cui il termine invasione), di nuovo in modo violento, il fatto che il confine sia una struttura fondamentale di ogni essere biologico, dalla singola cellula al Vallo di Adriano (e fare finta che non esistano è psicologicamente devastante); che le invasioni barbariche sono state protratte nel tempo, direi secoli, non come oggi un paio di decenni (o decadi, per gli anglofoni).

2) i movimenti di massa in regime capitalistico sono un'altra cosa, e hanno un diverso significato. Infatti non si chiamano più invasioni. Che una storica laureata in storia che insegna storia possa soprassedere a questo fatto, eminentemente storico - cioè che ci sono delle macro-strutture del pensiero e della convivenza umana che cambiano nel tempo, mi lascia abbacinato di fronte alla potenza della propaganda. Dalla tratta degli schiavi a oggi, il movimento delle persone è dettato da quello dei capitali. Può essere un commercio, può essere importazione di manodopera, può essere tante cose, tutte politiche però (cioè decise da qualcuno e che possono implicare un conflitto) non naturali. Blocca il movimento di capitali e vedi che ne è degli emigranti. Puff, spariscono come le nuvole. Ma quello è il motore immobile di tutto: che il Capitale si possa muovere liberamente, libero e felice.

L'unico a dettare legge è il Capitale, altro che gli immigrati. Ci sarebbe poi il problemuccio che anch'esso non è la legge di gravità, un che di naturale e inevitabile, ma un fenomeno umano, quindi politico e storico. Dietro questa parola magicamente astratta ci sono uomini in carne e ossa. Ma sono già stato sufficientemente incontinente, e mi fermo.

P.S. A scanso di equivoci: il soggetto ideale della propaganda verso cui mi scaglio sono io eh, lo stupido sono io.

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Gigliola 12 settembre, 2017 15:38

Tranquillo, @Mikez73: non volevo dire di non essere d'accordo con la sua visione, che condivido al 100%. E condivido la sua osservazione sul fatto che si tratti di un'analogia superficiale. Volevo semplicemente dire che trovo simili all'epoca di fine impero romano le reazioni di noi europei "invasi": prima, "Beh, sono pochi. Qualcuno rompe le scatole con le guerre, ma dai, si tratta di poca cosa, non ci metteranno in pericolo". Poi "Trovato il trucco! Arruoliamoli nell'esercito, facciamone dei bravi cittadini romani". Alla fine, come sappiamo, si è arrivati al "Si salvi chi può". Sta aumentando in me il timore che oggi possa finire allo stesso modo. E il fatto che, come lei dice giustamente, allora la parabola si è consumata in secoli, oggi in pochi decenni, accresce la mia preoccupazione. Se, invece, le cose andranno diversamente, sarò la prima a brindare...

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Pietro 12 settembre, 2017 18:37

Gentile @Mikez73,

secondo me proprio di migrazione di uccelli si tratta.

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Lorenzo 12 settembre, 2017 19:44

Gentile @Mikez73,

bello il tuo racconto, mi sembra che evidenzi bene i tempi terribili e confusi nei quali siamo calati. Comunque ormai quando sento il termine "piddino" automaticamente penso al lettore standard dei grandi quotidiani (tipo quello dell'Eugenetico citato in questo articolo, ma non solo, ovviamente) anche se magari vota per altri partiti, insomma il "piddino" mi pare proprio una vittima del modo di pensare dominante, uno che DEVE allinearsi ai concetti e ai principi passati dall'alto...che tristezza mamma mia

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Mikez73 13 settembre, 2017 09:45

@Gigliola, sì scusi, per il filo di veemenza, in realtà sono molto mansueto ma dopo un po' parto in un dialogo immaginario contro i miei piddini ed è la fine. Continuo comunque a considerare l'analogia con le invasioni barbariche fuorviante, sia che i due fenomeni vengano accomunati sotto l'ombrello naturalistico delle "migrazioni", sia che lo sia sotto quello dell'invasione, che potrebbe far sembrare l'ultima ondata come un atto di guerra. A modo suo lo è, ma non da parte degli immigrati, che hanno solo un ruolo strumentale. Bisogna fare qualunque cosa, qualunque, per evitare che si apra il circolo infernale della violenza. Anche perché della mia età e del mio giro non ne conosco uno che sappia fare a pugni o sappia impugnare altro che non sia uno smartphone.

La prima cosa da fare, essenziale, è identificare il nemico (Buffagni copyright).

@Pietro. Sei un D'Alemiano, quindi - segue emoticon con faccetta che ride, che piange, una qualunque, per segnalare modalità ironica. Me lo ricordo D'Alema un vent'anni fa cianciare su qualche programma tv che in Italia e in Europa il calo demografico delle nascite avrebbe reso inevitabile l'immigrazione di milioni di immigrati - mi pare disse 50 o una cifra simile, e di sicuro era prima dello spin che ha trasformato i nuovi uccelli appunto da immigrati a migranti, per cui l'esimio usava ancora i termini propri a quelli di un cittadino di uno Stato con dei confini - non oso dire di uno statista perché mi vergognerei, per lui per me e per l'Italia.

Qualche mese fa mi ero scaricato una dozzina di paper onu, unicef, osce e ong varie sull'immigrazione. Una litania continua, iniziavano tutti nello stesso modo: siccome il calo demografico dell'Europa… un paragrafetto e via andare su come accogliere i nuovi. Il trucco sta sempre nella premessa (quella che D'Alema si beve come fosse vino suo, e non lo è, avrà letto pure lui gli stessi paper, sappiamo che si reputa intelligente, o avrà i consiglieri che l'hanno fatto) quindi bisognerebbe indagare lì, sul calo demografico, cause, conseguenze, etc. etc.

@Lorenzo

della serie guardiamo i lati positivi:

a) Eugenio ha raggiunto la veneranda età in cui i vecchi non tengono niente, né dalla bocca né dalla vescica, per cui è sincero, e ci aggiorna costantemente sul livello della melma da cui affiorano le idee con cui l'oligarchia illuminata, di cui lui stesso ha tessuto le lodi, decide di bastonarci e/o darci la carota, purtroppo quasi mai davanti. Spero che il Signore ce lo lasci il più a lungo possibile, e sempre così ciarliero.

b) i lettori di Rep e Corriere cosa sono, 280 mila a testa? Passati i tempi in cui il numero di copie vendute (o regalate su treni, aerei, pescivendoli per aumentare la tiratura) viaggiava sugli 800 mila, a testa. Sono una riserva indiana, insignificante anche elettoralmente, se non come picca per la testa dei piddini, mentre i loro corpi vanno a lavorare, fanno la spesa e tornano a casa.

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Carlo Concato 09 settembre, 2017 20:45

OK per quanto riguarda gli USA. Ma che dire del Sud America (Brasile, Caraibi, ecc.)? Mi pare che il meticciato si sia realizzato, anche se la ricchezza non è stata distribuita equamente ed è concentrata in mani prevalentemente bianche. La mia non è una domanda polemica.

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Il Pedante 09 settembre, 2017 22:18

L'osservazione non è polemica e aprirebbe altri scenari di indagine. Qui basti accennare che in Brasile furono deportati quasi 5 MILIONI di schiavi e che nel XIX sec. c'erano più schiavi che liberi, sicché è una situazione ben diversa da quella americana e (speriamo) europea. È vero, si creò un meticciato che però 1) non è mai stato universale, né ieri né oggi, 2) non ha mai messo minimamente in discussione la primazia dei bianchi e 3) i neri rimasero e rimangono emarginati, al punto che si creò una "classe media" di mulatti che disprezzavano i neri e tendevano a non mescolarsi con essi.

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L'Immeritocrate 19 settembre, 2017 10:51

A conferma di quanto detto dal Pedante, faccio notare ad esempio che uno dei cavalli di battaglia della rivoluzione a Cuba fu la lotta contro la discriminazione razziale. Non so valutare i risultati. Volevo solo evidenziare che, almeno lì, questo era certamente un tema scottante almeno fino a qualche decina di anni fa.

Penso anche che sia piuttosto ingenuo mettere tutto il sudamerica in un calderone, perché la distribuzione delle etnie è a tutt'oggi estremamente disomogenea anche all'interno di un singolo stato, viste le diverse storie di immigrazione più o meno coatta, da più o meno tutto il mondo, che contraddistingue diverse regioni (si pensi ad esempio al nord-est brasiliano, che mi dicono essere un pezzo di Africa, e il sud dello stesso paese, che mi dicono essere un pezzo di Baviera - con pro e contro).

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L'Immeritocrate 19 settembre, 2017 16:43

Tra l'altro, mi chiedo da solo se in questo caso sia corretto parlare di "etnie". Credo di no. Ma non mi viene in mente una parola migliore che non sia anche terribilmente generica (tipo "culture"). Visto che parliamo di quello, forse sarebbe meglio dire "la distribuzione del colore della pelle". E il fatto che stiamo parlando di quello mi dà un'idea dell'abisso in quale siamo.

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a perfect world 09 settembre, 2017 19:28

Stessi progressisti che, nel solito salotto, auspicano la riapertura dei bordelli, nel nome della libertà e legalità ... dove casualmente le loro figlie non "lavoreranno" mai. E, sempre ovviamente, al massimo sposeranno un "abbronzato", ma non certo un nero. Considerata la percentuale di abbronzati (neri ricchi borghesi), il meticciato non accadrà mai.

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