#NoBorders, WTO e c'era una volta Seattle

08 maggio, 2016 | 4 commenti

Ecco una testimonianza:

C'è anche un lato oscuro nella reazione alla globalizzazione. Per qualcuno, l'attacco alle economie aperte è parte di un più ampio attacco contro l'internazionalismo, cioè contro gli stranieri, l'immigrazione e un mondo più plurale e integrato. Il no alla globalizzazione è solo l'ultimo capitolo di un richiamo antico al separatismo, al tribalismo e al razzismo: una visione del mondo in cui si contrappongono "noi" e "loro". Quando ero giovane la parola internazionalismo era una parola nobile. Aveva anche un significato autentico per le lotte dei lavoratori. Le vecchie canzoni sulla solidarietà internazionale e sulla fratellanza tra gli uomini ci scaldavano il cuore. Ma adesso l'idea dell'internazionalismo è diventata qualcosa da temere o da attaccare. Mi preoccupa che molti di coloro che desiderano sinceramente un mondo più giusto e migliore si trovino oggi schierati con chi si oppone all'internazionalismo in ogni sua forma.

Chi scrive? Un socialista fedele all'inno? Il portavoce di un collettivo antirazzismo? Un anarchico dalle trincee del Brennero? Un missionario? Miss America?

No.

È Mike Moore, già ministro e premier neozelandese, direttore generale dell'Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) fino al 2002 e uomo-chiave nei negoziati GATT 1986-1994 (il cosiddetto Uruguay Round), da cui nacque lo stesso WTO. Per capirci, il GATT è il predecessore del TTIP e il WTO è l'evoluzione del GATT con poteri regolatori e sanzionatori. Il WTO è quel costoso baraccone legale che quando va bene non funziona - cioè, fortunatamente, quasi sempre - e quando va male costringe le economie deboli e locali a competere con le economie forti e globali - cioè americane. Affinché chi ha già vinto possa vincere ancora, e di più.

Che c'entrano la pluralità, l'integrazione e il razzismo con l'idea di mandare in rovina i piccoli coltivatori caraibici e africani? O di rendere obbligatorio il brevetto delle terapie salvavita quadruplicandone il prezzo? Ovviamente nulla, anzi. Ma si è già visto - in particolare qui - quanto siano centrali le tecniche di colpevolizzazione per oltrepassare le barriere razionali del pubblico e indurlo ad abbracciare esiti contrari al proprio interesse: "Non vuoi la precarietà? Sei un bamboccione. Non vuoi competere coi più forti? Sei un pavido. Non vuoi lo stato di polizia fiscale? Hai qualcosa da nascondere. Non vuoi le economie aperte? Sei razzista". Eccetera. Ma non solo: si è anche visto, nella puntata precedente, come di norma i valori prostituiti al vantaggio del più ricco siano anche quelli che più facilmente muovono le corde dei suoi possibili oppositori - in questo caso le sinistre - così da assicurarsene l'ignara e gratuita collaborazione.

Il binomio moralistico protezionismo-razzismo è riuscito così bene a sedurre l'internazionalismo dei semplici da riapparire nelle campagne mediatiche sul TTIP, che si candida a emendare le inefficienze del GATT-WTO amplificandone gli effetti:

Ma facciamo un passo indietro. Il comunicato stampa di Moore, di cui abbiamo riportato uno stralcio, è del 28 novembre 1999. Due giorni dopo, a Seattle, circa 50.000 persone si riunivano da tutto il mondo per protestare contro i nuovi negoziati WTO (Millenium Round) e l'ulteriore liberalizzazione dei mercati e dei diritti che ne sarebbe uscita. Nasceva così il movimento no-global. Senza voler mitizzare quell'esperienza, alla quale molti parteciparono per gregarismo, dopo quasi vent'anni va riconosciuto che i no-global non solo avevano ragione, ma facevano in effetti paura ai candidati padroni del mondo.

Lo dimostra il fatto che avessero compreso con precisione il disegno di centralizzazione produttiva a vantaggio di pochi e di attacco all'autodeterminazione delle comunità che oggi si dispiega sotto i nostri occhi. Lo dimostra la repressione feroce, le torture e la violenza impunita della soldataglia a Seattle e, due anni dopo, in Piazza Manin e a Bolzaneto. E lo dimostra la campagna di demonizzazione dei dimostranti, così martellante da avere inchiodato per sempre nei microcefali dei moderati il binomio no-global = vandalo, coniando un marchio di infamia destinato a durare e a seppellire quegli ideali nell'immaginario dei più.

Ma c'è da credere che il fenomeno no-global facesse paura anche ai gestori del consenso, perché politicamente trasversale e difficile, se non impossibile, da ricondurre agli schemi simbolici con cui sedurre, manovrare e disperdere le masse mettendo le vittime contro le vittime. Se oggi, per le suddette campagne di stampa orwelliane, no-global è automaticamente associato ai centri sociali, nella realtà basta scorrere l'elenco dei membri del Genoa Social Forum per riscontrarvi ben altra ampiezza: dai comunisti ai federalisti europei, dalle associazioni gay-lesbiche alle Suore del Buon Pastore, da Banca Etica alle chiese evangeliche e metodiste, dai sindacati alle associazioni di categoria.

Per spezzare questo fronte non erano sufficienti le calunnie e le botte, ci voleva un'operazione di marketing, un divide et impera che facesse leva sugli automatismi culturali dei suoi membri. Si riesumò quindi l'asse classico destra-sinistra e, sfruttando l'ossessione di quest'ultima per il fascismo storico, che era nazionalista e patriottico, si creò un cortocircuito valoriale in cui tutto ciò che implicasse la protezione delle economie nazionali e l'affermazione di una discrezionalità sovrana da contrapporre ai ricatti sovranazionali era da considerarsi autarchico, reazionario e incompatibile con la vocazione universalista del verbo socialista. Sicché i compagni, per dissociarsi dal fascismo nazionalista dei morti, finirono per associarsi a quello internazionalista dei vivi.

Da lì in poi la strada era in discesa. Il vuoto creatosi a sinistra fu occupato dalle destre che rimasero sole al timone del fronte antimondialista, raccogliendone i frutti e fornendo un facile bersaglio a chi con agile balzo era migrato - chissà quanto consapevolmente - dal no-global al no-borders, oltrepassando la barricata e trovandosi a condividere la retorica dei padroni. ma non il desco.

***

Ad articolo già pubblicato, un lettore mi ha giustamente suggerito di considerare tra i principali fattori storici innescanti questa mutazione la recente crisi dei migranti e l'effetto shock therapy che con essa si è abbattuto sulle coscienze del pubblico più impegnato. Se la diagnosi no-global sugli effetti di un mondo sempre più aperto era macroeconomicamente inattaccabile, occorreva allora indirizzare i colpi nelle parti basse delle emozioni e della colpa e sostituire, nel dibattito, la pena dell'umanità in fuga alle merci delle multinazionali. L'accelerazione dei movimenti migratori, le cui cause restano poco chiare e comunque poco "naturali" (guerre e fame esistevano anche prima, purtroppo), fece sì che le istanze umanitarie scalzassero quelle economiche - che restavano comunque irrisolte e avrebbero in primis ripresentato il conto agli stessi immigrati, destinati allo sfruttamento.

Quando il Manifesto pubblicò in prima pagina la fotografia di un bambino curdo annegato mentre fuggiva dalla guerra e il relativo commento, il contrordine era lampante: i confini condannano i deboli alla morte e all'inedia, difenderli è antistorico, disumano e fascista. Così gli ex nemici di Moore, presi a pugni nei sentimenti più nobili, ripetevano le parole di Moore con quindici anni di ritardo e sbandierando i corpi di coloro che ne sono stati e ne saranno le principali vittime.


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Cosmo 02 settembre, 2016 16:09

Grazie per questo articolo molto interessante.

Vorrei precisare alcuni punti, essendo uno che era un convinto NO-Global 15 anni fa, e lo è ancora.

1. Il problema di smarcarsi dalle destre c'è sempre stato. C'era e c'è ancora perchè la differenza tra destra e sinistra è una realtà profonda da non confondersi con il teatrino ideologico delle appartenze e delle parole d'ordine.

2. La dicitura "movimento NO-Global" fu inventata dalla stampa italiana (che si ispirò al nome di una manifestazione organizzata a Napoli contro il Global Forum del marzo 2001, che si chiamava appunto "NO Global Forum") e non è ci mai piaciuta. Personalmente ho sprecato moltissimo tempo e fiato a spiegare che noi non eravamo contro la globalizzazione, ma contro la globalizzazione capitalistica. Basti pensare a uno degli slogan del movimento: "Pensa globale, agisci locale", più chiaro di così...

3. Una delle maggiori contraddizioni che il movimento denunciava era quella tra libertà di movimento assoluta per merci e capitali e mancanza di libertà di movimento per le persone. Il movimento NO-Global é *sempre stato* NO-Border. Immaginare contraddizioni tra NO-Global e NO-Border è completamente sbagliato.

4. Quel movimento, in ogni caso, è stato sconfitto. Sulla dinamica di questa sconfitta non sono in grado di fare analisi particolarmente brillanti. Una debolezza fu probabilmente la mancanza, per capacità e per condizioni al contorno, di organizzarsi in maniera politicamente efficace. Le analisi erano tutte corrette, e oggi nessuno osa smentirci, ma avevamo in mano carte non buone e forse non le sapemmo giocare bene. Ma guardiamo a oggi. Oggi le condizioni sono diverse e per mille ragioni quelli che fanno paura si chiamano NO-Border. Accorgetevi adesso che ciò che dicono è giusto, che tra 15 anni sarà troppo tardi!

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Dino Trapasso 14 maggio, 2016 20:00

Sulla shock doctrine, mi viene in mente l' embargo sulle armi al governo siriano. se la popolazione non può né difendersi né essere difesa, mi pare normale fugga. con tutto l' armamentario di lutti e tragedie che ciò comporta.

Da aggregato no-global al tempo, mi preme di sottolineare che già allora, alcuni semi della trasformazione erano presenti. Mi vengonoi n mente gli slogan: un altro mondo è possibile (questismo), siamo tutti clandestini e libertà di movimento per gli uomini e non solo per le merci. Sicuramente me ne sfugge qualcuno.

Però dall' esperienza al corteo contro la carta dei diritti a Nizza, vi ero presente, ricordo la presenza sia della galassia antagonista che della lega, non ricordo se ci fossero anche i #fascistibrutti. quello che voglio dire, è che forse c' erano le condizioni per affrontare nei limiti dei propri orizzonti politici una battaglia, se non proprio comune, almeno in comune. Invece è andata come è andata.

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ws 14 maggio, 2016 21:41

@Dino Trapasso

Nella ( ormai perduta) guerra tra lavoro e capitale , la debolezza di chi stava dalla parte del lavoro e' stata l' aver considerato l' appartenenza ideologica ( per altro pure posticcia ) superiore all' interesse di classe , mentre la forza del "capitale" e' stata nell' esatto contrario.

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ws 12 maggio, 2016 22:13

A proprosito di "internazionalismo" ho lavorato molti anni fianco a fianco ad operai qualificati tutti di interessi borghesi (l' auto ,le vacanze , la pesca, la caccia ecc.) ma anche comunisti che spesso cianciavano tra loro con i termini "luogocomunisti" di cui facevano "il pieno" nei loro "ritrovi identitarii".

Uno questi "luogocomunismi" era appunto "l'internazionalismo" a cui spesso commentavo sarcasticamente così: "voi a son di cincianciare di "internazionalismo proletario" alla fine avrete l'internazionalismo capitalista, e quello però funzionerà davvero e sulla vostra pelle".

Bene ora ci siamo arrivati, ma voi pensate che quei vecchi amici abbiano imparato la lezione? Assolutamente no, perché il "sinistrismo" non e' un pensiero politico ma una "fede". Per loro, anche se mancherà tutto, a cominciare dal lavoro, "un paradiso dei lavoratori" prima o poi verrà.

AMEN.

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