NO, grazie

26 novembre, 2016 | 21 commenti

Pubblico nel seguito una gradita riflessione inviatami dall'avv. Valerio Donato, già collaboratore di questo blog, sul referendum costituzionale del 4 dicembre.

A lungo mi ero riproposto di affrontare personalmente il tema, ma mi tratteneva da un lato il suo tenore tecnico, dall'altro il disgusto di cimentarmi nel merito di un attentato così volgare e storicamente inaudito. Che un manipolo di mediocri, penosi, raccomandati e intellettualmente sterili posi le mani sul monumento di una guerra e sul prodotto di uno dei rari momenti storici in cui la violenza e la morte hanno costretto i superstiti a progettare una civiltà fondata sulla partecipazione e i diritti di tutti - in parte riuscendoci - è un orrore che dà il segno di una decadenza culturale nella cui contemporaneità chi scrive non si rassegna ancora a riconoscersi.

La nostra Costituzione è certamente perfettibile. Ma per perfezionarla bisognerebbe casomai andare nella stessa direzione dei suoi principi, non indietro. Se la sovranità appartiene al popolo - perché diversamente apparterrebbe a qualcun altro, e il popolo sarebbe schiavo - limitarla introducendo oligarchie di nominati, procedure indecifrabili aperte a ogni arbitrio e clausole di sottomissione a organismi internazionali che non rispondono alla volontà dei cittadini (anzi la schifano) non è soltanto in contraddizione con la Carta stessa e con la volontà di chi l'ha scritta, ma anche demente.

Che il dissanguamento del nostro patrimonio umano e produttivo si sia accompagnato alla progressiva realizzazione di quegli stessi principi di sdemocratizzazione che ispirano la riforma proposta, è nei fatti: dalla lettera della BCE (eletta da chi?) del 2011 al successivo governo tecnico (eletto da chi?), dai moniti dei sedicenti saggi e commissari stranieri (eletti da chi?) alle minacce delle agenzie di rating (elette da chi?), fino al primo ministro oggi in carica (chiamato da chi?). E prima ancora, dall'indipendenza di una banca centrale che ha reso eterno il debito che oggi ci rimprovera. Indipendente da chi, poi? Dai rappresentanti eletti e controllati dal popolo. Cioè dal popolo.

Pensare che la perfetta coincidenza cronologica del declino e di questi attacchi alla sovranità popolare sia solo fortuita è, mi si perdoni l'insistenza, da dementi. Un popolo che rinuncia a rappresentare i propri bisogni rinuncia anche a soddisfarli.

Bene fa Valerio a sottolineare anche la volgarità del quesito referendario, dove si blatera di riduzione dei costi. La nostra Costituzione parla di lavoro e di diritti, che sono ciò che dà dignità agli uomini e a una comunità. Non parla di soldi. I soldi sono lo sterco di chi ci ricatta, di chi intende fare di lavoro e diritti una merce - peraltro riuscendoci. Degli stessi usurai che hanno già ottenuto di infettare la Carta con l'obbligo di pareggiare il bilancio (art. 81), cioè di centellinare il loro sterco, di implorarlo in cambio di cessioni, privatizzazioni, riforme. Degli stessi che hanno ispirato, anzi preteso questo sfregio ulteriore: in alcuni casi apertamente, come JP Morgan nel 2013 (qui un commento).

Non spero si debba riscrivere un'altra Costituzione democratica sulle macerie di una guerra che - se il manuale di storia mi dice qualcosa - è inevitabile quando i popoli affidano il proprio interesse a chi li sfrutta per realizzare quello di pochi.

***

Il referendum è un passaggio esiziale per la nostra democrazia (sia in senso formale sia, soprattutto, in senso sostanziale). Si può serenamente affermare che la vittoria del no sia condizione necessaria, benché non sufficiente, per respingere l’avanzata della finanza parassita che vive di rendita a discapito dell’economia reale.

La riforma, infatti, mira a menomare la rappresentanza dei cittadini nell’espressione della sovranità popolare (principio inderogabile ex art. 1 Cost), modificando l’equilibrio dei poteri tra gli organi costituzionali.

In merito è sintomatico come la legge in discussione sia stata approvata da un Parlamento non rappresentativo degli elettori. La Sentenza della Corte Costituzionale (il Giudice delle leggi) n. 1/14, infatti, ha abrogato parti della legge elettorale, all’epoca vigente, per manifesta incostituzionalità. Tra le motivazioni si legge che i premi di maggioranza stabiliti per Camera e Senato determinano, “irragionevolmente, una oggettiva e grave alterazione della rappresentanza democratica” e che la disciplina di designazione degli eletti “priva l’elettore di ogni margine di scelta dei propri rappresentanti, scelta che è totalmente rimessa ai partiti”.

Si desume che l’attuale Parlamento, essendo pertanto stato formato da elezioni incostituzionali, non abbia e non avesse il potere di approvare leggi costituzionali (che modificano cioè la legge suprema che tra le altre cose regola proprio i poteri dell’assemblea legislativa stessa), e men che meno una siffatta riforma che riscrive ben 47 articoli su 139 perché non rappresentativo dei cittadini elettori. Avrebbe, per contro, dovuto occuparsi solo di ordinaria amministrazione in attesa di nuove elezioni.

Entrando nel merito occorre esaminare il testo del quesito referendario:

Approvate il testo della legge costituzionale concernente “disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del Titolo V della parte II della Costituzione”, approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 88 del 15 aprile 2016?

Riproduce in maniera pedissequa il titolo della legge da approvare o respingere, che, come tutti i titoli delle leggi, spesso non riflette il reale contenuto delle disposizioni che contiene, ma esprime solo le volontà e i desiderata di chi la propone.

Nella specie emerge con prepotenza l’intento populista (l’intenzione cioè di parlare alla pancia dei cittadini elettori per dissimulare i reali contenuti) dei redattori laddove si legge "riduzione del numero dei parlamentari e contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni".

In realtà il “risparmio” (concetto di per sé populista perché la spesa dello Stato è il guadagno dei cittadini) sarebbe di appena € 0,83 all’anno per ogni singolo italiano. La riduzione dei parlamentari, cosa in sé negativa perché riduce la rappresentanza degli elettori nell’Assemblea sovrana, per contro, si tradurrebbe nella mera sostituzione degli attuali senatori, eletti direttamente dal popolo, con consiglieri regionali e sindaci, nominati direttamente dai partiti.

L’intento populista del legislatore della riforma, per fortuna, si sta tramutando in un boomerang poiché, scoperto l’inganno che il risparmio e il taglio di rappresentanza democratica non sono abbastanza, si è venuto a creare un robusto populista fronte del NO. A parere di chi scrive tale fronte non deve essere assolutamente contrastato, ma cavalcato per arrivare alla vittoria del NO, che come anticipato sopra è essenziale per la nostra democrazia.

Il resto della riforma va a complicare il procedimento di formazione delle leggi creando diversi sistemi. Vi sarebbero, infatti, leggi approvate direttamente dalla Camera, leggi riviste dal Senato e leggi approvate da entrambi. La conseguenza evidente è che vi saranno moltissimi ricorsi alla Corte Costituzionale per capire come dovranno essere interpretate le disposizioni in tema di procedimento di formazione delle leggi.

Ma l’aspetto decisamente peggiore, mortale per la nostra democrazia, è rappresentato sicuramente dall’abolizione del vincolo di rappresentanza dei membri del Parlamento nei confronti della Nazione e dalla previsione di un procedimento ad hoc per il recepimento delle normative dell’Unione Europea.

L’attuale articolo 67 infatti recita: “ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”, mentre la nuova formulazione sarebbe “i membri del Parlamento esercitano le loro funzioni senza vincolo di mandato” (viene invero sancito che i soli membri della camera rappresenterebbero la nazione lasciando quindi il dubbio su chi dovrebbero rappresentare i nuovi senatori).

Il nuovo articolo 70, qualora la riforma venisse approvata, introdurrebbe in Costituzione “la legge che stabilisce le norme generali, le forme e i termini della partecipazione dell'Italia alla formazione e all'attuazione della normativa e delle politiche dell'Unione europea”. Come evidenziato sul blog Orizzonte48 la previsione in Costituzione di una legge di attuazione comunitaria comporterebbe il prevalere della normativa comunitaria, ormai per l’appunto costituzionalizzata, finanche sui principi supremi dell’ordinamento italiano.

Giova precisare che l’Italia ha già introdotto in Costituzione pesanti vincoli europei. Con la legge costituzionale n. 3 del 2001 si è introdotto l’obbligo del rispetto dei “vicoli derivanti dall'ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali” per lo Stato e per gli enti locali mentre con la n. 1 del 2012 si è costituzionalizzato (caso unico al mondo) il pareggio di bilancio che impedisce all’Italia di attuare qualsiasi politica di crescita economica per il benessere dei cittadini.

È quindi evidente che il Parlamento verrebbe trasformato in un organo amministrativo non più sovrano. Impedire questa finale sottomissione all’Unione Europea rappresenta una moderna linea del Piave da difendere a tutti costi, per salvaguardare la sovranità popolare e l’indipendenza della Nazione.

È utile ricordare che la Costituzione della Germania, nazione egemone in Europa, non consente in alcun modo simili subordinazioni all’ordinamento comunitario. Lo stato tedesco, per contro, ha sempre rivendicato la supremazia delle proprie leggi su quelle europee che vengono espressamente viste (si veda l’ultimo discorso del ministro Schäuble in Parlamento) come strumento di controllo dei bilanci delle nazioni concorrenti e, pertanto, come strumento per mantenere la propria supremazia in campo economico.

Mantenere l’attuale assetto costituzionale, peraltro, non comporterà automaticamente un rinnovato benessere per il popolo italiano, ma sarà il fondamento necessario per respingere le disparità e le asimmetrie che ci impone l’ordinamento dell’Unione Europea.


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Alberto 05 dicembre, 2016 20:18

Il No.Una vittoria del popolo italiano che ha scelto di mantenere la sovranità giuridica e una parziale sovranita' politica.Ma se si vorra' davvero cambiare rotta sara' la rimessa in discussione della perduta sovranita' monetaria,della democrazia interna nelle oligarchie politiche,dell'interruzione dei rapporti incestuosi con i loro burattinai economici (leggasi lobby) e aumentando il peso della democrazia diretta (ampliamento del metodo referendario e del sistema di Tutela Collettivo).Con la profusione strumentaledi termini inglesi prodotti dal Governo uscente,mai sentita la musicalita' che risuona con 'Class Action' .Ad majora!

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Alessandro 04 dicembre, 2016 09:34

Buongiorno Pedante,

Volevo congratularmi con lei per il risultato ai #MIA2016. Penso che un secondo posto da esordiente valga veramente tanto, considerando inoltre chi si è piazzato al terzo posto.

Penso che il merito sia tutto suo e di ciò che ha comunicato col suo blog. Complimenti vivissimi e buon proseguimento.

Alessandro

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Assunta 01 dicembre, 2016 20:50

Volevo segnalarVi che un sindaco ha approfittato del vostro post alla seguente pagina facebook senza citarvi:

https://www.facebook.com/336273869554/photos/a.351372814554.153038.336273869554/10154757231129555/?type=3&theater

Saluti

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antonio 02 dicembre, 2016 08:59

Gentile @Assunta,

a leggere il post su fb sembra intravedere alla fine una segnalazione di citazione (Cit.), pertanto il riferimento al fatto che lo stesso post non sia originale è abbastanza evidente. Ciò nondimeno, credo sia importante che un sindaco, in Campania, e più segnatamente nell'Agro Sarnese - Nocerino, si schieri apertamente per il NO, è un atto politico certamente coraggioso, considerata la campagna referendaria del governatore De Luca. Poi, siamo in guerra e ogni mezzo è lecito....

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Alessandro 01 dicembre, 2016 17:18

Salve Pedante,

volevo ringraziarla per il prezioso post e un ringraziamento speciale va anche all'avv. Valerio Donato.

Spero non vi dispiaccia se, a mio modo, ho provato a contribuire alla divulgazione di questo vostro straordinario lavoro.

Un sentito grazie.

http://leragionidellaformica.blogspot.se/2016/12/no-disse-il-piave.html

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Michele Daniele 28 novembre, 2016 21:23

Una considerazione, che porta ad una domanda forse tecnica, comunque semplice.

La considerazione. Non è un mistero che la prima parte della Costituzione è di stampo keynesiana mentre la seconda parte, con l'introduzione del pareggio di bilancio e con la costituzionalizzazione del vincolo ai trattati europei è ovviamente neoliberista.

Il fondamento della prima parte della Costituzione è il diritto al lavoro (art.1), il dovere della solidarietà (art. 2) e tutti gli articoli economici presuppongono l'intervento dello stato in economia, principio culminato cona la subordinazione della Banca d'Italia alla politica.

Il fondamento dei trattati europei (e conseguentemente della seconda parte della Costituzione) è la stabilità dei prezzi, la competitività e lo Stato che viene tenuto totalmente al di fuori dall'economia, principio culminato con l'indipendenza della BCE dalla politica, anzi con la palese subordinazione della politica alla BCE (vedi letterina della BCE del 2011).

La domanda. Mettendosi nei panni di una Corte Costituzionale, a quale delle due parti della Costituzione dovrà fare riferimento? Ed in caso di contrasto, quale parte dovrebbe prevalere?

E, se posso, ci sarebbe spazio per una sottodomanda. Può essere una parte della Costituzione incostituzionale? A titolo di esempio prenderei il famigerato Art. 81 (a proposito, perchè un puro principio è stato inserito nella seconda parte della Costituzione e non nella prima, dove sono raccolti tutti i principi?): se il rispetto di tale principio contabile confligge, ad es., con il principio di tutela del risparmio da parte dello Stato, quale principio prevale, quello nella prima parte o quello nella seconda?

Grazie per l'attenzione.

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valerio donato 29 novembre, 2016 18:14

Gentile @Michele Daniele,

sulla prima parte della Sua domanda non posso che rinviarla al blog orizzonte48.blogspot.it da cui ho tratto spunto anche io.

Sulla seconda parte, la risposta non può che essere sì.

Sicuramente è ammissibile un controllo della Corte sulla regolarità del procedimento di approvazione (cd costituzionalità formale). Detta legge non è scevra da censure sotto questo profilo (poteva un Parlamento eletto da una legge incostituzionale perché crea "una oggettiva e grave alterazione della rappresentanza democratica” e perché “priva l’elettore di ogni margine di scelta dei propri rappresentanti" modificare, e i modo così incisivo, la Costituzione?).

'E altresì ammissibile un controllo sostanziale come chiarito dalla Sentenza n. 1146/88 di cui riporto un passo della motivazione.

"La Costituzione italiana contiene alcuni principi supremi che non possono essere sovvertiti o modificati nel loro contenuto essenziale neppure da leggi di revisione costituzionale o da altre leggi costituzionali. Tali sono tanto i principi che la stessa Costituzione esplicitamente prevede come limiti assoluti al potere di revisione costituzionale, quale la forma repubblicana (art. 139 Cost.), quanto i principi che, pur non essendo espressamente menzionati fra quelli non assoggettabili al procedimento di revisione costituzionale, appartengono all'essenza dei valori supremi sui quali si fonda la Costituzione italiana.

Questa Corte, del resto, ha già riconosciuto in numerose decisioni come i principi supremi dell'ordinamento costituzionale abbiano una valenza superiore rispetto alle altre norme o leggi di rango costituzionale, sia quando ha ritenuto che anche le disposizioni del Concordato, le quali godono della particolare "copertura costituzionale" fornita dall'art. 7, comma secondo, Cost., non si sottraggono all'accertamento della loro conformità ai "principi supremi dell'ordinamento costituzionale" (v. sentt. nn. 30 del 1971, 12 del 1972, 175 del 1973, 1 del 1977, 18 del 1982), sia quando ha affermato che la legge di esecuzione del Trattato della CEE può essere assoggettata al sindacato di questa Corte "in riferimento ai principi fondamentali del nostro ordinamento costituzionale e ai diritti inalienabili della persona umana" (v. sentt. nn. 183 del 1973, 170 del 1984).

Non si può, pertanto, negare che questa Corte sia competente a giudicare sulla conformità delle leggi di revisione costituzionale e delle altre leggi costituzionali anche nei confronti dei principi supremi dell'ordinamento costituzionale. Se così non fosse, del resto, si perverrebbe all'assurdo di considerare il sistema di garanzie giurisdizionali della Costituzione come difettoso o non effettivo proprio in relazione alle sue norme di più elevato valore."

Ora considerato che a Berlino c'è sempre un Giudice è molto probabile che la Corte, in caso di sciagurata vittoria del si, verrà chiamata a pronunciarsi su dette questioni.

Rispondi

Michele Daniele 30 novembre, 2016 11:37

Gentilissimo @Valerio Donato,

intanto un grosso grazie per la sua cortese ed articolata risposta.

Poi, premesso che preferirei che il giudice non fosse a Berlino :-) (e neanche a Lussemburgo), riesco ad intravvedere dalle sue parole uno spiraglio di luce anche nello scenario di vittoria del Sì. O meglio, lo stesso spiraglio che intravedo anche nella vittoria del NO, perchè le "battaglie" da farsi credo siano identiche in entrambi i casi: liberarsi dal vincolo esterno, più o meno totalmente costituzionalizzato.

Dopodichè emerge cruciale il ruolo della corte costituzionale per i futuri assetti italiani. E qui ritorna uno scenario un po' più cupo se scorro alcuni degli attuali componenti: da uno dei maggiori artefici degli assetti post-Masstricht (Amato), ad euristi più o meno convinti quali Barbera o convissuti totalmente con le istituzioni europee (Sciarra e Cartabia) o altri quali Zanon.

Comunque, a prescindere dai componenti attuali o futuri della Corte, l'unica via di salvezza mi sembra sia nella maggiore consapevolezza da parte dell'elettorato. Quindi un grosso grazie alla metiroria opera di divulgazione sua, del Pedante, di Orizzonte48 e anche di blog economici quali quelli della MMT, di Scenari Economici, Keynes Blog e tanti altri che si stanno diffondendo.

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daniele 28 novembre, 2016 17:08

gentile Pedante, mio nonno è stato il primo sindaco Comunista di un piccolo paese dell'estrema provincia di firenze; aveva la terza elementare; era a Cefalonia l'8 settembre del '43 e rientrato (fortunosamente) in Italia ha fatto parte del CCLN; è deceduto nel 2005 non sapendo già da tempo a chi dare il suo mandato elettorale.

questo per dire che non serve aver studiato per capire che una riforma così PESANTE della Nostra Costituzione, fatta da un presidente del consiglio (detto "i' bomba") nominato da un Traditore, votata da un parlamento eletto per il tramite di una legge incostituzionale sia una grande truffa per la stragrande maggioranza del Popolo Italiano. cordiali saluti, Daniele

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Filippo 28 novembre, 2016 15:16

Caro Pedante sono un suo estimatore. Il referendum mi ha fatto pensare al fatto che la Costituzione che abbiamo e' gia' cambiata nei fatti. Ho cercato di riscriverla per quello che mi pare sia ora (i primi 12 articoli solamente), e la trova qui sotto ed anche qui: https://www.facebook.com/ThomasMuntzerOmniaSuntCommunia/posts/1270665763004104. Grazie per questo blog interessantissimo.

Art. 1.

La Provincia italiana dell'Unione europea è una Plutocrazia oligarchica, fondata sul profitto. La sovranità appartiene al mercato, che la esercita attraverso l'oligarchia alla luce dei progressivi limiti di accettazione dell'opinione pubblica.

Art. 2.

La Plutocrazia disconosce l'esistenza di diritti inviolabili dell'individuo, sia come singolo, sia nelle reti sociali ove si palesa la sua specificità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà cosmetica, egoismo economico, e autismo sociale.

Art. 3.

Tutti gli attori del mercato hanno dignità in misura proporzionale alla loro capacità di spesa, e sono diversi davanti alla legge, dovendosi considerare il sesso, l'orientamento sessuale, la razza, la lingua, la religione, i pregiudizi politici, le condizioni personali e sociali.

E' compito della Plutocrazia rimuovere gli ostacoli di ordine etico ed ed i retaggi ideologici, che, limitando di fatto la concorrenza e la meritocrazia, impediscono il pieno sviluppo del mercato, e l'effettiva reificazione di tutti gli individui nell'organizzazione tecnocratica, economicistica e postumana della Provincia.

Art. 4.

La Plutocrazia riconosce l'immutabilità delle leggi economiche, e la necessità di una quota fisiologica di disoccupazione determinata dal ciclo economico. Ogni individuo è libero di svolgere una attività o una funzione che massimizzi la sua ricchezza materiale o la sua popolarità.

Art. 5.

La Plutocrazia, espressione dell'Unione europea, indebolisce progressivamente le autonomie locali; attua nei servizi che da essa dipendono, la massima centralizzazione amministrativa; adegua i metodi della sua legislazione alle esigenze dell'Unione e dell'oligarchia.

Art. 6.

La Plutocrazia tutela con apposite buone pratiche le minoranze linguistiche della Provincia, con particolare riguardo per quella italiana.

Art. 7.

La Plutocrazia e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati alla luce della pubblica opinione. Le modificazioni dei rapporti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione

formale delle norme.

Art. 8.

Tutte le confessioni religiose sono egualmente deprecabili e superate. Le teorie economiche diverse dal liberismo sono da considerarsi infondate ed utopiche nella misura in cui contrastino con líordinamento economico e giuridico della Provincia. I loro rapporti con l'Eurocrazia sono regolati attraverso la creazione di apposite categorie nel dibattito pubblico.

Art. 9.

La Tecnocrazia promuove lo sviluppo della cultura delimitandone con precisione gli ambiti e la ricerca scientifica e tecnica orientate alle esigenze del mercato e della competizione globale. E' indifferente al paesaggio e negligente verso il retaggio storico e artistico della Provincia quando essi non siano monetizzabili.

Art. 10.

L'ordinamento giuridico della Provincia si conforma alle norme del diritto europeo ed internazionale generalmente riconosciute. La condizione giuridica del migrante è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali. Il migrante, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà economiche garantite dalla Costituzione della Provincia italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Tecnocrazia, secondo le legittime necessità di deflazione salariale dei padroni. Non è ammessa l'espulsione del migrante per formalità giuridiche.

Art. 11.

La Provincia italiana riconosce la guerra come strumento di salvaguardia dei propri interessi e di quelli dei suoi alleati e come mezzo didattico verso i popoli non democratici; si adegua alle scelte europee e transatlantiche per assicurare l'espansione del blocco occidentale che assicuri la stabilità della propria influenza; promuove interventi unilaterali nelle aree contese.

Art. 12.

La bandiera della Plutocrazia è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni. Può essere utilizzata esclusivamente insieme alla bandiera dell'Unione europea, rispettando il parametro numerico massimo di una a dieci.

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a perfect world 28 novembre, 2016 11:53

L'ideologia dell'accumulo di ricchezza e' estranea all'Italia, al Mediterraneo. Puo' andar bene nei postacci brutti e freddi del nord Europa, ma qui, se si smette di lavorare a meta' pomeriggio, c'e' la Bellezza che ci aspetta.

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roberto 27 novembre, 2016 17:44

Un elemento molto preoccupante è il fatto che il senato passa da eletto con una procedura diretta

ad una elezione di secondo grado dei sindaci e dei consigli regionali come già avviene per le provincie e le città metropolitane. Questo apre la porta ad una futura "demarchia" (Hayek) in cui si può ulteriormente trasformare il senato in un'entità di cooptati ("uomini di alto valore") svincolati da ogni vincolo di mandato ma di fatto garanti del mercato.

Una altro aspetto pericoloso è che si aboliscono le provincie ma le due provincie, Trento e Bolzano, insieme alle regioni autonome diventano quasi uno stato nello stato. Già le banche popolari della provincia di Trento spingono per fare a se svincolandosi da quelle venete per legarsi, come quelle della provincia di Bolzano, al sistema delle Sparkassen austriache e tedesco.

Mi sembra una deriva pericolosa per l'unità del paese.

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Massimiliano 27 novembre, 2016 14:31

Ineccepibile. I miei dubbi sul sì/no sono infatti meramente tattici: credo (temo) sia inevitabile che se vincerà il no ad un governo filo-europeista succederà un governo "tecnico" iper-europeista, che prenderà provvedimenti disastrosi sull'onda di una nuova emergenza creata ad hoc. Si dirà che comunque i principi costituzionali saranno salvaguardati, e non è poco; tuttavia, per quanto mi è dato sapere della Grecia è stato fatto strame pur senza rilevanti modifiche costituzionali. Non vedo vie di uscita e questo mi turba.

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Il Pedante 27 novembre, 2016 17:02

I Suoi timori non sono infondati. Ma se vincesse il sì accadrebbe lo stesso, a fortiori.

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lorenzo 27 novembre, 2016 11:51

Ottimo articolo! Noto però una contraddizione, che apre a mille altre domande. Se il vincolo al pareggio di bilancio è già entrato in costituzione, e quindi abbiamo perso la possibilità di fare politiche economiche a favore dei cittadini e della crescita del nostro paese, a che serve la vittoria del NO? Non abbiamo, cioè, già abbondantemente oltrepassato la linea? Non siamo già colonia? Cosa potrà mai cambiare in Italia anche con la vittoria del NO? La sovranità nazionale, di fatto, non è già morta da un pezzo? Queste cose a mio avviso andrebbero ribadite e ribadite sempre, anche solo per non lasciare l'illusione, dopo una eventuale vittoria del NO, a tanti cittadini di un imminente cambiamento. Vincesse il SI, secondo me, sarebbe solo un'accelerazione verso la fine disastrosa del nostro paese ex sviluppato; vincesse il NO, sarebbe solo rimandare di un po' (perché troveranno qualche altro modo per finirci). E insomma, non so se il ritorno a una vera sovranità passerà da questo referendum, ma ho molti dubbi. E ho pure pochissima fiducia che con il NO alla riforma si getterebbero le basi per una riforma a livello di Unione Europea...

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Il Pedante 27 novembre, 2016 11:55

Gentilissimo, Lei ha in solo in parte ragione. Con la logica del "tutto è perduto" si passa dal vulnus alla deformazione strutturale e permanente. Oggi l'art. 81 è un cavallo di Troia che confligge con il resto del dettato costituzionale (es. se i diritti sono inalienabili non possono essere alienati neanche per ragioni economiche). Passare dalla scheggia infetta all'infezione è il programma di questa - e sicuramente di altre, chiunque vincesse - riforme costituzionali.

Rispondi

lorenzo 27 novembre, 2016 12:08

Gentile @Il Pedante,

sì, capisco, ma che fatica! ogni volta dover resistere a 'sto modo? con referendum su referendum? Non faremmo prima a staccarci del tutto da questa Unione demenziale e criminale? Una bella Ital-exit come hanno fatto in GB...Per restare alla metafora: se ho una scheggia di bomba nel corpo magari proverei a rimuoverla invece di tenere a bada l'infezione mortale che potrebbe scatenare... O no? Boh, forse non sono ancora maturi i tempi...

Rispondi

Il Pedante 27 novembre, 2016 12:38

La Sua percezione è corretta. Le guerre si fanno in attacco e in difesa. Questa è un'operazione di difesa, ma si consoli pensando che si tratta di difendere la legge fondamentale, cioè l'arma di attacco più definitiva per smantellare questo baraccone. Certo, purché ci si decida a utilizzarla. Io sono pronto da anni.

Rispondi

valerio donato 27 novembre, 2016 18:52

Gentile @lorenzo,

inanzi tutto grazie per l'apprezzamento.

Sull'art. 81 volevo fare alcune precisazioni.

Il testo, introdotto a maggioranza qualificata (ovvero dei 2/3 in seconda votazione e cioè tale da non rendere possibile la verifica referendaria) dal Parlamento che sostenne la "Giunta Monti", recita (commi I e II):

Ora un Parlamento (ovvero una Camera dei Deputati nella sciagurata ipotesi che venisse approvata la riforma) illuminato potrebbe comunque ricorrere all'indebitamento, autorizzando a maggioranza assoluta il Governo a ricorrervi.

Resta il problema dell'individuare il "verificarsi di eventi eccezionali". Problema non da poco tenuto conto del potere della Corte Costituzionale, i cui 15 componenti sono nominati per un terzo dal Presidente della Repubblica, per un terzo dal Parlamento e per un terzo dalla Magistratura, di cassare le leggi.

Tuttavia rilevo come detta autorizzazione non debba necessariamente data in forza di legge (almeno così non è scritto) e quindi se data in altra forma sfuggirebbe ad un controllo di una eventuale Consulta composta da falchi liberisti.

Che il ciclo economico attuale non solo consenta ma addirittura imponga l'indebitamento dello Stato credo non vi sia alcun dubbio.

Rispondi

lorenzo 28 novembre, 2016 08:13

Sono d'accordo, ma l'attuale ciclo economico richiederebbe un indebitamento sostenibile, cosa che non è possibile con la moneta euro, visto che non la possiamo emettere né controllare attraverso una BC dipendente dal governo italiano. E dunque, un no a una riforma sicuramente pericolosa, lascerebbe inalterata questa situazione in cui indebitarsi in euro resta comunque insostenibile e dannoso.

A ogni modo, se prima ero molto indeciso tra astensione e NO, ora dopo le vosyre riflessioni mi trovo un po' più deciso ad andarci a votare! Perciò vi ringrazio! Ciao.

Rispondi

Alessio 27 novembre, 2016 10:10

Vorrei lasciare un commento a questo articolo, non già sulla parte più "tecnica", che trovo comunque ineccepibile, ma sulla pedanteria dell'introduzione, perché a mio modo di vedere parla dal cuore verso il cuore, e credo che bene o male che sia, da qui passi la strada più diretta verso il consolidamento dell'opinione che ciascuno si farà sul referendum. Il mio commento è su questo passo:

" ...sottolineare anche la volgarità del quesito referendario, dove si blatera di riduzione dei costi. La nostra Costituzione parla di lavoro e di diritti, che sono ciò che dà dignità agli uomini e a una comunità. Non parla di soldi."

Al di là della volgarità del quesito, io trovo che un'eventuale modifica della Costituzione in questo senso servirà a spalancare le porte per l'applicazione di questo principio ignobile a tutti gli altri ambiti della Cosa Pubblica. Già da tempo siamo bombardati dal messaggio (e dalla sua applicazione) che "tagliare i costi è bello", ma la risposta "SI'" a un quesito così strutturato non potrebbe che alimentare questo messaggio, incidendolo a fuoco sugli stessi fondamenti della nostra vita civile. A ben guardare, le politiche di tagli che ci vengono imposte in questi anni di crisi vanno a ledere il diritto fondamentale al lavoro sancito dal principio cardine della Costituzione: sulla base di una ipotetica cura dei conti pubblici si toglie il diritto al lavoro di migliaia di persone: non è già questo di per sé incostituzionale? Ebbene, far passare in Costituzione il "risparmio dei costi" andrebbe a svuotare di significato quel diritto al lavoro, perché l'Italia diventerebbe una repubblica fondata sul lavoro, ma solo quando non fosse necessario ridurre dei costi, e l'assurdo è che già abbondantemente sotto gli occhi di tutti (quelli che vogliono vedere) quali siano gli effetti di politiche di austerità in tempi di crisi.

Detto questo, ai miei occhi le ragioni per rigettare questa riforma sono talmente tante che soffermarsi su una mi sembra quasi riduttivo, ma forse questa è quella che mi ha parlato più vicino al cuore.

Ognuno trovi la sua, e speriamo che il 4 dicembre questa nostra voce non resti inascoltata.

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