L'invasione degli ultratabù

05 dicembre, 2018 | 24 commenti

Ogni civiltà ha i suoi tabù, perché di ogni civiltà è il sacro. Ciò che è sacro è intoccabile, inavvicinabile, perché in origine maledetto. Scrive Pompeo Festo (De verborum significatione) che l'homo sacer è «quem populus iudicavit ob maleficium... quivis homo malus atque improbus». Tra le etimologie proposte, l'accadico sakāru rimanda appunto all'atto del bloccare, interdire, ostruire l'accesso. In una comunità di persone il sacro postula l'indiscutibile, i riferimenti invalicabili dell'identità e dei valori comuni di norma rappresentati nella sintesi di un simbolo o di una formula rituale. L'ambivalenza del sacro è prospettica: nel tracciare un confine inviolabile discrimina ciò che deve restare fuori - il tabù - da ciò che sta dentro e attorno a cui ci si deve raccogliere - il totem. Il binomio freudiano svela così i due volti del sacro: dove c'è un totem c'è un tabù, e viceversa. Se la Repubblica Italiana si rispecchia nel totem dell'antifascismo, il fascismo è un tabù. Se una chiesa fissa il suo totem nel dogma, i tabù sono l'eresia e la bestemmia che lo negano.

Non si ha notizia di civiltà senza tabù, perché il sacro soddisfa un fabbisogno spirituale che si riscontra ovunque. Sarebbe perciò sciocco credere che i tempi laici in cui viviamo si siano emancipati dal sacro e quindi dai tabù. L'errore nasce dalla confusione di sacer e sanctus, dove il secondo rimanda in modo specifico alla sacralità religiosa. Sanctus è participio passato di sancīre, attestato anche nel significato di interdire, separare, dedicare (a una divinità), accomunato a sacer da una possibile radice comune sak-. La convergenza e quasi sovrapposizione nell'uso dei due termini sembra illustrare un processo che dall'era classica a quella cristiana ha progressivamente «relegato» il sacro nelle cose ultraterrene, con il vantaggio di trattare più pragmaticamente le cose umane e della terra, di schivare cioè il rischio di sacralizzarle rendendole così inconoscibili perché inaccessibili al λόγος. Un rischio che si sarebbe confermato e si sta più che mai confermando reale.

Ben lontano dall'essere desacralizzata, la nostra è una società desantificata che nel rinunciare al santo ha trascinato il sacro nel fango della storia. Attaccando il divino nella speranza di guadagnarne una liberazione dagli «schemi», dagli «errori» e, appunto, dai tabù del passato, lo ha frantumato in tante schegge semidivine disseminando il sacro in ogni forma e in ogni dove. Da questo schianto è sorto un politeismo i cui feticci non portano più le insegne della divinità ma ne preservano l'inattaccabilità e il dogmatismo. Se l'esperimento novecentesco dell'ateismo di Stato ha colmato il vuoto del sacro religioso con il suo rimpiazzo politico mantenendo e possibilmente aumentando i corollari presidi di repressione e censura degli eterodossi, il fenomeno è letteralmente esploso negli ultimi anni in seno alle democrazie occidentali.

Svincolati dalla sorveglianza di una dottrina riconosciuta e centrale, i nodi del sacro si sono moltiplicati e hanno infestato il discorso pubblico e privato, e quindi anche il pensiero. Ai richiamati totem laici dell'antifascismo e della democrazia si sono aggiunti quelli dell'Unione Europea, Gerusalemme babelica portatrice e promettitrice di pace, dei suoi padri e profeti, de «i mercati» giusti, onnipotenti e severi, dell'internazionalizzazione di popoli e capitali in cui sciogliersi per rinascere fortificati (Gv, 24-25), dell'accoglienza di ogni diversità purché non di pensiero, del laicismo, del riscaldamento globale, della parità di generi e orientamenti sessuali e della loro moltiplicazione, di cose, persone e organizzazioni che «salvano vite», della storia non più solo patria ma di qualunque angolo di mondo purché scritta dai vincitori, del progresso che si autoavvera nella condanna acritica di tutto ciò che è trascorso. L'ultimo totem è insieme il più promettente e potente: «la scienza» e l'innovazione tecnologica in cui si celebrano non già gli strumenti, ma i fini di un'evoluzione di cui portarci all'altezza espungendo ogni incomputabile residuo di umanità.

Ai totem rispondono più numerosi i tabù: non solo «i fascismi» ma anche «i nazionalismi» e le stesse nazioni, le identità tradizionali (il colore locale è ammesso, purché vendibile), la discriminazione anche solo come distinzione di generi e genti, «odio», razzismo, sessismo, antisemitismo, omofobia, transfobia, xenofobia, islamofobia e tutte le nostalgie di un passato ontologicamente peggiore. Dal totem scientifico discendono i tabù dell'antiscientismo, di chi non si lascia cullare da «gli esperti» circolarmente espressi da «la scienza» come sistema gerarchico e finisce negli antri di «maghi» e «stregoni», della superstizione, dell'antivaccinismo, delle cure alternative e «ciarlatanesche», della critica darwiniana, delle scie chimiche, della terra piatta, cubica o dodecaedrica e di qualsiasi altro dubbio non corroborato dai media o dalle peer review. Non serve che il soggetto si affili direttamente a un tabù: basta che non si dissoci dalla sua lettera e dai suoi latori con la dovuta veemenza. Allora sarà detto revisionista, negazionista, complottista o reazionario, dato in pasto al gregge schiumante e accusato della stessa bestialità con cui lo si attacca. Non potendolo più chiamare eretico, dell'eretico subirà la sorte sociale, fin quando il sognato tramonto delle garanzie costituzionali non renderà lecita anche quella penale.

A questi tabù generali ciascuno aggiunge i propri e quelli della propria fazione, in un proliferare senza freni di caveat dialettici dove l'elaborazione verbale e concettuale diventa un campo minato, un percorso a ostacoli irto di cose da non dire, o da dire avendo reso devoto omaggio al loro contrario («premesso che personalmente», «ben lungi dal difendere» e via escusando). Si instaura così la «dittatura del politicamente corretto» denunciata e descritta da molti autori, che nell'incarcerare il discorso toglie spazio al pensiero e lo impoverisce, lo confina in un cono di luce sempre più angusto dove può solo balbettare e ridursi alla litania degli slogan e degli hashtag, fino all'afasia. Ciò che resta è un pensiero minimo e lobotomico asservito alla sua negazione, un intelletto tutto teso allo spegnimento si sé: proprio e altrui, presente, futuro e persino passato, con la pretesa di distruggere o riscrivere le testimonianze sgradite alle nuove dottrine. L'epoca presente si candida così a diventare non solo la più bigotta e fanatica, ma anche quella intellettualmente più povera, la più sterile e puerile degli ultimi secoli.

***

Nel rompere gli argini del sacro, l'eclissi del santo ne ha liberalizzato anche i sacerdoti, conoscitori e guardiani del tabù, il cui soglio vacante si è lasciato occupare da chi già occupava il trono secolare dell'economia e delle armi, dai vincitori del mondo e da chi ne accetta la legge. Ecco un'ascoltata intellettuale enunciare, con apposito test, un lungo elenco di propositiones in odore di «fascismo» per misurare l'omodossia dei lettori. Eccone un altro che nel «populismo» vede non già l'etichetta storica di un momento storico ma la colpa eterna del «fascismo eterno» formulata da un pater ecclesiae. Ecco l'analisi di un «maschilismo» che sedurrebbe le anime per «vie insidiose» e invisibili ai non iniziati. Ed ecco il giornalista di un grande giornale che, al contrario, distribuisce dispense dal tabù atavico dell'infanzia sofferente spiegando «quando è necessario mostrare la foto di un bimbo che muore». Quando? Solo in casi estremi: quelli cioè decisi da lui e dai suoi editori per attaccare i governi a sé nemici, perché lì «non può esistere il sospetto che sia un modo di speculare sui minori». Chi controlla i tabù controlla il pensiero, ne traccia i confini e l'orizzonte, alza gli argini dentro cui deve fluire per imporgli l'unico corso possibile: il proprio. Scrive Roberto Pecchioli:

Il XXI secolo, tecnologico e permissivo, ha bisogno di un sistema di potere allucinogeno: le masse devono essere convinte di godere di ampie libertà, nonché di avere grandi possibilità individuali. Un esercito di finti pezzi unici, sospinti però verso comportamenti, gusti, reazioni assolutamente comuni e previste. È il principio del soft power, che agisce per linee interne, a livello subliminale, persuasivo, per coazione a ripetere, mostrando e imponendo modelli, ottenendo senza violenza fisica comportamenti o attitudini di proprio gradimento.

E ancora:

Ciò che chiamiamo politicamente corretto è una accattivante confezione di preconcetti basata su un unico postulato: l’uguaglianza quasi paranoica, ossessiva, superstiziosa, che diventa uniformità, gabbia inviolabile. Timoroso di se stesso, l’uomo mette a confronto la sua percezione di fatti, il proprio principio di realtà, inevitabilmente diverso dalla visione ufficiale, e censura se stesso, si considera cattivo, malvagio in quanto giudica altrimenti, e, nella maggioranza dei casi, si conforma, sino a introiettare come giusto e vero quello che il suo proprio convincimento rifiuterebbe.

I frutti del condizionamento a contrariis sono strabilianti, non ottenibili con tecniche di propaganda «positiva». Emmanuel Macron, già banchiere presso i Rotschild e misteriosamente catapultato al Ministero dell'economia nel 2014, dove fece approvare con procedura d'urgenza la legge ferocemente padronale che porta il suo nome, lo stesso Macron contro cui oggi le classi popolari francesi manifestano mettendo a ferro e fuoco il Paese, si aggiudicò le elezioni presidenziali del 2017 contro Marine Le Pen perché quest'ultima era tabù, figlia di un neofascista, dimostrando così che lo stigma sacrale si trasmette anche per via di sangue, non solo ideologica. Per lo stesso motivo qualcuno è riuscito a scrivere che non si possono criticare le idee e le iniziative politiche di George Soros senza violare il tabù dell'«antisemitismo», vantando il finanziere ungherese un'ascendenza ebraica. Associando tabù lontani si creano e si governano i «moderati», che non essendo mai tali negli atti e nelle idee si definiscono così perché abbracciano gli atti e le idee del manovratore di turno collocandosi con prevedibile diligenza tra gli «estremismi», cioè i tabù, che ha fabbricato per loro. L'intransigenza del metodo generale produce, per imitazione, parrocchie e sottogruppi ancora più intransigenti, in reciproca guerra per aggiudicarsi la palma dei «puri». Nasce così il fenomeno del «mai con», infallibile nel soffocare in culla le possibili alleanze tra dissenzienti, tutti impegnati a restringere ulteriormente il già ristretto recinto sacrale per bearsi della propria incontaminazione.

Andrebbe chiaramente detto - e qui lo diciamo - che non è possibile rendere omaggio al complicato olimpo dei totem e dei tabù contemporanei per guadagnarsi il diritto di esprimersi, e insieme esprimere un pensiero libero e originale, figuriamoci critico. Perché le minuziose mappe del sacro servono precisamente a sopprimere la libertà di pronunciare ciò che dispiace a chi ha la forza di imporle. Non si può vincere rispettando le regole degli avversari. Quando parlo del libro che ho recentemente pubblicato con Pier Paolo Dal Monte sui rischi di avere reso coercitive e indiscutibili diverse vaccinazioni per l'infanzia, mi guardo bene dal prendere le distanze dai «no vax». Non perché io lo sia o non lo sia, ma perché quel tabù serve proprio ed esclusivamente - lo ripeto: esclusivamente, mancandogli ogni fondamento analitico - a squalificare ogni posizione critica sul tema, e quindi anche ciò che ho scritto nel libro. Sicché mi sconfesserei già in partenza. Né sarebbe intelligente esercitarsi in distinzioni diffinitorie di scuola questista su quale sia il «vero» oscurantismo, il «vero» razzismo, il «vero» negazionismo o, viceversa, la «vera» Europa, il «vero» internazionalismo, il «vero» progresso e via dicendo, perché si è già visto che il sacro è postulato in ontologia, esiste proprio per mettere i cardini fondanti dell'identità al riparo dalla dialettica. Il suo essere indeclinabile è cioè sostanziale, non accidentale. L'unica strategia costruttiva è quindi quella di disconoscere i tabù vulgati, di allontanarsene e di rimuoverli dalla propria agenda per costruire un pensiero altro e ancorato ai propri, personali tabù: meglio se pochi e meglio ancora, per quanto possibile, se non inquinati dal mondo.


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Sitka 06 dicembre, 2018 16:28

Ciao Pedante, esprimi benissimo una sensazione condivisa (troppo poco) con parole giuste e messe una accanto all'altra in maniera magistrale a formare un'analisi chiara.

Per conto mio ho spesso riflettuto sul significato di tabù, tantevvero che ne scrissi (premesso che ho scritto solo questa cosa, e un'altra mezza paginetta, in vita mia, peraltro sempre sulo stesso argomento, infatti non so scrivere, però so leggere): http://alcesteilblog.blogspot.com/p/mauki-mauki-aveva-tre-tambo.html

Ora, a livello simbolico hai ragione tu, e anche chi commentò il mio scritto, a dire che sono presenti anche oggi tabù, a livello funzionale certo. Tuttavia bisogna rilevare che l'assenza di sacralità che via via ha corroso anche i tabù più radicati nella società (penso banalmente a un certo perbenismo cattolico italianissimo pre-1980, che conservava, anche nelle sue manifestazioni più becere, delle radici culturali profonde), ne ha sradicato le fondamenta spirituali...forse questo mi ha spinto a usare nel caso della mia improvvisazione su tema la parola indigena "tambo". Proprio per questo motivo ho trovato interessantissime le tue analisi linguistiche.

La parola "tabù" usata nella società da me vissuta (post 1980) usata come accezione negativa ha infatti perso il suo uso nel linguaggio fino a scomparire, letteralmente, ai giorni nostri.

La parola è oggi nota certo, ma non è usata, mai, invece prima era usata (in senso negativo, almeno).

La scomparsa di una parola dal gergo (così come la comparsa di altre) potrebbe sembrare casuale, ma non lo è. Il linguaggio infatti, come i più accorti sanno, ha un'importanza cruciale nello svolgimento della vita umana. Il linguaggio è tutto, è la forma-mentis. Se alcune parole sono assenti o presenti vuol dire che alcuni concetti si concepiscono, e altri no, se introduci l'inconcepibile nel linguaggio sei già bello che fregato.

Sitka

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disperato 06 dicembre, 2018 14:55

Grazie, articolo molto bello e anche (per me che sono un ingenuo) illuminante.

Infatti per abitudine tendo a pensare che non ci sia mai nulla di nuovo sotto il Sole, ma quando mi si fa notare le novità (con tanto di spiegazione razionale) lo riconosco. Viviamo in un'epoca di decadenza non uguale (come erroneamente pensavo), ma peggiore delle precedenti poiché i tabù non sono stati circoscritti e delimitati ma imperversano ormai su ogni fronte e in ogni dove come Lei ha giustamente denunciato.

Come corollario della tesi volevo riportare un fatto che a me ha fatto un'enorme impressione: una maestra è stata licenziata per aver affermato in classe che Babbo Natale non esiste. In altre parole è stata estromessa dall'insegnamento perché colpevole di aver detto la verità. Ora chi l'ha licenziata sa benissimo che questa signora ha detto il vero, cioè non siamo in una situazione in cui si va contro quella che viene ritenuta (a ragione o a torto) la verità ufficiale (come poteva essere con il processo a Galileo per esempio), semplicemente affermare il vero o il falso viene considerato irrilevante nella nostra epoca, bisogna piegarsi all'autorità anche se mente ed è evidente.

Plutarco affermava: "L'uomo non può ottenere, e Dio non può concedere, nulla di più prezioso della Verità".

Quale decadenza da un pensiero così raffinato.

Chesterton temeva il tempo in cui si dovrà lottare per affermare che due più due fa quattro, pur essendo lontano dal suo misticismo devo convenire che quel tempo è arrivato.

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Analfabeta Funzionale 10 dicembre, 2018 20:47

Gentile @disperato,

Babbo Natale aveva già fatto un'altra vittima: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Babbo-Natale-non-esiste-via-direttore-orchestra-3639ef2e-c8c4-49da-9a20-1c6a71a33e66.html

Diciamo che sia la maestra che il direttore d'orchestra potevano anche risparmiare la dolorosa verità ai pargoli, però non si può perdere il lavoro per queste sciocchezze.

"Libertà è poter dire che due più due fa quatto, il resto viene di conseguenza" (cit.), vedo nuvole molto brutte all'orizzonte.

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Frankie doesn't go to Hollywood 06 dicembre, 2018 14:49

Il Pedante scrive:

"L'epoca presente si candida così a diventare non solo la più bigotta e fanatica, ma anche quella intellettualmente più povera, la più sterile e puerile degli ultimi secoli."

mi sembra un problema marginale, i segnali che indicano che questa epoca è l'ultima (per noi umani non per amebe e funghi) si moltiplicano, non una gran perdita, alla fine qualcosa di utile saremo, un ottimo concime.

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Charles 06 dicembre, 2018 11:13

Straordinario pezzo.

La manipolazione delle masse attraverso la fissazione di "estremi" era già presente nel suo libro, ma qui la trattazione è ancora più incisiva.

Ripeto: straordinario pezzo

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Riccardo Stracuzzi 06 dicembre, 2018 10:48

Gentile Pedante,

la seguo sempre con interesse, perché – non c’è dubbio – nei suoi ragionamenti il fuoco dell’intelligenza non si spegne mai del tutto. E tuttavia vorrei farle notare che, qualche volta, lei si lascia un po’ troppo divertire (Pascal docet) dal gusto del ghirigoro.

Qui sopra, da un lato si diletta con i facili ritrovati dell’etimon logos, da Isidoro di Siviglia ad Heidegger pessimo modo di conduzione del discorso teorico (gli slittamenti di significato di un significante non sono intrinseci al significante predetto, che altrimenti sarebbe ‘sacro’ pure lui, ma generati dagli slittamenti del paradigma: cioè dei testi, cioè – in ultima istanza – dalle trasformazioni del rapporto tra struttura e sovrastruttura); dall’altro, e con una certa dose di strano entusiasmo intellettuale, scopre l’acqua calda: nella fattispecie, che il governo della società richiede comunque l’adozione di un qualche instrumentum regni. Se non si può più fornirsi di quello dei bei tempi andati (resosi obsoleto), si può sempre riformarlo, dislocarlo, frammentarlo, invertirlo di segno, travestirlo e così via.

Questa roba, gentile Pedante, si chiama lotta di classe. Ce n’è sempre, da qualche parte: il più delle volte, dall’alto verso il basso. A meno che, dal basso, non si prenda coscienza che, da sopra, qualcuno colpisce, e si decida di colpire in direzione uguale e contraria. Ecco, mi perdoni, ma con questo siamo proprio all’Abc... E se ogni volta dobbiamo riscoprirlo, e giubilarne, vuol dire che siamo in preda a un loop non saprei dire se nietzschiano, ma certo rigorosamente idealistico.

P.S. Mi scusi per i forestierismi così rudemente integrati alla frase, ma la piattaforma non consente il cor.vo, e dunque di marcarli.

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Il Pedante 06 dicembre, 2018 12:32

Gentile amico, è tutto vero. In realtà io cerco di scrivere sempre le stesse cose in modo diverso, per rendere universale la pietanza.

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AONonA 06 dicembre, 2018 13:45

"Ripetere l'ovvio in tempo di menzogna è un atto rivoluzionario."

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@Acheropita 11 dicembre, 2018 17:58

Gentile @Riccardo Stracuzzi,

condivido la sua analisi sull'articolo,faccio i miei complimenti all'autore per la citazione freudiana e per la sostanza dell'artico stesso.

Mi spiace che nei 240 caratteri di Twitter ci stia poco del pensiero però in fondo,anche se in modo rude,caro Pedante le dissi le stesse cose di Riccardo.Ripetute in malo modo lo ammetto.

E quindi a sua volta faccio i complimenti a Riccardo.

E infine saluto cordialmente

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JSB 06 dicembre, 2018 10:01

Grazie per averci fatto riflettere.

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aiutoepitomista 06 dicembre, 2018 04:06

3 cose, variamente off topic (se ora [non] esiste moderazione la prego di non pubblicare).

Errata corrige (forse?) alla frase 'che il soggetto si affili direttamente a un tabù': se è il congiuntivo presente di affiliare secondo me doppia i (vabbuò, so' vecchio, ma così fa casino con affilare).

Querelle twitter Pizzi-Medici in ambulanzao: non mi pare che alcuno abbia attirato l'attenzione sulla sciagurata politica degli ultimi 20 anni che ha reso i medici, di base e non, merce rara. Ho amici men che trentenni che han già più di 1500 mutuati. Ho amici 50/sessantenni che li hanno raggiunti (i 1500) dopo 15 anni di professione (attentissimi alle linee guida dell'asl, sul prescrivere esami, i 50enni, i 30enni meno, ma il campione non è indicativo).

Backdoor: son più di vent'anni che non m'occupo più direttamente di sviilppo, ma, all'epoca (e secondo me ancor oggi), per ogni singola procedura ogni team di sviluppo metteva la sua, per debaggare le proprie routine. Ogni capo progetto ne faceva aggiungere un'altra per lo stesso motivo. Chi s'occupava di rapporti con il cliente e deploy ne aveva bisogno, e la chiedeva al capo progetto, che nel frattempo aveva fatto rimuovere le altre (tutte quelle di cui si ricordava, o che erano 'agli atti') .Chi si occupava di manutenzione (che generalmente era l'ultimo arrivato e ne capiva pochissimo) , più il progetto era protetto e perciò difficile ottenere pieno accesso dal cliente (dopo qualche mese quasi impossibile), non chiedeva più agli sviluppatori di farne una (il progetto era orami troppo incasinato, funzionante, e pericoloso da modificare) ma generalmente ne metteva una fatta veramente col culo, tanto, secondo il loro capo, nessuno se ne sarebbe mai accorto, ricompilava e via. Questo per esempio spiega vulnerabilità ridicole in progetti accuratissimi.

Per questo (ed altri) motivi la prego di accogliere la mia proposta d'affiliazione (ci metterei due zeta, per far ammenda al punto uno) al PLI (in cui la L mi pare d'aver capito è come la G di GNU, a meno non voglia significare il più accreditato 'luddista', ero malato quel giorno) segnalandoLe la definizione di stato totalitario ne "La pelle" di Malaparte: '...mi domandava che cosa fosse uno Stato totalitario, io rispondevo, "E' uno Stato dove tutto ciò che non è proibito, è obbligatorio".'

Sciamanicamente aggiunge "lo ero l'Europa. Ero la storia d'Europa, la civiltà d'Europa, la poesia, l'arte, tutte le glorie e tutti i misteri dell'Europa. E mi sentivo insieme oppresso, distrutto, fucilato, invaso, liberato, mi sentivo vigliacco ed eroe, bastard e charming, amico e nemico, vinto e vincitore. E mi sentivo anche una persona per bene: ma era difficile far capire a quegli onesti americani che c'è della gente onesta anche in Europa.". Altri tempi (?).

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Riccardo Da Parigi 05 dicembre, 2018 23:50

Molto interessante. Renato Rizzi dice cose molto simili per quanto riguarda l'architettura (Il Daimon di architettura - Mimesis), con la scomparsa dell'arché in favore della sola téchne; alcuni passi:

"Siamo diventati ciechi, non alla Demostene, per servire la verità; non alla Edipo, per rimuovere la colpa; ma alla Saramago, per assuefazione di simulacra, per ingestione di eídola";

"Nel nichilismo "l'estetica" rifiuta, ripudia l'estetico: il festoso ripetersi dell'arbitrio.

La theoría classica è visione concorde. Occhio del mondo. "Visione dei princìpi primi (archaí). Conoscere autentico. La sua natura è metafisico-ontologica.

La "teoria" nichilista (contemporanea) è visione discorde (téchne). Occhio sul mondo. Sguardo del predatore, del rapinatore. Variabile della ricerca. La sua natura è scientifico-metodologica."

https://www.youtube.com/watch?v=X94w9cJpiUs

Questo è un suo convegno su youtube per chi volesse approfondire il suo pensiero e comprendere quanto il nichilismo contemporaneo, che in realtà crea solo nuovi idoli distruggendo il soggettivo, abbia ormai egemonizzato ogni ramo della cultura.

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Analfabeta Funzionale 05 dicembre, 2018 22:25

"La tecnocrazia è la continuazione della teocrazia con altri mezzi".

Così il mio subconscio ha sintetizzato stamattina presto, mentre sonnecchiavo sul treno che tutti i giorni mi porta a lavoro, mettendo insieme una battuta di un film ("Quando religione e politica viaggiano sullo stesso carro, la tempesta le segue", https://www.imdb.com/title/tt0142032/), la celebre massima di von Clausewitz e la constatazione di come la scienza venga usata a fini politici e ne "viaggi sullo stesso carro".

Mi pareva attinente al post dell'ottimo Pedante e volevo condividerlo.

Il problema di essere un lavoratore pendolare è che, anche quando non vuoi, hai tempo per pensare...

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PaoloG 05 dicembre, 2018 21:07

Grazie. di cuore.

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Gianni 05 dicembre, 2018 20:45

In fondo si tratta della medesima operazione che ogni potere totalitario ha costruito nella storia per affermarsi, si tratta innanzitutto di cancellare la storia pregressa, si traccia una linea da cui si dovrebbe dipanare una nuova storia, questa volta quella giusta, adesso arrivano i buoni [come cantava Edoardo Bennato] ed è quindi fondamentale cancellare tutto il pre esistente, considerandolo in blocco sbagliato e pericoloso, senza distinzioni di sorta, TUTTI i sitemi totalitari hanno agito così, l'esempio primo lo fornì proprio il cristianesimo, imponendo persino l'anno zero della cronologia umana, come se tutta la lunghissima storia dell'umanità andasse buttata via, eppure fu una grande storia, l'uomo passò dai grugniti alla parola, dalla parola al discorso, diede un nome ad ogni cosa, persino alle stelle, come raccontavano i miti pre cristiani, a volte utilizzati proprio a scopo formativo, quando ad esempio associavano un mito al nome di un fiore, di un luogo o di una stella.

Eppure il cristianesimo distrusse tutta quella meravigliosa memoria, che ancora viveva con vigore nella tradizione di moltissimi popoli, nell'Epoca Classica, vennero bruciate tutte le biblioteche pubbliche dove ognuno poteva consultare le gesta dei propri antenati e trarne conforto e fors'anche vanto.

Bastò inventare una parola, un marchio, con cui criminalizzare chiunque non si sottometteva al nuovo corso, sei un pagano!, qualsiasi cosa volesse dire, e poi la furia iconoclasta si sparse in tutto il mondo annientando civiltà vecchie di migliaia o persino decine di migliaia di anni, perchè? per il fatto che la loro esistenza era la confutazione vivente di quanto il nuovo totalitarismo andava cianciando, l'unica verità, quella assoluta.

A me pare che ci troviamo a percorrere un'analoga curva della storia, la sostanza non cambia, se non nelle parole, ieri era il fantomatico figlio del dio d'israele oggi è la scienza, fasulla anch'essa perchè prodotto di mere intenzioni di profitto, con il quale raggiungere il dominio sul [ed il governo del] mondo.

Anche oggi ci sono i credenti ed i miscredenti, ai primi è data cittadinanza mentre ai secondi va tolta la parola, poi forse seguiranno i roghi, di solito va sempre a finire che qualcosa o qualcuno deve bruciare, ma se non abbiamo capito le lezioni della storia, o se le abbiamo dimenticate, mi si passi il paradosso, non siamo vaccinati contro il totalitarismo che incombe, perchè è la memoria la nostra difesa, in quanto è sempre stata la variabile decisiva di ogni progresso, i fallimenti ed i successi possono produrre progressi solo se vengono tenuti ben saldi nella memoria, ed è a distruggere la memoria [e persino ogni capacità mnemonica] che mirano i nuovi sacerdoti, al servizio del distopico mondo del governo mondiale delle corporation, quello che hanno in mente di costruire, quello dove si sono già dati pena di stabilire la quantità di umani sostenibile, come vanno ripetendo da più di un secolo a questa parte, e forse o senza forse le vaccinazioni obbligatorie di massa vanno inscritte nei loro disegni malthusiani.

Ma cè un modo di fermarli, togliere loro il potere del denaro, di crearlo dal nulla e di disporne a piacimento per poterlo riprodurre all'infinito, questa è la strada che hanno intrapreso per appropriarsi del mondo, partendo da molto lontano, dal XVIII secolo, ma con le idee ben chiare su quale sarebbe stato il mezzo necessario che avrebbe consentito al loro disegno di dispiegarsi, benvenuti nell'era del governo mondiale delle banke, quelle che si stanno prendendo ogni potere di scelta sul futuro di tutti gli esseri umani.

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Fabio Sciatore 05 dicembre, 2018 15:15

La ringrazio, aggiungo una piccola postilla sul "sacro postulato in ontologia". Eliade al termine de "Il sacro e il profano" usava queste parole:

"[...] i contenuti e le strutture dell'incoscio sono il risultato di situazioni primordiali antichissime, soprattutto critiche, ed è per questo che l'inconscio è avvolto in un'aura religiosa. Ogni crisi esistenziale ripropone il problema della realtà del Mondo: in definitiva la crisi esistenziale è religiosa, poiché, a livelli arcaici di cultura, L'ESSERE SI CONFONDE CON IL SACRO."

Da questo punto di vista, per spiegare il proliferare dei tabù mi sento di arricchire la sua ipotesi genealogica: dove lei dice che l'uomo ha attaccato "il divino nella speranza di guadagnarne una liberazione dagli «schemi», dagli «errori» e, appunto, dai tabù del passato", io aggiungerei che questo ha impedito di conferire ai suoi fallimenti (alle sue "crisi esistenziali") una dimensione che trascendesse l'immediato presente, e dunque è unicamente il presente ad essere sacralizzato e valorizzato. Gli esempi di questo, secondo me, sono moltissimi.

L'idea di "patria" è tabù, perché combattere per essa significa combattere per qualcuno che non c'è più e per qualcuno che verrà dopo di noi, passato e futuro, il che è valorialmente inammissibile; a cascata è inammissibile qualunque cosa che suoni interclassista, fuorché non siano lotte "femministe" o "antirazziste" (ricordo distintamente esponenti della sinistra radicale maledire la centralità strategica della lotta all'€ perché interclassista e poi appoggiare il movimento NonUnaDiMeno perché intersezionalista... mah).

Sono tabù tutte quelle lotte dirette a limitare l'impatto dell'innovazione tecnologica nella vita pubblica e privata - quando ancora ha senso questa distinzione - fuorché quelle per lo più fasulle legate all'impatto ecologico dei modelli di consumo, ignorando spesso l'impatto del modo di produzione. Non sia mai, per esempio, mettere in discussione non tanto le singole innovazioni in campo informatico (e ce ne sarebbe da discutere!) quanto il fatto che la pressione della concorrenza dell'economia di mercato spinge all'innovazione tecnologica, che a sua volta spinge l'economia di mercato verso altri tipi di merce, in un percorso sempre più veloce e incontrollato in cui l'idea stessa di futuro diventa insensata (quante pubblicità e slogan dicono "il futuro è adesso"? eh, c'hanno ragione!)

Non mi dilungo ulteriormente, la ringrazio per la sua opera.

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Mauretto 06 dicembre, 2018 13:03

Gentile @Fabio Sciatore,

potrebbe invece dilungarsi sulla sua affermazione "quelle per lo più fasulle legate all'impatto ecologico dei modelli di consumo, ignorando spesso l'impatto del modo di produzione."

Perché definisce fasulle le lotte legate all'ecologia dei consumi?

E' un'idea che anche a me è balenata da tempo, ma non ho chiarezza al proposito....

Grazie

mauro

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disperato 11 dicembre, 2018 18:25

Gentile @Mauretto, provo a risponderLe io anche se non posso garantire che il mio pensiero corrisponda a quello del Sig. Sciatore.

Le faccio un esempio: l'auto elettrica. Viene venduta come una scelta ecologica rispettosa dell'ambiente, peccato che l'elettricità in genere viene prodotta col petrolio e che la pila richieda dei costi (anche ambientali) di produzione e di smaltimento a fine ciclo. Morale: l'auto elettrica inquina di più il pianeta (e non di meno) dell'auto a benzina.

Le faccio un altro esempio (più significativo): l'effetto serra. Continuano a ripeterci che il pianeta si sta surriscaldando e la colpa è dell'anidride carbonica prodotta dall'uomo. Peraltro ascoltando tv e radio e giornali sembra che nessun ricercatore ne dubiti (solo qualche bifolco come Trump può disconoscere questa lapalissiana verità). Ebbene non è così. Vari scienziati ne dubitano, come Carlo Rubbia, premio nobel per la fisica, che ha ribadito in varie interviste (e no non è morto solo che in televisione non lo chiamano più) che non solo l'effetto serra non è causato dall'uomo ma che proprio non c'è. Personalmente sono d'accordo con Rubbia, non per il principio di autorità ovviamente, ma perché ci sono dei grafici piuttosto chiari: negli ultimi 20 anni la temperatura media del pianeta non è aumentata (mentre l'anidride carbonica si). Inoltre se uno guarda le tabelle degli ultimi millenni vede in primis che la temperatura del passato è stata varie volte più calda di oggi (ad esempio nel medio evo in Inghilterra si coltivava la vite...), in secundis che vi è una correlazione statistica fortissima tra attività solare e temperatura del nostro pianeta (il che non vuol dire prova certa che tutto dipenda dal Sole ma insomma...). Quanto all'anidride carbonica essa statisticamente aumenta non prima ma dopo l'aumento di temperatura (circa 3 o 4 secoli dopo) e quindi è conseguenza e non causa del riscaldamento.

Spero di non essere andato OT, cordiali saluti.

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Giovanni 05 dicembre, 2018 13:30

Ottimo come quasi sempre. Unico neo è il link al "fascistometro" della Murgia, che può causare la caduta in tentazione...non ho resistito alla compilazione del test scoprendo di essere un "fascista primordiale" ...

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rosamunda 05 dicembre, 2018 17:16

Gentile @Giovanni, mi hai ispirato e mi sono arresa: anch'io ho fatto il Murgia test, risultando neofita o protofascista.

Me ne sento quasi offesa, a me "proto" non l'ha mai detto nessuno. Neo, poi, invece, è per me titolo onorifico: non è forse Neo il protagonista di Matrix? Ecco, a volte mi ci sento, in Matrix, e sento che dovrei cercare un lungo impermeabile svolazzante e nero e imparare a brandire la katana con una certa artistica disinvolture.

Ma in quanto Neo, imparerò prima o poi...

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Balaam 05 dicembre, 2018 17:17

Gentile @Giovanni, non eri avvertito del fatto che rispondendo al test i tuoi dati personali sono finiti in pasto a un sistema di schedatura?

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Giovanni 05 dicembre, 2018 21:29

Gentile @Balaam, riguardo tali " schedature" sono rassegnato da tempo. Altrimenti non starei su Internet

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Mauretto 06 dicembre, 2018 12:49

Gentile @Giovanni,

mi sono cimentato anche io nel fascistometro, ma dopo 20 domande mi è sembrato semplicemente troppo demente, oltre quello che mi aspettavo, e ho lasciato perdere...tanto il bisnonno ha fatto la marcia su Roma, per eredità genetica come minimo risultavo "avanguardista".

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roberto buffagni 05 dicembre, 2018 12:36

Molto azzeccato, grazie. Aggiungo una considerazione. Questa "risacralizzazione" spuria manifesta anche la dialettica della ragione strumentale, che sta all'origine ideale della crisi di legittimità dell'UE. La forma che l’odierna Europa tenta di darsi ha ripreso in toto la pretesa illuministico-liberale di innalzare la ragione umana individuale a legislatrice assoluta, a unica determinante della condotta personale e collettiva. La società stessa, in questa prospettiva, diviene il teatro in cui le singole volontà individuali vengono a incontrarsi, ciascuna col proprio insieme di insindacabili preferenze e atteggiamenti. Risultato: il mondo diventa “l’arena dove combattere per il raggiungimento dei propri scopi personali”, per dirla con Alasdair MacIntyre. Di conseguenza, all’interrogazione riguardante i fini, personali e sociali, si sostituisce la razionalità burocratica, che weberianamente consiste nell’adeguare i mezzi agli scopi in maniera economica ed efficace.

Il dibattito intorno ai fini, infatti, è sempre anche dibattito intorno ai valori. E non appena si dibatte intorno ai valori, la razionalità weberianamente intesa non può far altro che tacere. Non solo. Quando la razionalità weberianamente intesa si insedia al posto di comando politico, non appena si apre il dibattito intorno ai valori essa non può far altro che FAR TACERE le voci che dissentono dal suo presupposto: essere i valori frutto di decisioni soggettive; così rovesciandosi in dispotismo, conforme l’eterogenesi dei fini vichiana. Secondo il presupposto della razionalità weberiana, infatti, ogni scelta individuale è buona: sciolte da ogni vincolo oggettivo nella comunità, nella struttura metafisica del reale o nella trascendenza, tutte le fedi e le valutazioni sono ugualmente irrazionali, perché puramente soggettive.

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