Del bene comune e del cadavere della dialettica

20 settembre, 2016 | 41 commenti

Con questa pedanteria si chiude il ciclo della "Dittatura degli intelligenti" dedicato ai crescenti umori antidemocratici del pubblico e della dirigenza occidentali. Qui le puntate precedenti: I. Quelli della paidocrazia (di chi vorrebbe togliere il voto ai vecchi) - II. Quelli della megliocrazia (di chi vorrebbe togliere il voto ai peggiori) - III. I sofocrati di Saigon (di chi vorrebbe togliere il voto agli ignoranti) - IV. I criceti dell'antifascismo (degli antifascisti che sognano la democrazia dei fascisti).

Per dare un senso e una radice comune ai fenomeni fin qui descritti se ne proporrà nel seguito una lettura in quanto prodotti di una medesima distorsione: l'idea - apparentemente nobile e seducente, come ha da esserlo ogni fiaba - di bene comune.

Alla demistificazione di questa idea, la cui volgarità intellettuale è pari soltanto alle vertigini morali che essa promette, si sono già cimentati altri e più pedantemente di noi. Joseph Schumpeter ne propose una solida confutazione nel cap. XXI di Capitalism, Socialism & Democracy (traduzione e grassetti pedanti):

Per prima cosa, non esiste nulla che possa identificarsi con un bene comune su cui tutti possano convenire o su cui si possa far sì che tutti convegano in forza di argomenti razionali. Ciò non perché alcune persone potrebbero desiderare altro dal bene comune, ma per la ben più fondamentale ragione che il bene comune è destinato ad assumere significati diversi per individui o gruppi diversi. Questo fatto […] introdurrà divergenze su questioni di principio che non possono essere riconciliate da argomentazioni razionali perché i valori fondamentali - la nostra concezione di ciò che la vita e la società debbano essere - vanno al di là della mera logica.

E ancora:

In secondo luogo, anche se un bene comune sufficientemente definito - come ad esempio la massima soddisfazione economica degli utilitaristi - fosse accettato da tutti, ciò non implicherebbe risposte uguali ai singoli problemi. Le opinioni su questi temi potrebbero differire al punto di riprodurre gran parte degli effetti già visti nel caso del dissenso "fondamentale" circa i fini. I problemi riguardanti la valutazione delle soddisfazioni presenti rispetto a quelle future, anche nel caso del socialismo rispetto al capitalismo, rimarrebbero comunque aperti […]. La "salute" potrebbe certo essere desiderata da tutti, ma le persone continuerebbero comunque a dissentire tra loro sulla vaccinazione e la vasectomia. Eccetera.

Per Schumpeter la possibilità dialettica di un bene comune è dunque negata a due livelli: 1) quello dei fini, dettati da valori fondamentali non riconducibili alla sfera razionale ma piuttosto a quella emotiva (ad es. la volontà di prevalere, la compassione ecc.) e irrazionale o sovra-razionale (ad es. le fedi religiose) e 2) quello degli strumenti necessari per realizzare un medesimo fine.

Più avanti l'autore critica la capacità stessa di tutti gli attori di discernere il proprio bene (in economia, la razionalità degli agenti economici) e quindi, a fortiori, quel bene comune che dovrebbe scaturire dalla media massimizzata dei singoli vantaggi:

Ognuno dovrebbe essere in grado di distinguere precisamente ciò per cui intende impegnarsi. Questa volontà precisa dovrebbe discendere dalla capacità di osservare e interpretare correttamente i fatti direttamente accessibili all'esperienza, e di vagliare criticamente le informazioni riguardanti i fatti che non lo sono.

Questa capacità è negata non solo dalla distribuzione disomogenea delle informazioni e degli strumenti interpretativi (asimmetrie informative) ma anche dalla tendenza, intrinseca del capitalismo, a distorcere le informazioni attingendo volutamente ai moventi irrazionali dei destinatari:

Osservando la realtà più da vicino, gli economisti hanno incominciato a scoprire che anche nelle faccende più banali della vita di ogni giorno i loro consumatori non soddisfano l'idea che ne è data dai manuali di economia. Da un lato, i loro desideri non sono per nulla definiti e le azioni innescate da quesi desideri sono tutt'altro che razionali e conseguenti. Dall'altro, essi sono a tal punto inclini a lasciarsi influenzare dalla pubblicità e da altri metodi di persuasione che spesso si ha l'impressione che siano i produttori a dirigerli, e non viceversa. Le tecniche pubblicitarie di successo sono in tal senso istruttive. C'è, è vero, quasi sempre un richiamo di qualche tipo alla ragione. Ma le mere asserzioni, spesso ripetute, contano più degli argomenti razionali, e così anche gli attacchi diretti alla sfera inconscia nel tentativo di evocare e cristallizzare associazioni piacevoli totalmente extrarazionali, spesso di natura sessuale.

Fin qui tutto ovvio (si spera). Osserviamo anche che la critica schumpeteriana non solo ha più di settant'anni, ma si rivolge fin dall'incipit a una teorizzazione settecentesca di democrazia e di buon governo ritenuta già allora primitiva: quella utilitarista di Bentham e seguaci, quella secondo cui "‘il bene è la maggior felicità del maggior numero".

Immaginiamo allora l'inconsolabile desolazione dell'economista austriaco qualora, redivivo, dovesse assistere a un dibattito politico-economico contemporaneo. Qui si è persa traccia finanche della concezione benthamiana, che pur nel suo meccanicismo naïf non si sognava certo di disconoscere la coabitazione e la concorrenza di interessi contrapposti nel corpo sociale: che il vantaggio di chi vende è diverso da quello di chi compra, quello di chi presta da quello di chi si indebita, quello di chi produce da quello di chi consuma, quello di chi fa le armi da quello di chi subisce le guerre.

Immaginiamolo assiso tra il pubblico di un talk-show. Qui vedrebbe la più varia e colorata compagine - sindacalisti, piccoli e grandi industriali, nullatenenti, tycoon, politicanti, preti, scribacchini - discettare di ricette-per-far-ripartire-il-Paese, di bene-nazionale, di ciò-di-cui-ha-bisogno-l-Italia e di altre fesserie ecumeniste, tutti all'inseguimento di un mito, quello di un bene comune, definitivo e indistinto, che gonfia i petti e svuota i cervelli. Fossero anche costoro gli esemplari intellettualmente più pregiati delle rispettive categorie, l'unico risultato decente a cui potrebbero (e dovrebbero) aspirare sarebbe quello di negoziare una soglia di tolleranza dei desideri e degli interessi a sé antagonisti. Il che produrrebbe però grande delusione in un pubblico apparecchiato ai massimi sistemi, lo risveglierebbe sgarbatamente dal sogno di una formula elegante e passpartout da applicare ai problemi dell'universa nazione. E - Dio non voglia - squadernandogli la complessità del contratto sociale, lo costringerebbe a pensare.

Vedrebbe inoltre, il pedante Joseph Alois, la violenza che la favola troglodita del bene comune produce nel dibattito pubblico, come del resto aveva previsto:

Si afferma, pertanto, che esista un bene comune [...] che è possibile mostrare ad ogni persona normale per mezzo di argomenti razionali. Non ci sono dunque scuse per non vederlo, né può spiegarsi l'esistenza di individui che non lo vedano se non per ignoranza [...] stupidità o interessi anti-sociali.

Il punto è cruciale. Se la dialettica degli interessi legittimamente contrapposti genera scontri e tensioni, essa tende pur sempre al raggiungimento di un maggiore equilibrio e, quindi, di modelli di convivenza e interazione meno conflittuali. La consapevolezza della pluralità dei vantaggi riconosce la dignità di esistere degli interessi non propri, pur contrastandone l'espansione a detrimento dei propri.

Al contrario, nel mondo one size fits all del bene comune chi canta fuori dal coro non può che farlo per "ignoranza, stupidità o interessi anti-sociali". Se la ricetta del meglio è uguale per tutti, allora chi se ne sfila non è solo autolesionista, ma anche pericoloso. È una scheggia infetta da espellere dalla società, un folle che mette a rischio il progresso, un irresponsabile che va escluso dalla partecipazione e dai diritti fondamentali di voto e di parola. Chi rema contro il presunto bene comune va odiato, disprezzato, soppresso.

Nei dibattiti pre e post-Brexit che hanno ispirato questa serie di articoli, quasi a nessuno è passato per la mente di indagare a chi giovasse e a chi nuocesse l'esito del voto. Nessuno si è chiesto se, per caso, gli asset e il portafoglio titoli di Bob Geldof fossero diversi da quelli dei pescatori di Grimsby. Troppo difficile, troppo machiavellico. Per non perdersi tra i rivoli noiosi della realtà, il caso doveva riguardare tutta la Nazione, anzi tutto il Continente, anzi tutto il Mondo, in un delirio antropomorfo e gregario dove miliardi di individui si fanno una cosa sola, cioè un sol gregge. E poiché si era deciso che il bene comune stava dalla parte dei remainers, agli altri - anziani, indigenti, nazionalisti, subscolarizzati ecc. - toccò subire la ferocia di un branco che, nella penosa esaltazione di condurre una battaglia per il progresso universale, invocava il regresso del diritto e della democrazia. E senza vergogna: perché se il malintenzionato nasconde i suoi delitti, il benintenzionato li ostenta, se ne vanta, li urla sui giornali, pretende la complicità di tutti.

Se esiste un bene superiore e comune, il vantaggio degli individui o di singoli gruppi di interesse cessa di essere un diritto, e anzi chi lo persegue è un egoista. Così gli egoismi (?) nazionali attenterebbero alla nascita di una nazione europea (quest'ultima, per qualche motivo, non egoista). Così chi critica le politiche migratorie, chi difende un lavoro tutelato, la pensione, il risparmio. Egoisti sono i produttori salentini che denunciano lo sdoganamento dell'olio tunisino, i coltivatori siciliani che rifiutano le arance marocchine, gli allevatori cremonesi che non vogliono gettare il latte nei fossi. Egoisti sono i sindaci che chiedono per i disoccupati e i senzatetto nostrani almeno gli stessi benefici riconosciuti ai loro omologhi stranieri.

Egoista è chiunque faccia valere i propri bisogni violando il bene comune. Ma se non a costoro, e se poi non esiste nemmeno, a chi giova questo bene comune? Evidentemente a coloro che lo dettano, cioè a chi ha la forza di riclassificare il proprio bene come un vantaggio superiore e indiscutibile della comunità. Come già la meritocrazia è il criterio del più forte (ne abbiamo scritto qui), così il bene comune è il bene del più forte. Con una serie di vantaggi annessi:

  1. l'idea primitiva e tribale di un fine universale a cui tutti sono chiamati esclude in definizione l'esercizio del dissenso;
  2. la concettualizzazione e il lessico, tutto morale, di bene implica la minaccia di un male: sicché gli oppositori diventano nemici e non già portatori di valori e interessi diversi. Chi detta i termini del bene comune chiama a sé le anime belle, investe i semplici di una missione esaltante e si assicura la complicità ebete di un esercito di benpensanti pronti a sbranare chiunque si defili dagli obiettivi del dominus;
  3. il bene di tutti giustifica il sacrificio dei singoli. Così gli effetti delle prevaricazioni dei forti - come oggi l'impoverimento di intere nazioni per coprire e garantire gli azzardi dei prestatori di denaro - si trasfigurano in opere di abnegazione virtuosa per la salvezza di tutti (questo punto, lo riconosciamo, è un capolavoro e ci leviamo il cappello);
  4. l'aggettivo comune illustra un'idea conformista e indistinta del corpo sociale e suggerisce non tanto l'esistenza, ma la necessità del pensiero unico.

Il bene comune è uno dei tanti sottoprodotti dialettici della regressione politica contemporanea, la cui cifra comune può essere fissata nella morte della dialettica. Perché in effetti la concettualizzazione politica degli ultimi vent'anni gravita tutta attorno al cadavere di una dialettica menomata e defunta, dove la tesi dei dominatori coincide con la sintesi, previa soppressione dell'antitesi a cura e a spese dei dominati. È un totalitarismo dialettico e propedeutico che ha già partorito una folta schiera di figli bastardi: la tecnocrazia che presuppone l'esistenza della cosa giusta a prescindere dalle idee politiche; TINA che non ammette opposizioni alla cosa giusta; il pilota automatico che conduce alla cosa giusta senza curarsi della volontà dei governati; la meritocrazia che predica il governo dei giusti; la fine della storia che esclude i modelli politici alternativi a quello giusto.

Il contorno moralista segnalato dal lessico - il bene, la comunità, il giusto - serve a indurre le masse a confondere il proprio bene, anzi il bene di tutti, con quello dei pochissimi che ne manovrano la definizione. E a non chiedersi perché loro, le masse, non possano concorrere, ciascuno con i propri bisogni, interessi e valori, a definire quel bene o quella cosa giusta, quantomeno per sé.


Lascia un commento

Invia

Maccio 01 ottobre, 2016 11:30

È il solito dramma occidentale.

"Non abbiamo principi che guidano la nostra vita. Chi c'è li darà?"

L'occidente si illude di andare da qualche parte senza prima aver posto delle basi al suo operare?

D'altra parte l'occidente basi filosofiche non ne ha, quindi si va avanti così, alla giornata.

Rispondi

mikez73 28 settembre, 2016 09:43

Segnalo questo gustoso pezzo di Taleb, direi che cade a fagiuolo. La traduzione purtroppo è un po' zoppicante, in fondo all'articolo comunque c'è il link anche all'originale.

LA CLASSE DI INTELLETTUALI PIU’ IDIOTA DEL MONDO

DI NASSIM NICHALS TALEB

Quello che stiamo vedendo in tutto il mondo, dall’India alla Gran Bretagna fino agli Stati Uniti, è una ribellione contro i più smidollati “impiegati della politica ” e contro i giornalisti-addetti ai lavori. Contro cioè, quella classe di esperti semi-intellettuali paternalisti usciti quasi tutti dalla Ivy League, da Oxford-Cambridge o da qualche altro istituto-formatta-cervelli, per farci spiegare 1) cosa fare – 2) che cosa mangiare – 3) come parlare – 4) come pensare – 5) per chi votare.

Ma il problema vero è che l’orbo da un occhio, si accompagna al cieco: perché questi cosiddetti membri dell’ “intelligenzia”, non riuscirebbero nemmeno a trovare una noce di cocco a Coconut Island, nel senso che non sono abbastanza intelligenti per capire cosa è l’ intelligenza e per non perdersi in chiacchiere – ma sono abbastanza abili da superare esami preparati da gente del loro stesso livello intellettivo.

Se dobbiamo basarci su documenti di psicologia che ripetono sempre le stesse cose, su consigli sulla dieta che, dopo 30 anni di grassofobia, ora stanno ripensandoci, su analisi macroeconomiche sul lavoro che valgono meno di un oracolo, sulla nomina di un Bernanke, che non aveva nemmeno idea dei rischi a cui poteva andare incontro, e su test farmaceutici valutati in maniera corretta, non più di una volta su tre … la gente ha tutto il diritto di fare affidamento più sul proprio istinto ancestrale e di dar retta ai consigli delle nonne (o alle favolette con morale finale) piuttosto che stare a sentire le parole di questi sicari della politica.

In effetti possiamo vedere che questi Accademici-della-Burocrazia che vogliono gestire le nostre vite non sono rigorosi nemmeno nelle statistiche che presentano, né quelle mediche, né quelle politiche. Confondono la scienza con lo scientismo – Tanto che ai loro occhi lo scientismo appare più scientifico della stessa scienza. (Per esempio è banale dover mostrare quanto segue: Molto di quello che scrivono certi tipi come Cass- Sunstein & Richard Thaler – quelli che vogliono “convincerci” ad assumere certi comportamenti – viene definito “razionale” o “irrazionale “, ma questo è una conseguenza del loro non aver compreso la teoria delle probabilità e il loro uso cosmetico di modelli del primo ordine . Questi signori riescono a confondere gli insiemi per aggregazione lineare dei suoi componenti, come si deduce dal capitolo sulla regola di minoranza.

L’intellettuale -Idiota è un prodotto della nostra modernità, che ha cominciato a correre troppo dalla metà del XX secolo, per arrivare al suo apice ai giorni nostri, quando una larga schiera di persone, che non hanno nessuna idea di come funziona il gioco, stanno invadendo molti campi della nostra vita.

Perché? Semplicemente perché, in molti paesi, il ruolo del governo ormai è dieci minore rispetto a un secolo fa (se vogliamo rapportarci alle percentuali del PIL). Il IYI (Intellectual Yet Idiot) sembra onnipresente nella nostra vita, ma è ancora una piccola minoranza e raramente appare come esperto in un campo specifico, nei social media o in una università . La maggior parte della gente (normale) ha un proprio lavoro e non dà troppa attenzione a questi IYI.

Attenzione, però, ai semi-eruditi che pensano di essere eruditi.

Il IYI patologizza, spiega agli altri come fare delle cose che (lui) non capisce, senza mai rendersi conto è la sua propria capacità di comprendere ha dei limiti. Pensa che la gente dovrebbe agire secondo i propri interessi e che questi interessi siano esattamente quelli che lui sa di conoscere bene, come quando si tratta dei ” Red-necks “ o di quella classe inglese non-allineata che ha votato per il Brexit. Quando i Plebei fanno qualcosa che, per loro stessi ha senso, ma che non ha senso per il IYI, allora li chiama “ignoranti”.

Per definire quello che noi di solito chiamiamo partecipazione al processo politico, l’Intellettuale-Idiota fa due distinte definizioni : “democrazia” quando per lui va bene e “populismo”, quando la plebe osa votare in un modo non conforme alle proprie preferenze.

Mentre i ricchi credono che ogni dollaro pagato in tasse valga un voto, parecchi umanisti credono invece che un uomo valga un voto : La Monsanto crede in un lobbista un voto e l’Intellettuale-idiota crede una laurea della Ivy League un voto, un po’ come le lauree conferite da altre scuole per le élite straniere, e per i dottorati di ricerca, che tutti insieme fanno parte dello stesso club.

Dal punto di vista sociale, il IYI è abbonato a The New Yorker. Non scrive mai su Twitter – parla di “uguaglianza delle razze” e di “uguaglianza economica”, ma non è mai andato a bere una birra con un tassista che fa parte della minoranza e nemmeno con qualcuno di quegli inglesi presi in giro da Tony Blair. Il moderno IYI ha partecipato a più una discussione dei TEDx-talks e ha visto un paio di TED-talks su Youtube. Non solo voterà per Hillary-Monsanto-Malmaison perché gli sembra eleggibile o qualcos’altro del genere, ma dice anche che chi non la voterà è un malato di mente.

Il IYI ha in ufficio una copia della prima edizione rilegata de Il cigno nero , ma confonde l’assenza delle prove con la prova dell’ assenza. E’ convinto che gli OGM siano “scienza” e che la “tecnologia” non sia affatto differente dall’ Istruzione di una scuola convenzionale, ma questo atteggiamento è la diretta conseguenza della sua facilità a confondere la scienza con lo scientismo.

In genere, l’ IYI a prima vista ha sempre ragione, ma appena si scava più a fondo (subito dopo) la realtà dimostra la sua più totale incompetenza appena si cerca di allargare le vedute. Comodamente seduto nel salotto buono della sua casa di periferia con un box per due auto, continua a difendere la “rimozione” di Gheddafi perché era “un dittatore” e non si rende conto che certe rimozioni producono certe conseguenze ( ricordiamoci che non sa come gira il mondo e alla fine non è mai lui che deve pagare il conto se le cose finiscono male).

Il IYI fa parte di un club per dà ai suoi soci il privilegio di viaggiare; se – per esempio – L’IYI fosse un antropologo, userebbe le statistiche, ma senza chiedersi come siano state rilevate (come fa Steven Pinker e in generale tutti i filosofastri); se vivesse in Inghilterra andrebbe ai festival letterari; con la carne berrebbe solo vino rosso (mai bianco); avrebbe sempre l’abitudine di credere che i grassi siano dannosi – anche se ora sta completamente cambiando idea – prenderebbe le statine tutti i giorni perché il dottore gli ha detto di prenderle; non riescirebbe a comprendere la ergodicità e anche se gliela spiegassero, subito dopo se la scorderebbe, non useserebbe mai parole in yiddish neanche quando servono negli affari; studierebbe la grammatica prima di parlare una lingua; avrebbe sempre un cugino che ha lavorato con qualcuno che conosceva la Regina; non avrebbe letto Frédéric Dard, Libanio Antioco, Michael Oakeshot, John Gray, Amianus Marcellinus, Ibn Battuta, Saadiah Gaon, o Joseph de Maistre; non si sarebbe mai ubriacato con un russo; non tanto, almeno da cominciare a rompere i bicchieri (o, meglio ancora a tirare le sedie); Non conoscerebbe la differenza tra Ecate e Ecuba ; non saprebbe la differenza tra “pseudointellettuale” e “intellettuale” dato che non saprebbe nemmeno da che parte del campo sta giocando; almeno un paio di volte avrebbe menzionato la meccanica quantistica in conversazioni che non avevano nulla a che vedere con la fisica; saprebbe sempre in qualsiasi momento che le sue parole o le sue azioni possono influenzare la sua reputazione…..



Nassim Nicholas Taleb

Fonte: https://medium.com

Link: https://medium.com/@nntaleb/the-intellectual-yet-idiot-13211e2d0577#.o1gc44doe

16.09.2016

Il testo di questo articolo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali, citando la fontecomedonchisciotte.org e l’autore della traduzione BOSQUE PRIMARIO

Rispondi

Giuseppe 27 settembre, 2016 10:43

Stupendo brano di filosofia politica.

Leggerlo mi ha ricordato un brano che studiai quando andavo all'università: la storia dei tre naufraghi.

Tre presone naufragano su un'isola deserta: uno grosso, uno medio ed uno piccolo. Le provviste presto finiscono e i due naufraghi più grossi progettano di mangiare il più piccolo. Per riuscire nel loro intento, i due più grossi avviano una propaganda per convincere il piccolo che il suo sacrificio è per il bene comune, affermando di avere maggiori possibilità di sopravvivenza, mentre il naufrago piccolo sarebbe comunque morto prima di loro essendo di struttura fisica più fragile. Alla fine il piccolo si convince a compiere il nobile gesto e diventa strenuo sostenitore della propaganda avviata dai suoi aguzzini. Il piccolo si immedesima nel ruolo di eroe, del paladino che con il suo sacrificio avrebbe salvato la società.

Il grosso, trovandosi a passeggiare lungo la spiaggia, trova una latta di piselli spinta dalla marea, la raccoglie e pensa fra sé: “e adesso cosa faccio? Se la mostro agli altri potrei deludere il piccolo, era così contento di compiere il nobile gesto!”. Il grosso scaglia quindi la latta di piselli verso il mare e poi va a sacrificare il piccolo assieme al medio.

Alla fine la menzogna diventa più importante del bene comune.

Rispondi

Saint Simon 22 settembre, 2016 22:37

Clap clap clap clap. Standing ovation.

Leggo tutti i tuoi articoli con interesse, e a mio parere questo è uno dei migliori per semplicità, immediatezza e focalizzazione.

Mi unisco ai complimenti, averla incontrata è stata una vera fortuna. E' vero, grazie al suo lavoro e a quello di altri blogger si riesce a vedere più lontano, e più chiaramente dentro e attorno. Ci si sente elevati. Come essere seduti sulle spalle dei giganti.

Buon lavoro

Rispondi

Bombadillo 22 settembre, 2016 18:02

Carissimi,

il problema è che la sinistra italiana ha cancellato dal suo orizzonte culturale il conflitto di classe.

Ora, se una parte non combatte, ed anzi ha persino perso coscienza dell'esistenza di un conflitto in corso, non solo non può che risultare soccombente, ma non può che risultare tale in modo schiacciante.

Così la politica non è più il luogo di sintesi di interessi oggettivamente confliggenti (insisto, però, che il conflitto tra imprenditori e lavoratori e fittizio, mentre quello reale è tra mondo del lavoro -sia imprenditori che lavoratori- e mondo dei prestatori di denaro), ma diviene il luogo di perseguimento del bene comune, che poi altro non è che il bene esclusivo di quella parte che non ha perso coscienza del conflitto.

Ciò è stato causato, in maniera rilevante, dalla "mutazione genetica" della sinistra italiana, da sinistra del lavoro, come da nostro modello costituzionale, a sinistra dei diritti civili, all'americana.

La dimostrazione più lampante di questo processo si è avuta proprio con la vicenda del "figlio di Vendola" (che poi, paradossalmente, mi pare di capire fosse figlio di diverse persone...tranne che proprio di Vendola), in cui un rappresentate importante della sinistra-sinistra (mica del PD) si è trovato dalla parte sbagliata (appunto per uno di pretesa sinistra-sinistra) di quello che è stato letto come un conflitto di diverso tipo: omosessuali vs. eterosessuali, cattolici vs. libertari, femmine contro maschi....mentre non lo si è visto per quello che banalmente era, cioè un conflitto di classe, tra ricchi (sfruttatori) e poveri (sfruttati). E, ovviamente, non può che destare maggiore impressione il fatto che il ricco non fosse tale di suo, ma lo fosse diventato coi soldi pubblici, avendo fatto per 10 anni il governatore regionale di sinistra-sinistra.

Non lo so.

Alle volte sono speranzoso, mi sembra che gli italiani stiano prendendo coscienza, altre mi cadono le braccia.

Oggi, su quel sito di questioni accademiche che qui è stato già citato, ROARS, è uscito un articolo sulla crisi economica italiana che davvero a settembre 2016 non ti aspetti.

Andate a leggerlo: è impressionante.

Mi ha lasciato una sensazione di irrealtà, come leggere un libro sulla seconda guerra mondiale...che non parla mai di Hitler.

Ovviamente, l'autore di tale capolavoro -per quanto si evince dallo scritto- è di sinistra.

Forse aveva ragione Gaber, ormai è solo una questione di gusti e di auto-percezione di se stessi, e se il contrasto c'è, non si sa più dov'è:

https://www.youtube.com/watch?v=kZHvXtl4KY0

Tom

Rispondi

mikez73 23 settembre, 2016 09:52

Caro @Bombadillo,

ho letto il pezzo, che dire, senza parole. Tra l'altro, una delle cose più sconcertanti è che il signor Ferrari non è un giovine di primo pelo, come immaginavo scorrendone il testo, ma uno che ha iniziato a lavorare all'Enea negli anni '70. Ma si può? Ma come si può cianciare del declino industriale dell'Italia e non parlare del 1992 (e del suo gemello speculare, il 1978, tanto per chiarire a chi e a cosa serve il terrorismo), dell'olocausto per esempio delle nostre riserve valutarie grazie a Ciampi (che il fuoco ti sia lieve) e i suoi sodali (Amato, Barucci, Dini, Draghi, sempre tutti nelle mie preghiere), di tangentopoli, delle privatizzazioni, dello sfascio scientifico, chirurgico, del sistema-paese, ma come si può?

Io ho perso ogni speranza, per me è finita, l'Italia tornerà a essere una mera espressione geografica. L'altro giorno guardavo su youtube un'intervista a Lelio Basso… un film di fantascienza degli anni '50 sarebbe sembrato meno irrealistico… la vedo talmente nera che la guerra non è uno degli scenari che mi terrorizza di più, tanto per dire.

P.S. Michéa nel suo "I misteri della sinistra" argomenta, secondo me in modo convincente, che in realtà il codice genetico della sinistra (parlamentare) è sempre stato quello - il progresso! - non c'è stata nessuna mutazione, è solo tornata a casa, alle origini.

Rispondi

lorenzo 23 settembre, 2016 11:14

@Bombadillo

Grazie Tom di questi tuoi ulteriori spunti di riflessione. Per quel che mi riguarda, tutto l'impegno, la discussione, l'attenzione sui diritti civili potrebbe benissimo coesistere con altro. Il fatto è, come sottolinei tu, che la sinistra ormai si è suicidata (o si è lasciata suicidare) e non sembra nemmeno aver voglia di provare a rinascere!

Rispondi

Bombadillo 24 settembre, 2016 00:11

Caro mikez73,

veramente, per me questo Sergio Ferrari è un piccolo "mistero": voglio dire, un poco ho cercato su google, ma non ho trovato un cv completo; anzi, ancora capito neppure in cosa si è laureato.

Per il resto, non saprei la sinistra francese -il maggio, però, non depone certo a suo favore-, ma quella italiana, ad un certo punto, si è proprio data: quando ha capito che l'Unione Sovietica aveva gli anni contati, si è venduta alla controparte, passando "armi e bagagli" al mostro opposto, con cui ha iniziato ad accreditarsi, sicura che sarebbe toccata a lei, dopo la caduta dell'URSS. Quando, cioè, per gli USA diventava possibile la punizione ad una classe politica italiana che si era dimostrata inaffidabile, e aveva morso la mano di chi l'aveva nutrita (vedi Sigonella). Sì, insomma, dopo quella che comunemente si chiama tangentopoli.

Ma invece arrivò Lui. Dopo 50 anni di attesa, toccava finalmente a loro, e invece spuntò Lui. E non l'hanno mai perdonato per questo, anzi l'hanno odiato con un odio davvero demoniaco.

Caro Lorenzo,

non sono certo che sia come dici tu, ovverosia che le due cose siano davvero compatibili. In definitiva, i diritti civili sono principalmente individualismo spinto, ed etica dell'accordo, per cui dovunque c'è accordo tra i privati lo stato si deve ritrarre, mentre può intervenire solo quando non c'è accordo, nel caso in cui una delle due parti stia tentando di ottenere qualcosa con la forza. Sotto questo punto di vista, i diritti civili sono liberisti. Infatti, cos'altro è mai il liberismo, se non il disconoscimento dell'esistenza di rapporti di forza ulteriori rispetto a quelli fisici, ma di essi non meno violenti? L'accordo non significa niente, perché chi è nello stato di bisogno non è libero, e chi non è libero non è uguale a chi lo è, ed è per questo che l'uguaglianza astratta non significa nulla, se poi lo Stato non si impegna a rimuovere quei fattori che di fatto limitano l'uguaglianza e la libertà di coloro che hanno di meno.

Il soggetto che prende i soldi in prestito a interessi usurari è d'accordo su tutto con l'usuraio, ma è lo Stato che deve intervenire per dire di no.

Tizio potrebbe essere d'accordissimo con Caio, nel vendergli un rene a 20.000 euro, ma è lo Stato che deve intervenire per dire di no.

Sempronio potrebbe essere d'accordissimo con Mevio, nel lavorare 12 ore al giorno per una scodella di riso, ma è lo Stato che deve intervenire per dire di no.

Allo Stesso modo, è lo Stato che deve evitare che dei riccastri possano pagarsi un ovulo umano e una incubatrice umana per "fabbricarsi" un figlio, anche se le parti sono tutte d'accordo.

Per non parlare della circostanza che i diritti civili si saldano perfettamente con il politicamente corretto, la neolingua dei dominatori che vogliono eliminare ogni possibilità di dissenso, e perfino di pensiero dissidente.

Penso, dunque, che tra la radice ideologica della sinistra del lavoro, che è socialista, e quella della sinistra dei diritti civili, che è individualista, ci sia una contradizione insanabile.

Tom

Rispondi

Gavino Sanna 24 settembre, 2016 00:56

Gentile @Bombadillo, ottimo commento all'ottimo post del pedante. Ho un solo dubbio: in che senso Vendola sarebbe di "sinistra sinistra"?

Il progressivo spostamento a destra del maggiore partito della sinistra italiana a mio parere ha comportato unl'immediato ed automatico spostamento a destra di chi stava alla sua sinistra. Da un lato per tentare di occupare gli spazi di rappresentanza (e magari di potere) lasciati liberi (operazione quasi sempre fallimentare per la nota fedeltà alla ditta di molti elettori PCI, PDS, DS, PD). Dall'altro per non allontanarsi troppo dall'unico partito con il quale, nel breve e medio periodo, potevano allearsi con aspirazioni di governo nazionale o locale.

Per usare una metafora, quando il partitone ha deciso di dirigersi a destra i partitini sono saliti sullo stesso treno, limitandosi ad occupare i vagoni di sinistra.

Certo, se il PD è di sinistra Vendola sarà la sinistra sinistra, ma è davvero solo un termine di marketing usato per vendersi sul mercato politico. Poi per una certa destra chiunque non la pensa come loro è un comunista, ma anche questa è solo propaganda.

Rispondi

a perfect world 26 settembre, 2016 10:17

Gentile @Bombadillo,

Ma allora Lei vuole lo Stato Etico! Purtroppo e' l'argomento di chi vede, in buona o cattiva fede non importa, lo Stato come altro da se'. Se non esiste un Popolo con un minimo di Valori Condivisi, allora lo Stato svanisce nel nulla, almeno finche' non ci si ammazza (troppo) per strada. La violenza e' l'ultima conseguenza della convivenza forzata fra individui puramente economici.

Rispondi

mikez73 26 settembre, 2016 12:44

Caro @Bombadillo,

perfetto, esattamente quello che sostiene Michéa: ciò che chiamiamo sinistra oggi è il frutto di un compromesso storico - che Michéa data in Francia all'epoca dell'affare Dreyfus - tra il socialismo operaio e la sinistra repubblicana e liberale.

Il primo nasceva nelle fabbriche, tra gli operai, e ha sempre conservato sani istinti anti-capitalisti: "il socialismo operaio si configura così fin dall'origine come un rapporto eminentemente critico verso la modernità, e soprattutto verso il suo individualismo devastante […] Si vede così come il progetto socialista sia filosoficamente orientato, fin dalla nascita, dal desiderio che hanno i primi lavoratori moderni di proteggere, contro gli effetti disumanizzanti del liberalismo industriale, un certo numero di forme di esistenza comunitaria (tanto urbane quanto rurali) che essi 'intuiscono' essere (e non grazie a una scienza importata 'dall'esterno' da benevoli tutori) l'orizzonte culturale indispensabile di qualsiasi vita umana degna di questo nome."

La seconda invece, la Sinistra repubblicana, è sempre stata il Partito del Progresso, della Scienza e della Ragione, ovvero del Capitale nel suo processo (rivoluzionario) di pieno dispiegamento su tutta la faccia della terra (per eventuali dubbi citofonare Marx). Ponendosi come unica erede legittima dell'Illuminismo, e come l'avanguardia più decisa di tutte le modernizzazioni concepibili, di carattere tecnologico, politico o morale, la Sinistra in realtà ha sempre condiviso la matrice ideologica e filosofica del liberalismo alla Adam Smith: che i piddini non ne siano consapevoli è un bene solo per la loro salute mentale. Ma dovrebbe essere sufficiente per spiegare tante apparenti contraddizioni, a iniziare da quelle a là Vendolà.

Una volta che è caduto il comunismo, e che il Capitale ha spostato la produzione industriale dall'altra parte del mondo, la sinistra "non poteva diventare altro che quello che è diventata: una semplice macchina politica destinata a legittimare culturalmente, in nome del 'progresso' e della 'modernizzazione', tutte le fughe in avanti della civiltà liberale, ruolo nel quale la sinistra è infinitamente meglio attrezzata dal punto di vista intellettuale di tutte le destre dell'universo."

La corrente socialista e operaia è andata completamente perduta, volatilizzata, ed è rimasta solo quella tecnoscientifica, che, detenendo il controllo dell'industria della buona coscienza (cioè tutti i settori dello spettacolo e della cultura) si dedica bontà sua a spiegarci qual è il bene comune, cioè quello che il sapere dei sapienti ha decretato essere tale, ovviamente in nome del Bene Supremo - il Capitale.

Rispondi

lorenzo 26 settembre, 2016 14:12

@Bombadillo

Quello che dici tu, dal mio punto di vista, dovrebbe appunto fare parte della normalissima discussione sul tema "diritti civili". Se ne discute, il parlamento ne può discutere, i giornali anche, e poi alcuni diritti vengono acquisiti e altri no. Il problema invece c'è ed è grave quando i diritti civili diventano utili per "oscurare", a livello mediatico, altri e più importanti diritti: quelli al lavoro dignitoso, alla sanità, alla pensione dignitosa, all'istruzione...Per me è tutto qui. Non vedo incompatibilità tra le due cose, in un paese normale che ha coscienza delle sue priorità. Vedo e sento puzza di schifo quando TUTTA una parte politica si concentra solo ed esclusivamente sugli uni e trascura abbondantemente gli altri.

Rispondi

Bombadillo 27 settembre, 2016 10:14

@a perfect world,

ti ringrazio per la possibilità che mi dai di esprimere il seguente concetto:

Io sono per lo Stato di diritto, e quindi bisognerebbe capire, in fondo in fondo, cos'è il diritto. Allora, però, utilizzando le parole di uno dei nostri padri costituenti che era professore di diritto, cioè Aldo Moro (per altro, il maestro diretto del docente con cui ho studiato diritto penale all'università, e con il quale mi sono laureato, ovvero Gaetano Contento), il diritto -lui si riferiva specialmente al diritto penale, in cui questa caratteristica è più pregante- altro non è che etica, privata, tuttavia, di quegli eroismi che solo l'etica può pretendere.

Quindi potremmo concludere che uno Stato di diritto altro non è che uno Stato etico, che però non ha pretese eroiche nei confronti dei suoi cittadini.

@ Gavino Sanna,

te la metto così: per me Vendola non è di sinistra-sinistra, più di quanto Bergoglio non sia cattolico.

Sta di fatto, però, che uno risulta Pontefice romano (o forse solo vescovo di Roma, bo!...mi ricordo che nel suo primo discorso disse che il suo compito era evangelizzare la diocesi di Roma: bisognerebbe chiedere a lui, io non lo capisco) , e l'altro era il fondatore e leader del partito più a sinistra con esponenti nel parlamento italiano.

Poi, si sa, viviamo al tempo della grande menzogna.

Ciao.

Tom

Rispondi

a perfect world 29 settembre, 2016 16:25

Gentile @Bombadillo,

Grazie dell'ulteriore approfondimento.

Provo ad esemplificare cio' che capisco del concetto di "eroismo": e' legge dello Stato la proibizione della pratica dell'utero in affitto. Lo Stato etico sanziona piu' leggermente chi da' in affitto e piu' pesantemente chi prende in affitto, valutando di caso in caso l'asimmetricita' dell'illegittimo negozio. Volere il bene delle persone include la comprensione delle umane debolezze.

Rispondi

Ippcolito Grimaldi 22 settembre, 2016 01:17

Dopo questo post nichilista esposto con argomentazioni e prosa stirneriana mi vacilla l' idea che la democrazia o, che so, la moneta di uno stato, possano essere considerati dei beni comuni.

Rispondi

Valentino 21 settembre, 2016 17:31

Perfetto commento al discorso d'addio di Obama all'ONU.

http://www.repubblica.it/esteri/2016/09/20/news/obama_onu-148173116/

Rispondi

Paolo 21 settembre, 2016 13:23

Boh ...forse sbaglio..ma io INSISTO che sti post dovrebbero essere tradotti anche in inglese.

Non ho idea di quanto possa essere il costo tecnico..ma non credo sia insormontabile.

Io parlo inglese ma non abbastanza bene da poter far traduzione di articoli di questo tipo ,ove è richiesta per far una traduzione "fedele" , una conoscenza dell'inglese piuttosto elevata (andrebbe bene un bilingue ) altrimenti sinceramente farei le traduzioni gratis...

Ma non è possibile ..che so..far una colletta tra magari i lettori interessati fissi...e pagar da noi le spese (io darei volentieri un contributo fisso periodicamente...)

Rispondi

Il pedante 21 settembre, 2016 20:52

Gentile @Paolo, La ringrazio per l'interesse che ripone nei miei scritti. Il blog è il mio secondo figlio, finché ho soldi lo manterrò e quando non avrò soldi… continuerò a mantenerlo. In quanto alla traduzione, se ritiene di organizzarsi per tradurre o far tradurre gli articoli che più Le interessano, ne ha licenza. Al momento non sarei personalmente in grado di seguire l'operazione.

Rispondi

Maurizio Moretti 24 settembre, 2016 20:24

Gentile @Il pedante,

Se altri danno disponibilta' qui c'e' la mia. Non me la sento di affrontare il compito da solo, ma dal momento che l'inglese (parlato e scritto) e' l'idioma che uso di piu' (molto piu' dell'italiano) da oltre dieci anni posso dare il mio contributo. Rough prototype, editing e revisioni, io ci sono. ma con l'ausilio di altri.

Rispondi

Paolo 01 ottobre, 2016 15:34

Io purtroppo l'inglese non lo parlo bene nel senso che son stato in Inghilterra e negli Stati Uniti ma da adulto..lavoravo e non avevo il tempo per studiarlo..lo capisco tutto e lo parlo ma non è corretto...ho provato a tradurre un brano ...c'è poco da fare "non rende " ...sa di italian "spaghetti" ...questi articoli vanno tradotti fedelmente con un ottimo inglese...devono avere lo stesso "impatto" che hanno in italiano (non mi stanco a far i complimenti all'autore ...è veramente bravo ..che si condivida o meno il contenuto...). Ho chiesto ad un ottima scuola di inglese della mia città (Cagliari ) ...con traduttori di madre lingua inglese che parlano un ottimo italiano (fanno le traduzioni anche per i tribunali )...e per un articolo come "Dal bene comune e del cadavere della dialettica " mi hanno chiesto sapete quanto ?? 180 euro !!! (non immaginavo manco lontanamente fossero cosi cari...) ...quindi 3 articoli al mese a seconda della lunghezza ....più o meno 500 euro !!!

Rispondi

Elu ei 21 settembre, 2016 12:18

Caro Pedante, io la ringrazio a post alterni per non ripetermi troppo, ma ogni singola volta leggerLa è un piacere.

Confesso, anzi, che mi rende scioccamente orgoglioso il fatto di appartenere - certo, solo come fruitore, e per pura fortuna - ad una cultura che ancora nel 2016 produce analisi così stringenti, e parlare una lingua che ancora consente un periodare tanto armonico. Grazie.

Rispondi

roxgiuse 21 settembre, 2016 11:49

non per nulla l'elettorato di destra è considerato dai politologi d' oltreoceano meno manipolabile: è più attento ai propri interessi, al proprio bene.

Rispondi

Il Pedante 21 settembre, 2016 20:48

Questo chiuderebbe davvero il cerchio. Ha dei riferimenti, link?

Rispondi

giovanni 24 settembre, 2016 18:44

Gentile @roxgiuse, di quanto è aumentato il reddito delle decine di milioni di lavoratori "non manipolabili e attenti al proprio bene" che hanno mandato al potere Reagan, Bush e ora voterebbero Trump? Gente così tanto non manipolabile che è pronta a votare uno che, fact checking alla mano, su 10 frasi che dice 9 sono balle ?

Rispondi

Roxgiuse 25 settembre, 2016 12:40

Gentile @giovanni, era una valutazione, nn necessariamente esatta, fatta sugli elettori italiani in merito all'accettazione del famoso diktat della BCE nel 2011. Manca il controfattuale: nn è affatto detto che gli elettori di centrodx nn lo avrebbero accettato anche loro.

Rispondi

giovanni 25 settembre, 2016 17:04

Gentile @Roxgiuse, " l'elettorato di destra è considerato dai politologi d' oltreoceano meno manipolabile:"

"era una valutazione, nn necessariamente esatta, fatta sugli elettori italiani "

si metta d'accordo con se stesso. Sta parlando di elettorato di destra USA o italiano? Non che cambi molto, tra Berlusconi e Trump a livello di bugie siamo lì. E il primo dichiarava apertamente che cercava il voto di "chi ha fatto la terza media all'ultimo banco", ovvero dei più stupidi e manipolabili, cosa confermata anche da diverse ricerche sull'elettorato di destra, le cui percentuali salgono in misura del tempo trascorso davanti alla tv, e in misura inversa al titolo di studio (in Italia).

Rispondi

roxgiuse 27 settembre, 2016 16:13

Gentile @giovanni, come ben saprà nel 2010/11 la CIA ha intermediato lo spodestamento di Berlusconi a favore di forza politiche più europeiste, ovvero disposte ad avallare una cessione di sovranità inusitata e finalizzata a politiche economiche deflattive, leggasi domanda che non sostiene l'offerta per carenza di redditi da lavoro. Nel contempo si è realizzato il più grande trasferimento di ricchezza tra stati della storia dell'umanità in tempo di pace e lo smantellamento dei diritti sociali, ovvero quelli di prestazione verso la collettiva per realizzare l'ugualianza fattuale. Ora, secondo i politologi d'oltreoceano che sostenevano il "fronte orientale", anche a costi impopolari, contro gli interessi della classe lavoratrice e imprenditoriale, il problema non era Berlusconi in se stesso, in quanto meno affidabile di Letta o Renzi, ma la perdita di consenso che avrebbe causato presso il suo elettorato l'ottemperamento dell'agenda della trojka, quella che il governo Renzi sta pedissequamente attuando dal suo insediamento. Sono previsioni con l'alternativa nel controfattuale, e quindi per loro natura discutibili, ma io questo ho esposto.

Rispondi

lorenzo 21 settembre, 2016 11:42

"One size fits all" è anche il titolo di un album di Frank Zappa che contiene il brano "Po-jama people", cioè la gente "sempre in pigiama":

They sure do make you sleepy

(...)

Wrap 'em up

Roll 'em out

Get 'em out of my way

:))

"

Rispondi

Giovanni Pellicciari 21 settembre, 2016 10:54

Caro Pedante,

è con infinita umiltà, ed anche con un certo raccapriccio (se riesce ad intuirne le motivazioni...) che mi sento d'affermare che ho imparato più da lei in un pugno di post (ma non posso scordare un Alberto Bagni, in un mucchio di post e due libri) che in 20-30 anni di vita lavorativa e professionale. Certo non è la cosa mi renda particolarmente fiero ed orgoglioso ... (anche se mi riesce proprio difficile non attribuire almeno una piccola "colpa" all'insipienza del mio professore di filosofia al liceo), non posso che esprimerle tutta la mia gratitudine e riconoscenza.

Credendo che mi sarà difficile, in futuro, avere la possibilità di sdebitarmi, le applico sul petto un'ipotetica Medaglia al Valore Civile, meritatissima.

Con enorme stima.

Giovanni

Rispondi

a perfect world 22 settembre, 2016 11:52

Gentile @Giovanni Pellicciari,

mi associo al cento per cento, queste persone hanno fatto salire di un livello decine, centinaia, spero migliaia di loro lettori. Mi ricordano un collega di mio padre, un genio, si laureo' in matematica a cinquant'anni con lode e qualche nuovo corollario dimostrato. Aveva la qualita' dell'insegnante perfetto, riusciva a farmi capire concetti complessi, li padroneggiava cosi' totalmente da mostrarmeli secondo prospettive multiple, come li ruotasse nello spazio. Ovviamente non fece carriera, come la maggior parte dei "pedanti" aka intellettualmente onesti.

Rispondi

ws 21 settembre, 2016 09:19

"la cui cifra comune può essere fissata nella morte della dialettica. "

ma anche soprattutto "la morte del buonsenso" per cui i nostri vecchi erano "non istruiti ma non stupidi" mentre i nostri giovani sono "istruiti alla stupidità" , a cominciare da quella di pendere dalla labbra dei loro "padroni".

Rispondi

Saint Simon 22 settembre, 2016 22:32

Gentile @ws, ogni volta che sento la parola buonsenso metto mano alla fondina. Per ogni "buonsenso" che fa capolino in una conversazione, e ne piovono dalla bocca di legioni, fitti come pioggia monsonica, percepisco l'analogo plebeo del "bene comune" e del "merito": è buono il "senso" che chi parla ha in testa, che non necessariamente - anzi, mai - coincide con quello dei suoi interlocutori, ma ha la pretesa di farsi universale, comprensibile da qualsiasi persona abbia un po' di raziocinio, buona volontà e interesse al "bene comune". Appunto.

Forse dovremmo iniziare ad usare il termine "senso comune", indicando il minimo comun denominatore delle informazioni nella distribuzione asimmetrica delle stesse tra gli esseri umani: il cielo è blu, l'erba è verde, lo stato tassa, Google elude. Cose semplici, così. E anche di questo avrei qualche dubbio, e di sicuro ci sono molte eccezioni.

Rispondi

ws 26 settembre, 2016 11:13

Gentile @Saint Simon,

il "buon senso" e' quello che ha permesso la sopravvivenza del nostro stupido popolo per generazioni e anche il miglioramento della sua condizione .. Era infatti solo per "buonsenso" che la vecchia classe lavoratrice andava a rompere la testa dei krumiri anche se "oggettivamente" costoro erano assai piu' disperati e bisognosi, visto che accettavano dal padrone condizioni e paghe peggiori ( e ogni riferimento agli attuali "migranti" e' puramente voluto :-) )

Rispondi

a perfect world 21 settembre, 2016 09:08

Per orientarsi "tra i rivoli noiosi della realtà" si leggono avidamente le pedanterie. Grazie, un nuovo gioiello si aggiunge alla collana!

Rispondi

Peter Yanez 21 settembre, 2016 08:37

Il limite evidente di questo post sta nel non riconoscere che il "totalitarismo dialettico e propedeutico" che viene imputato ai "dominatori" è condiviso anche dai sedicenti e presunti "dominati" ...

Rispondi

Il Pedante 21 settembre, 2016 09:40

Sta scritto nella frase precedente.

Rispondi

Peter Yanez 21 settembre, 2016 10:19

"Condiviso" nel senso che anche i sedicenti "dominati" hanno sviluppato un "totalitarismo dialettico e propedeutico che ha già partorito una folta schiera di figli bastardi ", basti pensare a certi esiti del dibattito sull'€ ...

Rispondi

roxgiuse 21 settembre, 2016 11:55

@Peter Yanez è l'esempio della riuscita della manipolazione concettuale descritta nel post dal pedante

Rispondi

Fabio Sciatore 21 settembre, 2016 11:57

Gentile @Peter Yanez, i sedicenti e presunti dominati ti ringraziano. Tranquillo, ambasciator non porta pena, per ora:

"- I prolet non sono esseri umani - disse [Syme] con noncuranza. - Per l'anno 2050, forse anche prima, ogni nozione reale dell'archelingua sarà scomparsa. Tutta la letteratura del passato sarà stata distrutta: Chaucer, Shakespeare, Milton, Byron, esisteranno solo nella loro versione in neolingua, vale a dire non semplicemente mutati in qualcosa di diverso, ma trasformati in qualcosa di opposto a ciò che erano prima. Anche la letteratura del Partito cambierà, anche gli slogan cambieranno. Si potrà mai avere uno slogan come "La libertà è schiavitù" quando il concetto stesso di libertà sarà stato abolito? Sarà diverso anche tutto ciò che si accompagna all'attività del pensiero. In effetti il pensiero non esisterà più, almeno non come lo intendiamo ora. Ortodossia vuol dire non pensare, non aver bisogno di pensare. Ortodossia e inconsapevolezza sono la stessa cosa. -

Un giorno di questi, pensò Winston con improvvisa, profonda convinzione, Syme sarà vaporizzato. È troppo intelligente. Capisce troppe cose, parla con troppa chiarezza e al Partito questo non piace. Un giorno sparirà, ce l'ha scritto in faccia."

Per te c'è qualche speranza, almeno te non sembri troppo intelligente.

Rispondi

Carlo Barranco 21 settembre, 2016 11:59

Gentile @Peter Yanez, come potrebbe essere altrimenti?

Rispondi

Carlo Barranco 21 settembre, 2016 13:56

Tra l'altro, per amor di pedanteria, va detto che i "dominati" son definiti tali nell'articolo, non sono necessariamente "sedicenti". Anzi, nella stragrande maggioranza non lo sono.

Rispondi