Reductio ad pueros

25 luglio, 2017 | 26 commenti

L'articolo è disponibile anche in traduzione spagnola.

Dicembre 2016. A Port Said (Egitto) una pattuglia di polizia avvista una bambina coperta di stracci insanguinati che corre tra le macerie di un edificio abusivo in demolizione. Avvicinatisi, gli ufficiali vi trovano altre persone: un regista, due cameraman, un ragazzino e la famiglia della piccola, il cui sangue si rivela poi essere vernice rossa. Il gruppo finisce in commissariato. Lì il regista confessa ai poliziotti l'intenzione di realizzare e distribuire un finto reportage sulla crisi umanitaria di Aleppo, la città siriana a lungo assediata dall'esercito governativo di Bashar al-Assad.

Nello stesso mese gli oppositori del regime siriano diffondono sui social network la fotografia virale di un'altra bambina in corsa tra i cadaveri. Nonostante la maccheronica didascalia che la accompagna («It's not in Hollywood This real in syria»), l'immagine è in realtà tratta da un videoclip della cantante libanese Hiba Tawaji. Due anni prima, il 10 novembre 2014, il tema era stato declinato anche da una troupe cinematografica norvegese con un cortometraggio intitolato «Eroico ragazzo siriano salva la sorella da una sparatoria». Prima di ammettere che il film era un falso girato a Malta con attori professionisti e fondi inspiegabilmente pubblici, gli autori avevano incassato più di 5 milioni di visualizzazioni e scatenato l'indignazione di pubblico ed esperti per l'«uso di cecchini contro i bambini piccoli» da parte dell'esercito siriano.

La guerra contro la Siria è un laboratorio di prostituzione minorile coatta alla propaganda degli aggressori. Si consideri l'ottenne Bana Alabed, l'«Anna Frank della Siria» che dal suo account Twitter commuove ogni giorno i suoi oltre 370 mila follower denunciando in tempo reale i dolori inflittile dalle armi di Assad e lanciando appelli alla pace (cioè a un intervento militare degli eserciti occidentali), alla felicità dei piccoli siriani e, se occorre, all'amore universale. Il tutto nonostante sia accertato che la piccina non conosca una parola di inglese, che i suoi tweet non provengano da Aleppo ma dall'Inghilterra e che il suo babbo militi nel gruppo terrorista antigovernativo Kataib Safwa al Islamiya.

In almeno due casi queste strumentalizzazioni sono approdate sulle prime pagine dei nostri giornali, quando una mano autorevole recapitò nelle redazioni le immagini dei piccoli Alan Kurdi e Omran Daqneesh. Il primo, fotografato riverso sulla spiaggia di Bodrum da cui era partito con la sua famiglia nella speranza di raggiungere clandestinamente l'isola greca di Kos, divenne il simbolo della disumanità dei governi occidentali che negano accoglienza e corridoi umanitari sicuri a chi fugge dalla guerra. Si taceva così il fatto i protagonisti di quella tragedia non stavano fuggendo dalla guerra, trovandosi già da anni al sicuro in Turchia, e che il capofamiglia intendeva raggiungere l'Europa, e da lì il Canada, per motivi economici.

In quanto al piccolo Omran, il suo corpo impolverato e ferito fu estratto dalle macerie di un bombardamento e fotografato dai membri dell'organizzazione non governativa White Helmets. I giornali pubblicarono l'immagine scrivendo, senza alcuna prova, che la casa in cui si trovava il bimbo era stata rasa al suolo da un attacco aereo «russo o siriano». In un clima di fondati dubbi sull'indipendenza e sul ruolo dei caschi bianchi siriani, si scoprì poi che l'autore della fotografia, Mahmoud Raslan, frequentava e sosteneva le frange terroristiche della fazione golpista. Celebre è un suo selfie con i membri dell'organizzazione «moderata» Harakat Nour al-Din al-Zenki, destinataria di aiuti e armi statunitensi e responsabile, tra l'altro, della decapitazione di un ragazzino palestinese. In una recente serie di interviste televisive il padre di Omran ha denunciato l'operato dei «ribelli» e l'uso propagandistico e non autorizzato dell'immagine di suo figlio. Durante e dopo il ricovero del bimbo avrebbe ricevuto offerte e pressioni per addossare la responsabilità dell'incidente all'esercito regolare.

L'infanzia sofferente - vera, falsa o presunta - è un'arma di guerra non convenzionale spesso utilizzata per sedare o esaltare le coscienze dell'opinione pubblica. In piena guerra del Golfo, nel 1990, la quindicenne figlia dell'ambasciatore del Kuwait in USA si presentò in udienza alla Commissione governativa americana per i diritti umani spacciandosi per un'infermiera pediatrica fuggita dal Kuwait occupato. Lì raccontò piangendo di avere visto i soldati iracheni prelevare i neonati prematuri dalle incubatrici di un ospedale e buttarli in terra, lasciandoli morire. Era tutto falso, ma l'orrore suscitato dalla bufala servì a far digerire all'Occidente l'ennesima avventura dell'Impero.

***

Di smascheramenti come questi è piena la propaganda di guerra. Eppure vi si insiste. Perché? Perché funziona. Perché queste immagini soddisfano una sete pornografica di tragedie infantili, un voyeurismo sadosentimentale di bambini mutilati, sofferenti e defunti che non conosce declino di cui è bene indagare il meccanismo e gli scopi. Per difendersene.

La socializzazione del raccapriccio non è tecnicamente dissimile dall'orgia. Come nell'orgia, ci si concede nudi alla massa, le si consegna il proprio indicibile e inconfessabile sé per ricongiungersi al mucchio: qui con le proprie paure più profonde, l'istinto della maternità e dell'empatia, l'orrore anche fisico del dolore innocente. Aristotele vi avrebbe visto un esempio di catarsi tragica, dove la pubblica rappresentazione dei mali più estremi servirebbe a liberare la mente dalla loro ossessione (cfr. Diano 1964). Ma nel caso odierno la mimesi giornalistica pretende invece di riflettere l'attualità di persone ed eventi reali, non mitici né romanzeschi, producendo così un supplemento di effetti.

Il primo è che nel condividere la pena dell'infanzia violata in modo iconico e rituale - come è segnalato dall'uso di immagini-simbolo - si offre ai celebranti l'occasione di (ri)affermare il proprio primato morale, di (ri)scoprirsi «buoni», compassionevoli, umani ecc. Una riaffermazione tanto più urgente in quanto negata dai fatti. Le complicità dei governi e di buona parte del pubblico occidentali nelle stragi di adulti e bambini in Medio Oriente e altrove, così come nella sofferenza di adulti e bambini per le politiche austere che seminano miseria nel mondo sviluppato, o ancora nelle tragedie di un'immigrazione dissennatamente promossa, sono così macroscopiche da avere ormai sfiorato anche le coscienze più conformiste e distratte. Sicché la contrizione a comando serve a espiare forfettariamente il peccato. È l'inverso dei due minuti d'odio di Orwell: sono i due minuti d'amore con cui ci si illude di scontare le connivenze di ogni giorno.

Il secondo effetto è corollario del primo, ma scopre il fianco a un'insidia ancora peggiore. Per sentirsi «buoni» (e non più opportunamente razionali, o sensati) occorre misurarsi con l'antagonismo dialettico dei «cattivi». E per sentirsi umani bisogna postulare i disumani al loro massimo grado, quello cioè di chi fa morire i più innocenti tra gli innocenti: i bambini. In questa dicotomia tutta letteraria è fin troppo facile che si intrufoli chi vuole sdoganare la disumanità vera verso i propri, personalissimi, nemici. Se Assad è colpevole di aver fatto soffrire il piccolo Omran, o gli «xenofobi» di aver fatto morire il piccolo Alan, o i «no vax» di aver lasciato perire un piccolo infermo, nessun atto è troppo feroce per castigare la loro ferocia. Non c'è dialogo né compromesso con chi viola l'infanzia, c'è solo la guerra. Sicché per punire il-dittatore-che-ferisce-un-bimbo si acclama chi ne ha spenti a migliaia con un colpo di stato senza fine.

Poi ci sono, ovviamente, le regole del marketing. Le emozioni forti aiutano a vendere. Se il corpo svestito di una donna promuove automobili, deodoranti e trapani a percussione, quello esanime di un bambino conquista la curiosità del lettore. La tecnica è efficace purché si abbia cura di dosarla per non creare assuefazione nel paziente - come è ad esempio il caso di certe organizzazioni umanitarie che mettono queste immagini ovunque, riproducendole come un logo, un vessillo.

***

Ma l'aspetto della vicenda che ci deve più preoccupare è un altro. È che, come suggeriscono gli esempi nella prima parte e quelli che seguiranno, il rinforzo retorico dell'infanzia tribolata si accompagna troppo spesso alla mendacità e/o distorsione dei messaggi a cui si attacca. Quasi da trarne una universale: ubi puer, ibi mendacium.

Se la violenza è l'argomento di chi non ha argomenti, quella di sbattere in faccia lo strazio dei minori è una violenza al cubo, una shock doctrine dialettica. Perché non si limita a inibire l'esercizio della ragione prendendo a pugni l'umanità di chi ascolta, ma quell'esercizio lo colpevolizza e lo squalifica, ne fa un gesto indelicato di cui scusarsi. Chi pretendesse di superare l'urgenza della compassione dovuta a una piccola vittima per disputarne la didascalia, immaginarne il contesto, interrogarsi sulle cause e sulle eventuali falsificazioni che l'hanno resa tale, sarebbe un cinico senza cuore. L'aggressione emotiva lascia così un cratere dove non si può né si deve pensare, un corridoio blindato in cui le mistificazioni care all'aggressore transitano al riparo dalle cautele analitiche dell'aggredito, lasciandolo indifeso. È, per certi versi, la traslazione dialettica di un crimine di guerra già sanzionato dal diritto umanitario: l'uso di scudi umani, cioè di «person[e] protett[e]», «per mettere, con la [loro] presenza, determinati punti o determinate regioni al sicuro dalle operazioni militari» (IV Conv. di Ginevra, art. 28), essendo qui le «operazioni militari» le controargomentazioni e i dubbi sollevati da una narrazione («determinati punti o determinate regioni») che va messa «al sicuro» dai critici.

Una strategia così vincente e di facile impiego - essendone l'unico requisito la spregiudicatezza di pervertire il rispetto dei piccoli ai propri estemporanei fini - non può che trovare vaste applicazioni, ben oltre la propaganda bellica. Osserviamone qualche esempio.

***

Un noto politico ha recentemente rilanciato un classico: che il debito pubblico debba essere ridotto non perché «ce lo chiede l'Europa», ma perché «ce lo chiedono i nostri figli». Il fortunato binomio debito-figli centrava almeno due obiettivi: di traumatizzare i destinatari facendogli balenare l'immagine dei propri affetti più cari oppressi dalla miseria e dall'usura, e di insinuare la degenerazione di chi, non curandosi del debito sovrano, non si cura della prole.

Ma ubi puer, ibi mendacium. La prima falsificazione, la più grottesca, sta nell'ovvio fatto che nessun figlio ha mai chiesto ai propri genitori di «ridurre il debito pubblico». I figli ci chiedono cose più utili e intelligenti: un abbraccio, il tempo di giocare con loro, un giocattolo, una caramella, una vacanza, il motorino. Ci chiedono cioè le cose che desiderano e di cui hanno bisogno, non le invenzioni immateriali con cui ci nascondiamo la frustrazione dei desideri e dei bisogni - e quasi sempre anche dei diritti - di chi ha poco o nulla. Sicché, invece di trarre dai piccoli la lezione di un'economia fatta di beni e di benessere accessibili a tutti, gli si infila in bocca il gergo di una finanza che ha soggiogato quell'economia, per distruggerla.

Come negli esempi già portati, la falsa rappresentazione presidia la falsificazione e l'occultamento dei fatti. Qui, per citarne solo alcuni, che il debito pubblico italiano è tra i più sostenibili in Europa; che la sostenibilità di un debito è determinata, appunto, non dal suo volume ma dal buon andamento dell'economia reale; che evidentemente a quel debito corrispondono altrettanto ereditabili crediti privati; che i crediti deteriorati in cui sta sprofondando il sistema bancario sono quelli concessi ai privati, non agli Stati; che ai figli lasceremo le infrastrutture e i servizi realizzati con la contrazione di quel debito. Eccetera. Ma soprattutto, che lo Stato non dovrebbe mendicare a usura i quattrini da chi ne ha tanti, ma gestirne l'emissione e la circolazione specialmente nell'interesse di chi ne ha pochi.

I temi dell'immigrazione sono un'altra miniera di reductiones ad pueros. Nel 2016 si è stimato che, tra gli stranieri entrati clandestinamente, i minori di 15 anni rappresentavano all'incirca l'1,4% del totale, mentre i minori di 8 anni erano solo lo 0,04%. Ciò nondimeno l'iconografia e la retorica degli sbarchi è tutta sbilanciata sull'infanzia. Chi ad esempio sollevasse dubbi sulle operazioni delle ONG che navigano tra la Sicilia e l'Africa, finirebbe schiacciato dalle descrizioni di bambini seminudi e assiderati, quando non affogati. Interdetto dal trauma tralascerebbe così di aggiungere che i suoi dubbi nascevano anche dalla speranza di evitare quelle tragedie.

Mentre infuriava il dibattito sullo ius soli, il diritto di acquisire la cittadinanza italiana per chi nasce in Italia, un noto quotidiano confezionò un filmato di diversi minuti in cui un'intervistatrice fuori campo si intratteneva con alcuni bambini stranieri di età compresa tra 5 e i 10 anni. Dopo averne spremuta la tenerezza con primissimi piani e domande su gusti, sogni e quotidianità di ciascuno, passava all'attacco con la domanda: «Ma lo sapete che lo Stato italiano non vi riconosce ancora come cittadini italiani, fino a diciott'anni?». Seguivano lunghe riprese sui volti ammutoliti dei pargoli che, riavutisi dal magone (o più verisimilmente dall'avere udito una parola di cui nessuno può conoscere il significato, a quell'età), rispondevano poi di sentirsi italiani, pur non essendolo. Il senso dell'operazione si chiariva definitivamente con l'ultimo titolo di coda: «Il diritto di essere italiani». Un diritto che non esiste, mentre si taceva che tutti i diritti veri e fondamentali dei bimbi italiani sono gli stessi di quelli stranieri. Quindi? Qual era lo scopo di quella pantomima? Quale che sia sia la risposta, l'esibizione iperglicemica dei piccoli volti serviva a rendere inopportuna la domanda.

Nel caso, già trattato su questo blog, delle vaccinazioni pediatriche, l'infanzia malata è già nella radice del tema, sicché è più difficile non rappresentarne i dolori per documentare una tesi. Ma anche qui si sono toccati vertici da antologia, come quando il Ministro della salute proclamò in televisione che a Londra nel 2013 erano morti 270 bambini a causa del morbillo. E, con immutato fervore, un anno dopo ci aggiornava sulla strage dei piccoli londinesi che anche nel 2014 mieteva «più di 200 bambini» morti della stessa malattia. Di fronte a tanto lutto nessuno osò farle notare che in tutta l'Inghilterra, nel 2014, non vi fu alcun decesso collegato al morbillo (su un totale di 130 casi), mentre nel 2013 ve ne fu uno (su 1843 casi), ma non era un bambino. Cumulando i numeri, il ministro che oggi giura di rimettere la pratica vaccinale nell'alveo del rigore scientifico con la forza della legge, aveva esagerato i dati del quarantaseimilanovecento per cento. Ma attenzione: quell'esercito inventato di cadaveri non era un esercito di cadaveri qualsiasi: erano bambini.

Ora sappiamo perché.



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DANILO FABBRONI 31 agosto, 2017 14:25

Mi par un articolo molto interessante

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Carmelo 07 agosto, 2017 02:54

Ottima analisi del potere della manipolazione in atto da parte del regime che ha reso la democrazia una farsa tragica.

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iltafano 31 luglio, 2017 12:54

Soliti argumentum ad misericordiam dei main stream al servizio dei potentati di turno, per manipolare la pubblica opinione della belante massa e mascherare l'immigrazione da fenomeno strumentale e programmato (quale è) a evento emergenziale.

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guidino 30 luglio, 2017 21:56

buon giorno.

Il racconto della fuga in Egitto è noto a tutti. ma qui dobbiamo soffermarci sulla strage successiva quella degli "innocenti". Lo Stato come al solito, con lo scopo di eliminare dei pericolosi disturbatori agisce con violenza.

In qul caso elimina la popolazione da tre anni in giù. E lo stesso fa oggi. Li elimina da tre anni in giù lasciando che si ammalino dopo 20 o 30 anni. E' la stessa cosa, senza sangue e senza accuse allo stato, anzi lui passa per un buon padre protettivo.

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Enrico 28 luglio, 2017 15:16

«Il diritto di essere italiani». Un diritto che non esiste, che non è previsto in nessun codice...

Veramente, da quel che so io, tale diritto esiste in Italia, sotto certe condizioni, ed è garantito dall'art.4 comma 2 delle legge 91/1992.

Per essere riconosciuto devono essere verificate le seguenti condizioni:

richiedere la cittadinanza entro 1 anno dal compimento della maggiore età;

essere stati residenti regolari fino alla richiesta (tipicamente il genitore deve aver sempre avuto il permesso di soggiorno);

non esser mai usciti dall'Italia.

Se tali condizioni sono verificate, la cittadinanza non può essere negata.

Nel progetto di legge detto "ius soli" si allentano le suddette condizioni, ma il diritto esiste già. Se non ricordo male si abbassa il limite di età a 5 anni ma si richiede un permesso di soggiorno di lungo periodo per almeno un genitore.

Personalmente avrei tenuto il limite a 18 anni (o abbassato a 14), tolta l'assurda condizione di non essere mai usciti dall'Italia (magari mettendo solo un limite di qualche mese tra un uscita e il rientro) e aggiunta la condizione di aver terminato la scuola media.

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Piero 28 luglio, 2017 02:53

In fondo l'uso "politico" dei bambini ha radici più antiche, i comunisti non erano quegli essere efferati che mangiavano i bambini?

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The Max 27 luglio, 2017 11:30

Mi collego ad un argomento un po' sensibile sperando di non offendere nessuno.

Infatti il post mi ha ricordato un altro infante usato da diverso tempo come simbolo, però religioso: il Gesù Bambino.

Non voglio entrare nel merito della veridicità storica dei fatti narrati nei Vangili di Matteo e Luca, dato che non sono uno storico nè un biblista, senza considerare che la cosa è ancora oggetto di discussione.

Quindi ammenttendo anche la veridicità o, all'estremo opposto, una funzione esclusivamente catechistica, quando ne sento parlare le interpretazioni sono, a mio parere, figlie di una lettura non contestualizzata che mirano allo sfruttamente della figura del "bambino" in grave difficoltà per colpevolizzare, "sedare o esaltare le coscienze" dei fedeli.

Infatti la principale funzione teologica della natività è quella di provarne l'origine divina, mentre l'insegnamento cristiano proviene principalmente dalla sua vita da adulto (non per niente due Vangeli e le lettere di San Paolo non ne parlano).

In vita mia, nelle interpretazioni più superficiali, ma anche più frequenti, mi è stata presentata questa scena: un bambino, povero non per sua scelta, ai cui genitori venne negato un comodo e caldo posto in locanda, costretto a nascere tra la sporcizia di una povera grotta/stalla, scaldato addirittura dal fiato delle bestie, a giacere non in una culla ma in una mangiatoia e poi a scappare perchè un re tiranno e cattivo, per paura di venire deposto, decide, per non correre rischi, di ammazzare tutti i bambini del paese (qui mi viene da riflesttere sul fatto che facendo nascere suo figlio in quel modo, Dio onniscente avrebbe condannato a morte un po' di bambini innocenti, ma le vie del Signore sono infinite).

Visto così, secondo me, si ottiene il risultato descritto nel post.

Ma contestualizzando gli eventi narrati, le cose cambiano.

Ad esempio, volendolo considerare per ipotesi come racconto puramente simbolico, gli autori avrebbero concepito tale racconto per rafforzare l'origine divina di Gesù Cristo in similitudine ad altri personaggi mitologici dell'epoca o precedenti maggiormente noti alle popolazioni da convertire.

Oppure, da un punto di vista storico, si dovrebbe dire che era uso all'epoca dormire e vivere con le proprie bestie. Questo per ottimizzare gli ambienti (non era necessaria una stalla), proteggere i propri averi più importanti (gli animali che davano nutrimento e lavoro) e sfruttarne il calore corporeo (esattamente come faceva mia madre, 60 anni fa, che andava nella stalla a fare il bagno o espletare i propri bisogni).

Quindi, certamente non era la camera più ricca del palazzo più sfarzoso (degno di un re o del figlio di Dio), ma probabilmente non era nemmeno la più inopportuna (per tempo e luogo) dove far nascere in condizioni comuni colui che avrebbe assunto il ruolo di Messia. Oggi ci immaginiamo il parto in una sala asettica dotata di ogni supporto medico, ma, fino a non molto tempo fa, si partoriva in casa come, del resto, a quell'epoca. Che il vero significato non sia tanto nella nascita strordinariamente povera e austera del Figlio di Dio (come a volte mi è stato suggerito), ma nella sua nascita normalmente ordinaria (ovviamente per l'epoca)?

Infine per quanto riguarda i fatti di Erode (narrati nel vangelo di Matteo) non vi sono prove storiche accertate della cosidetta strage degli innocenti (anche se non impossibile visto il carattere di Erode). Spesso si è 'usata' per rafforzare l'origine umile e perseguitata del Salvatore. All'epoca, però, probabilmente l'obiettivo era, come già detto, quello di dare una enfasi divina al personaggio, creare una contrapposizione con la casta ebraica colpevole di farsela con i romani, poi utilizzabile per mettere in cattiva luce tutti gli ebrei da cui il cristianesimo extragiudaico doveva per forza allontanarsi per diventare universale e accettabile per i romani.

Erode, storicamente, fu infatti anche un re che garantì comunque un'epoca di stabilità a una regione molto problematica tuttavia viene visto come uno psicopatico con manie di persecuzione capace persino di uccidere bambini innocenti. Fosse sui giornali di oggi, forse giustificherebbe un bombardamento...

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Bombadillo 29 luglio, 2017 01:05

...deum infantem pannis involutum.

Che gli evangelisti conoscessero il tao? Perché, personalmente, non trovo analogie con nient'altro di precedente.

Ma forse, più semplicemente, si sono limitati a raccontare come sono andate le cose.

Però che la narrazione cattolica sia "nato non per sua scelta" proprio non si può sentire: secondo la dottrina cattolica, infatti, Gesù bambino è nato in quella date condizioni per precisa scelta di Dio, cioè sua.

Viva Cristo Re!

Tom

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Alessandro 26 luglio, 2017 22:41

Forse non sarà un caso che ne "la più bella pagina di letteratura della storia", vi siano dei bambini.

"Doveva essere successo un mese prima che sua madre sparisse. Era uno di quei rari momenti di riconciliazione, quando la fame non gli tormentava lo stomaco e il suo antico affetto per lei si era, almeno per un po', risvegliato. Ricordava bene quel giorno, una giornata di pioggia scrosciante e..." , il resto penso che Lei lo conosca a memoria.

Grazie, come sempre.

/Alessandro

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Adriana 17 agosto, 2017 21:42

Gentile @Alessandro,

invece io non riconosco la storia e neppure ne ho idea.

Di quale racconto/romanzo si tratta?

Non dico "narrazione" perché:

1) da tempo la parola mi fa schifo per il noto contesto nel quale è stata impiegata negli ultimi lustri;

2) e, importante perché fondamentale, narrazione è l'atto del narrare, scritto od orale.

Solo qualche politico, spero, non conosce questo italiano, cioè l'italiano.

Grazie della risposta.

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Khw31sJ 26 luglio, 2017 21:42

L’immagine dei bambini viene usata come una catapulta nelle menti della “stolta moltitudine” (Boccaccio). Nei notiziari le facce sono “coperte” per rispetto del minore . Nella pubblicita’ e nelle fiction mostrate sorridenti e allegre , senza ritegno .

Gli affari sono affari…

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walter 26 luglio, 2017 18:24

Personalmente quando leggo la parola "bimbo" su un quotidiano - oltre a venirmi ormai l'orticaria - mi scattano tutti i campanelli d'allarme.

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Bombadillo 26 luglio, 2017 17:16

Ciao cari,

finalmente un altro post del Pedante.

A me pare che questa strategia di comunicazione, indubbiamente efficace, si basi fondamentalmente sulla mancanza di virilità dei suoi destinatari.

Ci siamo ridotti ad un popolo di "femminucce sentimentali", e abbiamo perso qualsiasi inclinazione a rimanere saldi, immobili, rispetto alla corrente dei sentimenti; mentre, per dirla con un'immagine, l'uomo virile dovrebbe essere come un pilastro immerso nell'acqua, la corrente non lo smuove, ed anzi vortica attorno ad esso.

Il lato B di questa strategia è quello degli animali.

Bambini e cuccioli sono i nuovi strumenti della comunicazione politica.

Per altro, io non ho FB o altri social, ma mi dicono che, appunto su FB, oramai con questa storia dei cani e dei gatti si è al totale impazzimento.

Ma io ovviamente sono complottista, fascista, anzi nazista, come nella mitica storia delle SS a cui facevano uccidere il gattino che avevano cresciuto.

Tra i due eccessi, preferirei quest'ultimo (e io ho avuto una miriade di gatti e di cani: senza mai divinizzarli, però).

Tom

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Il Pedante 27 luglio, 2017 23:21

Caro Tom, è curioso come si giunga alle stesse conclusioni partendo da interpretazioni diverse. Qui la mia urgenza era di proteggere la sensibilità verso i piccoli per preservarla, denunciando chi la violenta. Proprio i più sensibili dovrebbero schifare chi mette in campo questi giochi retorici e fruga nelle parti intime dell'interlocutore. Il tuo magistero giuridico mi sconsiglia di mettere per esteso nel testo ciò che penso di queste persone e ciò che auguro loro per avere pervertito i sentimenti più importanti, anche socialmente: la preoccupazione per i figli (da cui la famiglia, cellula nucleare della civitas), la compassione degli innocenti (da cui la giustizia).

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Mikez73 28 luglio, 2017 10:08

Gentile @Bombadillo,

come hai ragione, quella dei cani (e delle loro cacche) è ormai una pandemia seconda solo a quella dei tatuaggi. La spiegazione che mi sono dato io è che siccome viene trattato come un cane in tutti gli altri ambiti della sua povera esistenza, l'uomo, l'individuo, la persona sociale, trova conforto - e un rapporto finalmente umano - solo con una povera bestia. E non è una battuta.

Di solito si tende a pensare l'uomo come compassionevole e ragionevole, termine medio tra l'animale tutto istinto e ferocia (la suprema accusa: "neanche un animale l'avrebbe fatto…") e il computer/macchina (nessuna emotività e solo ordine e calcolo). Nello strepitoso seminario II, Lacan ribalta completamente la frittata: è la macchina, cioè il mondo dei segni, la scrittura, ciò che caratterizza l'uomo fin dall'origine. La macchina è l'uomo, questa è la sua specificità. L'uomo è LA macchina - non compassione, non altruismo, non cooperazione

.

Da cui l'apparente paradosso per cui tutto ciò che pertiene all'ambito della compassione è in realtà animale, origina nel mondo animale (vedasi il libro dell'etologo Frans De Waal "Naturalmente buoni"), mentre tutto ciò che è della ragione è in quanto tale "macchinico" - un pensiero va a tutti i piddini in estasi per le pagine della Rep su cui un giorno sì e l'altro pure ci sono i peana ai robot e ai software che tra poco ci daranno una mano a fare tante belle cose - spero anche a sotterrarli.

Quando la nuova ragione (neoliberale) del mondo si espande fino a raggiungere tratti totalitari e ogni aspetto della vita, in particolare quelle delle relazioni personali, è miserevole e comunque mediato da una macchina, computer o telefono che sia, ecco che se uno vuole appena appena avere un rapporto "umano", fondato sul contatto biologico fatto di empatia, di intimità, non gli resta che rivolgersi all'animale domestico.

Tra l'altro, potrebbe essere uno dei motivi per cui fare un figlio in questi anni, se rinunci all'ideale pubblicitario di restare un diciottenne deficiente che deve godersi la vita per il resto della vita, è un'esperienza totalmente rigenerante, quasi salvifica, visto che ti costringe a tornare ai comportamenti biologici di base.

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giovanni 30 luglio, 2017 21:32

Gentile @Bombadillo,

"si basi fondamentalmente sulla mancanza di virilità dei suoi destinatari."

Gli inglesi persero un milione di uomini e ne ebbero il doppio feriti durante la pima guerra mondiale. QUindi non li chiamerei certo femminucce.

Eppure la propaganda di stato gli ammanniva lo stesso bestialità come i soldati tedeschi che tagliavano le mani ai bambini belgi.

http://www.sibialiria.org/wordpress/?p=2884

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Bombadillo 01 agosto, 2017 22:58

Caro Giovanni,

quello che scrivi non contraddice, ma conferma, la mia tesi.

Del resto, se fossero stati viri, e non uomini, avrebbero fatto leggere loro la "gita".

Mentre, proprio perché erano uomini (non femminucce, ma neppure viri), per eccitarli alla guerra ricorrevano al sentamentalismo. Del resto, è uno dei prezzi da pagare alla modernità e alla conseguente guerra di massa (una cosa che mi sconvolse, a diciott'anni, da figlio di professori universitari, fu la visita militare alla Caserma Picca di Bari - ci divisero in due gruppi, quelli con e quelli senza la licenza elementare: io pensai, che sciocchezza, quelli senza saranno un'esigua minoranza, e invece erano l'ampia maggioranza).

Comunque, volevo intendere appunto che manca una élite intellettuale, e che questo tipo di comunicazione sembra fare breccia a tutti i livelli, non solo a quello delle masse.

Tom

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voltaire1964 03 agosto, 2017 07:55

Gentile @Bombadillo, Dissento. Se qualcuno mi vuole definire una “femminuccia”, me ne frego completamente. Sono caucasico, eterosessuale quindi gia’ sospetto, patriarcale, tradizionalista, nazionalista ergo ‘oppressore’ (nel corrente codice del “marxismo culturale”, che a mio avviso non e’ ne’ marxista ne’ culturale).

Ma ho un rispetto incondizionato per gli animali (nel mio caso un gatto), ma lo stesso ragionamento si adatta ai cani e non solo, essendo il sottoscritto, tra l’altro un vegetariano.

Che a poi molti faccia piacere mostrare foto del loro cane o gatto non fa male a nessuno. E’ un modo di comunicare, specie per chi e’ solo(a), invece di parlare di sport, amorazzi da tabloide o altro simile. A chi non piace basta schiacciare un tasto e il tutto scompare. Personalmente non ho tempo a mettere foto in rete, ma preferisco di gran lunga la foto di un gatto, cane, giraffa, mucca etc. al grugno di molti politicanti o presentatori televisivi.

E a mio avviso la compagnia degli animali e’ spesso piu’ piacevole della compagnia di molti umani. Del resto la posizione ha sostenitori illustri. Per brevita’ cito solo Albert Schweitzer, “Ci sono due rimedi principali per la miseria della vita, la musica e i gatti.” Che poi il cane non abbia l’istinto di depositare le proprie deiezioni in contenitore appropriato e’ un altro discorso. Il responsabile, o meglio l’irresponsabile, e’ il suo padrone.

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Bragadin 26 luglio, 2017 16:21

Propaganda è la parola esatta. Un non secondario motivo è dato dal fatto che, attualmente, queste cose avvengono lontano da noi, quindi tutto sommato è abbastanza verosimile crederci, alla peggio (e cinicamente), si può tirare un sospiro di sollievo quando si viene a sapere che il bambino era in realtà al sicuro dato che si stava girando un videoclip.

Salvo rari casi, difficilmente queste “narrazioni” impattano in modo “reale” su chi vive in occidente, quindi se ne può parlare senza conseguenze (almeno immediate) dirette. E la comodità di aderire a tesi preconfezionate fa il resto (semplificando molto).

Credo però di notare una pericolosa deriva, a me pare che queste notizie vengano usate “anche” come arma di distrazione nel mentre si eliminano i diritti dei cittadini occidentali: se all’aver vissuto al di sopra delle proprie possibilità si aggiunge anche il fatto di ritenersi tutto sommato fortunati perché non si è in guerra diventa più facile far digerire misure altrimenti “indigeste” all’opinione pubblica.

Un legame molto sottile ma da non sottovalutare.

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L'Immeritocrate 26 luglio, 2017 11:35

Gentile Pedante,

innanzitutto grazie ancora una volta per l'articolo e per il suo lavoro, come sempre.

Stavo leggendo l'articolo citato a supporto delle cifre sui minori. Colpisce molto vedere fino a che punto si spinge la falsificazione della realtà: la grande maggioranza sono migranti per ragioni economiche. Si sa, lei lo fa notare, ma colpisce vedere le cifre. Che falsificazione colossale, e che scempio del diritto sacrosanto di asilo.

PS: c'è un "typo" nel "captcha" che, per qualche motivo, mi appare in inglese: mi dice "seventy-three and for". Se l'avrò imbroccato, manca una "u". Chiedo scusa per l'eccesso di pedanteria.

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Viviana 26 luglio, 2017 10:59

Grazie!

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Alessandro S. 26 luglio, 2017 10:06

Un post sempre più di attualità, purtroppo. Grazie, come sempre. Mi permetto di segnalare, pedantemente, due link da aggiungere, se necessario, al testo: http://video.repubblica.it/dossier/riforme-da-non-tradire/ius-soli-ehi-lo-sai-che-non-sei-italiano/278807/279407 e https://twitter.com/s_parisi/status/884416525624541185

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Antares 26 luglio, 2017 09:13

È tanto che ho il piacere di leggerLa ma non ho mai avuto il cuore di scrivere parole a conmento. Per la paura di apparire misero ed inadatto rispetto al Suo pensiero che sempre ha rispecchiato quanto io stesso nella mia limitatezza espressiva, pensavo.

Ora prendo coraggio ma solo per dirle GRAZIE.

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a perfect world 26 luglio, 2017 05:13

Gentile Pedante, se la menzogna del ministro è tale, la gravità è semplicemente inaudita. Possibile che un minimo di contraddittorio sia relegato in un (immenso) blog? Sembra un incubo. Sgomento totale.

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ws 28 luglio, 2017 14:12

Gentile @a perfect world,

appunto, sgomenta questo inarrestabile fiume di menzogne ISTITUZIONALI

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Santo 25 luglio, 2017 23:08

Grazie...davvero..

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