Per una teologia del castigo

10 dicembre, 2016 | 76 commenti

Nell'Antico Testamento le sciagure sono il castigo riservato agli empi. Così i Proverbi:

Non giunge al giusto alcun malanno, gli empi invece son pieni di mali. (Pr 12,21)

O il Siracide:

Chi pecca contro il proprio creatore cade nelle mani del medico. (Sir 38,15)

Nei Vangeli, invece, Gesù si intrattiene coi lebbrosi e guarisce gli infermi. E ai suoi insegna:

O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico. (Lc, 13,4-5)

L'idea che le disgrazie scaturiscano dalla trasgressione di un codice etico è delle due la più antica, essendo anche la più primitiva. In essa agisce non tanto la volontà di dare un ordine razionale a ciò che ci appare arbitrario, ma piuttosto l'illusione teleologica e consolatoria di una giustizia intellegibile - corrispondente cioè alla norma etica del momento - che governerebbe i destini degli uomini.

Vieppiù consolatoria - e quindi appagante, e quindi responsabile del suo successo - è la sua inversa funzione giustificante: se la disgrazia colpisce i peccatori, allora io che non ne sono colpito sono un giusto. E in quanto giusto, a me non può succedere. È difficile resistervi. Se Tizio muore prematuramente ci preoccupiamo di sapere se conducesse stili di vita sbagliati. Se è vittima di un incidente ci auguriamo sia stato imprudente, non sfortunato. In quanto ai poveri, giova sempre sapere - o immaginare - che non lavorano perché assenteisti o sfaticati, che si drogano, delinquono, frequentano compagnie sbagliate, non si lasciano aiutare ecc. Che se la sono cercata.

Per quanto umana e parto dell'umana fragilità, la colpevolizzazione delle vittime è però la deriva mentale non solo più ingiustificata e ripugnante, ma anche la più pericolosa:

  1. perché nell'offrire una finta causazione alla portata di tutti ostacola la ricerca delle cause naturali e quindi l'avanzamento delle conoscenze;
  2. perché celebra nelle ingiustizie i correttivi di una società che piace credere dura ma giusta, alimenta la fede nello status quo, fa delle opposizioni e delle lotte per l'avanzamento sociale un fastidio;
  3. perché esclude la compassione: se chi subisce il male sconta i propri errori, non bisogna compiangerlo ma anzi trarne soddisfazione per la giustizia che vi si compie e la conferma della propria immunità. Non è però qui un problema di buon cuore, essendo piuttosto l'immedesimarsi nei problemi altrui un razionalissimo motore di civiltà: i sani curano gli infermi nella prospettiva di ammalarsi, i giovani aiutano i vecchi nella prospettiva di invecchiare, chi sta in alto tende la mano a chi sta in basso nella prospettiva di cadere. Il moralismo, all'inverso, ci restituisce al mondo delle bestie per altra via.
  4. perché nel giustificare il male giustifica la violenza. I genocidi, le oppressioni e le stragi in grande scala sono tutti preceduti da una demonizzazione etica delle vittime per rendere accettabile l'enormità di quei fatti. I crimini per interesse restano circoscritti all'obiettivo, quelli a cui si dà il nome di giustizia non hanno invece limiti, né remore, né decenza.

Si immaginerebbe che la modernità abbia fatto i conti con queste devianze. In fondo millenni di filosofia e secoli di scienza non hanno dato una definizione univoca di libero arbitrio, né hanno dimostrato che esista. Pare comunque unanime che se gli individui fossero liberi di scegliere, e quindi di sbagliare, e quindi di meritare un castigo, questa libertà - posto che esista - sarebbe confinata in un margine infinitamente più ristretto di quanto non ci suggerisca il senso comune.

Nel dubbio possiamo quindi salvare convenzionalmente il concetto per formulare giudizi, educare la prole, amministrare la giustizia ecc. ma dovremmo avere la decenza intellettuale di non farne una priorità causale.

Accade invece il contrario, e anzi di peggio: che oggi la trasgressione etica come causa efficiente e prevalente delle sciagure umane non sia attribuita solo agli individui - che già sarebbe aberrante - ma a intere comunità: gli italiani, i greci, gli imprenditori, i giovani. Che hanno vissuto al di sopra delle loro possibilità, che non pagano le tasse, che corrompono e si fanno corrompere, che accumulano debiti, che non sanno competere, che rifiutano il progresso, che chiagnono, fottono e non vogliono prendere la medicina. E ne scontano quindi il castigo.

È il principio della pena collettiva, che esce dalla porta dei diritti umani e rientra dalla finestra dei diritti economicamente sostenibili. O della Vergeltung, la rappresaglia nazista che si rivergina nel giro di pochi decenni. In questo caso però con le vittime impegnate non a denunciarne l'orrore ma a rivoltare le proprie fila per consegnare al boia i fratelli: i vecchi troppo agiati, gli impiegati troppo tutelati, i giovani troppo viziati, gli evasori, i populisti, gli xenofobi, gli avari, gli egoisti, i corrotti. Finché, parafrasando un noto paradosso, non resterà loro che consegnare sé stesse.

Purtroppo questi deliri anche lessicalmente puerili (ne abbiamo abbozzata una fenomenologia qui) non rimangono confinati nel basso ventre della superstizione e del ritardo mentale, come dovrebbero, ma permeano il discorso politico fino ai suoi vertici. Con il duplice effetto di chiudere la via a un'analisi razionale delle cause per risolvere i problemi a cui si allude (v. punto 1) e di impedirci di vedere nella disgrazia degli altri il presagio della nostra (v. punto 3). Così ad esempio i giornalisti di un noto quotidiano economico che, avendo invocato la falce dei mercati nel 2011, ne assaggiavano il filo nel 2016. Cose che capitano se quando sale l'acqua in terza classe, nel salone delle feste si brinda a tutta pagina invece di denunciare la falla.

Il moralismo è il rifugio più penoso. Perché a qualsiasi altezza della catena ragionativa offre una via di fuga per attribuire la responsabilità delle proprie decisioni e analisi fallimentari a chi le subisce. Di quella catena è l'anello maleodorante, ciò che la rende feccia, superstizione, passe-partout dialettico alla portata di ogni pecora che, per un giorno, vuole farsi leone affondando i denti nella carne dei moribondi. Fosse anche la sua.

Nell'illusione di responsabilizzare gli altri, le interpretazioni morali deresponsabilizzano chi ne fa uso esonerandolo dal capire e agire secondo ragione. Anche perché, in una retorica cristallizzata come un catechismo dove a ogni male corrisponde il suo peccato, non c'è più niente da inventare. Si consideri il capitolo dedicato alle crisi. Semplice, diretto, universale - a prova di scimmia (ポカヨケ):

Subiamo la crisi... Per colpa...
... economica ... della Prima Repubblica spendacciona, degli amministratori spreconi
... finanziaria ... dei banchieri avidi
... occupazionale ... dei giovani comodi e accidiosi, degli apprendisti esosi, dei vecchi viziati e fannulloni
... produttiva ... degli imprenditori pavidi e piagnoni
... migratoria ... degli italiani razzisti
... delle finanze pubbliche ... dei furbetti dello scontrino
... dei servizi pubblici ... dei corrotti
... dell'Europa … dell'egoismo tedesco
... della politica ... del populismo

Questa rogna prospera anche perché aggredisce gli anticorpi che la dovrebbero contenere, cioè la logica e il pensiero scientifico, quest'ultimo infiltrato e piegato non già a ricercare le cause storiche, politiche, aritmetiche dei problemi, ma a ripresentarne circolarmente gli effetti per dimostrarne la natura peccaminosa. I meridionali stanno peggio? Quindi sono peggiori. I giovani non lavorano? Quindi non ne hanno voglia. L'Italia va male? Quindi ci si comporta male. Applicazioni che non differiscono in nulla dalle più famose craniometrie apologetiche dell'arianesimo.

Chi poi non fosse d'accordo, chi proponesse di sostituire la logica e i precedenti storici alla morale delle fiabe è invece complice del declino. Giustifica i peggiori, si direbbe. Ne fa senz'altro parte anche lui.

Abbattuta così ogni barriera immunitaria, il morbo si fa onnipotente e dal discorso si insinua nell'agire, paralizzandolo. La politica smette l'ambizione di tradurre le soluzioni in regole e si dà a quella, millenaristica e grottesca, di fustigare il vizio, amministrare l'espiazione, redimere le moltitudini. Nascono partiti e correnti per promuovere l'onestà, combattere l'odio, predicare la solidarietà e l'accoglienza, sanzionare gli egoismi (al plurale). Si prefiggono, nientemeno, di cambiare la mentalità dei popoli. Sono idealisti, predicatori, pedagoghi, psicoterapeuti, maestre d'asilo - tutto fuorché servitori di una res publica che deve anzi servire le loro visioni, essere all'altezza dei sogni che li invasano.

Questa inversione - la stessa del folle che pretende di ruotare il pianeta per avvitare un bullone - certifica l'impotenza della politica, cioè la sua morte. O per meglio dire, la perverte in qualcosa che è al tempo stesso nuovo e primordiale. Ne fa una casta sacerdotale, il middle layer di una teocrazia laica i cui dèi non posseggono la sostanza della divinità ma ne usurpano gli attributi: i grandi investitori, le banche centrali, i decisori non eletti, le commissioni e i patti transnazionali, le agenzie di rating e tutti coloro che, in forza di un'indipendenza ordinamentale sciaguratamente negletta dai più, rispondono solo al proprio capriccio.

Alla politica in senso lato (e quindi anche ai mezzi di informazione) spetta il compito etimologicamente re-ligioso di mediare la volontà degli pseudo-dèi, difenderla dalla blasfemia di chi vi si oppone, imporla e predicarla ai fedeli traendone una norma etica e un corollario di dogmi, feticci e virtù cardinali: competizione, produttività, libertà dei commerci, internazionalismo, intraprendenza, digitalizzazione... Ma più ancora deve nasconderne i danni dietro la cortina teologica del castigo e riversarne la responsabilità su un popolo indegno, irriconoscente e immaturo: "… ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo" (ibid.).

Un castigo giusto e meritato, si intende, sicché nessuna soglia è inaccettabile: nemmeno il sacrificio umano - salvo chiamare diversamente i suicidi e le morti premature che, in Grecia come altrove, hanno spento decine di migliaia di vite per compiacere gli autarchi di mammona: gli dèi abusivi, gli antagonisti della divinità (Lc 16,13). È fanatismo religioso, con l'aggravante di prostrare le masse a creature del fango e non del cielo, la cui forza sta tutta nella follia di chi ci crede e di chi, smarrito il giusto, lo cerca nella disgrazia degli altri.


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Fabio Sciatore 21 dicembre, 2016 19:43

"Disse ancora questa parabola per alcuni che presumevano di esser giusti e disprezzavano gli altri: due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l'altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore. Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell'altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato." (Vangelo di Luca)

Inutile sottolineare il fatto che, citando a memoria Fiorirà l'Aspidistra, "i quattrini comprano tutte le virtù", e dunque il fariseo orgoglioso di pagare la decima trascura tranquillamente il fatto di poterla pagare, a differenza di altri, e magari di non aver bisogno di essere ladro né tantomeno adultero (perché il gentil sesso è notoriamente venale).

Vorrei insistere su un fatto, su un meccanismo psicologico cui andrebbe prestata molta attenzione, raccordando alcuni post precedenti del Pedante: il fariseo afferma di NON ESSERE come il pubblicano, il ladro, l'adultero e l'ingiusto perché NON FA ciò che fa il pubblicano, il ladro, l'adultero e l'ingiusto. Il Vangelo è molto radicale su questo: afferma che esistono degli uomini, sui cui cade il peso dell'umiliazione nel Regno dei Cieli, per cui "la trasgressione etica" è non già solo "causa efficiente delle sciagure umane" che eventualmente capitano, ma macchia genetica indelebile, più profonda del peccato originale che è comune a tutti gli uomini, mentre l'essere ingiusti sarebbe proprio solo di alcuni. Addirittura dunque, secondo il fariseo, Dio crea gli uomini e alcuni li crea irredimibilmente ladri, ingiusti e adulteri (e pubblicani!).

Se Dio fa questo allora per l'uomo potente, per il fariseo, tutto è possibile. A patto che esso possa giustificarsi come attore esclusivamente di buone azioni (ecco il volto terribile e presago di O-ne-stà). Questa è una delle ragioni che, in un certo senso, ha reso impellente il nuovo patto fra Dio e l'uomo tramite il Figlio; solo Dio giustifica. Il Pedante sostiene: "Purtroppo questi deliri anche lessicalmente puerili (...) non rimangono confinati nel basso ventre della superstizione e del ritardo mentale, come dovrebbero, ma permeano il discorso politico fino ai suoi vertici." Il Vangelo dunque colora di tetra follia quanto il Pedante afferma qui e negli Appunti di Meritocrazia: senza che il fariseo creda nell'IRREDIMIBILE (!) macchia del ladro, dell'ingiusto e dell'adultero, non potrebbe esso prevaricare il prossimo senza avvedersi o dolersi dell'ingiustizia che compie.

Un grazie per il lavoro che compie e per lo spazio che ha creato.

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Emilio Pica 27 dicembre, 2016 10:01

Gentile @Fabio Sciatore, caro amico mio, nonché sodale di certe balorde battaglie.

È vero anche che:

nella parabola del Buon Samaritano, semplicemente NON FANNO.

Non fanno bene, non fanno male, semplicemente ignorano, e vengono stigmatizzati in quanto tali: il sacerdote, e il levita (qualsiasi cosa questo significhi). Io gli darei una lettura marxista, come sospetti, e come il Pedante disapproverebbe, probabilmente.

Non fare, è fare due volte.

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Sergio 21 dicembre, 2016 18:05

Provo per l'ultima volta a copiare la frase di Adam Smith.... oramai è diventata una sfida personale.

Vado.... tutto per noi stessi, e niente per gli altri, sembra, in ogni epoca del mondo, essere stata la vile massima dei dominatori del genere umano.

Saluti

Sergio

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Sergio 19 dicembre, 2016 20:52

Grazie per la sua risposta, per quanto riguarda la citazione di Adam Smith, mi è scappato un copia e incolla, la completo ora :

>

Saluti

Sergio

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sergio 19 dicembre, 2016 17:00

Grazie per la sua risposta, partecipare alla discussione sul suo blog ed imparare da tutti voi è per me un onore, e per quanto riguarda Adam Smith, mi era scappata la selezione ed la funzione ctrl+c ha fatto il resto......... , me ne scuso, la citazione completa è:

>

Adam Smith

Grazie a tutti voi.

Sergio

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sergio 19 dicembre, 2016 10:04

“I crimini per interesse restano circoscritti all'obiettivo, quelli a cui si dà il nome di giustizia non hanno invece limiti, né remore, né decenza”.

Se me lo permette vorrei partire da questa sua asserzione (stupenda nella sua essenza) per sviluppare, forse sarebbe più appropriato dire per cercare o azzardare delle ipotesi, nel tentativo di comprendere come il senso di giustizia e castigo insito in tutti noi sia o non sia invece da ricondurre a tutti gli effetti ad una percezione soggettiva se non addirittura alla stregua di una sensazione intima a volte addirittura viscerale……… in sintesi, se in fondo non sia l’effetto risultante dallo scontro, svolto nella nostra coscienza assurta a livello di tribunale, dei nostri personali conflitti, delle nostre personali battaglie intraprese contro porzioni di una società fortemente ingiusta, oramai percepita dai più alla stregua di un sistema plutocratico composta da élite, che noi non solo sentiamo distanti, ma anche profondamente antidemocratiche.

I conflitti che, noi viviamo come ingiustizie e che immancabilmente lasciando traccia (le prove) nella nostra coscienza (tribunale) innescano, come avviene nell’iter di un processo, una battaglia tra accusa e difesa ma la novità, è che quì, a differenza della realtà, il giudice siamo noi stessi, noi elaboriamo e formuliamo la sentenza, condanniamo se non addirittura castiighiamo, utilizzando il nostro “innato” senso di giustizia.

Ma in che modo noi ci prepariamo, ed arriviamo ad elaborare questo nostro “innato” senso di giustizia è, secondo me, il punto fondamentale, ciò che io sento giusto lo è poi veramente, io lo intendo nel suo più profondo e vero significato…… personalmente me lo chiedo ogni qual volta sento crescere in me, questo richiamo primitivo, questo intimo grido della mia coscienza….

Qui mi soffermo, e con timore a volte mi chiedo fino a dove, posso o potrei arrivare per appagare questa sete di rettitudine nella convinzione di essere seduto dalla parte “giusta” e quindi di riflesso mi domando sin dove sono disposto a spostare le colonne d’Ercole della “ragione”, si vedono persone oramai simili a milizie che brandiscono la loro verità come armi, tutelati dal sistema con leggi, leggine ………… ma chi le ha formate, fatte votare e a quale fine alcune leggi sono state ideate è facile da intuire, trattano la giustizia non più come la regola scritta per dare voce alla verità, ma alla stregua di un subdolo coacervo di norme, codicilli tesi solo a tutelare e allora sì a difendere interessi particolari.

E la mia ragione qui si arresta, non ho purtroppo una risposta univoca, mi mancano sicuramente le basi per arrivarci……….sento nel mio intimo che ognuno di noi è e rappresenta una “piccola” parte di un tutt’uno che va a formare quella entità complessa chiamata società dove si intrecciano interessi, speranze, sete di giustizia e di potere, dove si infrangono e si sviluppano i nostri sogni e desideri e dove infine giustizia e giustizieri a volte si confondono lasciandomi un senso di incompiuto che solo la storia potrà con i suoi tempi colmare.

>

Adam Smith

Grazie a tutti voi.

Sergio

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Il Pedante 19 dicembre, 2016 11:08

La ringrazio per la preziosa riflessione (non ho capito il nome di Adam Smith in calce). Anch'io sono pervenuto alla stessa conclusione, che una società "giusta" sia quella che include le aspirazioni e i bisogni di tutti, i quali concorrono a una concezione di "bene" quanto più ampia sia realizzabile. Il senso del giusto non varia solo tra gli individui, ma anche nelle diverse stagioni e circostanze della vita di ognuno, es. la visione dei sani è diversa da quella degli ammalati, quella dei lavoratori diversa dai disoccupati ecc. Sicché dovrebbe essere logico lasciare un ampio margine di dubbio teoretico e concentrarsi sul bene concreto proprio e degli altri.

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Maccio 20 dicembre, 2016 15:07

Gentile @Il Pedante,

Mi perdoni Pedante, ma qui lei è un po' troppo cattolico nel senso di universale, onnicomprensivo.

Mi spiego.

Chi ha scritto l'articolo a cui lei risponde parla di queste "caste" che occupano ogni spazio pubblico.

Su questa cosa io concordo è faccio un esempio: la classe medica.

Si sta verificando in società una fantastica dimostrazione dell'arroganza di questa classe. È il caso della meningite e delle minacciate vaccinazioni di massa, nonostante che uno degli ultimi casi abbia mostrato che ad ammalarsi è stato un bambino già vaccinato 2 anni fa!

Ora, di fronte a questo, noi che vorremmo mantenere una condotta razionale della nostra vita (e che dubitiamo dell'efficacia delle vaccinazioni), probabilmente non potremo farlo perché, in caso dilagasse un'epidemia, verremmo sicuramente forzati a vaccinarci o nel migliore dei casi indicati come "untori". Perché la parola dell'esperto vale più della mia, anche se la mia non costa nulla e quella dell'esperto costa miliardi alla collettività.

Mi dica lei, di fronte a questi fatti, che soddisfazione dovrei provare di far parte di un paese libero(?) e democratico(?).

Queste "élite" comandano e guadagnano, guadagnano e comandano. Perciò non ci è permesso di essere "cattolici". Questi ti conducono allo scontro, al macello, alla guerra. Questi influenzano decisioni terribili che poi hanno ripercussioni fortissime su tutta la società ANCHE QUANDO LE EVIDENZE MOSTRANO CHE I LORO METODI NON SONO EFFICACI A OTTENERE LO SCOPO PREFISSATO.

Tristemente

Maccio

Rispondi

Il Pedante 21 dicembre, 2016 00:36

Gentile Maccio, non La seguo perfettamente, ma consideri almeno un punto: che le "élite" sono autorevoli perché c'è chi le segue.

Rispondi

la funambola 18 dicembre, 2016 18:24

Le lascio questo esercizio di lucidità ed Onestà :)

“un Cesare è più simile a un sindaco di paese che a uno spirito sovranamente lucido ma privo di istinto di dominio.

l’importante è comandare: la quasi totalità degli uomini aspira a questo

che abbiate in mano vostra un impero, una tribù, una famiglia o un domestico,farete comunque valere le vostre doti di tiranno, glorioso o caricaturale: ai vostri ordini c’è tutto un mondo, o una sola persona

così si crea la serie di calamità che nascono dal bisogno di dominare…

siamo circondati da satrapi: ciascuno di essi, a seconda dei suoi mezzi,si cerca una folla di schiavi o si contenta di uno solo.

nessuno basta a se stesso; il più modesto troverà sempre un amico o una compagna su cui fa valere il proprio sogno di autorità.

chi obbedisce si farà obbedire a sua volta

da vittima si farà carnefice: questo è il desiderio supremo di tutti.

soltanto i mendicanti e i saggi non lo provano , a meno che il loro gioco non sia più sottile…

la brama di potenza permette alla Storia di rinnovarsi rimanendo tuttavia sostanzialmente la stessa

le religioni cercano di combatterla ma riescono soltanto ad esasperarla.

se il cristianesimo si fosse realizzato pienamente, la terra sarebbe un deserto o un paradiso…

…sotto le forme variabili che l’uomo può rivestire si cela una costante

un’essenza identica che spiega perché contro ogni apparenza di mutamento

noi ci muoviamo in un cerchio e perché

se perdessimo, a seguito di un intervento sovrannaturale

la nostra qualità di mostri e di fantocci

la storia scomparirebbe subito

PROVATE A ESSERE LIBERI: MORIRETE DI FAME

la società ci tollera soltanto a patto che siate successivamente servili e dispotici

è una prigione senza guardiani

ma dalla quale non si evade senza perire

dove andare quando non si può vivere se non nella “città”

pur non avendone gli istinti

e quando non si è nè tanto intraprendenti da mendicare

nè tanto equilibrati

da dedicarsi alla saggezza?

alla fin fine si rimane lì

come tutti

fingendo di affaccendarsi

ci si decide a questo passo estremo

grazie alle risorse dell’artificio

dato che è meno ridicolo simulare la vita che viverla

finchè gli uomini avranno la passione per la città

regnerà in essa un cannibalismo mascherato

l’istinto politico è conseguenza diretta del Peccato

la materializzazione immediata della Caduta

CIASCUNO DOVREBBE ESSERE PREPOSTO ALLA PROPRIA SOLITUDINE

invece ciascuno sorveglia quella degli altri

gli angeli e i banditi hanno i loro capi

come potrebbero le creature intermedie

il grosso dell’umanità

non averne?

togliete loro il desiderio di essere schiavi o tiranni

demolirete la città in un batter d’occhio

il patto delle scimmie è siglato per sempre

la storia va per la sua strada

orda affannata tra crimini e sogni

niente la può fermare

quegli stessi che la esecrano

partecipano alla sua corsa

ma la emily non si scoraggia

Quella vita che fu tenuta a freno

Troppo stretta e si libera,

Correrà poi per sempre, con un cauto

Sguardo indietro e paura delle briglie

Il cavallo che fiuta l’erba viva

E a cui sorride il pascolo

Sarà ripreso solo a fucilate,

Se si potrà Riprenderlo

(e io sto con lei, la mia cara amica di due secoli fa) :)

baci

La funambola

Rispondi

Vincenzo Cucinotta 17 dicembre, 2016 13:37

Caro Pedante,

forse ho equivocato, ma mi pare di capire che secondo lei è sbagliato voler cambiare la mentalità dei popoli.

Ora, pur concordando del tutto con lei sugli esempi a cui lei si riferisce, tuttavia credo che lei abbia finito con una generalizzazione che va ben oltre l'obiettivo che presumibilmente lei si era posto, ed ha finito per colpevolizzare ogni forma di politica.

Cosa mai è la politica se non proprio quello di intervenire sul modo di pensare delle persone? La politica quindi a suo parere andrebbe confinata a una pura e semplice gestione dell'esistente? Ma per questo la politica e la democrazia in particolare sarebbero forse addirittura sprecate, basterebbe avere dei competenti, meglio ancora un computer, messo lì a fare di conto.

Lei stesso che ha scelto per sè questo benemerito ruolo di blogger, non si propone forse di eliminare delle false certezze dalla mente di chi la legge?

In definitiva, penso che in questo ambito la discussione debba necessariamente entrare nel merito, nel merito dell'accusa fatta, nel merito del castigo e della soluzione prospettata, non si possa fare di tutta l'erba un fascio. Che certi comportamenti collettivi possano dare luogo a conseguenze negative, è un fatto, e quindi non utilizzerei tutto questo letame che costoro hanno scaricato sulla politica per in qualche misura restringere l'ambito operativo della politica.

Rispondi

Il Pedante 17 dicembre, 2016 19:17

Ha capito benissimo. Già mi infastidisce il concetto di "mentalità" e di "comportamenti collettivi", accrocchi semantici sostanzialmente vuoti e generalizzanti in cui si calpestano le aspirazioni, e quindi la dignità, degli individui. Un buon governo e a fortiori un governo democratico non può per definizione aspirare a mutare la presunta (casomai esistesse) "mentalità dei popoli", perché deve esserne un prodotto, perché diversamente la sovranità - cioè la facoltà di esprimere gli indirizzi di governo - non apparterrebbe più al popolo (Costituzione, art. 1) ma a un manipolo di illuminati che non si capisce da dove traggano la loro superiorità. Domanda retorica: la storia contemporanea e dei millenni ha dimostrato che illuminerebbero i loro personalissimi interessi. E non si vede perché dovrebbero fare altrimenti.

Vede, io credo che la bontà dei comportamenti scaturisca dalle buone politiche e dalla partecipazione delle istanze di tutti al governo. In quanto al mio "benemerito ruolo di blogger", non è un evidentemente un ruolo di governo. Io esprimo opinioni e cerco di convincere chi ha la bontà di leggermi. Quando e se le mie idee si diffondessero presso la maggioranza, entrerebbero in tutto o in parte nei programmi di un governo.

Rispondi

a perfect world 17 dicembre, 2016 19:34

Gentile @Vincenzo Cucinotta,

Per "educare" si deve presupporre una superiore competenza in qualche ambito. La politica, coprendo per definizione tutti gli ambiti, presupporrebbe intelligenza infinita. Fisicamente impossibile.

Rispondi

Vincenzo Cucinotta 18 dicembre, 2016 10:56

Gentile @a perfect world,

non ho usato la parola "educare", le chiederei la cortesia di non mettermi in bocca parole che non mi sono neanche sognato di usare, mostrando così una totale incomprensione di quanto volevo esprimere.

L'uomo è un animale politico nell'equilibrio complesso tra socialità e aspirazione alla libertà, siamo esseri dialoganti che scambiano in entrambi i sensi. Questo continuo scambio è l'essenza stessa della politica.

Rispondi

Vincenzo Cucinotta 18 dicembre, 2016 11:56

Gentile @Il Pedante,

rileggendo attentamente il mio precedente intervento, si accorgerà che non ho proprio usato la parola "governo", non essendomi mai sognato di credere che lo scopo del governare sia quello di indottrinare.

La mia unica preoccupazione è quella di preservare lo spazio della politica che rischia di essere ridimensionato da voi liberali e dalla vostra pretesa di natura ideologica che esista soltanto una dimensione individuale, ignorando così l'influenza determinante della società.

Noi cittadini del terzo millennio abbiamo una mentalità, ma io la chiamerei ideologia, differente, senza dover andare troppo indietro nel tempo, dai nostri padri, siamo ineluttabilmente figli del nostro tempo oltre che del nostro luogo, ed ignorarlo costituisce un errore gravissimo.

La vera lotta politica si combatte anche sul piano ideologico e quindi trovo ingiustificato il suo fastidio per chi vuole cambiare il modo di pensare delle persone invocando un rispetto che verrebbe incomprensibilmente violato.

Tale discussione è per sua natura inadatta ad essere condotta su questo mezzo ma considero comunque positivo averne potuto accennare.

Rispondi

Il Pedante 18 dicembre, 2016 12:02

Mi fa sorridere l'etichetta di liberale… Comunque Le do atto di non avere scritto di governo, ma è di questo che parlava il mio articolo e di questo rispondo. Per il resto, sulla possibilità/necessità di intervenire nel dibattito politico e sulle idee espresse dal corso governativo contemporaneo (che siano mentalità, ideologie o altro poco mi interessa), sto dando prova di crederci scrivendo un blog.

Rispondi

valerio donato 16 dicembre, 2016 14:45

Carissimo,

ha descritto pedantemente non la morale cristiana ma quella cristiano protestante (in certi punti perfino calvinista).

La morale cristiano cattolica, che era propria del nostro Paese prima delle contaminazioni ordoliberiste, dice tutt'altra cosa ("beati gli ultimi") e deriva direttamente dall'insegnamento del Cristo, che parla coi lebbrosi, guarisce i ciechi, sfama gli affamati, disseta gli assetati e salva la prostituta dalla lapidazione ("chi è senza peccato scagli la prima pietra").

Del resto è lo stesso Cristo sulla croce a promettere al ladrone l'ingresso in paradiso.

Ovviamente chiunque ami l'essere umano, come lo ha amato Cristo nella sua breve vita, non può non aderire alla morale cristiano cattolica, mentre chi sostiene che nelle disgrazie vi sia una colpa da espiare (o peggio sia l'evidenza di un'esistenza inferiore) non sta amando il prossimo suo come se stesso.

Rispondi

Il Pedante 17 dicembre, 2016 11:16

In realtà non ho descritto la morale cristiana, ho solo citato qualche passaggio biblico per richiamare il sostrato teologico del moralismo mercatista. Che, sì, è riformato e calvinista.

Rispondi

Alberto 15 dicembre, 2016 12:41

Traggo questo passo che mi pare interessante,da un post di Franco Berardi,che parte da un'analisi sulla lotta novecentesca tra universalismo e fascismo dell' estrema sinistra storica,per arrivare ad una conclusione inquietante ma che pare in corso di realizzazione.In puro stile orwelliano.

"Il punto che ci interessa, qui, è che l'ossessione definitoria domina l'epoca della sdefinizione virtualizzante.

Ecco perciò che il fascismo appare segno dominante del secolo.

L'inumano compare infine come forma dominante delle relazioni umane: reazione devolutiva a uno sviluppo del capitale che, mentre procede trionfale, esclude e cristallizza sezioni crescenti del sistema nervoso planetario, e secerne disumanità.

Il capitale, dopo aver reso subalterna la variabile operaia, si appresta alla sua nuova, titanica impresa: subordinare l'intero ciclo dell'attività cognitiva umana a un sistema di automatismi economici cablati sul piano tecnologico, psicochimico e forse in futuro anche sul piano biogenetico.

Ma i residui che questa impresa lascia lungo il suo percorso sono residui immensi, che corrispondono alla maggioranza della popolazione umana.

Dopo aver incorporato l'autonomia operaia nella tecnica, e dopo aver eliminato così ogni prospettiva alternativa, il capitale si impone come coacervo degli automatismi non più governabili né contrastabili. Le interfacce tecnosociali si connettono progressivamente verso la trasformazione dell'economia globale in hive-mind , cervello alveare che funziona secondo finalità pre-iscritte e cablate nel corredo tecno-linguistico dei suoi terminali umani."

http://www.generation-online.org/p/fp_bifo4.htm

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a perfect world 15 dicembre, 2016 17:32

MaaS, Mankind as a Service

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Alea 14 dicembre, 2016 14:35

Articolo veramente bellissimo, quasi commovente. Grazie!

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Laura 13 dicembre, 2016 18:52

@Stefano Longagnani

Tentare di assoggettare la narrazione evangelica alle categorie sociologico-antropologiche come fa Girard con il suo meccanismo vittimario è quantomeno ingenuo, prima ancora che fuorviante.

In realtà la complessità dei testi religiosi, l'esegesi e l'ermeneutica presuppongono un tipo di bagaglio culturale specifico che non credo Girard possedesse. Il mito del dio che muore per risorgere è antichissimo e presente presso tutte le civiltà e il suo significato travalica le categorie più razionali.

cfr. "Il dio che muore: mito e cultura nel mondo preclassico" di Henri Frankfort

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Maccio 13 dicembre, 2016 08:36

Io credo che bisogna distinguere tra l'individuale e il collettivo.

L'idea della punizione, dell'espiazione delle colpe è così radicata nelle nostre menti perché funziona! E a livello individuale lo testimoniamo continuamente. Tutti possiamo vedere la legge di causa-effetto in azione.

A livello collettivo invece è proprio l'agire politico che impedisce che questa legge si manifesti in tutta chiarezza, privandoci di assaporare il gusto dei nostri errori, ma impedendo così la nostra crescita.

In pratica, costruiamo società artificiali ma non ricevendo bastonate non sappiamo come correggere le nostre costruzioni.

Le bastonate sono importantissime nella vita umana.

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a perfect world 18 dicembre, 2016 11:19

Gentile @Maccio,

bastonate da chi? Chi si erge a mio giudice e puo' bastonarmi? Non confondiamo banale causa-effetto (se guido ubriaco mi schianto) con paternalismo. Se faccio un lavoro scadente, si giudichera' il lavoro e saro' pagato meno. Le "bastonate" possono forse essere utili nell'eta' dello sviluppo, poi si diventa adulti e responsabili delle proprie azioni.

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Maccio 20 dicembre, 2016 14:39

Gentile @a perfect world,

A volte la vita fa male? Bene, quella è una bastonata. Una malattia? Un diverbio? Uno scontro? Una sofferenza? Altra bastonata. Quindi la vita ha un potere su di lei. Meglio conoscerne le leggi, altrimenti sono bastonate.

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Laura 12 dicembre, 2016 20:36

@Stefano Longagnani (mi scuso per non aver letto tempestivamente la sua replica)

La credenza nella legge di causa -effetto era viva anche al tempo della vita del Cristo. Chi non ricorda la domanda riguardo al cieco nato: "Chi ha peccato, lui o i suoi genitori, per esser costui nato cieco?" In questa domanda c'è la convinzione che la pena sia direttamente relativa al peccato, individuale o parentale, ma vi è anche di più. Se il cieco era menomato dalla nascita, quando mai avrebbe potuto peccare? Emerge qui la tradizione giudaica espressa dalla kabbalah con il concetto di "ghilgul", la trasmigrazione incessante delle anime. Era dunque patrimonio popolare che la pena fosse certamente dovuta ad un peccato pregresso. E il Nazareno risponde che nè l'una cosa nè l'altra sono la spiegazione, ma che egli era così perchè si appalesassero le opere di Dio. Egli non confuta la convinzione...ne indica solo la sottomissione all'eccezionale operatività dell'alto.

Come ho avuto modo di dire in precedenza però lo spostamento dell'ottica dal mero castigo all'apertura della mente e del cuore alla compassione sono già ben vivi nelle tradizioni orientali induiste e successivamente buddhiste. All'interno di queste tradizioni è sottolineato drammaticamente l'automatismo del contrappasso, ma mai disgiuntamente dalla necessità della comprensione e della compassione, giacchè in colui che guardiamo colpito dalla sorte noi vediamo noi stessi all'interno delle stesse leggi e degli stessi meccanismi che ci accompagnano per più e più vite. La mente deve comprendere e il cuore compatire e soccorrere. La vasta letteratura spirituale relativa alle antiche tradizioni è molto chiara in questo.

Nihil sub sole novi, dunque...e non può essere che così. L'uomo non cambia nella sua struttura più profonda e non appena attorno ad esso, lasciata la barbarie, si struttura una civiltà non solo esterna ma interiore, le sue espressioni sono sempre le stesse. Per questo con il nostro gentile ospite scrivevo di difficile equilibrio, a livello collettivo, tra rigore e comprensione affinchè nè l'uno nè l'altra travalichino, ma si contemperino per il meglio, ad esorcizzare ogni degenerazione nell'un senso e nell'altro.

Abbiamo un poco sconfinato dal merito della discussione e di ciò chiedo perdono al nostro cortese ospite.

A lei un ringraziamento per le interessanti note.

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poltrone 12 dicembre, 2016 18:33

Ma, a proposito di tecnocrazia, nessuno si preoccupa di Google alphabet, social, new media, quarta rivoluzione industriale, ecc...?

A quanto pare gli unici che fanno un po' di resistenza in questo senso sono Russia e Cina, ma mi pare che, in genere, quasi nessuno avverta nemmeno "possibile" il pericolo di un totalitarismo tecnocratico guidato da Big G.

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Alessandro S. 12 dicembre, 2016 17:37

Tra i post che più ho apprezzato. Discutevo pedantemente con mia moglie su quanto il trucco, vecchio come il cucco, di colpevolizzare le vittime sia perfetto per la gestione da parte del potere di un sistema disfunzionale come l'Eurozona. Le vittime che si scannano tra loro è in fondo sempre il solito "divide et impera": è colpa di tutto ma, guarda caso, mai del sistema...

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a perfect world 18 dicembre, 2016 11:25

Gentile @Alessandro S.,

da quello che capisco, il padrone di casa spiega bene questo paradosso, secondo cui chi ha TUTTI gli strumenti per risolvere/creare i problemi, ama invece puntare il ditino sugli inferiori di fantozziana memoria. Un esempio tristemente lampante e' la critica alle persone che risparmiano troppo, non spendono, non hanno fiducia. E' colpa dei singoli, impotenti cittadini, se l'economia va male...

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lorenzo 12 dicembre, 2016 11:51

Ho come l'impressione che questo moralismo, che mira e ha mirato a giustificare l'attuale sciagura della crisi economica ETERNA, stia ormai passando di moda, nel senso che sempre meno gente ci crede. Abbiamo creduto a un Monti, ma ormai anni fa, e oggi le sue stesse chiacchiere suonerebbero meno credibili, forse. Resta però una sensazione, per me allarmante, e cioè che si faccia di tutto per mantenere al potere una classe politica impostata su questa credenza, che per quanto ci riguarda, come paese Italia, è la COLPA DEL DEBITO PUBBLICO. Io non so quanto questa classe politica, tra cui mettiamoci pure il presidente Mattarella, Renzi, Gentiloni eccetera, ci creda VERAMENTE a questa colpa (e quindi al collegato meritato castigo dell'austerità perenne). So però che ormai diventa molto difficile immaginare un'ignoranza, un fideismo e una credulità così ostinate, e, guarda un po' che strano caso, radicate PROPRIO nei politici! Voglio dire: se l'andamento del debito pubblico l'ho capito persino io, rilevando la differenza tra spesa pubblica primaria e spesa per interessi passivi (si veda il decennio 1981-1991), non posso credere che non ci arrivi un Gentiloni. E dunque? Che conclusione possiamo tirare? Beh, per me è semplice, non so per voi.

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Il Pedante 12 dicembre, 2016 14:24

Il Suo stipendio non dipende dal non capire quelle cose.

Rispondi

lorenzo 12 dicembre, 2016 20:59

Gentile @Il Pedante,

pura malafede quindi? Non riuscirei a spiegarmela in altro modo... A loro conviene, per lo stipendio, per la carica, per il potere, far finta di non sapere e di non capire? E non ce n'è quasi nessuno che osi essere un po', un pochino appena, patriota (nel senso migliore del termine)? Cioè è veramente incredibile. Una manica di venduti che a confronto calciopoli fu una barzelletta!!

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Mikez73 13 dicembre, 2016 08:46

Gentile @lorenzo,

ma calciopoli fu una barzelletta. Non vorrei aprire un flame abbastanza inutile, ma d'altra parte in tema di castigo e circonvenzione (da parte dei media) di incapaci… Leggere la sentenza per (non) credere. Da darsi i pizzicotti, in confronto la fola del debito pubblico è una bazzecola.

Fa parte della lunga tradizione di ghigliottine pubbliche (magistratura + intercettazioni) nate sull'onda di mani pulite per far fuori una parte politica in favore dell'altra, ricordo - tralasciando il caso più eclatante - il Fassino di "abbiamo una banca" per far salire Weltroni, Fazio (che non voleva lasciare una banca italiana in mani straniere, caro) per far salire al soglio pontificio Draghi, perfino Bersani/Penati per slargare la via a Renzo. È da un po' che manca, in effetti, questo tipo di telenovelas.

D'altra parte è l'unico "complotto" popolare, quello della Juventus che compra gli arbitri, che i giornaloni abbiano mai appoggiato, insufflato e infine fatto scoppiare con immenso godimento.

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Il Pedante 13 dicembre, 2016 12:49

Mi imbatto casualmente in una sintesi che trovo condivisibile, ovviamente da approfondire. https://mrmondialisation.org/david-pujadas-journaliste-ou-faiseur-dopinion/

Rispondi

lorenzo 14 dicembre, 2016 14:49

Gentile @Mikez73,

sono d'accordo con te, probabilmente ho usato un paragone sbagliato. Ma comunque resto molto sconvolto dal fatto che nessun politico abbia mai un pentimento, una crisi di coscienza, sembra che facciano tutti finta di non sapere, di fronte all'opportunità di farsi una carriera o un vitalizio o di ottenere una fetta di potere. Questo per me è sconvolgente. E non riesco più a credere alla storia dell'ignoranza!

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Alessandro 12 dicembre, 2016 10:49

Caro Pedante,

Complimenti come sempre e grazie per condividere i suoi pensieri con noi.

Mi piacerebbe leggere di piú sugli argomenti che lei tratta. Se ne avesse voglia sarebbe bello che ci fosse una sezione di suggerimenti di lettura pedanti.

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Il Pedante 12 dicembre, 2016 14:37

Gentile @Alessandro, la gran parte di ciò che scrivo è tratta dalle Ultime lettere di Iacopo Ortis.

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MikeOfLeghorn 11 dicembre, 2016 23:19

È la sintesi del pensiero dominante scientifico-protestante, che scardina il cattolicesimo "fatti immagine del Cristo" scientificamente e per inscrivere la scienza a generatore di tecnologie per massimizzare la produttività del lavoro umano (gradito pegno al Cristo della Prosperità). Un passo avanti e un balzo indietro compiuti con maestria dall'umanità postbellica, postideologica, panconsumatrice, somediamanipoLabile e virtualmente globalProtestesMizzata dalla pervasione di techoMagie merceologiche comprensibili a pochi, maneggiabili da tutti, universalmenti utili "nel perder tempo". Tempo necessario a porsi quesiti e ad elaborare risposte utili per evadere i dubbi e indirizzare pensieri / convergere le energie residue. Tempo che fugge, consumator imprigionato, isolato, in depressione, incatenato al ciclo produci-consuma-delega-produci ?!

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L'Immeritocrate 12 dicembre, 2016 09:13

Gentile @MikeOfLeghorn,

non credo fosse sua intenzione condannare la scienza in toto, ma mi permetto di segnalare comunque un libro che ho letto di recente, questo:

https://global.oup.com/academic/product/faith-and-wisdom-in-science-9780198702610?cc=ch&lang=en&

Oltre a dare una lettura interessante (ma di cui non so valutare il valore) del libro di Giobbe, dimostra come i dolori di cui lei parla siano ben sentiti anche tra quelli che la scienza la fanno.

Incidentalmente, con questo non voglio promuovere particolarmente il libro, che ho trovato interessante ma non del tutto convincente, oltre che irrimediabilmente palloso.

Rispondi

UbaldoLorenzo 11 dicembre, 2016 22:31

Eminenza,

che dire... prosegua...

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Alessandro 11 dicembre, 2016 22:18

"i vecchi troppo agiati, gli impiegati troppo tutelati, i giovani troppo viziati, gli evasori, i populisti, gli xenofobi, gli avari, gli egoisti, i corrotti."

Un giorno vennero a prendere me, e non c'era rimasto nessuno a protestare.

(Martin Niemöller)

Alessandro (quello del Piave)

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Laura 11 dicembre, 2016 21:33

Gentile amico, per quel che può valere il mio pensiero concordo su molto del suo scritto: non su tutto.

Lascerei da parte l'ambito teologico-religioso. la credenza nella legge di causa-effetto non è patrimonio solo della tradizione giudaico-cristiana, bensì di tutto l'oriente antico. Induismo, buddhismo in specie, credono fermamente nella legge del contrappasso che cavalca più vite, MA essa è sempre contemperata dalla compassione necessaria quando il nostro sguardo incontra quello del sofferente (nel Dhammapada vi è un bellissimo, poetico decalogo in cui s'insegna questa pedagogia di vita). Direi dunque che il cristianesimo non ha inventato nulla di nuovo. Ma se vogliamo fare un discorso condivisibile lascerei l'ambito dello spirito e scenderei più con i piedi sul concreto.

La sostanza del suo discorso è sicuramente ai miei occhi condivisibile, ma vi avverto il sottilissimo pericolo di una sorta di giustificazioniemo al contrario. E' ben vero che l'eccesso di rigore controproduce ed esacerba, ma distinguerei la morale dal moralismo, che ne è la degenerazione. Il nostro sguardo dev'essere disincantato, oggettivo, osservare le cose per ciò che sono senza sbavature ideologiche o sentimentalistiche. E' difficile separare un effetto dalle sue cause: ciò che è, che avviene ha sempre la sua origine altrove, in precedenza e l'effetto non è che il precipitato di quelle cause. A ciò che accade in negativo occorre porre rimedio lontani da giudizi moralisticheggianti, ma procurando di risalire il più lucidamente possibile a ciò che lo determinò, poichè nulla è esente da tale concatenazione. Nell'operare questo procedimento però, e qui vengo al cuore del suo discorso (che condivido) è necessario tenersi lontani da irrigidimenti, inflessibilità, durezza di cuore poichè quell'"altro" potremmo essere noi domani e anche perchè nessun giudizio può avere il dono dell'assolutezza e la cosiddetta "giustizia" contempera insieme il rigore della norma e la comprensione dell'umana natura. Purchè ci si tenga sul crinale in difficilissimo equilibrio. La norma, la regola, l'etica sono necessarie, diversamente il caos del giustificazionismo (anch'esso degenerazione) sarà imperante.

Alla fine il "buon sovrano" era tale perchè promuoveva il benessere del popolo e al contempo sapeva amministrare la giustizia con la scienza delle bilance e l'occhio della sagggezza.

Con stima.

Rispondi

Il Pedante 11 dicembre, 2016 22:49

La ringrazio per la stima e per l'articolato commento, ma temo di non condividere nessuno dei Suoi appunti. O meglio, alcuni non li capisco. Il fatto di avere citato alcuni passaggi della tradizione cristiano-giudaica e non delle altre decine di grandi civiltà religiose, non può essere evidentemente letto come una rivendicazione esclusiva. Se avessi voluto intenderlo, lo avrei scritto.

Non so poi che cosa sia il "giustificazionismo" ma temo che qui ci sia un (brutto) segno dei tempi. Se dico che attribuire all'etica un ruolo causale è epistemologicamente una boiata, poi non mi devo mica giustificare dicendo che però sì, chi si comporta male è cattivo. Non devo dare il contentino ai moralisti, non mi interessa. L'etica può produrre giudizi ma non nessi causali. Può (deve) informare la condotta di ciascuno, ma non è una legge naturale. Un'infrazione etica non può essere la causa di una sciagura in quanto tale, diversamente dovremmo ammettere che il codice che la sanziona abbia la forza di una legge di natura o che, appunto, sia dettato da un dio che interviene prevedibilmente nel mondo.

Vede quindi che "l'ambito teologico-religioso" c'entra, eccome. Le categorie sono quelle, non perché lo dice il Pedante (infatti lo dicono tanti altri più preparati di lui) ma perché l'orrore della causazione etica parte precisamente da quella radice, la spoglia della trascendenza e divinizza gli istituti mortali.

Rispondi

Stefano Longagnani 12 dicembre, 2016 00:36

Gentile @Laura,

l'esaltazione cristiana per la compassione empatica con la vittima, condannando senza appello al contempo ogni superficiale superstiziosa credenza di causa effetto rispetto alla violazione di norme etiche, è precipua del cristianesimo. Forse mi sbaglio, ma con René Girard (si veda ad esempio Il capro espiatorio) penso non ci sia nulla del genere nelle altre grandi religioni mondiali.

Probabilmente il libero arbitrio esiste solo nei pochi attimi di consapevolezza che ci concediamo, e solo nelle nostre sincere intenzioni (di cui è lastricata una famosa strada). Mentre nei risultati il libero arbitrio è davvero infinitesimo, una monade in balia dei marosi, una molecola sballottata brownianamente. Qui ci soccorre Arjuna: le scelte giuste van fatte perché giuste, al diavolo (in tutti i sensi) i risultati!

Il pericoloso giustificazionismo di cui argomenta, se mi posso permettere una audacia ermeneutica del suo pensiero (che in questo senso condivido), è l'altra faccia della medaglia del moralismo. Si giustifica ogni irrazionalità sull'altare di fantomatici diritti individuali, e al contempo si moraleggia su colpe collettive (applicando inconsapevolmente l'equazione di Scanavacca, però). Sono i due semicerchi della ruota del criceto.

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Laura 12 dicembre, 2016 00:44

Non ho mai voluto intendere che un'infrazione etica possa essere causa di una sciagura. Al di fuori di un contesto religioso l'etica e le norme non sono che il frutto di una convenzione sociale e solo in quanto tali esse devono venire rispettate e la relativa infrazione considerata e giudicata. Io non credo ad alcun Dio che intervenga nelle cose umane, figurarsi se accetto una "divinizzazione" dell'uomo nei suoi comportamenti. Così come è ovvio che nessun codice sia l'espressione di una legge di natura e nessun proclamato "diritto" lo sia davvero: sono soltanto convenzioni umane e sociali. Ciò non toglie che i nessi causali tra le cose rimangano: non nel senso religioso, bensì in quello meramente consequenziale.

Il fatto poi che certi nessi consequenziali siano sovente più apparenti che reali agli occhi di certuni, e che certi gruppi, poteri, congreghe se ne servano strumentalmente e biecamente per i propri opachi fini e le loro stolte interpretazioni è semplicemente da condannare esattamente alla luce di quell'etica sociale che è patrimonio condiviso della gente d'onore.

Grazie dell'interlocuzione.

Rispondi

Il Pedante 12 dicembre, 2016 01:08

Capisco di avere capito meno di quel poco che credevo di aver capito. Credo però di avere chiaramente condannato ciò che denuncio. L'articolo è stato scritto per quello.

Rispondi

roberto buffagni 12 dicembre, 2016 13:35

Gentile @Stefano Longagnani,

più che Arjuna mi sembra Kant.

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Joel Samuele Beaumont 11 dicembre, 2016 20:22

Molte volte mi sono chiesto cosa significhi onestà, in un contesto dove le leggi, la burocrazia, rendono qualsiasi cosa incomprensibile. Riversando le eventuali responsabilità sui cittadini, che immersi nelle difficoltà non possono fare altro che “barare” ogni tanto per non finire ricoverati.

Eppure si è detto tanto sul referendum del 4 dicembre, puntando molto sul fatto che Renzi sarebbe andato a casa (ma poi ci avrebbero rifilato qualcun altro). Mentre l’argomento di ferro doveva essere: che con la riforma la costituzione diventava incomprensibile.

Argomento che invece è diventato di secondaria importanza.

Forse le persone dovrebbero pretendere chiarezza, e meno discorsi intellettualoidi, che poi portano ad un nulla di fatto.

Detto questo,

ma che significa ポカヨケ?

Rispondi

Il Pedante 11 dicembre, 2016 20:46

Poka-yoke: https://it.wikipedia.org/wiki/Poka-yoke

Rispondi

Enrico 11 dicembre, 2016 19:23

Questa la situazione.

Per altro , purtroppo non nuova sotto il sole.

Troveremo le soluzioni ?

Rispondi

Nat 11 dicembre, 2016 18:56

Bravo, Pedante. Cogli il punto, come sempre. Ho sempre pensato che questo separare la disgrazia dalla colpa sia l'essenza, la grandezza più autentica del cristianesimo. Adorare l'immagine di una persona torturata e sapere che devi vedere il tuo Dio in ogni persona che soffre. È quello che ti salva, che può produrre una comunità umana degna di questo nome. Il resto è giungla, magari in giacca e cravatta (o tailleur e tacco venti). Con un abbraccio.

Rispondi

Stefano Longagnani 12 dicembre, 2016 00:44

Gentile @Nat,

allora hai letto René Girard?

:-)

Rispondi

Nat 12 dicembre, 2016 14:15

Gentile @Stefano Longagnani, in effetti no. Non l'ho letto. E neanche lo leggerò a breve, temo. Sono lieta comunque che tu mi confermi che il mio pensiero appoggia su basi autorevoli, benché a me non note. ;-)

Rispondi

FNesti 10 gennaio, 2017 00:43

Gentile @Nat, e @Pedante - ho un retropensiero che mi gira per la testa e, per essere pedanterrimi, lo espliciterò - si potrebbe domandare se "in ogni persona che soffre" sia da intendere "vicina, e lontana"? Perché mentre Dossetti finiva per predicare la solidarietà con tutti, pure con i defunti, nelle disquisizioni di questa bolla intellettuale (parlo di questa comunità allargata e.g. al girone dei non bloccati) trovo spesso come una mancanza, un girare intorno ad un buco, che infine lo definisce (e a volte invece proprio un sguazzarci in quel buco).

Un esempio - da questo excerpt: "...che oggi la trasgressione etica come causa efficiente e prevalente delle sciagure umane non sia attribuita solo agli individui - che già sarebbe aberrante - ma a intere comunità: gli italiani, i greci, gli imprenditori, i giovani." sembrerebbe che la pratica aberrante sia novità appannaggio dell'era contemporanea, mentre non vedo che ci sia di nuovo. Forse che lo stesso non è stato fatto con gli ebrei, con i nativi d'america, con i meridionali, i malati mentali, gli handicappati, i negri, gli oppositori politici, e via dicendo? E che lo stesso non venga fatto ora agli immigrati (gli immigrati in albergo e noi a morire di freddo)? E perché quindi quella lista parziale, e non mettere qualcuno di questi?

So bene, per aver frequentato gli scritti pedanti in passato con ammirazione, che qui si vola molto più in alto,

Ma questo mi provoca periodicamente come un fastidio. Sarà dovuto alla mia residua piddinitas, che allora, anche per non peccare di infingardaggine, voglio esplicitare qui in pubblico. E poi intravedo il pericolo speculare alla sinistra, quella che se i "populisti" dicono qualcosa, loro dicono il contrario. In due spicci poi, si tratterebbe di semplice ricerca del consenso.

Rispondi

Il Pedante 10 gennaio, 2017 12:50

Vede caro amico, ci sono due fallacie nel fare polemica: la prima consiste nell'attribuire a chi scrive cose mai scritte, la seconda nel RIMPROVERARGLIELE. Ciò che Lei cita costituirebbe una preziosa intergrazione all'articolo, non un'obiezione. Di ebrei, meridionali, immigrati, islamici ecc. ho parlato in altri articoli. Qui intendevo illustrare una declinazione contemporanea del fenomeno. Che naturalmente ha una lunga storia, come ben dimostrano le citazioni bibliche in apertura.

Rispondi

FNesti 10 gennaio, 2017 19:21

Gentile @Pedante, non era mia intenzione entrare in polemica pretestuosa, e quindi mi fermo. Purtroppo il mio fastidio si manifesta più per cose non scritte che su cose scritte - quindi, admittedly, arduo da supportare senza cadere in polemica. Il non detto è sempre più difficile da discutere. Per di più, il livello di intelligenza rende la prosecuzione dell'esercizio anche superfluo :). Con immutata stima.

Rispondi

Obli 11 dicembre, 2016 17:25

Caro Pedante,

la ringrazio, per questo scritto e per le innumerevoli volte che l'ho letta, anche su twitter, e nelle sue diverse manifestazioni.

Non lo avevo ancora fatto.

(Alessandra/Cassandra da Firenze)

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ws 11 dicembre, 2016 13:44

magistralmente terribile

Rispondi

Fausto di Biase 11 dicembre, 2016 13:22

La bella fiorita di esempi inserita nel quadretto [subiamo la crisi … per colpa di …] mostra gli effetti della deconcettualizzazione del pensiero. La parola non è più portatrice di concetti ma di qualcosa di più primitivo rispetto al concetto, che lo precede nella filogenesi. Il pensiero regredisce, diventa incapace di articolarsi e rimane intrappolato dentro uno schema semplicistico e vuoto, come ad esempio quello sopra descritto (‘‘vuoto’’ perché privo di presa razionale sulla realtà, essendo costruito a partire da parole, non da concetti ordinati da un legame logico reale).

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IO 11 dicembre, 2016 11:57

Siamo di fronte a psicopatia elevata a sistema di governo.

Rispondi

Stefano Longagnani 12 dicembre, 2016 00:49

Gentile @IO,

mi è urgente e necessario sottolinearle che NO, non è psicopatologia. Così li si giustifica. La loro è una fede. E le fedi si scelgono.

Rispondi

Vincenzo "El Eternauta" Oliva 12 dicembre, 2016 20:17

Gentile @Stefano Longagnani, Il delirio schizotipico è un disturbo mentale, legato alla fede. Fede e disturbo mentale non si escludono in questo caso, ma si compenetrano e completano.

Rispondi

Eilliam 11 dicembre, 2016 11:52

Grazie, davvero.

Rispondi

Alessandro 11 dicembre, 2016 11:32

Ineccepibile e drammatico

Rispondi

Roxgiuse 11 dicembre, 2016 11:32

Capolavoro assoluto. Poche righe che regalano le parole di un disagio interiore altrimenti inespresso. Grazie Pedante

Rispondi

Paolo 11 dicembre, 2016 10:59

Splendido. Grazie.

Rispondi

Angelo 11 dicembre, 2016 10:17

Posto quindi che non è un'influenza ma una malattia autoimmune o un tumore sarà necessario dirlo al paziente (difficile) a chi ha intorno (molto più difficile) spiegare che un'aspirina non basta ma bisognerà usare terapie pesanti che aggrediranno la malattia con imponenti effetti collaterali che tenderanno a debilitare il corpo e soprattutto l'anima inducendo ad abbandonare a lasciar perdere e li dovrà nuovamente manifestarsi il supporto di chi cura. Sarà quindi necessario che chi cura indossi sempre il pigiama come chi è curato altrimenti sarà un sicuro fallimento terapeutico. Grazie

Rispondi

Ovi 11 dicembre, 2016 10:12

Che immenso piacere leggere queste perle di saggezza in mondo impazzito.

Rispondi

Peter Yanez 11 dicembre, 2016 09:44

"… ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo"

Bagnai lo dice spesso ...

Rispondi

Roxgiuse 11 dicembre, 2016 12:46

Gentile @Peter Yanez, Bagnai è analitico fino alla sfinimento, si autoespone alla confutazione e le categorie morali le esplicita come tali.

Rispondi

ws 11 dicembre, 2016 13:47

Gentile @Peter Yanez,

ma veda di andarsene la dove la pagano

Rispondi

Erik Babini 11 dicembre, 2016 08:56

Davvero illuminante. Si uniscono molti puntini. Uno in particolare mi preme: antico testamento:nuovo testamento=neokenesismo:keynes? La scelta di allegare l' antico al nuovo testamento era funzionale a sterilizzare un messaggio di profonda emancipazione? Mi sfuggono molti dati storici ne sono consapevole. L' ho buttata lì.

A.B. in risposta a Silvia:

"Alberto Bagnai8 agosto 2016 09:45

Siamo dolorosamente spinti a invertire i termini del problema. Non è che quando arrivi a certi livelli puoi dire la verità. È che se dici la verità non arrivi a certi livelli. Del resto, tutta la scuola neokeynesiana altro non è che un riuscito tentativo di sterilizzare l'essenza del messaggio di Keynes. Da 80 anni questo è il problema delle classi dominanti. L'ultima soluzione è il neokeynesismo, lautamente remunerato con Nobèl!"

Rispondi

Marco 11 dicembre, 2016 08:13

Bellissimo. Grazie ancora!

Rispondi

la funambola 11 dicembre, 2016 02:47

ho sempre desiderato o meglio intuito una famiglia allargata

una famiglia come approdo, come condivisione, come porto per tutte le esperienze , per tutti i destini

una famiglia cui approdare, come porto sicuro ,un riconoscersi e condividere ed esercitare la pietà per chi non ce l’ha fatta, per chi è rimasto indietro, per chi non ha il conforto o lo sconforto di una sua famiglia.

questo desideravo e desidero, al limite del ridicolo, per me e per i miei fratelli biologici

non vai da nessuna parte in termini di “comunismo” se questa visione della famiglia allargata

non diventa desiderio e necessità imprescindibile.

I miei fratelli si dichiarano tutti di sinistra

e non sono capaci? di gesti e di trasformazione che li catapulti fuori dal loro meschinità

e dalle loro fittizie sicurezze di famiglie chiuse

chiuse nei loro piccoli privilegi

indifferenti o pelosamente caritatevoli per chi sta fuori

ed è meno fortunato o meno meschino di loro.

c’è veramente da Servire, è l’unica strada, L’Unica

L’unica Utopia praticabile

cari baci

la funambola

Rispondi

Andrea 11 dicembre, 2016 00:26

Grazie

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Sandro 10 dicembre, 2016 23:56

Un ritorno al medioevo, la caccia alle streghe serve per obnubilare le menti. La terra tornerà piatta per compiacere i carnefici.

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