L'afasia e l'ultramondo

21 aprile, 2021 | 19 comments

Questo articolo è uscito in versione ridotta su La Verità del 20 aprile 2021 con il titolo "Avrebbe dovuto aprirci la mente invece la Rete ha eliminato la realtà".

1.

Rincasavo a notte fonda dopo una serata con gli amici. Camminando notai un uomo inginocchiato sul marciapiede, con la fronte che toccava terra. Da un certa distanza, sembrava quasi un fedele prostrato alla Mecca. Mi avvicinai e vidi che muoveva la testa ansimando. Mi avvicinai ancora e capii che non stava pregando, ma leccava forsennatamente l'asfalto, come un morto di fame. Mi rivolse uno sguardo allucinato. Io abbassai il mio e mi allontanai in fretta senza voltarmi.

2.

«Il monito del vescovo: dire no al vaccino significa non essere cristiani».

3.

«Quell'essere senza occhi seduto al tavolo di fronte se l'era bevuta con l'entusiasmo del fanatico e avrebbe snidato, denunciato e vaporizzato come una furia chiunque avesse fatto notare che fino alla settimana precedente la razione di cioccolato era stata di trenta grammi».

4.

Il Partito vi diceva che non dovevate credere né ai vostri occhi né alle vostre orecchie. Era, questa, l'ingiunzione essenziale e definitiva.

***

Per quanto siano distanti, le opinioni possono solo confrontarsi su un terreno comune e ancorarsi a un denominatore che definisca il quadrante dello scontro. Nel pugilato i contendenti se le danno con violenza ma restano sempre tra le corde di un perimetro dove le regole della vittoria e del gioco valgono per tutti. Quando si discute occorre utilizzare una lingua nota agli interlocutori in cui si codifica più a monte un'identità percettiva che rimanda all'esperienza della realtà fisica di sé e del non sé: che un cane sia un cane, il calore caldo, la consonante altro dalla vocale, il bianco dal nero, Beppe da Gino. Se ciascuno la vede a modo suo, tutti vedono però le stesse cose. L'interpretazione è del soggetto, la percezione il postulato del comunicabile che si può sì definire ma non normare, perché sarebbe norma di quella norma, la conoscenza che precede il conoscere.

Nel sensus communis si fonda il requisito dell'essere e quindi anche delle sue relazioni logiche, per il principio di non contraddizione. Se ciò che è non può non essere insieme, allora anche il sistema astratto in cui lo si enuncia deve ammettere la co-essenza di ogni oggetto enunciato. Dallo stesso principio viene l'etica: non solo con l'empatia, ma più ancora riconoscendo la distinzione del prossimo, del suo essere altro dalle proprie ideazioni e dai propri bisogni, lo si può rispettare e reclamarne il rispetto.

Se manca l'esperienza comune, manca la parola che la descrive e la interpreta. E se manca la parola, mancano le discussioni. In quella notte di tanti anni fa avrei dovuto articolare i miei dubbi sulla salubrità del bitume? Suggerire invece un pinzimonio, uno strudel? E dovrei oggi scrivere che i vangeli non raccomandano di utilizzare un certo farmaco? No, ma non per la distanza delle posizioni. Osterebbe piuttosto l'incompatibilità dei domini, che nel mio «ring» le categorie alimentari si applicano ai beni commestibili ed è cristiano chi crede in Cristo. Se ci parlassimo, parleremmo perciò di cose diverse e in lingue diverse, utilizzeremmo gli stessi segni per descrivere mondi diversi. Se non si incardina su un innesto empirico comune, il pendolo non oscilla e la vittoria può allora darsi solo per elisione dell'avversario: snidandolo, denunciandolo e vaporizzandolo come una furia secondo i rapporti di forza del momento, riducendolo ad allontanarsi col volto basso e all'afasia della frase che muore già in gola.

Per quanto sgradevole, il conflitto è però il rischio minore. Entrando in dialettica col mondo estraneo lo si avvererebbe, lo si farebbe proprio calandosi pur con disgusto nel suo ventre, se ne assorbirebbero il linguaggio e gli oggetti. È questo il segreto della malintesa «libertà» di dibattito che si vanta oggi, specialmente sulle piattaforme digitali: il credere che consista nel prendere posizione sui temi pubblicati in cartellone, di variare sul basso dettato dal capo orchestra e di piluccare da un menu prestampato. Che sia quella di muoversi sul «ring» senza vederne invece le corde e senza oltrepassarne perciò lo spazio, sì da fissarvi l'unico orizzonte dell'esperibile, e perciò del possibile. Il mondo estraneo vive di chi ne parla, non di come se ne parla.

***

Oggi sembra a qualcuno che la moltitudine abbia perduto il senso delle proporzioni, la logica persino aritmetica e le virtù minime per una convivenza se non pacifica, almeno possibile. Che ripeta con cieca ossessione parole e gesti apotropaici fino a stordirsi, come incantata da un crescendo di tamburi tribali. Molti vedono in ciò una patologia collettiva di cui proiettano indiscriminatamente i sintomi, provando una sensazione di angoscia. Ma occorrerebbe piuttosto circoscrivere quei sintomi e riconoscere che viviamo ancora tra persone razionali e decenti, non meno di noi e comunque non meno che in passato, e che i nostri simili «funzionano» ancora in tutte le circostanze di pensiero e di prassi salvo che in quelle su cui si addensa l'attenzione degli organi di informazione e dei loro parrocchetti parlamentari. La concentrazione del fenomeno invita a concentrare l'analisi.

Se si concorda nel situare le condotte anomale in compresenza, e solo in compresenza, della propaganda, di quest'ultima vanno assunti i presupposti sociali di un «alto» che sfrutta credito e capillarità per coltivare nel «basso» una condivisione complice dei suoi obiettivi. L'«alto» riformula le premesse e i moventi di quegli obiettivi in modo che si realizzino per altre vie e che la forza necessaria per perseguirli non debba tradursi in una imposizione dall'esito incerto. La propaganda si indirizza alla massa e deve perciò curarsi che i suoi effetti si producano in modo uniforme nel più alto numero di soggetti. Sicché, per quanto effimera negli scopi, il suo veicolo retorico si fissa nel granito della consecutio fisica e temporale, negli istinti e nei tabù senza tempo. Tornando all'interrogativo iniziale, bisogna dunque escludere che la propaganda ambisca alla follia. Al contrario, deve preservare l'integrità logica e morale del suo target per assicurarne la programmabilità. L'argilla sociale in cui il propagandista vuole affondare le mani è disciplinata, coerente, coesa, partecipe, empatica, altruista. Trabocca senso civico e tensione morale. È sana, mortalmente sana.

Come può allora riuscire il tentativo di coltivare il «buon funzionamento» dei soggetti e insieme scongiurare il suo evolversi in una critica dei messaggi propagandati, della loro plausibilità, opportunità e decenza? Precisamente intervenendo sull'esperienza sottostante, riplasmando cioè le rappresentazioni a cui quelle doti si applicano. Il concetto di «frame» assume così un'accezione più chirurgica dell'originale: non fabbrica messaggi, ma appunto rappresentazioni che catalizzano reazioni già innescate. Non tocca l'interpretazione, lavora invece più in basso, sul suo «combustibile» cognitivo. I pubblicitari allestiscono storie di successo, di gioventù e di bellezza ma non hanno bisogno di attribuirne il merito ai prodotti reclamizzati. Lasciano che quel nesso scaturisca da sé, per giustapposizione degli stimoli. Ciò che è di norma vero nella realtà vera, che una compresenza di eventi implichi causalità, o almeno compatibilità, avvera il messaggio della realtà finta. Così il «buon funzionamento» traslato intero in una rappresentazione fittizia produce nessi fittizi ma in sé credibili. Nello stesso modo si possono istigare gli esiti più folli e raccapriccianti facendo leva sulla sanità e la virtù dei soggetti. Chi volesse, diciamo, indurre un aviatore a bombardare i quartieri dei propri cari o le scuole dei propri figli potrebbe ad esempio riprogrammarne il carattere per trasformarlo in un pervertito assassino, o fargli piuttosto credere che tra quelle mura si siano asserragliati i nemici. Nel primo caso, ammesso che mai riesca nell'impresa, otterrebbe un ingovernabile squilibrato, nel secondo infonderebbe tutto il patriottismo, la dedizione e la perizia del militare nel delitto. Così i migliori diventano i peggiori in quanto migliori, i più miti i più sciagurati e feroci, gli automi lanciati in un ultramondo che veste l'amaro in dolce, la rovina in trionfo e il prossimo in un ostacolo da abbattere sulla via di una qualche salvezza.

***

Nel 1973 Pier Paolo Pasolini denunciava assai correttamente il centralismo con cui il mezzo televisivo elude le distanze fisiche e culturali per imporre in sincrono e in ogni casa i modelli del «nuovo potere». Se allora lo si poteva definire «autoritario e repressivo come mai nessun mezzo di informazione al mondo», oggi il suo paradigma si è evoluto nella forma ancora più estrema della rete internet, che non si limita a dispensare informazioni ma le raccoglie anche, immagazzina i pensieri e i comportamenti dei suoi utenti per studiarli, sorvegliarli e all'occorrenza spegnerli. Nel digitale la tirannide è liquida, istantanea, strutturale, sicché, più che imporla faticosamente nel reale, la si impone forzando il suo involucro impomatato: la digitalizzazione.

La televisione e i suoi nipoti non sono però «un centro elaboratore di messaggi» come scriveva il poeta friulano, o almeno non in modo diretto. La loro elaborazione sforna piuttosto rappresentazioni, mondi fatti e finiti. Sui teleschermi non si discute ma si osserva la gente discutere, non si commentano gli eventi ma li si (ri)produce montando immagini, parole e suoni in un tutto coerente che mima tempi e modi della cognizione in presenza. Con la promessa di allargare lo sguardo su realtà altrimenti inaccessibili, le finestre telematiche le incorporano indistintamente nel bagaglio dell'esperienza e della memoria: la protesi si fa carne, diventa organo di percezione innato, reclama la stessa dignità dei sensi. I «messaggi» passano nell'eccipiente di una narrazione internamente vera e perciò compatibile con le aspettative del pubblico «ben funzionante», le notizie nello storytelling, i giudizi, le emergenze, i bersagli della simpatia o dell'odio nella testimonianza, nel «caso» e nelle trame di Hollywood. Non sbaglia chi identifica in questi strumenti le innovazioni più decisive degli ultimi decenni: perché rendono inutile ogni altra innovazione, potendola fabbricare in effige. La sostituzione empirica manda in soffitta la maieutica e la tecnica. Non teme la realtà, la crea.

Il paradosso più avvincente di questa magia è che per dare un vestito di verità alle proprie chimere sfrutta lo stesso «buon funzionamento» a cui spetta il compito di distinguere il vero dal finto. Come ci riesce? La risposta è nei prefissi: la tele-matica e la tele-visione fanno vedere τηλόθι, da lontano, allestiscono le loro rappresentazioni in uno spazio fisico e ideale dove l'occhio del «ben funzionante» non può spingersi. È quindi improbabile che entrino in collisione con l'esperienza viva e che di questa affrontino il vaglio. Come il barone di Münchhausen e il suo cavallo, l'informazione lontana si appende solo a se stessa, alla sua logicità e coerenza, all'autorevolezza di chi la propugna e alla numerosità dei suoi diffusori. Le basta cioè «funzionare» nel suo mondo remoto. La seduzione di poter guardare lontano fa però sì che chi ne fruisce non se ne dia pena e la accolga nel mondo vicino e creda davvero di conoscere il carattere, la quotidianità e i vizi dei capi di stato, di scrutare i bilanci delle nazioni, di penetrare i segreti della storia antica e di riconoscere i crismi della vera scienza, di cui snocciola ipotesi e percentuali come se fossero le monetine che porta in tasca. Crede di poter sempre distinguere, come l'Adamo biblico, i cattivi dai buoni e la bufala dal vero. Avendo accettato un copione di cui non può essere l'attore, ne accetta finalmente la morale, il «messaggio».

***

L'uso di collocare i miti e le fiabe in universi lontani è comune a tutte le narrazioni didascaliche. L'ultramondo contemporaneo non fa eccezione e porta l'artificio all'estremo aggiungendo nuove dimensioni remote. Non basta più ricondurre gli sconvolgimenti del qui al battito d'ali di farfalle che volteggiano nelle lande più esotiche, né quelli dell'ora ai «retaggi» che ci trascineremmo da millenni. C'è anche l'inaccessibilità culturale e sperimentale delle scienze che «dicono» senza poter essere smentite, quella quantitativa dei sondaggi, dei big data, dei bollettini statistici e della macroeconomia. Chi ha mai visto un pitecantropo, un cambiamento climatico trisecolare, un deficit, un PIL, uno spread, un indice di fiducia delle imprese? L'ultramondo occupa e sfrutta tutto l'assortimento dell'inesperibile e fissa il suo regno negli estremi del troppo grande, del troppo piccolo, del troppo astratto, del troppo difficile, del troppo distante. L'ultima incursione, la più audace, si è spinta nell'impalpabilità di un microbo e dei suoi frammenti per annunciare un pericolo mortale nell'invisibile e, con inversione inaudita, una malattia nei sani.

L'ultramondo non rappresenta sempre il falso, ma la facilità con cui lo può fare - e lo fa - dovrebbe renderne obbligatoria la quarantena perpetua, come raccomandavano gli uomini di scienza e di buon senso dei tempi migliori. Il supplemento di conoscenza che dispensa ai televedenti non estende, ma surroga e destituisce l'esperienza vissuta, la costringe a cedere terreno fino a rattrappirsi come gli arti lasciati troppo a lungo a riposo. Lo stesso «buon funzionamento» vede allora il suo dominio restringersi e l'equilibrio del gioco si incrina. Avanza l'alienazione, la precedenza dell'esperienza altra sulla propria carne, le proprie emozioni, i propri bisogni e il proprio passato, e perciò anche la dimenticanza dì sé e del mondo esperito come il solo universale su cui innestare uno scambio e una costruzione sociale. Ci caviamo gli occhi per indossare i visori di chi ci promette le stelle e così cozziamo contro i muri di casa, spaziamo negli oceani del web e annaspiamo nelle pozze di un viottolo, abitiamo il villaggio globale e non ci allontaniamo dal condominio. Rinchiusi, ora anche per legge, in una caverna platonica tappezzata di cristalli liquidi, avvizziamo nel buio rispecchiandoci nella sfera di un mago.

Mai, mai l'umanità si è trovata come oggi avvolta da un'«affatturazione globale» (Antonin Artaud) che l'ha svuotata e schiacciata nel limbo dei non viventi, come non vive chi non percepisce se stesso e le cose a sé prossime. Cessati i culti delle cose invisibili del Cielo, ha cercato l'invisibile frugando nei fanghi del mondo e lo ha trovato ovunque, lo ha adorato in ogni sua forma e lo ha creato anche dove non c'era. Tutto è diventato metafisico, ma in modo posticcio e volgare, sempre cangiante secondo i capricci del mago e senza spiegazioni né fondazioni, con la velocità dello zapping. Finché non si sarà ripartiti dalla terra ferma e ottusa del notre jardin e finché la realtà stanca di bussare alla porta e di urlare alle finestre non avrà fatto irruzione nel sarcofago telemondano per dissiparne i peti, non sarà possibile né raccomandabile scontrarsi per dare risposte ai problemi degli uomini. Ci si scontrerebbe su un fondale cartonato, col rischio di crederlo vero.


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Lorenzo 22 maggio, 2021 11:38

Pedante, mi risolvi un dilemma? Tu dici che internet in realtà è inFernet e io sarei anche d'accordo, anzi SONO d'accordo. Tante volte penso di lasciare tutto, a partire dai social, che sono i più dannosi. L'email ormai non si può, ma lascerei anche quella se potessi. Però questo tu lo dici proprio sull'infernet, bello e tranquillo. Come si risolve questa contraddizione? Con un uso più moderato o migliore del mezzo? Oppure in maniera radicale, sparendo dalla rete? Penso al giornalista Barnard, che dopo aver preso coscienza dei limiti e anzi della pericolosità, ha praticamente abbandonato il web, almeno come personaggio pubblico, che in effetti è un problema per chi ha allo stesso tempo un grosso seguito e una coscienza. Ho visto che tu hai scelto di lasciare i social ma di continuare dal blog. Pensi che questo possa rappresentare un equilibrio, una giusta misura dell'utilizzo di questa nuova tecnologia infernale?

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Il Pedante 22 maggio, 2021 18:21

Gentile amico, Le rispondo con una metafora. Se Lei protestasse perché l'aria della Sua città è troppo inquinata, così inquinata da provocare malattie gravi e malformazioni, smetterebbe perciò di respirarla?

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Lorenzo 22 maggio, 2021 21:04

Gentile @Il Pedante, grazie. La metafora rende benissimo.

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Sofia 03 maggio, 2021 22:41

Malattia umana, globale, che attraverso il potere esplica tutti i suoi effetti nefasti. Velocemente recupero la magistrale conclusione, che appunto proprio al potere umano affida il compito di guarigione nella ricerca dell'antidoto. Ognuno faccia la sua parte. Il vero individuo deve ridestarsi, risorgere senza timore di essere disarmato e sterilizzato dall'accusa di individualismo.

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Stefano Longagnani 01 maggio, 2021 12:48

Buon primo maggio.

(Basta il pensiero)

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Peppe 24 aprile, 2021 16:03

Da tempo viene propagandata l’illusione di una Europa che regalerà soldi all’Italia.

Tale illusione è stata resa possibile perché si è riusciti a far perdere di vista ai cittadini un fatto che avviene palesemente di fronte ai loro occhi: il fatto che il denaro trae il suo valore dallo Stato.

La locuzione “corso legale della moneta” indica il fatto che: le leggi e le istituzioni dello Stato conferiscono al pezzo di carta chiamato “moneta” la funzione di mezzo di pagamento all’interno del territorio statale.

Sul territorio italiano, se la vetrina di un negozio espone beni prezzati e un acquirente porge banconote aventi corso legale, il venditore deve cedere i beni esposti: perché se non lo fa, l’acquirente può adire le autorità italiane per imporre al venditore di consegnare i beni in vetrina. L’euro è un mezzo di pagamento in Italia perché lo Stato italiano gli conferisce tale potere.

Se compro una casa in Francia pagandola in euro, il venditore deve rilasciare l’immobile: perché se non rilascia l’immobile, posso adire le autorità francesi per cacciarlo di casa, senza che il venditore possa sollevare eccezioni in ordine alla validità del mezzo di pagamento adoperato. L’euro è un mezzo di pagamento in Francia perché lo Stato francese gli conferisce tale potere.

Il valore del denaro è l’insieme dei diritti esercitabili con esso quando entri in un mercato: ma per poter esercitare diritti, deve esistere uno Stato che li riconosca e tuteli. L’esistenza dello Stato è il presupposto per l’esistenza del denaro e del mercato.

Uno Stato ha dei crediti nei confronti dei residenti sul suo territorio: le tasse e le imposte.

Il creditore ha il potere di liberare il debitore dalla sua obbligazione. Lo Stato conferisce al pezzo di carta chiamato “moneta” la funzione di strumento liberatorio dell’obbligo di pagare le imposte.

Un lavoratore fornisce un servizio in cambio di pezzi di carta - chiamati “moneta” - che poi consegna allo Stato: a quel punto, lo Stato considera il lavoratore temporaneamente liberato dall’obbligo di pagare le imposte.

Un commerciante cede i suoi beni in cambio di pezzi di carta chiamati “moneta”, che poi dovrà consegnare allo Stato per liberarsi dai suoi obblighi.

Se lo Stato conferisce ad un oggetto la funzione di strumento liberatorio dell’obbligo di pagare le imposte, quell’oggetto ha un valore economico e gli operatori economici lo scambieranno fra loro. L’euro trae il suo valore dalla condotta di singoli Stati che, in esercizio della loro sovranità, conferiscono al pezzo di carta “euro” la qualità di mezzo di pagamento sul proprio territorio.

La grande illusione è pensare che il denaro abbia valore in sé, ma il denaro trae il suo valore dallo Stato: il denaro senza Stato è solo carta.

Chi racconta la boiata della liretta non ha capito questo fatto e pensa che sia il denaro a conferire valore allo Stato, mentre invece è vero il contrario.

Se l’euro trae il suo valore da uno Stato che gli conferisce il potere di essere un mezzo di pagamento, allora quello Stato ha la sovranità monetaria e non ha bisogno dei “regali” dell’Europa.

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disperato 24 aprile, 2021 18:19

Gentile @Peppe,

in realtà è molto peggio di così. In sostanza noi italiani dobbiamo dare dei soldi all'unione europea, soldi che devono essere presi dalle tasse ai cittadini non avendo noi una banca centrale, quindi l'unione europea ci presterà i nostri soldi (si proprio i nostri soldi) a patto che facciamo le riforme che la massoneria finanziaria ci impone: cioè patrimoniale sulle case, riforma (riduzione) delle pensioni, licenziamento degli statali...

Se non facciamo la rivoluzione ci uccideranno tutti.

Anche perché il lockdown e la "vaccinazione" cioè la terapia genica sperimentale dureranno finché il regime non cadrà (o davvero qualcuno pensa che l'anno prossimo o tra due anni ci toglieranno l'obbligo di mascherina o l'obbligo vaccinale? perché se qualcuno lo pensa non ha capito un cazzo).

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Peppe 25 aprile, 2021 12:07

Gentile @disperato,

All’inizio del mio commento, ho scritto che è un’illusione quella dell’Europa che regala denaro, mentre nella parte finale ho scritto “regali” fra virgolette.

In sostanza, l’UE presterà all’Italia un “oggetto” che trae il suo valore dallo Stato italiano poiché:

1) lo Stato conferisce a quell’oggetto il potere di essere un mezzo di pagamento sul proprio territorio (intervenendo nelle controversie fra privati per dare ragione a chi usa quell’oggetto per pagare);

2) lo Stato conferisce a quell’oggetto il potere di essere uno strumento liberatorio dell’obbligo di pagare le imposte.

E se l’oggetto europeo fosse affiancato da un altro oggetto, con analoghi poteri, ma emesso direttamente dallo Stato italiano?

Si dirà: “i trattati europei non lo permettono”. Tuttavia, la storia dell’UE è costellata da violazioni unilaterali dei trattati compiute dagli Stati più prepotenti. Successivamente, i trattati europei sono stati modificati, per renderli conformi alle violazioni commesse.

Lei scrive che non abbiamo una banca centrale. In realtà abbiamo la Banca d’Italia, che non stiamo utilizzando per emettere moneta nazionale (per il momento).

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disperato 26 aprile, 2021 14:57

Gentile @Peppe,

non credo che le nostre posizioni siano molto distanti. Lei sta facendo un discorso di teoria economica su cui a grandi linee mi sembra di poter concordare (anche se forse qualche riserva potrei avanzarla..., ad esempio l'inflazione come fenomeno reale esiste e creare denaro senza avere delle attività funzionanti perché chiuse per legge rischia di far saltare tutto), io invece stavo solo facendo notare, terra terra, che il Mes, o come lo si vuole chiamare, è un sistema per cui l'unione europea ci presta i soldi nostri a condizioni capestro. Cioè non solo ci presta soldi che sono nostri, e quindi già qui siamo al ridicolo, ma lo fa in cambio della nostra totale sottomissione al nuovo ordine mondiale. E' impossibile pensare che non vi sia del dolo da parte dei nostri governanti che accettano tutto ciò. Governanti che però sono il frutto di votazioni, quindi gli italiani si sono scavati da soli la fossa votando PD, 5stelle, Berlusconi, Meloni e pure Lega (dove a fianco di personaggi positivi come Bagnai e Borghi vi sono anche Giorgetti e Zaia).

Le soluzioni per uscire dalla crisi sarebbero molteplici (a cominciare dal terminare il lockdown inutile sul piano sanitario e devastante economicamente) però i nostri governanti sono lì non per salvare l'Italia ma per metterla in liquidazione, e chi capisce di economia sa che è così da quando ci hanno fatto entrare nell'euro.

Poi da quando ci vogliono imporre la terapia genica sperimentale per un'influenza è evidente che non solo vogliono le nostre proprietà ma anche ucciderci in gran numero (per risolvere il problema della sovrappopolazione).

Finché al potere abbiamo Conte o Draghi o similia la nostra situazione non potrà che peggiorare, sia dal punto di vista economico che democratico. E non per errori ma perché la volontà politica è quella.

Saluti.

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salus 23 aprile, 2021 18:29

eccellenza, le segnalo un refuso nel Covidario: riporta "i tecnici" al posto del più corretto "i tènnici".

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Fischio Larsen 23 aprile, 2021 10:51

Aveva ragione PK Dick, aveva visto come uno dei suoi precog il delitto di questo mondo, dove "Ci caviamo gli occhi per indossare i visori di chi ci promette le stelle e così cozziamo contro i muri di casa".

E non è un caso che per risolvere l'indovinello Voight-Kampff che le propone per distinguerci dagli androidi, gli umani usino una calcolatrice virtuale che vive dentro una macchina (quanto fa 37 + 7?).

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Rick Deckard 23 aprile, 2021 08:50

Non vedo l'ora che la realtà si riprenda tutto. Dalle macerie, forse, l'umanità potrebbe avere nuove chance. Oppure no, ce ne faremo una ragione.

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Michele 23 aprile, 2021 01:08

Cade la notte... E gli uomini bruciano le città per riavere la luce, mentre in cielo cominciano a risplendere, ignote, le stelle... Lo lessi a 9 anni, ma mi sembra sempre attuale.

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Wildkater 22 aprile, 2021 15:47

"Il Partito vi diceva che non dovevate credere né ai vostri occhi né alle vostre orecchie. Era, questa, l'ingiunzione essenziale e definitiva."

Ma quale principio di non contraddizione. Identità? Terzo escluso.

Qui abbiamo a che fare palesemente con tesi (liberalismo) antitesi (socialcomunismo) = sintesi...

Sintesi futura (אמת), quello che lorsignori tramite i padroni del discorso imporranno al nuovo Golem, che verosimilmente sostituirà quello angloamericano sulla cui fronte a mio parere ormai sta scritto מת.

Affermazioni piuttosto selvatiche, degne di censura, ovviamente.

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Lorena 22 aprile, 2021 08:22

Grazie ????

I Suoi interventi sono preziosi come il faro del porto nelle notti nebbiose.

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andrea 22 aprile, 2021 08:06

La figura del falsario mi pare quella che meglio rappresenta ciò che si cela dietro e promuove incessantemente questa colossale produzione di neo-realtà. Ogni artefatto che miri a spacciarsi per vero e buono dovrà necessariamente essere composto da una sapiente proporzione di elementi autentici e falsi, combinati in modo tale che i primi fungano da esca per abboccare ai secondi. Talvolta, se lo scopo è corruttivo o omicida, la dose di lievito velenoso sarà dosata in quantità microscopiche nella totalità dell'impasto, ma quel pane non porterà solo sazietà e nutrimento.

Il falsario, incapace di creazione vera e originale, può solo arraffare e adoperare elementi esistenti, creati "buoni" in sé in quanto neutri, smontandoli dalla casa dell'esperienza e ricombinandoli per altri scopi, in altro ordine: rovesciato, obliquo o nelle sue linee solo impercettibilmente inclinato, così che a tempo debito le rette vie divergano quanto serve perché lo sguardo non le colga più tra loro vicine.

L'antico racconto ci dice che già in principio, nel nostro giardino, incontravamo chi ci spiegava come "in realtà" stavano le cose. Non si può dire dicesse bugie, questo no, sostituiva solo un dettaglio, un avverbio e in definitiva riproponeva gli stessi oggetti e concetti, solo a favore di un'altra comprensione, un'altra realtà. Simile.

Quelli di oggi mi sembrano i tempi in cui ai falsari non basta più il possesso e la trasformazione di singoli oggetti, persone, fatti, idee, castelli e regni, ovvero i contenuti della realtà. È ora in atto la produzione-contraffazione del contenitore, della realtà stessa. In questa seconda realtà forse il falsario non dovrà più nemmeno impegnarsi per imitare o ritoccare oggetti e ogni realtà particolare, perché sotto il cielo di questo ultramondo tutto sarà visto e compreso sotto altra luce.

Coloro che conservano la capacità di distinguere anche nella neo-realtà della rete gli elementi autentici, magari salvandoli in tempo prima della morsa di zizzanie e parassiti e restituendoli poi al quadro vero, questi filologi e conservatori delle umane verità hanno vita dura e sguardo malinconico, sovente cantano meraviglie a pochi passi dall'abisso, in difesa di pochi viventi in ascolto.

La leggo da tempo, la ringrazio per tutto questo suo scavo, mi aiuta non poco a dare aria al mio sarcofago, spesso anche a tirar giù con un calcio qualche fondale cartonato.

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Eddi l. 22 aprile, 2021 05:48

Lo sto leggendo e rileggendo, grazie.

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Giuliano 21 aprile, 2021 18:20

Bravo!

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Riccardo 21 aprile, 2021 17:58

"And the people bowed and prayed/ to the neon-god they made".

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