Scèringhecònomi

25 febbraio, 2017 | 119 commenti

Dopo avere letto l'articolo di un giovane lettore su Uber e sharing economy in cui mi si cita, ho voluto aggiungere due parole pedanti sul tema, che propongo nel seguito ai lettori.

***

Il dibattito sulla sharing economy si rappresenta mediaticamente lungo l'asse dialettico vecchio-nuovo, conservazione-rivoluzione, paura-sfida. I critici di questo modello sarebbero arroccati e impauriti, nemici del futuro. L'idea della novità è prima di tutto nel nome, dove un rodato processo di ridenominazione esterofila innesca una percezione di progresso legata al doppio filo della presunta arretratezza nazionale e della presunta modernità angloamericana. È poi nell'elemento telematico, il web che ancora a distanza di vent'anni mantiene viva l'aspettativa di una rivoluzione antropologica di cui non si ha traccia. È infine in una più generale e mai sopita speranza di adattare i modi di produzione alle politiche macroeconomiche in corso, di trovare una quadra che possa avverarne le promesse di benessere e che ci salvi dall'umiliazione di rinnegarle e di rinnegare, con esse, un investimento politico e ideale che ha conquistato i cuori dei più.

Sicché non stupisce che la sharing economy susciti la simpatia dei consumatori. Stupisce invece, e anzi suscita pena, che tra i suoi cantori più infoiati si annoverino anche accademici ed economisti. Al di là delle esigenze di marketing, dove tutto ha da proporsi nei panni del nuovo per meritare la dignità del mercato, dove starebbe la novità? Economicamente si tratta di un'operazione di abbattimento dei prezzi via abbattimento dei costi. Nell'estendere l'attività di trasporto di persone a chiunque possegga un'automobile (Uber, blablacar) e alberghiera a chiunque abbia una casa o una camera da letto (Airbnb) si monetizza lo scarto regolatorio tra settori professionali e non professionali. Tutto qui. Si investe cioè sul principio che ciascuno a casa propria, sulla propria automobile e forse domani nella propria cucina (airrestaurant.com?) o con la propria cassetta dei farmaci (airhospital.com?) possa più o meno fare quel che gli pare, mentre se decide di offrire quei servizi ad altri, a pagamento, debba soddisfare certi requisiti.

È certo possibile che alcune regolazioni siano eccessive, infondate o anche vessatorie. O che siano legate al passato. In quei casi andrebbero cambiate. Ma la loro ratio fondamentale e al di là delle applicazioni particolari è quella di estendere garanzie e standard di qualità non negoziabili a tutti e non solo a chi se li può permettere. Quegli standard sono poi la linea del fronte tra paesi sviluppati e terzo e quarto mondo, dove pure si possono affittare elicotteri e limousine mentre la popolazione viaggia sui carretti per un soldo arrugginito, e dove si può soggiornare nei resort a cinque o più stelle mentre la popolazione dorme negli slum. Ecco il progresso. Se una casa Airbnb costa meno è perché, ad esempio, non deve avere l'impianto antincendio di un albergo. Ciò che non si riceve in sicurezza lo si risparmia in quattrini, eventualmente lo si baratta con una vasca idromassaggio o un pianoforte a coda in soggiorno. Ecco la rivoluzione virtuosa. Se poi - udite udite - un esercizio paga meno tasse, può praticare prezzi più bassi. Ecco l'innovazione. È un gioco a somma zero: tanto ti tolgo, tanto ti do. Con anzi un possibile retrogusto di impoverimento medio, come osserva il mio lettore: di chi compra, che rinuncia alla ricchezza reale di determinate tutele in cambio di un piccolo risparmio monetario, cioè virtuale, e di chi vende, che rinuncia al pieno godimento di un bene per non doverlo cedere. Un'alternativa - o un'anticamera - soffice all'ipoteca e alla liquidazione.

Resta naturalmente un punto irrisolto. Se il vantaggio regolatorio e fiscale della sharing economy poggia sulla natura non lucrativa delle attività coinvolte, la loro professionalizzazione implica un cambio di statuto che non può non abbattersi su quel vantaggio. Se e quando i tassisti saranno messi in minoranza dai volenterosi part-timer di Uber, per quale fantasiosa ragione l'erario non dovrebbe recuperare il mancato gettito aggredendo i ricavi dei secondi? E per quale misteriosa mutazione un regolatore feroce e opprimente con gli uni diventerebbe mite ed etereo con gli altri? Ai ragliatori della deregolamentazione dispiacerebbe sapere che tra le grandi città che hanno pesantemente normato e limitato l'home sharing si annoverano già noti ricettacoli di marxisti come San Francisco, New York, Londra e Amsterdam. E che in Inghilterra le toghe rosse (red gowns) hanno recentemente obbligato Uber ad applicare i minimi salariali riconoscendone l'implicito ruolo di datore di lavoro. E che il servizio è addirittura interdetto in una lunga serie di oasi comuniste e tecnologicamente arretrate come Texas, Alaska, Nevada, Paesi Bassi, Finlandia, Sud Corea, Vancouver (Canada), Queensland (Australia), Barcellona, Francoforte e altri.

Ma se anche riuscissero a ragliare così forte da indurre le amministrazioni ad allentare la morsa regolatoria che protegge cittadini e lavoratori (ipotesi perfettamente in linea con lo Zeitgeist), nulla potrebbero contro il backlash regolatorio auspicato proprio dai nuovi entrati. Perché questo sfugge sempre ai detti ragliatori: che la regolazione è un profondo fossato che circonda e protegge i mercati. E che la sospensione delle regole coincide con un furtivo abbassamento del ponte levatoio sì da consentire l'ingresso degli assedianti, dopodiché saranno questi ultimi, impadronitisi della fortezza, a sbarrare in tutta fretta gli accessi per escludere la concorrenza. In questa strategia di attacco la sharing economy vuole essere il cavallo di Troia, il dono di un (finto) risparmio da pochi euro per spalancare mercati da miliardi. Poi le nuove regole, cioè i nuovi fossati, saranno naturalmente informate alla tutela dei vincitori, secondo un pattern già illustrato su questo blog a proposito di tutt'altro servizio, la distribuzione del gas naturale. Lì la liberalizzazione serviva a scalzare il monopolio pubblico per aprire la strada al monopolio privato, mentre la concomitante regolazione provvedeva a blindare il vantaggio finanziario dei nuovi monopolizzanti.

Per finire vogliamo spendere una parola sul concetto di sharing, di condivisione che presta il nome a questa rivoluzione nominale. Sul piano giuridico ed economico la qualifica è irrilevante. Chi presta un bene dietro compenso lo affitta, chi lo utilizza per vendere un servizio lo sfrutta. In entrambi i casi non condivide un bel niente. La scelta del lessico intende piuttosto capitalizzare una prossimità semantica con le costellazioni valoriali in cui gravitano socialità, generosità e apertura all'altro, ma anche ottimizzazione delle risorse e rinuncia ai lussi individuali per il bene di tutti. Quella del cum-dividere è un'azione collettiva, un antidoto all'egoismo e all'ingordigia dei singoli che strizza l'occhio alla sinistra ecologica e comunitaria, ai decrescisti, ai democratici dal basso. Purtroppo nei fatti sembra però accadere il contrario, che quella piramide si manifesti piuttosto come una confluenza dalla base al vertice, dall'imprenditorialità diffusa dei tassisti, delle compagnie di trasporto e degli albergatori indipendenti o in franchising a un operatore unico che detiene le chiavi telematiche per accedere al mercato, detta unilateralmente le condizioni retributive (tutt'altro che generose, stando alla sentenza dei giudici inglesi), delega ai lavoratori la responsabilità dei mezzi di produzione e, una volta abbarbicatosi al vertice, fissa i prezzi senza l'assillo dei competitori. Ecco la liberalizzazione, ecco la non concorrenza che i tassisti temono e che, forse, dovremmo temere anche noi.


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Vincenzo Sangiorgio 24 giugno, 2017 17:25

Al commento che ho postato quattro giorni fa ne aggiungo uno a più ampio raggio in un'ottica sia economica che storica.

In questo blog si fa riferimento spesso a delle èlite che in qualche modo stanno operando in modo tale da ridurre il tenore di vita in particolare nei paesi occidentali. Peraltro tale riduzione non interessa gli altri paesi dove invece, forse con l'eccezione dell'Africa, si sta considerevolmente alzando. Il cinese che lavora in stato di semi-schiavitù nelle fabbriche del suo paese sta infinitamente meglio di quanto non stesse suo padre 40 anni fa, costretto com'era a spaccarsi la schiena nei campi per una scarsa ciotola di riso. Lo stesso vale anche per il migrante che arriva qui da noi. Anche se raccoglie pomodori per 3 euro all'ora, sta infinitamente meglio di quanto stesse al suo paese.

Prima di procedere faccio una premessa: oggi lavoro nel settore del turismo, un settore dove la sharing economy e il low cost la stanno facendo da padroni, ma prima, per 30 anni, ho lavorato nel settore dell'energia, raffinazione del petrolio per l'esattezza, girando mezza Europa. E mi è sempre piaciuta la storia.

A mio avviso l'anno di svolta è il 1989: morte di Khomeini, Tien An Men e caduta del Muro segano la fine di un'epoca e l'inizio di un'altra, anche se poi per la sparizione dell'URSS occorrerà attendere altri due anni.

In un mondo bloccato dalla contrapposizione NATO-Patto di Varsavia era abbastanza facile per alcuni paesi, quelli occidentali in primo luogo ma anche, seppure in misura minore quelli del blocco sovietico, mantenere standard qualitativi di vita incommensurabilmente più elevati di quelli del resto del mondo, che peraltro rappresentava circa lì80 % della popolazione mondiale. Insomma in Occidente avevamo tutto, magari nell'URSS mancava il sapone, ma avevamo tutti l'acqua e l'energia che desideravamo per scaldarci e mandare avanti l'apparato industriale. Agli altri, salvo rare eccezioni, restavano le briciole.

Quando il mondo si è sbloccato, miliardi di persone si sono messe in testa di raggiungere standard di vita paragonabili ai nostri.

L'obiettivo è senz'altro legittimo ma, realisticamente, infattibile. Semplicemente nel mondo non esistono le risorse idriche ed energetiche perché ciò avvenga, non perlomeno fino a quando una qualche rivoluzione tecnologica (fusione fredda? boh), non renda disponibile una quantità di energia elevata a basso costo per tutti.

Quando parlo di basso costo non mi riferisco certo al prezzo in dollari o euro del barile di petrolio, valore puramente convenzionale, ma al rapporto tra energia impiegata, per esempio, per estrarre un barile di petrolio ed energia resa disponibile da quel barile (si chiama EROI).

Ciò detto a questo punto si hanno due alternative: 1) si dice a cinesi, indiani e via discorrendo che loro no, non possono ambire allo stesso livello di vita dell'Occidente oppure 2) si abbassa l'asticella di riferimento, il tenore di vira nei paesi occidentali.

La sharing economy è in fondo un modo che può permettere di abbassare i costi energetici del nostro modo di vivere, quindi di abbassare l'asticella, senza che il tenore di vita reale ne sia eccessivamente compromesso. Parliamoci chiaro: ci sta forse bisogno che in un condominio sia presente un aspirapolvere, un trapano, un ferro da stiro in ogni casa? No, basta uno sgabuzzino dove ne siano presenti un numero adeguato che di volta in volta vengono utilizzati da coloro che ne hanno bisogno. Ma siccome questo non può avvenire su base volontaria, ci sta bisogno di una AirTrapano che gestisca il sistema e a quel punto, ovviamente, qualcosa ci dovrà guadagnare-

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Il Pedante 26 giugno, 2017 01:54

Francamente non capisco come il 1989 abbia segnato uno spartiacque, come se da allora non esistano più blocchi di potere che sottomettono i popoli. Chieda a iracheni, afghani, libici, yemeniti, siriani… Sebbene sia vero che ci sono ostacoli politici (ad es. austerità) e geopolitici al pieno sviluppo di tutta l'umanità, l'idea che il tenore di vita sia una quantità fissa va rifiutato. In quel caso dovremmo concludere che le poche decine di migliaia di uomini del neolitico godevano di standard di vita elevatissimi… La scommessa in cui personalmente credo è che, dando a tutti accesso al benessere, si creano le condizioni per rendere più efficiente e sostenibile il benessere. Questa è la lezione che andrebbe tratta dal dopoguerra europeo.

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Vincenzo Sangiorgio 20 giugno, 2017 20:22

Scopro solo oggi questo blog e devo dire che, pur non sempre condividendo le posizioni espresse, ne ho apprezzato molto lo stile non urlato e il modo di argomentare molto diverso da quello di blog urlati e dogmatici.

Voglio però portare un'argomentazione a favore di UBER, non nella sua versione di compagnia di taxi mascherata, ma nella sua versione POP, che poi è stata la più boicottata (e dal punto di vista dei tassisti ne comprendo, senza approvarle, le ragioni).

Tale argomentazione è basata sulla semplice constatazione che la vera funzione del progresso tecnologico è quella di sfruttare al meglio le risorse disponibili. Un trattore permette di ottenere più grano rispetto all'aratro trainato dai buoi dallo stesso campo, e mi sembra che su questa cosa nessuno si lamenti.

Se noi guardiamo oggi al sistema dei trasporti in una grande città vediamo che esso è basato su tre elementi

- le auto private, comode sicuramente, ma spesso ampiamente sottoutilizzate, l'italiano medio le usa per meno di 10000 km all'anno, e in numero talmente elevato da trasformare le strade cittadine in un ammasso di lamiere e di richiedere anche investimenti elevati per la costruzione di garage

- il trasporto pubblico, bus o metropolitana che sia, che richiede grossi investimenti per la sua realizzazione e che comunque non è molto comodo

- i taxi, comodi ma costosi.

Che il sistema non funzioni bene lo testimonia il fatto che, per quanto ci si provi, il traffico cittadino è il problema primario con cui si scontrano tutte le amministrazioni comunali e che solo in poche città si siano trovate buone soluzioni. Queste poche città quasi mai includono quelle italiane a motivo della loro posizione geografica, della loro conformazione urbanistica spesso risalente a secoli fa, o del patrimonio archologico che si trova sottoterra (Roma è l'esempio lampante al riguardo).

UBER, nella versione POP, si propone come un sistema in cui ogni singolo proprietario di automobile diventa, dietro il pagamento di un piccolo compenso che lo aiuta a mantenere la macchina, un possibile tassista nel momento in cui compie il suo quotidiano tragitto casa-lavoro e lavoro-casa oppure quando ha semplicemente voglia di farsi un giro. Insomma si allarga la scala di ciò che molti hanno sempre fatto con il collega che abita vicino.

In questo scenario è ovvio che, con il tempo, molti proprietari di auto si renderebbero conto che non ha alcun senso possederla, ma che possono avere la stessa comodità con una spesa tutto sommato modesta.

Benefici indotti? Riduzione del traffico, e di conseguenza anche maggiore efficienza del trasporto pubblico di superficie, minore inquinamento, strade più libere, minore necessità di costruire costosi parcheggi.

Forse di questo sarebbe il caso di parlare quando si parla di sharing economy

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Riccardo Stracuzzi 08 aprile, 2017 12:58

La discussione, davvero interessante, è di qualche tempo fa. Di oggi (o di ieri), però, è la notizia che il tribunale civile di Roma ha imposto entro 10 giorni il blocco di Uber Black, per "Condotta di concorrenza sleale". Oggi, poi, sulla prima pagina del "Corriere" si legge questo commento di Massimo Gramellini: http://www.corriere.it/caffe-gramellini/17_aprile_07/uber-no-fc2af17a-1bd1-11e7-a7aa-d3cb5d83b09d_amp.html

Lo so, è po' ingenuo scandalizzarsi per queste perle di pensiero. E ammetto anche la mia invidia: se mi pagassero soldi (e non pochi) per condurre ragionamenti del tutto sprovvisti di argomentazione e, in ultima analisi, da bar; ecco, se così andasse, chi lo sa se anche io non scriverei giulivo qualche riga di questo tenore.

Ingenuità, va bene. E certezza che, dalla stampa quotidiana, e con pochissime o nulle eccezioni, non possa giungere altro se non slogan del più trito e retrivo pensiero liberista. Tutto giusto. Ma com'è che, buttando l'occhio su una simile prima pagina, non ce la faccio proprio a non indignarmi? (Perdonate il quesito, forse solo autoanalitico).

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Alberto T. 04 aprile, 2017 08:35

Il post e i commenti hanno gia' detto tutto ma voglio segnalarLe/Vi questo link e blog.

http://tempofertile.blogspot.it/2017/02/taxi-e-uber-la-questione-dei-servizi.html

Quel "dovremmo temere anche noi" viene sviluppato in modo molto approfondito e ampliato ad altri servizi locali e alle professioni ponendoci quesiti sui risvolti sociali e democratici di questa rivoluzione tanto piu' profonda quanto piu' presentata dai media dominanti come vantaggiosa per tutti,progressista,antiburocratica e quindi 'buona'.Salvo per i lavoratori ed i professionisti.Interessante notare come le elites alla guida di questa 'rivoluzione falsa' si presentino come 'amichevoli,umili,alla mano,carine,empatiche e sopratutto irraggiungibili,evanescenti' rispetto alle possibilita' di contrattazione dei nuovi 'servi della gleba',questo depotenzia sia nella realta',che nell'immaginario la possibilita' di contrastare la loro dominanza.Un dominio 'soft',mellifluo,fintamente ragionevole contro cui sara' difficilissimo scatenare la presa di coscienza dei 'nuovi sfruttati' per rovesciare quei 'paradigmi' per giungere 'alla comunione della proprietà dei mezzi di produzione' che auspicava giustamente Tibidabo.

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Alessandro 28 marzo, 2017 14:54

Penso che dovrei studiare e schematizzare questo articolo: con i colleghi oggi si è discusso di Uber, ma complice il mio soffrire di esprit de l'escalier, non son riuscito a chiarire che a mio parere le rivendicazioni dei tassisti italiani fossero condivisibili.

Come emerso dai post di altri commentatori, ci sono necessità oggettive che rendono questi servizi preferibili agli equivalenti "tradizionali", ma quando la discussione si sposta sulla comodità di utilizzo e sui cosiddetti diritti acquisiti/abusi ("i tassisti non fanno le ricevute!", diceva uno dei colleghi più esagitati nonché strenuo sostenitore di Uber) e sulla percezione del servizio delle auto pubbliche come eredità di un passato che sarebbe meglio cancellare, diventa difficile dimostrare che l'impoverimento andrebbe a danno di tutti. Secondo me questo dimostra che la propaganda e il candeggio delle menti abbiano raggiunto il proprio obiettivo.

Alla fine di queste discussioni mi trovo sempre a pensare, forse un po' cinicamente, che la realtà diventerà evidente solo quando sarà dolorosa.

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Mikez73 27 marzo, 2017 14:59

Segnalo: https://www.lemacchinevolanti.it/approfondimenti/la-bolla-della-silicon-valley

La bolla della Silicon Valley

27.03.2017 | I colossi del tech operano in perdita per eliminare la concorrenza: un modello di business che rischia di esplodere.

La metafora era troppo bella per non sfruttarla. San Francisco, fine 2013: un autobus nuovissimo e tirato a lucido percorre le vie del centro trasportando un paio di dozzine di lavoratori dell’hi-tech. Si sta dirigendo a sud, nella cittadina di Mountain View, contea di Santa Clara, nota per essere il quartier generale del colosso Google. È una strada percorsa tante volte, perché la multinazionale offre da tempo un servizio di shuttle privato per i dipendenti-pendolari. Ma quel giorno succede qualcosa di inaspettato: una folla inferocita, composta da persone di ogni razza ed estrazione sociale, con cartelli e fischietti in mano, si presenta a un incrocio e blocca il passaggio del mezzo. L’accusa è chiara: la presenza sempre più massiccia degli strapagati lavoratori della Silicon Valley rende la città californiana insostenibile per i normali cittadini, diventando sinonimo di “gentrificazione” e “inflazione”. Un manifestante fora un pneumatico con un punteruolo; un altro addirittura infrange un finestrino con un sasso.

È da questo episodio che è partito Douglas Rushkoff, massmediologo di fama mondiale, per scrivere il suo saggio Throwing Rocks At The Google Bus (non ancora tradotto in italiano), in cui analizza il lato oscuro dell’economia di internet e del business model di molte startup esplose in questi anni. Ed è una metafora che fa comodo anche a noi, viste le recenti proteste dei tassisti contro Uber ma anche la fascinazione nei confronti della Silicon Valley dell’ex premier Matteo Renzi, che ancora di recente si è recato in California per studiarla da vicino.

Rushkoff (celebre per aver associato per primo, vent’anni fa, la parola “virale” a quei contenuti che si diffondono sul web con la rapidità di un virus, e che ha pubblicato in italiano Programma o sarai programmato, uscito con Postmedia Books nel 2012) non è tra gli aedi del progresso a tutti i costi, ma non adopera nemmeno il linguaggio caustico e talvolta apocalittico di Evgeny Morozov (L’ingenuità della Rete), di cui pure condivide molte argomentazioni. Parlare con lui è piuttosto il modo per fare il punto sul funzionamento del capitalismo avanzato di cui la California è incubatrice, come contraltare alla visione edulcorata che viene spesso descritta sui media.

È il “modello estrattivo” di questa nuova economia tecnologica – che punta solo a risucchiare soldi dal sistema senza sviluppare l’economia reale – ciò che Rushkoff trova discutibile. Una “trappola della crescita”, in cui l’aumento vertiginoso delle quote di mercato e della capitalizzazione in borsa dei colossi della Silicon Valley dovrebbe equivalere a un effettivo buono stato di salute.“Questo modello sta in piedi su un sistema monetario basato sui debiti, nel quale bisogna restituire alle banche centrali di più di quanto hanno prestato”, spiega Rushkoff. “Il risultato è che in questo business l’ossessione per la crescita costante e l’aumento di capitale avrà sempre la priorità su qualunque altra cosa”. Una sorta di immenso schema Ponzi, perfettamente legalizzato. […]

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L'immeritocrate 16 marzo, 2017 16:05

La cosa più (tragi)comica in tutto questo, come notato nei commenti, sono i miei colleghi che si sentono al sicuro perché loro hanno studiato e hanno il CV lungo. Poi tocca andare a lavorare nelle startappe 20 ore al giorno senza ferie e con stipendi da fame. Ma non capiranno. Se non mi sbaglio, "If there is hope, it lies in the proles". Ed è vero.

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sergio 17 marzo, 2017 15:11

Gentile @L'immeritocrate, nelle sue parole mi pare di cogliere una certa acredine, se sbaglio Le chiedo già da ora scusa, ma Lei probabilmente ha solo una sensibilità diversa (o pensa di averla) rispetto a quelli con CV lungo e articolato, certo alcuni come Lei dice saranno al riparo da questa crisi, ma altri no.

Questa crisi ancor prima che economica, è una decadenza di valori e per mio parere quindi ancora più profonda subdola e pericolosa, e qui se ancora non fossi stato abbastanza chiaro si stanno "comprando" la nostra anima, e molti, ed è questa la grande novità, sono ora disposti a monetizzarla.

Nelle parole sharing si racchiude il meglio ed il peggio della società, come descriveva il Pedante c'è una condivisione buona, dove alla base esiste una umanità pronta a mettersi in gioco per un comune obbiettivo rinunciando/condividendo del proprio , e c'è una sharing economy che sfrutta e spreme sino all'ultima goccia di sangue le persone facendo leva su bassi istinti, legati ad una pura competizione, relegata seppur con paroloni in inglese e dotte ed articolate spiegazioni, ad una "semplice" lotta tra poveri, dove i diritti sono monetizzati e monetizzabili, e ne stia certo produrrà alla fine una società se possibile ancora peggiore.

La lascio con le parole di una grande persona che la sharing l'ha applicata nei fatti:

" Never worry about the numbers. Help one person at time an always start with the person nearest you"

Per i "diversamenti" inglesi come il sottoscritto, fornisco la traduzione.

"Non preoccuparti dei numeri. Aiuta una persona alla volta e inizia sempre con la persona a te più vicina"

Madre Teresa di Calcutta

Saluti

Sergio

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NicolaTE 17 marzo, 2017 21:22

Gentile @L'immeritocrate,

se il suo commento si riferisce al mio, posso dire di essere perfettamente d'accordo con Lei.

Le nuove aziende innovative fanno incetta di manovalanza gggiovane e moderna non meno di quanto i caporali del settore primario sfruttino i braccianti.

Ma i ragazzotti ci cascano una volta, poi stanno attenti. Se hanno alternative. Sennò... avanti col volontariato. Però si può mettere a curriculum un'interessante collaborazione!

Ogni riferimento alle false partite IVA dei servizi è puramente casuale.

Io, in tutta onestà, non sono troppo d'accordo con Orwell. Penso ci siano anche altre classi sociali che possono contribuire. Anzi, penso proprio sia necessaria un'alleanza tra diverse classi sociali, o parti di esse, per uscire da questo pantano europeo.

NicolaTE

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L'immerit. 19 marzo, 2017 13:17

@sergio: chiedo scusa per il commento apparentemente piuttosto ermetico, ma se Il Pedante è pedante, anche io non scherzo. Ho detto *si sentono* non *sono* al sicuro. E io il CV lungo ce l'ho, volendo essere presuntuoso, ma se mi chiede cosa so di sapere è solo che "non sono al sicuro". Condivido in toto quello che dice, escludendo le parole di MTdC, che mi sembrano invece giustificare un certo tipo di candeggio delle coscienze piuttosto popolare. Senza voler dare alcun giudizio sul personaggio, che non conosco se non per sentito dire. Ma appunto, perlomeno senza conoscere il contesto, non mi piacciono granché.

@NicolaTE: vorrei condividere il suo relativo ottimismo, e sulla definizione di "proletariato" credo siano stati versati fiumi interi di inchiostro (che non ho letto). Io interpreto quella parola soprattutto come "esclusi", e gli sforzi del potere per dividere gli esclusi in categorie (i gay, per ora, qui davanti, i disoccupati da una parte, gli immigrati dall'altra ancora, i vecchi in fondo, le famiglie, i giovani studiati, quelli non...) mi fanno pensare che la mia sia un'interpretazione corretta.

Sta di fatto che il mio irrilevante commento è nato da un momento di particolare frustrazione dopo aver conosciuto l'ennesimo piddino universitario che mi spiegava quanto sono cattivi i populisti. Io e i miei colleghi accademici (come forse lei?) siamo molto più esposti al magico modo del transnazionalebello, evvivaleuropachecifinanzianoncomelenazionibruttechefannolausterità e via di simili amenità. Non serve grande sforzo, all'università, per appiattirsi sui luoghi comuni più beceri. Io per primo sono qui soprattutto per una serie di coincidenze (ricordo distintamente il momento in cui mi imbattei in Bagnai su "Come don Chisciotte" mentre cercavo di capire perché mi era così difficile tornare in Italia). Insomma, senza voler spalare merda gratuita sui miei molti colleghi bravi e ragionevoli, non credo che un significativo impulso verrà, nel complesso, da un ceto in definitiva troppo colluso con chi ci* opprime. Se non fossero bravi nel divide et impera, non saremmo qui a parlarne. Forse lei ha l'incerta fortuna di lavorare in Italia, e posso immaginare che l'atmosfera sia diversa là. Sarebbe bello.

Concludo con una citazione di una credenza drusa in cui mi sono recentemente imbattuto: "Ermete Trismegisto, il fondatore dell'astronomia, afferma che rivelare una verità a chi non è pronto ad accoglierla significa commettere tre peccati contemporaneamente: porta a non credere alla verità, a pensar male di chi la enuncia e a ritenere che la verità sia una sciocchezza." Non condivido appieno il sottile cinismo di questa affermazione, ma penso sia comunque qualcosa su cui riflettere.

* uso il pronome alla prima plurale perché, e spero sia ovvio, anche l'accademia è fatta di sfruttati, benché spesso collusi con il sistema che potremmo genericamente definire neoliberale. Io sono tendenzialmente non violento, oltre che pigro, e l'ultimo dei miei desideri è contribuire ad ulteriori divisioni della nostra società già a pezzi.

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NicolaTE 22 marzo, 2017 00:36

Gentile @L'immeritocrate,

sì, un minimo di ottimismo mi consente di svegliarmi meglio la mattina, inutile mentire. Probabilmente, ma spero di no, sarà mal riposto. Non nego di averne bisogno, quindi potrebbe anche essere una sorta di autoinganno che coscientemente pratico per migliorare un poco le mie giornate.

Tuttavia mi permetto di non condividere con lei la fiducia che ripone negli esclusi. Non perché non li ritenga capaci o meritevoli, o non sufficientemente arrabbiati, ovviamente.

Semplicemente perché ritengo che anche all'interno di questi esclusi, di cui non mi vergogno di far parte, penso siano presenti rimbaldi e manigoldi. Tanto quanto lo sono i nostri aguzzini. Tra gli esclusi, miei colleghi ad esempio, conosco persone che ambiscono solamente a migliorare la propria posizione, infischiandosene del resto.

Esempio pratico: lavoratore precario che, una volta assunto a tempo indeterminato (magari in un'Amministrazione pubblica), dimentica le lacrime versate e, sistemato il proprio orticello, sotterra l'ascia di guerra.

Enorme differenza vedo inoltre tra i lavoratori dipendenti e gli altri operatori economici.

Artigiani, liberi professionisti, imprenditori una volta facevano rima - nell'immaginario comune - con Lira, oggi con debito.

Chi ha un reddito fisso, praticamente inerodibile nella situazione deflazionistica attuale, punta sempre e comunque a pagare meno qualunque cosa.

Inoltre vorrei confrontarmi con lei, e con tutti quelli che vorranno partecipare, su un tema particolare che è emerso nella nostra conversazione. Spesso e volentieri, mentre litigo con amici e conoscenti parlando di politica e del nostro Paese, mi viene rimproverato di voler io mettere in atto quella strategia di divide et impera - tornando agli aborriti Stati nazionali - che lei ben descrive e che io, come lei, attribuisco all'Unione ed al capitale che ci comandano. Le è mai capitato di trovarsi ad affrontare una critica del genere? Come risponde? In effetti mi pare una contraddizione, ma non saprei bene come spiegarlo.

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L'immerit. 22 marzo, 2017 21:39

Gentile @NicolaTE,

sinceramente mi pare che lei faccia del moralismo. Al di là della meschinità o meno di alcune persone, non penso sarà quello a determinare l'evoluzione del consenso (o meno) nei confronti di un certo modo di governare. Mi sembra a dire il vero che lei cada nella trappola da cui dice di voler uscire: fare delle divisioni (in questo caso "morali") invece che guardare alla sostanza (economica, sociale) del problema. E per quanto riguarda il divide et impera tra nazioni, la ridicola e ributtante polemica attorno alle dichiarazioni di Dijsselbloom non dice già tutto? Stanno portando allo scontro tra nazioni perché hanno diviso e sottomesso i popoli all'interno delle singole nazioni.

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NicolaTE 25 marzo, 2017 00:59

Gentile @L'immeritocrate,

no, non direi moralismo. Almeno in questa occasione. In genere comunque sì, lo sono.

In effetti trovo che questa sia prima una crisi di valori e di morale, prima ancora che una crisi sociale ed economica.

Trovo che Tsipras sia un traditore del proprio popolo prima che un cattivo politico, ad esempio.

Tuttavia nel mio commento mi pare di aver invece ben individuato le categorie economiche e sociali che, attualmente, non intendono/non hanno interesse a collaborare per un vero cambiamento.

Attualmente i salariati e stipendiati non sono sottoposti alle stesse pressioni ed urgenze dei lavoratori autonomi e delle medio piccole imprese.

Ravvedo, anzi, un sostegno quasi incondizionato all'Europa ed alle politiche deflazioniste.

Mentre scrivo questo commento al TG propongono un elogio della "generazione Erasum" e dei giovani che si sentono europei non più Italiani/Francesi/Tedeschi/Polacchi.

Che tristezza infinita.

NicolaTE

Rispondi

L'immerit. 25 marzo, 2017 19:55

Gentile @NicolaTE,

non so più di cosa stiamo parlando: mi pareva volesse convincermi del fatto che l'accademia ha del potenziale "progressivo" mentre ora mi dice che i salariati sono relativamente al sicuro (immagino lei intenda nel pubblico) e quindi sostengono "l'Europa". Sulla moralità, mi pare evidente che lei confonda ciò che è ncessario (senza moralità, non ci può essere buon politico) da ciò che è sufficiente (la moralità non basta). Il Pedante mi pare ne abbia parlato, e sarebbe stupido ripetere qui peggio.

Non la prenda sul personale, ma la discussione sta perdendo interesse, glie lo dico senza nessuna acrimonia.

La saluto cordialmente.

Rispondi

NicolaTE 28 marzo, 2017 10:20

Gentile @L'immeritocrate,

perché mai io dovrei convincere qualcuno di qualcosa? Anzi, il mio obiettivo è quello di giungere ad una discussione che dia spunti di riflessione, piuttosto che metterci tutti d’accordo e poi – una volta della stessa idea – andare avanti come prima.

L’accademia ha sicuramente del potenziale progressivo, come ce l’hanno anche altre categorie sociali. Che è, appunto, un requisito necessario, ma non sufficiente.

Condivido con lei la frustrazione per l’ambiente moderno ed internazionalista che si respira nelle aule universitarie. Anche a domanda diretta, ho ricevuto risposte evasive.

D:

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NicolaTE 16 marzo, 2017 13:33

Buongiorno signor Pedante,

le scrivo per farle i complimenti.

Come già detto da molti, in molti articoli, lei riesce benissimo a cristallizzare e definire le idee che vagano fumose per i lobi cerebrali.

Una curiosità, se posso permettermi. Lei che tipo di formazione ha?

Nel corso della mia vita ho avuto la fortuna di incontrare Uomini come lei ed ho sempre notato un dettaglio:

o sono persone molto istruite o non lo sono per nulla.

Pare che l'acume non ami la moderazione.

Un caro saluto ed un forte invito a continuare.

Grazie,

NicolaTE

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Il Pedante 17 marzo, 2017 11:03

La ringrazio per i complimenti, ma Lei sopravvaluta il mio "acume". In ogni caso, ho una laurea in discipline letterarie e un diploma in conservatorio.

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Roxgiuse 19 marzo, 2017 01:24

Gentile @Il Pedante, allora possiamo dire per nulla istruita nei paradigmi socioeconomici. Ed infatti le vette di lucidità ed essenzialità si toccano quando si conosce alla perfezione la materia o quando, dotati del suo acume e della sua "intellettualita'", cioè la capacità di sistematizzare e rendere coerenti ed organici gli eventi, non la si conosce per nulla. Complimenti comunque. Per la capacità di andare alla radice delle tematiche per me lei vale un Bagnai o un Cesaratto.

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Sergio 16 marzo, 2017 08:07

Nel ringraziare il Pedante e voi tutti per le possibilità che date con i vostri commenti, col cercare di capire e interpretare questa società così complessa vorrei aggiungere un pensiero preso da un libro di Henri Barbusse "Il fuoco", che dipinge con un tratto di triste consapevolezza la società/popolazione di allora, e secondo me ancora oggi attuale.

" lo spettacolo di questo mondo ci ha finalmente offerto, senza che potessimo difendercene, la rivelazione della grande realtà: una differenza che si delinea fra le creature, una differenza ben più profonda e con fossati più insuperabili di quelle delle razze, la divisione netta, tranciata - e questa sì veramente irremissibile - che vi è nella popolazione di un paese, fra quelli che approfittano e quelli che penano......quelli a cui si richiede di sacrificare tutto, che danno sino all'estremo il loro numero la loro forza, il loro martirio e sui quali camminano, procedono, sorridono e riescono gli altri..."

Saluti a tutti voi

Sergio

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Erressesse fìd lover 05 marzo, 2017 10:27

Caro Pedante,

ti scrivo qui in un commento a causa dei miei poveri mezzi; infatti non ho mai sentito parlare di fèisbuck ed ho spesso chiesto in edicola se potevo comprare un tuitter. Brucerò tra le fiamme dell'inferno del digital divàid.

Ma bando alle ciance... ti segnalerei che i feed RSS/Atom del Pedante mi riportano inesorabilmente agli articoli in inglese, anche se faccio ogni sforzo per partire (nell'aggiungere il feed al mio lettorino Sage in Firefox) dalla pagina in italiano.

Forse che i feed dipendono dal biscotto tecnico (e Sage lo ignora)? Forse che non ho capito nulla (e succede spesso purtroppo) e ti sto solo molestando? Debbo tornare in edicola?

Grazie per la pazienza

R.S.

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Il Pedante 05 marzo, 2017 14:45

Ha fatto bene a segnalarmelo.

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giuseppe 02 marzo, 2017 16:20



In un lontanissimo viaggio nella vecchia unione sovietica avvenuto nel 1989, una delle cose che mi colpì di più tra le innumerevoli differenze della loro vita con la nostra, fu vedere per le strade di mosca le macchine private all’improvviso inchiodare nel traffico per fare inversione di carreggiata, perchè dal lato opposto della strada era comparso qualcuno che facendo un segno convenzionale con le mani, stava chiedendo un passaggio auto – proprio come descirtto nell’articolo, per racimolare qualche altro rublo, un moscovita mentre tornava a casa a fine lavoro, poteva benissimo decidere di andare a riaccompagnare un suo concittadino all’altro capo della città.

Uber già esisteva da moltissimo tempo.



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Mikez73 03 marzo, 2017 16:52

Gentile @giuseppe,

benché l'URSS resti un esempio (o un monito) preclaro per questi nostri disgraziati tempi, nel suo esempio c'è una piccola ma decisiva discrepanza: certo, a livello micro del singolo individuo la motivazione è la stessa di allora, risolvere un problema di scarsità monetaria. A livello macro però cambia tutto, allora non c'era un terzo intermediario, che ci lucra pure sopra, come Uber oggi. Terzo peraltro che in virtù della natura informatica del proprio servizio e del fatto che agisce a livello planetario, ha potenzialmente sia una posizione monopolista mostruosa nel proprio ambito, sia un potenziale di controllo (dei movimenti degli utenti) che in confronto la vita sotto il regime sovietico potrebbe essere una passeggiata di salute.

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L'immerit. 20 marzo, 2017 21:43

Gentile @Mikez73,

sull'imperfetta analogia tra la presente situazione e l'URSS, segnalo il post di Barra Carracciolo:

http://orizzonte48.blogspot.ch/2016/07/ue-eurss-no-totalitarismo-neo-liberista.html

a mio avviso sempre ottimo per chi ha la pazienza di leggerlo (personalmente, lo trovo faticosissimo, ma mi mancano totalmente le basi in materia).

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Mikez73 26 marzo, 2017 00:37

Gentile @L'immerit.,

grazie! visto il commento solo adesso… anche per me il sito di Orizzonte 48 è alquanto faticoso, soprattutto sotto l'aspetto tipo-grafico - da questo punto di vista il Pedante è quasi inarrivabile. Quel post comunque mi sembra molto buono, grazie per la segnalazione.

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Enrico 01 marzo, 2017 17:18

Ammetto di essere ignorante in materia, e se possibile mi piacerebbe capire meglio:

"...se il vantaggio regolatorio e fiscale della sharing economy poggia sulla natura non lucrativa delle attività coinvolte.."

quali sarebbero questi vantaggi ? sia chi offre b&b attraverso airbnb che passaggi attraverso uber riceve pagamenti con carta di credito, tutti tracciabili, e non mi risulta ci siano detrazioni o deduzioni per questo tipo di redditi. Il vantaggio regolatorio mi sembra ragionevole che scali con le dimensioni dell'attività, e per quanto riguarda i requisiti (stato dell'auto, fedina penale, etc.. licenza a parte, ovviamente) che devono rispettare gli autisti di Uber, che io sappia, non sono minori di quelli dei tassisti.

"...tra le grandi città che hanno pesantemente normato e limitato l'home sharing si annoverano già noti ricettacoli di marxisti come San Francisco, New York, Londra e Amsterdam."

Anche in Italia il b&b è dettagliatamente normato e so per esperienza diretta che airbnb è attivissimo a Londra, e basta vedere sul sito che ci sono moltissime proposte anche nelle altre città da lei citate, in che senso è stato limitato ?

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Il Pedante 01 marzo, 2017 19:32

Però mi perdoni. All'ultima domanda rispondono i link nel testo (se ha notizie diverse o integrazioni ce le comunichi pure), alla penultima Google. Il tassista fa servizio pubblico, ha un'abilitazione specifica, ha obbligo di tasso alcomemico zero, di collaudo annuale del mezzo, di universalità del servizio ecc.

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Nicola 28 febbraio, 2017 21:10

Sei un grande.

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a perfect world 28 febbraio, 2017 20:03

Sharing Economy! Piu' si diventa ricchi, piu' si estende il proprio spazio privato, in apparente contraddizione al postulato che l'uomo e' un animale sociale. L'immenso successo dell'automobile (prima industria del mondo!) non e' perche' ti porta da A a B. E' che porta TE, DA SOLO o CON CHI VUOI, da A a B. Chi diavolo si comprerebbe una "bella macchina" se sapesse che dovra' sempre condividerla? Solo Vecchie Pande, e bye bye industria dell'auto! Il capitalismo che fagocita se stesso.

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Bombadillo 27 febbraio, 2017 23:16

Carissimi,

tento di rispondere agli stimolanti interventi che si sono succeduti.

In primo luogo, bisogna dare una giusta prospettiva alla questione del moralismo.

Da sempre, il moralismo è l'arma dei nostri avversari e non è a noi che dev'essere rimproverato.

Del resto, il moralismo è protestantico, e tutte queste idee nascono da quel primo errore (e, non a caso, in quei luoghi e in quelle culture).

Tra le altre cose, sarebbe etico , virtuoso, morale, ad es., trasportare e montarsi i mobili da soli, mentre sarebbe da "debosciati", da scansafatiche, l'idea di voler un mobile già montato e trasportato a casa propria.

Ovviamente, come al solito c'è una "strana coincidenza" tra ciò che si pretende morale e ciò che comporta rarefazione monetaria: appunto, fare a meno del lavoratore che dovrebbe trasportare e montare il mobile.

Questo può dare una risposta anche ai "decrescisti", nel senso che per me potrebbe pure andar bene una decrescita dei beni prodotti (così facciamo contenti gli ambientalisti), ciò che non mi va bene, tuttavia, è una decrescita dei servizi, e quindi del lavoro. Meno merci, ma molto più servizi/lavoro, così prendiamo due piccioni con una fava: facciamo salire il pil e salviamo il gufo maculato.

Per il resto, ci mancherebbe altro che il singolo consumatore debba andare dove paga di più per scelta morale o che il singolo imprenditore debba pagare di più i propri dipendenti per scelta morale. O che entrambi debbano fare altrettanto perché "se fanno tutti così ne avremo un vantaggio". Col cavolo. E invece lo Stato -come avevo già scritto- che deve fare delle scelte politiche, ad es., per non consentire mega-attività che vendono quantità enorme di merce con un numero ridottissimo di addetti, etc., etc.

Il singolo cerca la sua utilità individuale, mi pare scontato. Se tutti pagano un bene (o retribuiscono un lavoratore) X, e io lo pago (o retribuisco) X/2, ho un vantaggio competitivo.

Quando, però, il singolo diventa attore politico, quando deve esprimere un'opinione, quando deve schierarsi a favore di una scelta politica o della sua opposta, il discorso cambia. In quel caso non può più ragionare in maniera settoriale, vedendosi solo come un consumatore (e non anche contemporaneamente come un lavoratore) oppure solo come un imprenditore che ha bisogno di produrre e non anche di qualcuno a cui vendere. Altrimenti farà la scelta sbagliata, ancora una volta non moralmente, ma contro il proprio interesse.

Insomma, una volta che la grande distribuzione c'è, uno ci va. Una volta che la normativa ti consente di precarizzare il lavoratore, uno lo precarizza. E' normale. Ma bisogna fare un passo indietro, e chiedersi da che parte si stava prima che certe scelte fossero compiute.

@Albero T, secondo una ricostruzione Cacciari sarebbe uno di quelli che giocano ad anticipare la venuta dei tempi ultimi, a far terminare il ciclo.

@Antonio, la questione della scuola a casa è molto più complessa e non si basa su motivazioni economiche.

Anzi, se potessi rinascere, credo che mi occuperai di quello. Cioè tenterei di fondare una scuola, dalle elementari al liceo, perché mi pare la cosa più importante e utile da fare.

Tom

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Pippo 28 febbraio, 2017 10:05

Gentile @Bombadillo,

Caro Bombadillo, la decrescita è un'operazione di spin, e te ne accorgi anche dalle dichiarazioni dei diretti interessati:

"Anzi penso che il difetto della sinistra sia voler estendere alle classi subalterne i modelli di comportamento di quelle dominanti: più salario per poter comprare più cose"

Maurizio Pallante

http://www.lastampa.it/2014/01/17/cultura/tuttolibri/nei-monasteri-la-decrescita-una-via-felice-qdOuMvsfTPuS6bhC3qSRWN/pagina.html

Ma ce lo ha detto Bagnai che siamo in una crisi di domanda e non di offerta; Quindi ha ragione Bagnai o Pallante? Vogliamo limitare ulteriormente la domanda limitando ulteriormente il salario dei lavoratori?

C'è qualcuno che lo ha capito oppure no?

Per Pallante e soci il salario dei lavoratori è sempre troppo alto, deve essere ulteriormente compresso, nonostante precarietà, disoccupazione, competitività sul costo del lavoro, euro, ecc. E cosa sta facendo adesso la nostra "sinistra" europeista piddina?

Per quanto riguarda le "scelte" dei singoli, è obbligo ribadire che, a parte pochi fortunati che se le possono ancora permettere, sempre più imprenditori e consumatori sono OBBLIGATI (gli imprenditori dalla competitività, i consumatori dal ridotto reddito) a scelte che magari avrebbero evitato in condizioni normali; per quanto riguarda l'apparente ovvietà che a prezzi più alti corrispondano salari dei lavoratori più alti, si veda il prezzo dell'iphone costruito con il lavoro schiavista cinese; e questo è solo un esempio, ce ne sono migliaia di altri dove potete verificare che ad un prezzo più alto NON corrispondono diritti e salari dei lavoratori più alti.

Sui "più servizi e meno merci" ci sarebbe anche qui da discutere; anche perché tu hai portato un esempio di un servizio, il montaggio di mobili, che non avrebbe alcun senso senza la merce comperata, i mobili appunto.

Ma anche qui ritorniamo nel moralismo decrescista falso ambientalista; allora cosa facciamo, ci dividiamo una macchina in 4 per fare i virtuosi? invece di comprarci una casa tutta nostra abitiamo in 4 famiglie in un unico appartamento di 30 metri quadrati? Guarda che questi modelli di comportamento io li vedo già dove abito, e non sono sinonimo di virtuosismo, ma di povertà e miseria; ad esempio quando vedo 20 immigrati clandestini stipati in alloggi da 50 metri quadrati.

Semmai cerchiamo di fare in modo che lo sviluppo abbia un ridotto impatto ambientale, attraverso ricerca e sviluppo PUBBLICHE, sotto il controllo dello STATO, capaci di costruire merci sempre più ecocompatibili.

L'ambientalismo antiumano odierno però è solo un prodotto dell'elite globalista. E sotto ogni emergenza ambientale c'è la puzza del malthusianesimo mondialista e della ristrutturazione "ultima" dei rapporti sociali.

I keynesiani stessi hanno sempre dato la priorità allo sviluppo del benessere umano e in seguito, quando il benessere fosse stato abbastanza diffuso, solo allora ci si sarebbe occupati della riduzione dell'impatto ambientale. Altrimenti il modello "virtuoso" diventa quello del feudalesimo agricolo delle epoche passate oppure quello dei paesi arretrati del Terzo Mondo.

Rispondi

Bombadillo 28 febbraio, 2017 11:35

Caro Pippo,

come diceva Thor-Guzzanti, dopo aver parlato con Odino: c'ho capito e non c'ho capito.

https://www.youtube.com/watch?v=dr_BfnjMMhI

Comunque, ovviamente non sono decrescista e non credo -né ho mai sostenuto- che se un bene costa di più, rispetto ad un altro equivalente, è perché pagano di più i lavoratori. Credo, tuttavia -anzi, sono sicuro: visto che le persone non sono fantasmi e non sono trasparenti-, che se il medesimo bene (è questo il punto: il medesimo bene) al negozietto di giocattoli di fronte al parco lo pago il 20% in più che all'ipercoop di Japigia o il 10% in più che da Io bimbo sull'estramurale (i diversamente baresi dovranno fidarsi sulla parola), è per via della differente proporzione tra quantità di merce messa in vendita e quantità di venditori/lavoratori. Parlavo, infatti, della distribuzione, e non della produzione. Ed era solo per fare un esempio, un parallelo con la questione dei trasporti, e l'inganno del vantaggio immediato che si trasforma in un boomerang nel lungo periodo.

Anch'io spesso vado all'iperccop, se devo comperare un giocattolo, invece che al negozietto, per risparmiare.

C'è da dire, però, che quando ho comperato l'altalena da giardino per la bambina, il negozietto aveval'addetto che l'ha trasportata e l'ha montata, le altre realtà citate no.

C'è da aggiungere, inoltre, che due volte all'anno, sotto Natale e prima dell'estate, il negozietto, che ha un cortile esterno, offre un ciclo di spettacoli settimanali per bambini: micromagia, burattini, cose così. Perché la piccola distribuzione può avere anche un ruolo sociale "di quartiere" che invece la grande distribuzione che, per definizione, non si rivolge ad un singolo quartiere, non può avere.

Quindi, c'ho capito e non c'ho capito....ma di certo rimango per la piccola distribuzione.

Tom

Rispondi

Pippo 28 febbraio, 2017 17:59

Gentile @Bombadillo,

Mi fa piacere che tu non sia un decrescista che trova moralmente giusto e socialmente conviviale vivere di privazioni e bassi salari.

Sono cose interessanti quelle che affermi, difatti non ho mai detto che sono contro la piccola distribuzione, né a favore della grande distribuzione, ci mancherebbe. Ho detto che molte persone, purtroppo, a causa dei redditi bassi, sono COSTRETTE a comperare merce low cost, tutto qui. NON E' QUASI MAI UNA LORO SCELTA.

Poni il caso ad esempio che io ho un lavoro precario che mi scade tra 3 o 6 mesi. Nella mia testa penso solo a risparmiare, penso alla disoccupazione, ad accumulare un piccolo risparmio per quando non avrò più un lavoro. Se trovo lo stesso giocattolo che all'ipercoop costa il 20% in meno, istintivamente vado all'ipercoop, così col 20% di risparmio mi compro qualche pacco di pasta alla lidl; oppure al giocattolo ci rinuncio proprio anche se lo trovo scontato. Ho detto inoltre che, nel mercato completamente deregolamentato attuale, non è detto che una merce che costa di più sia quella che proviene da una tutela del lavoro maggiore; a volte è così, ma non sempre. Per il resto dico e ribadisco, da keynesiano, che il controllo dell'economia dovrebbe essere nazionale, che la produzione di merci dovrebbe ridiventare nazionale, che ci dovrebbe essere un controllo delle importazioni, che il salario dovrebbe essere tutelato, così come il lavoro fisso. tutto questo porterebbe ad una CRESCITA ECONOMICA SANA.

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antonio 28 febbraio, 2017 21:07

Gentile @Bombadillo, vero che non si basa su motivazioni economiche

Dall'articolo di repubblica.it cito: Cosa vuol dire fare homeschooling? Sono i genitori a insegnare?

"(...) Solitamente sono i genitori a fare da maestri, magari con l'aiuto di insegnanti esterni per ciò che non si conosce. Magari papà o mamme di altri homeschooler, in una sorta di reciproco scambio dei saperi. I miei bambini ad esempio studiano musica con musicisti e spagnolo con un tutor madrelingua"

A me francamente non convince un reciproco scambio e condivisione di saperi. Non mi sembra questa una risposta alla scuola-azienda o una scuola pubblica dequalificata. Sembra portare a compimento la rinuncia a un’idea nazionale di scuola. Massimo Bontempelli scrive: "Senza una valorizzazione dell’identità nazionale la scuola non può venire ancorata ad un coerente asse culturale, e la trasmissione dei saperi e dei valori si disperde." "La questione scolastica è questione di scelta dei saperi e dei valori che meritano di venire trasmessi da una generazione all’ altra. Tale scelta, per essere sensata e culturalmente efficace, non deve avere nulla di arbitrario e di soggettivo, ma deve essere radicata in un patrimonio culturale ed etico collettivo. La nazione è il deposito di tale patrimonio".

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Pippo 01 marzo, 2017 07:40

Gentile @Bombadillo,

Per far capire meglio: non è detto che una merce che costa di più sia quella che proviene da una tutela del lavoro maggiore, IN TUTTE LE SUE FASI, CIOÈ DALLA PRODUZIONE ALLA DISTRIBUZIONE. Perchè spesso nel costo ci entrano anche i profitti del management, degli investitori, che ricavano sulla delocalizzazione e sulla differenza di costo del lavoro tra un operaio italiano (o europeo, o americano), che perde per questo il suo lavoro, e uno cinese, o sulla riorganizzazione interna della produzione senza delocalizzazione, tramite l'impiego di immigrati a basso costo; quindi la differenza di prezzo A VALLE, tra la piccola distribuzione e la grande distribuzione (anche se, come te, preferisco la piccola distribuzione) non cambia di molto le cose per quanto riguarda la DEREGOLAMENTAZIONE A MONTE, e ha una incidenza marginale sulla TUTELA DEL LAVORO IN OGNI FASE DELLA PRODUZIONE; per specificare meglio: SE IL MIO IPHONE, O IL MIO GIOCATTOLO, PRODOTTI IN CINA PER MEZZO DELLA SCHIAVITÙ, io li compro dal piccolo distributore pagandoli il 10% in più, non cambia poi molto la questione; se, alla fine, rimango disoccupato perché la mia azienda di giocattoli dove lavoravo ha delocalizzato in Cina, o il mio lavoro è sottopagato e precario qui in Italia, alla fine non potrò più permettermi né Iphone né giocattoli per mio figlio. E tutto questo avrà un feedback negativo sull'economia nazionale.

Rispondi

Bombadillo 01 marzo, 2017 09:23

Caro Antonio,

per me il problema non è la dequalificazione -anche perché non credo che la scuola lo sia-, ma l'ideologia imperante.

Sono d'accordo che è un problema nazionale, ma, nel frattempo, uno che ha il problema pratico di dover mandare il figlio a scuola, e di non volere che sia indottrinato dal ministero della verità, che cosa fa?

Magari, si attrezza con altri genitori che, ovviamente, la pensano come lui.

Quindi non è tanto una condivisione di saperi: il tizio si sarà espresso così perché avrà voluto inserire un'espressione politicamente corretta in un discorso politicamente scorretto, per risultare più accattivante. Piuttosto, è una forma di "legittima difesa" nei confronti dei propri figli.

Poi è chiaro che, se ti manca una professionalità, devi fare a scambio con qualcuno.

Ma il punto non è questo. Il punto è riuscire ad evitare l'indottrinamento ideologico.

Io non credo che la soluzione sia la scuola a casa, perché, a mio avviso, la dimensione socializzante dell'esperienza scolastica ne esce troppo sacrificata.

Per questo ti scrivevo che avrei voluto fare io una scuola privata....in effetti, una decina di anni or sono, stavo quasi per farla, poi i soggetti coinvolti stupidamente non si misero d'accordo, e non se ne fece niente.

Quindi, per me non è una questione di metodo. Anzi, per me, nel metodo, è molto meglio la scuola...a scuola, che non quella a casa. Ma è una questione di merito. Insomma, di evitare l'indottrinamento alla Boldrini e co.

So già, ad es., che quando mia figlia inizierà a studiare storia dovrò fare da contro-insegnante.

Tom

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Antonio 01 marzo, 2017 10:37

Gentile @Bombadillo, una breve replica. Non possiamo aprire qui un dibattito sulla Scuola, perché il tema proposto dal prezioso padrone di casa è diverso. Di scuola dequalificata parlava la persona intervistata da repubblica.it. Che appunto non si poneva nessun problema rispetto a motivi ideologici. Ad essere accattivante è il tema dell'articolo dedicato all'homeschooling. Un modo per sottolineare le mancanze della scuola pubblica brutta e cattiva e per riproporre in un ambito diverso il tema della condivisione virtuosa come risposta di individui brillanti e pieni di iniziativa, capaci di rispondere in proprio alle carenze del pubblico, senza piangersi adddosso.

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Il Pedante 01 marzo, 2017 11:15

Cari amici, sono stato introdotto all'esistenza dell'educazione parentale da poche settimane attraverso il mio socio, che traslocando spesso tra paesi diversi vorrebbe educare così le sue bimbe. Onestamente non ne farei una questione ideologica, ciascuno fa per i propri figli ciò che può e che ritiene migliore, stando allo Stato il compito di certificare la preparazione degli studenti. Io il mio diploma in conservatorio l'ho preso senza mai frequentare il conservatorio, per dire. Certo, è deplorevole se anche questa possibilità (che pertiene la libertà intellettuale) è strumentalizzata per buttare fango sulla scuola. Ma nelle teste bacate tutto si fa bacato, sono gli stessi che prostituirebbero anche il meteo per dire che lo Stato è brutto (governo ladro ecc.).

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Bombadillo 01 marzo, 2017 13:07

...sì, Antonio, se questo era il senso dell'articolo, che non avevo letto -e non leggerò mai, perché, per principio, non leggo Repubblica-, non posso che essere d'accordo con te.

Di contro, l'unica persona che conosco che vorrebbe realizzare nella mia città questo tipo di progetto è spinto esclusivamente dalle motivazioni di cui ti riferivo. Insomma, per evitare l'indottrinamento gender, aut similia, e per evitare di sentirsi dire che VMII ha liberato i meridionali dall'oppressione dello straniero spagnolo.

E, se devo dirla tutta, se il tipo ha cinque figli, non escludo che, a prescindere da come l'ha presentata il giornalista di Repubblica (o, magari, da come l'ha strumentalmente presentata lui, pur di essere pubblicato su Repubblica e diffondere l'iniziativa), le sue motivazioni non fossero "pubblico-brutto".

Insomma, volendo essere pubblicato su Repubblica, non è che poteva dire al giornalista che lui ha fatto la scuola a casa perché è "omofobo"!

Tom

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Roland 01 marzo, 2017 19:12

Gentile @Il Pedante,

...è breve da leggere:

http://www.pedro.it/webs/millelireonline.it/e-book/Chiudiamo le scuole.pdf

So che è OT, ma tant'è... anzi è parte sostanziale della causa unica di tutti i problemi: la conoscenza discriminante.

Saluti a tutti.

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antonio 03 marzo, 2017 14:04

Gentile @Bombadillo, se FQ è per te potabile, segnalo http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/03/03/homeschooling-lesperienza-della-descolarizzazione-diventa-un-film-evento-figli-della-liberta/3427814/

A mio avviso questa non è libertà. Né possibilità di sottrarsi a indottrinamento. Come qualcuno scrive nei commenti, immagina un figlio che studia secondo i principi del creazionismo, dell'integralismo. Quindi non sottovaluterei la controscuola pubblica delineata da Massimo Bontempelli, Fabio Bentivoglio, ad esempio.

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Piskarev 27 febbraio, 2017 16:33

Personalmente il discorso riguardante la sharing economy mi ha sempre provocato una certa tristezza; a mio parere nasconde, dietro alla premessa di una maggiore quantità di "contatti", un progressivo deterioramento della qualità degli stessi, il tutto comunque subordinato ad un "movente" di tipo economico, che viene successivamente quasi nascosto in secondo piano dietro alla "bellezza della condivisione", (per gli amanti del cinema potremmo definirlo una sorta di macguffinn). Per farla breve, nel linguaggio economico, un assortimento più ampio di contatti/relazioni, meno profondo dal punto di vista umano.

Mi vengono in mente, in questi casi, alcune parole di g. anders: "non sono più insieme, ma ormai soltanto l'uno con l'altro, anzi l'uno accanto all'altro, meri spettatori". Dovremmo chiamarla "juxtaposing economy". saluti

ps: complimenti di cuore a tutti, autore del blog e lettori, per gli interessantissimi spunti su cui riflettere.

Rispondi

Antonio 27 febbraio, 2017 15:52

Arrivano gli homeschooler

http://www.repubblica.it/scuola/2017/02/27/news/_io_e_i_miei_cinque_figli_una_classe_in_casa_cosi_diciamo_basta_a_compiti_e_pagelle_-159324522/?ref=RHRS-BH-I0-C6-P8-S1.6-T1

Rispondi

pasquale laporta 27 febbraio, 2017 13:21

Articoli come questo sono il risultato di una vita dedicata al pensiero oggettivo.

Rispondi

Peter Gower 27 febbraio, 2017 13:11

Grazie.

Rispondi

Pippo 27 febbraio, 2017 12:37

La filosofia della "condivisione" e delle risorse limitate è la filosofia del neofeudalesimo, in cui non esiste più alcun sviluppo economico, non esiste più ricchezza diffusa, dove vi è una polarizzazione sempra maggiore tra ricchi e poveri, e dove, non essendoci più uno stato sociale, ai poveri viene lasciato il "potere" dell'autogestione "dar basso", DELLO SPARTIRSI EQUAMENTE LE BRICIOLE, dello sviluppo delle loro "virtù" civiche del vicinato, che si estrinsecano nell'aiutare gli anziani tramite il volontariato, perchè gli infermieri e gli asisstenti sociali pagati dallo Stato non esistono più; di riciclare il vecchio perchè non si hanno più soldi per comprarsi qualcosa di nuovo; di condividere le case e le automobili perché non si hanno più soldi né per comprarsi casa né per comprarsi le automobili. Vi è una fallacia poi nella diffusa propaganda che il benessere diffuso (portato dal keynensismo) crei egoismo e indifferenza; mentre le necessità portate dalla povertà e dalla durezza del vivere creerebbero solidarietà e "virtù" nel popolino decrescente; è questo mito morale decrecista che deve essere smontato. I cittadini non possono essere portati alla virtù tramite la fame e la disperazione. Ciò è solo moralismo, anche perchè la fame e la disperazione, che vanno spesso a braccetto con la mancanza di risorse culturali dovute a mancanza di scuola pubblica e istruzione superiore, portano sovente solo a barbarie, furti, rapine, voglia di fregare l'altro per la propria sopravvivenza, ecc. quando c'è il BENESSERE, e benessere condito di STATO SOCIALE, di SCUOLA PUBBLICA E SANITA', alla fine non mi preoccupo solo di sopravvivere, di COMPETERE, cercando di mangiare il mio vicino, ma di crescere culturalmente e umanamente; ed è questo il valore di essere umano.

Preoccuparsi per l'altro NON DOVREBBE VOLER DIRE CONDIVIDERE CON LUI GLI UNICI 4 POMODORI DEL MIO ORTO SUL TERRAZZO DI CASA, l'unica risorsa che ci è rimasta per mangiare dopo che entrambi siamo stati licenziati e abbiamo perso il diritto anche ad un sussidio di disoccupazione. Preoccuparsi degli altri dovrebbe voler dire volere il benessere per tutti, dovrebbe voler dire DARE UN LAVORO A TUTTI, dovrebbe voler dire lottare per uno Stato che amministra in modo socialdemocratico la società; Dovrebbe voler dire crescere umanamente nella solcialità, nell'espressione della propria intelligenza e creatività, all'interno di una società che crea benessere diffuso anche per tutti, SENZA PRIVAZIONI MATERIALI PER NESSUNO, e sapere che questo tipo di benessere si crea solo con l'INTERVENTO KEYNESIANO. Che l'intervento KEYNESIANO, oltre ad essere utile a tutti, lo è anche per chi vive già in relativo benessere, nel senso che poi nessuno verrà a scassinargli la porta per chiedergli di "condividere" le sue risorse.

Per quel che riguarda i limiti dello sviluppo sul Pianeta, l'altro cavallo di battaglia moralista dei decrescenti, ho letto abbastanza per essere arrivato ad avere la quasi certezza che questa solo una propaganda delle CLASSI SUPERIORI, che è stata avviata non a caso nel periodo di massima espansione delle SOCIALDEMOCRAZIA KEYNESIANA e DEL BENESSERE DIFFUSO NEL MONDO OCCIDENATALE, soprattutto dal GRUPPO ELITISTA PRIVATO CLUB DI ROMA.

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Alberto T. 27 febbraio, 2017 11:48

Gentile @silvia (Marie Antoinette), @Bombadillo @ Il Pedante Bellissimo post e commenti molto acuti.Ma anche doloroso per chi,come me ,da piccolo imprenditore come milioni di altri, ha vissuto sulla sua pelle questi passaggi epocali sentendosi impotente,vedendo gradualmente distruggere la propria attivita' settoriale e cercando di reagire partendo dalla presa di consapevolezza ad un livello piu' alto della visione del singolo caso personale..Uber,Flixbus sono solo gli ultimi arrivati. Ma prima Amazon,Starbucks,Mediaworld,McDonalds,Ikea e quello che non era internazionale era grande distribuzione nazionale.Il trasferimento di fatturati dal piccolo al grande è stato metodico,ha colpito,colpisce e colpira' ogni attivita' praticando una concorrenza sleale che sfrutta tutti i dumping possibili.L'aggressione dei prossimi settori ,portata avanti dalla robotica evoluta,sara' quella del fatto a mano e del prodotto personalizzato,l'artigianato di nicchia è avvertito.Dovremo dar ragione ad uno scatenato prof.Cacciari che ho sentito in tv dire 10 giorni fa' che 'dobbiamo distruggere l'etica del lavoro che rende schiavo l'uomo!'.Intervistatrice: 'E i disoccupati dai settori dismessi che faranno? Come sopravviveranno?' Risposta irosa del Cacciari "Faranno altro,diamine!La tecnologia non si è mai fermata ,è nell'evoluzione dell'uomo.Leggeranno libri,passegeranno all'aperto".Risposta tanto vera quanto vuota di contenuti e visione,ma lui è un filosofo ,avra' senz'altro ragione anche in economia.Ad oggi mi viene solo in mente di parafrasare Brecht."Venne la Grande Distribuzione tra lodi sperticate di entusiasta modernismo,assortimento infinito e convenienza economica.Poi cominciarono a chiudere le botteghe di alimentari ma 'avevano speculato sull'euro gli stava bene'.Poi quelle di elettrodomestici 'non avevano un grande assortimento'.Poi quelle di mobili e di abbigliamento 'poche offerte,troppo care e poi guadagnavano troppo'.Poi chiusero le cooperative dei tassisti 'troppo cari,inefficienti',una casta".Poi chiusero le piccole sale dei cinema 'pochi film da vedere e niente popcorn o megaparcheggio'.Infine un giorno fui costretto a chiudere la mia piccola libreria.E non resto' piu' nessuno a parlare dei libri,di tutte quelle piccole storie di picccoli uomini che costituivano la citta'.Ora lavoro alle spedizioni di Amazon."

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Il Pedante 27 febbraio, 2017 16:07

Il problema culturale sta proprio nel fatto che queste scelte di politica economica sono narrativamente agganciate all'evoluzione tecnologica (che quasi sempre non c'entra un fico), così da rivestirsi della ineluttuabilità della seconda.

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Tibidabo 28 febbraio, 2017 00:45

Gentile @Alberto T.,

a parte Cacciari che se uno si legge "Il potere che frena" altro che modernista supertecnologico, sta indietro di duemila anni con il suo molto rétro impero delle élite.

Parli di Amazon: quella grande distribuzione è destinata a essere superata, ormai quelle merci, libri, cd, dvd, non hanno più bisogno di supporto fisico.

Che fai, vieti la trasmissione dei file?

Carta, cd, vinile etc non servono più e non serviranno più i relativi negozietti, giusto per i nostalgici (nostalgia comprensibile sui libri, senza senso sulla musica).

Ma è proprio grazie alla nuova tecnologia e al fatto che sia diventata immediatamente (senza mediazioni) condivisibile che si stanno creando i presupposti per immaginare nuovi rapporti di produzione, di lavoro e di fruizione basati appunto sulla "messa in comune" della proprietà di quelle merci.

Nell'ambito artistico si vede in prospettiva ciò che accadrà nell'ambito del lavoro.

La chiave, nel primo, è il diritto di autore. La rete lo sta distruggendo, piano piano ci si accorgerà che è controproducente ossia la decadenza universalmente riconosciuta del livello di cultura per esempio musicale, la massificazione del gusto, sono la diretta conseguenza del diritto di autore implementato in maniera totalitaria.

Il punto essenziale è decidere se questa condivisione può o non può avvenire in maniera realmente spontanea senza che qualcuno sia il padrone assoluto della piattaforma su cui si operano gli scambi.

La rete fino adesso ha diminuito il potere di chi sta al "centro" e lo sviluppo tecnologico porterà automaticamente a compimento questa tendenza.

Alla stessa maniera per il lavoro: robotizzi tutto e poi chi te le compra le merci, i robot con il loro stipendio, programmati per andare a fare shopping?

È evidente che occorrerà qualche forma di "reddito di cittadinanza" che però è solo l'embrione di qualcosa di molto più radicale e cioè la nascita dell'idea che il "profitto", come il frutto della creazione artistica, non può più essere inteso esclusivamente come privato ma "deve" poter essere condiviso.

Anche perché chi ascolta musica sa che una cosa non è musica se "suona" ma se "appartiene a una tradizione" cioè a qualcosa che è ontologicamente "condivisione".

L'esito conclusivo di questo processo di deprivatizzazione del profitto sarà la comunione della proprietà dei mezzi di produzione.

I due concetti di base delle prossime lotte politiche saranno "condivisione" e "limitazione delle disuguaglianze".

Lo stiamo cominciando a capire e ne vediamo i primi segnali ma siamo ancora allo stadio iniziale del "torniamo al vecchio" inclusi i ritorni di fiamma di nazionalismi e protezionismi, che rappresentano la fase in cui ci si comincia a rendere pienamente conto che è l'intero sistema a essere entrato in una crisi irreversibile, non solo una delle sue versioni, quella globalista o quella nazionalista.

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Roxgiuse 28 febbraio, 2017 13:18

Gentile @Tibidabo, in effetti stiamo parlando di un servizio, il trasporto automobilistico urbano, che nel giro di pochi anni non prevederà più il lavoro, così come mille altri processi produttivi di beni e servizi. Ma senza lavoro come strumento di produzione e distribuzione di ricchezza (vale anche per i profitti, che derivano dall'estrazione di valore del lavoro) decade anche il modo di produzione capitalistico. Mi piacerebbe a tal proposito avere le considerazioni del Pedante.

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Tibidabo 01 marzo, 2017 00:03

Gentile @Roxgiuse,

ecco, sto dicendo proprio questo...che stiamo appunto cambiando i paradigmi...

Il pedante dice che le rivoluzioni dal basso non lo convincono e nel post precedente nei commenti scrive addirittura:

"È vero, la volontà di proteggere il proprio benessere escludendo chi sta sotto agisce a tutti i livelli e finisce per TRADIRE TUTTI, ovviamento partendo dal basso."

Io penso che questo discorso, così collegato al tuo, sia un doloroso ma evidentemente necessario errore, nel senso che è una inevitabile fase di passaggio.

Sai come funziona il mondo di voi umani?

Si commettono tutti gli errori combinatoriamente possibili, poi esaurite le combinazioni qualcuno, per sbaglio, comincia a fare la cosa giusta.

Stiamo proprio un attimo prima di quel punto...solo che poteva succedere in maniera un pelo meno traumatica di quello in cui avverrà...

Saluti

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Alberto T. 01 marzo, 2017 20:22

Gentile @Tibidabo, Gentile @Tibidabo, Le tue proiezioni sono interessanti e spingono in avanti i concetti della condivisione 'positiva'.Il problema è che nei processi di questa nuova economia di rete si riproducono 'logiche di profitto e di accumulo di ricchezze' nient'affatto diversi da quelli del '900.Cambiano gli strumenti tecnologici,cambiano i mezzi di comunicazione (ma fatta di contenuti piu' conformisti e manipolatori),cambiano le scale di grandezza dei mercati ma in questa fase si sono acuite in modo colossale le disuguaglianze ,ed è una fase che ha raggiunto il suo punto di rottura solo in Occidente,.Ecco il Tempo di questo passaggio epocale ha un ruolo fondamentale,non è possibile capire una fase e le sue trasformazioni,le sue contorsioni,le sue contraddizioni se non inquadrata in un arco temporale.Le reazioni neonazionalistiche sono destinate alla sconfitta ma hanno un senso perche' 'reclamano controllo' e 'identita' ,tanto collettiva quanto individuale.Tu parli di perdita di potere del 'centro' (ed è un bene) , di prossime lotte politiche basate sulla 'condivisione' e sulla 'lotta alle disuguaglianze' e lo condivido,credo pero’ tu comprenda cio' che questo comporta.Vuol dire lo sviluppo di un pensiero 'marxista 2.0' che lanci una battaglia con lo slogan 'la proprieta' intellettuale personale DEVE essere condivisa e i profitti DEVONO essere limitati'. Comporta che i CEO delle multinazionali della produzione e della distribuzione,delle Banche mondiali,quel migliaio di uomini piu' ricchi del mondo,quel migliaio di burattini politici che eseguono i loro ordini nei vari ‘centri commerciali allargati’ che una volta erano le nazioni,si spoglino volontariamente del loro monumentale egocentrismo,del loro potere,per condividere con i popoli le loro 'scoperte' tecnologiche,'che aprano i loro 'brevetti' industriali in ogni campo,che cedano (almeno) il 99% dei loro redditi a favore dell'umanita',di una umanita' sganciata dall'occupazione da lavoro e priva di reddito, altrimenti destinata alla deriva nella disperazione,oggi relegata a raccogliere briciole di sussistenza giusto per non creare disordini incontrollabili.Programma ampio e nient'affatto semplice.Seguendo la curva della Storia non ho mai visto una simile traiettoria di cambiamento del Potere,che fosse guidata dall'altruismo,dall'umanitarismo e nemmeno da un Sogno ecumenico,che non sia stata preceduta o seguita da rivoluzioni,guerre,invasioni catastrofiche (questi 3 eventi si stanno verificando).Un punto fondamentale,qui non ancora toccato,è che tutti questi beni e servizi sono 'industriali' e/o 'tipizzati' e pertanto 'globali' privi di identita' territoriale,di 'genius loci'.Su questo sara' sempre piu' vincente la dimensione qualitativa del 'Grande,per capacita' finanziaria,economie di scala e automazione spinta.Laddove il bene o il servizio sono 'tipici' a basse quantita' produttiva e alta qualita' di lavorazione si legano a un territorio (in particolare nel settore agroalimentare).Se richiedono un plus di interpretazione o mediazione professionale (ad esempio il progettista edile o d'interni come il sottoscritto) si legano alla 'relazione umana',all'ascolto,al pensiero interpretativo dei bisogni dell'acquirente. Guarda caso nelle multinazionali,la tipicita' e l'umano vengono marginalizzati oppure canalizzati con l'omologazione delle caratteristiche piu' importanti del bene prodotto o del servizio prestato.L'aver creato con l'omologazione produttiva,del gusto,della cultura,un mito di democraticita' globale è una strumentalizzazione a fini 'commerciali' a cui si crede di poter ovviare tramite la condivisione ma la partita è ancora piu' grande perche' riguarda l'identita' culturale di popoli,individui,la loro storia e i loro territori..D’altronde il paese natìo del capitalismo e di tutti suoi derivati (in senso filiale e finanziario) è prosperato sull’aggressivita’ interna ed esterna,sull’appropriazione di terre e materie prime,sulla sottomissione di popoli,sull’immigrazione di masse da sfruttare e di culture da omologare.E’ solo cambiata la velocita' di questi processi e la modalita' con cui ci viene comunicata.

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Tibidabo 01 marzo, 2017 23:48

Gentile @Alberto T.,

ti invito a rileggere quello che hai scritto dall'inizio fino a

"cambiano le scale di grandezza dei mercati ma in questa fase si sono acuite in modo colossale le disuguaglianze ,ed è una fase che ha raggiunto il suo punto di rottura solo in Occidente"

Da quello che dici sembrerebbe che "nonostante la sempre più diffusa condivisione" le disuguaglianze sono arrivate a livelli inauditi quindi la condivisione non risolve.

Scusa ma dove la vedi la condivisione, tu?

C'è l'opposto della condivisione e questo "opposto della condivisione" è precisamente ciò che ha aumentato a dismisura le disuguaglianze.

Non solo: se per condivisione ti riferisci alla sharing economy, come ha giustamente osservato Il Pedante, non si può trattare di autentica condivisione quando la piattaforma è proprietà di uno solo che fissa le regole in maniera da porsi come regolatore assoluto e quindi "padrone" rispetto ai veri "condivisori" che diventano semplicemente dei soggetti che gli richiedono un servizio dal quale progressivamente dipenderanno sempre di più...fino al giorno in cui sai che c'è?

"Il padrone della piattaforma comunica che per il superiore bene comune - di cui col vostro pieno consenso Egli è diventato il gestore unico - sarà necessario rivedere due o tre cosette..."

Quindi dopo che fin dai tempi delle enclosures la condivisione era entrata in crisi io credo (credo) di vedere i segnali di un incipiente cambio di paradigma nel modo di produzione e nelle modalità dei rapporti fra le classi.

Poi aggiungi:

"Vuol dire lo sviluppo di un pensiero 'marxista 2.0' che lanci una battaglia con lo slogan 'la proprieta' intellettuale personale DEVE essere condivisa e i profitti DEVONO essere limitati'.

Comporta che i CEO delle multinazionali della produzione e della distribuzione,delle Banche mondiali...si spoglino volontariamente del loro monumentale egocentrismo,del loro potere,per condividere con i popoli le loro 'scoperte' tecnologiche...etc etc"

Ecco, questo è un modo di pensare che non ho mai capito.

Perché l'unico modo è che "loro" facciano come S. Francesco?

Non ci trovi qualcosa di strano in questa tua pretesa?

Guarda, oggi sono in vena di generosità quindi ti risparmio i discorsi troppo lunghi.

Ti rispondo con un filmato che illustra perfettamente il senso di quello che vorrei dirti.

Come vedi c'è un dibattito pubblico fra Noam Chomsky e Michel Foucault.

Già solo per ragioni anagrafiche non potrei non tifare per il francese ma anche rimanendo assolutamente obiettivo è evidente che si trovano a confronto due filosofi che si somigliano quanto un micetto da salotto strasforbiciato somiglia a una tigre anche abbastanza incazzosa.

Allora ti linko il punto esatto in cui l'americano (che se vi vorrete guardare il filmato intero vedrete che si imbarazza come una educanda a nominare la lotta di classe) dice una cosa simile alla tua quando hai scritto che perché la condivisione si realizzi - in pace e per il bene di tutti, senza far del male a nessuno, per l'amor del cielo, non sia mai... - devono essere i CEO e i banchieri a rinunciare piamente alla loro smania di ricchezza...

...e a quel punto il francese si scoccia delle buone maniere (se volete andate a cercare 51:30 per vedere la faccia che fa quando comincia a capire che Chomsky è un po' pirla) e ne fa un sol boccone davanti a tutti...

E' da vedere tutto ma vi linko solo il clou a partire da 55:50 fino a 58:10, meno di tre minuti in totale

https://www.youtube.com/watch?v=3wfNl2L0Gf8&feature=youtu.be&t=3350

Spettacolo puro, roba de na vorta come nun non se ne vede più...

(...mais où sont les neiges d'antan?...)

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Alberto T. 02 marzo, 2017 11:15

Gentile @Tibidabo, Mi pareva d'essere stato esplicito e di concordare con le tue tesi lasciando la conclusione della mia premessa a te che pero' purtroppo fraintendi . Esattamente ho scritto "Tu parli di perdita di potere del 'centro' (ed è un bene) , di prossime lotte politiche basate sulla 'condivisione' e sulla 'lotta alle disuguaglianze' e lo condivido,credo pero’ tu comprenda cio' che questo comporta." facendolo seguire dalla considerazione che "non ho mai visto una simile traiettoria di cambiamento del Potere,che fosse guidata dall'altruismo,dall'umanitarismo e nemmeno da un Sogno ecumenico,che non sia stata preceduta o seguita da rivoluzioni,guerre,invasioni catastrofiche (questi 3 eventi si stanno verificando)". Quel " pero' " significa che la componente violenta del confronto politico a tutt'oggi esterna all'Occidente (come le guerre e le migrazioni) non la escludo affatto,anzi siamo in una fase in cui i movimenti politici antisistema accettano il 'gioco democratico' mentre le elite e le borghesie non-impoverite li aggrediscono con la calunnia,la denigrazione ostacolando il dissenso e quindi il cambiamento che cosi' bloccato,potrebbe anche avvenire in senso rivoluzionario,pur non augurandolo . Culturalmente invece differisco sulla ' condivisione' (peraltro ne convengo inesistente) come accettazione implicita dell'omologazione culturale che cosi' verrebbe accettata acriticamente ed essa è il cuore ideologico del globalismo mercantile e produttivo.Quanto al mio 'francescanesimo' sorrido : sono cristiano non un Cristo,se colpito non porgo l'altra guancia.

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Tibidabo 02 marzo, 2017 17:17

Gentile @Alberto T.,

ho capito perché questo blog si chiama "Il pedante", perché devi essere minuziosamenge didascalico.

Altrimenti non solo fraintendono ma credono che sia l'altro a fraintendere...;)

Però magari il filmato di Foucault te lo potevi guardare.

Allora, non ho mai detto che tu sei un francescano ma che ti aspetti che il cambiamento avvenga solo per vie francescane dove il termine però è un ironico eufemismo per "medio borghesemente post moderno".

Dove sei postmoderno?

Nella considerazione che "attenzione attenzione!" c'è il rischio di violenza e rivoluzione.

Scusa ma io la violenza e la rivoluzione la vedo già e da decenni. Vuoi fare il conto dei morti che abbiamo fatto in Africa, medio oriente e Sudamerica?

Vuoi provare a quantificare l'impoverimento dei lavoratori a partire dalla fine degli anni settanta e quello della classe media dall'inizio del XXI secolo?

Solo che esiste una violenza che proviene dal potere istituzionale, che per di più non è esercitata a casa nostra, quindi uno non se ne preoccupa troppo, giusto?

- Ma che c'entra, io parlo di qua da noi, anzi a casetta mia, mi risponderai...

Esatto, e per questo sei non solo postmoderno ma medio borghese.

Poi sulla condivisione avete, non solo tu, le idee non chiarissime.

Innanzitutto chiedo pedantemente lumi copincollando una tua frase:

"Culturalmente invece differisco sulla ' condivisione' (peraltro ne convengo inesistente) come accettazione implicita dell'omologazione culturale che cosi' verrebbe accettata acriticamente ed essa è il cuore ideologico del globalismo mercantile e produttivo"

Stai dicendo che la condivisione comporta l'accettazione implicita della omologazione culturale? La quale...è il cuore della globalizzazione???

Alberto, ma ne sei proprio convinto, sí?

Ora ti spiego: la condivisione in una società è l'essenza stessa del senso di appartenenza di quel gruppo.

Infatti caro amico, nelle classi alte il senso di solidarietà e condivisione aumenta a mano a mano che ti avvicini al vertice. Tanto è vero che si può dire (e c'è chi lo ha detto) che in sostanza le élite al loro interno sono comuniste, non fosse altro per un motivo molto evidente ossia che "possiedono in comune i mezzi di produzione".

Al loro interno sono cosí...ma sono esattamente al contrario nei confronti dei gruppi sociali "altri" i quali vengono considerati né più né meno che caste inferiori come in India.

Per questo dire che il tradimento dei propri simili o l'esclusione di chi sta sotto parte dal basso è un grosso errore.

In cosa consiste il potere di queste élite?

Nella capacità di distruggere il senso comunitario dei gruppi subalterni precisamente per privarli di quel senso di solidarietà e di "condivisione" che manterrebbe intatto o rischierebbe di far rinascere il desiderio di riscatto per la propria condizione di subordinazione. Con il risultato che i subordinati tendono a considerare come unico senso di appartenenza veramente valido quello dei padroni.

Per chiudere: non sto auspicandomi o suggerendo o proponendo qualcosa, sto dicendo altro e cioè che il sistema si fonda su delle aporie che fino a qualche decennio fa sono state celate da delle menzogne in cui tutti credevano serenamente.

Tanto ci credevano che la classe media nella sua costitutiva idiozia servile ha votato entusiasta per Thatcher e Reagan nella speranza che avrebbero stroncato le crescenti pretese del lavoro.

Ma benedetti figlioli... a che caxxo servite voi di classe media?

A fare da cuscinetto fra ruling class e salariati/disoccupati...e allora piccolini, una volta che il lavoro e i sindacati vengono definitivamente piegati...voi...a che minkia servite più?

A niente...e infatti puntuale e prevedibile la mannaia delle classi dominanti oggi si sta abbattendo su di voi...

Ma con la globalizzazione che coincide con l'impossibilità di andare oltre nell'espansione colonialistica queste aporie entrano in contraddizione svelando quelle "menzogne fondative".

Siamo esattamente a quel punto e sia per chi ha certi ideali sia per chi non li ha si preparano i tempi di un cambio epocale paragonabile solo alla fine dell'Impero Romano.

Non so quale sarà l'esito ma posso dire con sicurezza che chi è di classe media a meno che non sia stupido o troppo compiaciuto di sé deve pregare il Signore e fare di tutto, anche di più, perché il "basso" prenda coscienza di sé stesso non più come massa ma come autentico "popolo", diventando in termini demartiniani "agente" e non "agito".

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Alberto T. 03 marzo, 2017 21:20

Gentile @Tibidabo, Vedo che è difficile capirsi..Neppure se il sottoscritto ti dice che condivide la quasi totalita' delle tue conclusioni,che considera interessanti alcune proiezioni dei tuoi ragionamenti e che non 'auspica' la violenza,sei contento,no.Mi chiudi in un 'pollaio classista' definendomi 'borghese' con un certo disprezzo.E con questo? Certo che sono borghese anzi direi meglio ...piccolo-borghese come classe economica,questo non significa che il mio bagaglio culturale,la volonta' di una sempre maggiore consapevolezza,la curiosita' per il 'pensiero controcorrente' , l'umilta' necessaria per confrontarsi e per voler apprendere non mi mancano, cosa che mi pare ti faccia difetto.Non partiresti come un treno in un dialogo immaginario che non abbiamo mai avuto,tratteggiando un interlocutore meschino,egoista e pure vigliacco,perche' teme che l'eventuale 'giusta rivoluzione' gli sporchi 'il giardinetto di casa'.Non oseresti supporre che non ho nemmeno guardato il video quando invece l'ho guardato...ma non so il francese,quindi al massimo posso dedurre per assonanza o dalla mimica dei due filosofi che l'uno ha (il Foucault) ha rimbrottato con veemenza l'altro (il Chomskj) , che potrei mai commentare? Questi toni derisori sono retaggi' tipici del massimalismo marxista che deve denigrare il 'borghesuccio' ,perche' in fin dei conti è lo storico 'nemico di classe',ho conosciuto in giovinezza gli ambienti antagonisti e so di cosa parlo,quindi ti invito ad evitarli.

Aggiungo che i commentatori di questo blog non credo facciano parte dell'elite dominante e quindi possiamo,per negazione,inserirli in quella 'classe media' fatta di operai qualificati,impiegati,lavoratori autonomi,piccoli imprenditori,professionisti,quadri medi del privato,quadri medi delle amm.statali,impiegati di primo livello statale,docenti universitari,insomma qui siamo tutti 'borghesi' chi piu' chi meno.Tutta la tiritera che ribadisci sulla violenza e sulle guerre in corso (su cui concordo completamente) l'ho scritta pari pari nel primo commento,stiamo dicendo le stesse cose a e allora perche' porti acqua al mare? E' sufficiente leggere con attenzione,sai? Se siamo d'accordo su alcuni punti puoi pure dirlo,ti assicuro,non sarai colpito dal virus del piccoborghesismo.Se non siamo d'accordo tu lo dici e io ti rispondo con i miei argomenti.Reciproco rispetto.

Quanto alla 'condivisione' io rimango al tema del post (sceringeconomi) e l'ho dato per sottinteso.Ho sentito e sento da anni un'intera parte della sinistra popolare,tessere le lodi della Grande distribuzione,come delle start-up,del low cost,della sharingeconomy per i vantaggi economici che essa avrebbe apportato. E mentre io avvertivo molti amici e conoscenti (de sinistra) che (come anche tu esprimi nella seconda parte) alla lunga avremmo segato interi comparti produttivi e distributivi,costoro disprezzavano 'i bottegai che votano Berlusconi' come fatalmente e 'finalmente' destinati alla sparizione.Bene,bravi e lungimiranti.Avanti con le generalizzazioni e la lotta di classe che porta all'autodistruzione,nella convinzione che la classe colpita sarebbe stata l'altra e facendosi quella guerra tra ceti medi che anche i tuoi toni confermano esista tuttora.Ebbene sono state fottute entrambe!

Tu vuoi imporre in queste nuove modalita' economiche la 'condivisione',vuoi un nuovo comunismo? Ti faccio i migliori auguri,è una bella idea.Io per intanto,rifiuto la legittimazione della loro presunta diversita' e dei presunti vantaggi offerti ai consumatori,esse sono state create per demolire il sistema delle piccole attivita' che sono i loro concorrenti diretti e rappresentano,oggi, l'unico sistema economico ridistributivo non-dipendente dalle multinazionali.L'omologazione culturale indotta dall'informazione e dalle raffinatissime campagne pubblicitarie è lo strumento per creare consumatori globali che chiedano prodotti globali..Se accetti Ikea accetti quel modello produttivo,distributivo ma sopratutto estetico degli interni.Se accetti Mcdonalds il modello alimentare.Se accetti Amazon il modello culturale.E tu mi parli di condivisione nel senso di redistribuzione di redditi e riduzione delle diseguaglianze? Ok,OGGI realisticamente,significherebbe che 'vuoi un'altro Amazon,un altro Ikea,un altro Uber',un altro Apple esattamente come 'unaltraeuropa' voluta dagli europeisti servi di Bruxelles.Ma le identita' culturali,le identita' di gruppi,di individui,di territori,la diversita' dei (non -occidentali) di cui si riempiono la bocca gli immigrazionisti no-border,dove finiscono quando accetti che un sistema produttivo capitalistico le annienti per vendere un prodotto/servizio buono per tutto il pianeta? Queste evidenze non le ha scovate CasaPound o Salvini,le spiega perfettamente il Subcomandante Marcos nel 1997 ne 'Le sette tessere ribelli'.Questo è il collaborazionismo inconsapevole della sinistra alla Wu Ming.E tu ne fai parte.

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Tibidabo 04 marzo, 2017 17:53

Gentile @Alberto T.,

mon lecteur...mon semblable...mon frère...e però amico mio dalla lunghezza della tua risposta ho la conferma che ho colto nel segno...

Non che ne dubitassi a dire il vero.

Comunque molto brevemente sulla condivisione: non ho detto che devi condividere la tua tabaccheria o il negozietto o la fabbrichetta col primo negro immigrato che arriva in Ausonia.

Ho detto che:

a) ti puoi arricchire quanto ti pare ma NON PUOI TRAMANDARE INTERAMENTE DI GENERAZIONE IN GENERAZIONE LA RICCHEZZA E LO STATUS RAGGIUNTO.

Mobilità sociale fortissima, compensata da welfare di eccellenza e vedrai che la solidarietà in un contesto simile acquista un senso che non farebbe paura nemmeno a te.

b) di conseguenza oltre un certo livello le attività economiche strategiche devono essere dello Stato

c) Amazon, Uber o P2P vanno benissimo, sono il futuro e sono una cosa buona A CONDIZIONE CHE QUELLE PIATTAFORME SIANO DI PROPRIETA' DELLA COMUNITA' E NON DI QUALCHE PRIVATO (ho parlato delle enclosures...). Oggi quelle piattaforme non sono della comunità e quindi NON SONO la condivisione buona.

d) lascia perdere la parola "comunismo", per pietà...ho parlato di una cosa diversa non a caso riferendomi a Foucault, nel filmato ma anche e soprattutto citando il suo "Les Mots et les Choses".

Ho scritto chiaramente che si tratta di un "cambio di soggettività".

Che vuol dire?

Guarda, ti linko il libro tradotto in italiano e ti leggi solo le tredici pagine del saggio inziale intitolato "Le damigelle d'onore". Vedi che le pagine sono a due a due, tu parti quindi dalla pagina numerata come 17 e finisci alla trenta.

Tredici pagine...cosa vuoi che siano...sono scritte in italiano mica in una lingua straniera...vedrai che lo capisci agevolmente...fammi sapere che ne pensi, mi raccomando...

https://monoskop.org/images/1/11/Foucault_Michel_Le_parole_e_le_cose.pdf

Il quadro di cui parla è questo

https://it.wikipedia.org/wiki/Las_Meninas_(Velázquez)#/media/File:Las_Meninas,_by_Diego_Velázquez,_from_Prado_in_Google_Earth.jpg

Ma la cosa fantastica è quella puntata di Virus in cui l'incauto Sgarbi si cimenta proprio con quel Velazquez riletto da Foucault senza però averci capito un mazza (come è ovvio nel suo caso); si impappina, impapocchia disperatamente e alla fine Porro corre in suo soccorso dicendo che è finito il tempo...

Molto a suo agio come uomo di mondo, come critico non va oltre il livello di un gallerista furbacchione...ma la gente gli sbava dietro lo stesso...siamo nell'era dei sordi ma stanno diventando anche ciechi fra un po'...

Qui Sgarbi, 5 min e 22

http://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-829644aa-7b32-4a2c-bce3-1a7ef44418b9.html

PS: Alberto, in quel video il pirla Chomsky dice che lui fa la rivoluzione solo in nome di una "idea di giustizia" e che se si tratta di dover essere dei cattivoni allora lui la rivoluzione non la fa (gnè gnè gnè)...Foucault gli dice prima con calma che il proletariato non fa la rivoluzione per la giustizia ma solo perchè vuole il potere...Chomsky ribalbetta le sue fregnaccine post moderne e lì Michel si inkaxxa:

"Amico mio non hai capito...il popolo fa la rivoluzione e per farla imporrà un periodo di violenza, ingiusto e sanguinario...non esistono le rivoluzioni addolcite ad usum burguesiorum...l'unico criterio di giustizia è che il popolo con la rivoluzione abolirà le classi sociali.

E se non le abolisse significherebbe che non è stato veramente il popolo a fare la rivoluzione ma "altri" che lo hanno manovrato".

Il bello è il terrore che si dipinge sulla faccia dell'americano...il senso ridoè che allo stato in cui siamo o si combatte uniti contro il potere dei cosmopoliti o avremo perso e che questo "combattere uniti" porterà necesariamente (ma anche sarà causato da) a nuovi paradigmi filosofici, sociali e politici.

Adieu...adieu...remember me...

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Mikez73 05 marzo, 2017 22:05

Caro @ Bertolt Tibidabo,

però sei un po' cattivello, le prime pagine delle "Parole e le Cose" saranno anche scritte in italiano ma è un po' difficile capirne davvero il significato senza aver letto il resto del libro, e io all'epoca ho dovuto rileggerlo non so quante volte, credo almeno una decina, prima di capirci qualcosa - in particolare il primo capitolo. Certo, l'averlo infine capito ha segnato il mio passaggio all'età adulta, almeno dal punto di vista intellettuale.

Resta il punto fondamentale (rispetto al quale lo stesso Foucault secondo me si è ritratto in seguito, come se avesse lanciato il sasso e poi tirato indietro la mano): il cambio di soggettività non è intenzionale, non è frutto di una decisione, né di un singolo né di una comunità. Accade, e Foucault non spiega né il come né il perché. Si limita a descriverne il fenomeno a posteriori. Che un soggetto, nomen omen, se ne possa fare carico in un secondo momento è un altro paio di maniche.

Se adesso siamo di fronte a un nuovo cambio di episteme, come tu sostieni fra le righe (e io concordo), il fatto non è di per sé rivoluzionario o emancipante. Di sicuro non è frutto di una lotta contro il potere cosmopolita. Peraltro è la mia unica flebile speranza per un futuro minimamente umano, per come ancora abbiamo conosciuto l'umanità fino a un paio di decenni fa: che la nuova episteme sia dirompente del vecchio meccanismo del potere che sta in piedi da qualche secolo a questa parte, modificandone in qualche modo il codice genetico.

Rispondi

Tibidabo 06 marzo, 2017 22:33

Gentile @Mikez73,

hai ragione, l'invito a leggere quel primo capitolo di "Les Mots et les Choses" (tecnicamente il secondo perché viene dopo l'introduzione sulla enciclopedia cinese di Borges) è stata un po' cattivella ma pour cause, per dire che per adesso (e fino adesso) la gente ragiona solo emozionalmente per difendere il proprio piccolo privato interesse invece di riflettere sul significato profondo dello "stare insieme" in un momento storico cruciale, al limite di un cambiamento epocale del senso stesso che si riconosce alla società.

La mentalità medio borghese crede che il proprio giardinetto sia l'unico orizzonte di senso possibile ma non si rendono conto che questo implica automaticamente la completa sottomissione a chi si incarica di garantire la "salvaguardia" (fra virgolette) di quel giardinetto.

Hai visto "Il Senso della Vita" dei Monty Python?

Quel giovane cameriere che cammina coi piedi in fuori. Gli chiedono qual è il senso della vita e lui dice: "Venite con me che ve lo faccio vedere".

Cammina cammina, esce di città, arriva in un boschetto fino a una casupola isolatissima in mezzo agli alberi: "Ecco questa casetta è il senso della vita!".

Si accorge che i suoi interlocutori sono restati perplessi e si incazza acidissimo mandando a quel paese tutti quanti con una vocina querula.

Ecco, siamo a questo stadio e con quella "cattiveria" volevo metterlo in evidenza.

Per quanto riguarda Foucault bisogna tenere presente che è un philosophe strutturalista (almeno in "Le Parole e le Cose" lo è) quindi niccianamente narcisista e la sua ribellione politica si limita a:

"Voi non esistete se non in quanto io vi guardo [proprio come il re e la regina del quadro di Velazquez di cui F. parla nel libro] quindi non riconosco il vostro potere come una realtà ontologica indipendente che mi sovrasta. Non esprimete "significati" ma siete a vostra volta strutturalisticamente smontabili in parti che a un certo punto da sole non significano più quel potere di cui siete portatori.

DI CONSEGUENZA...sono libero!"

Un par di palle amico mio e infatti perso nel tuo sogno senza una vera direzione e scopo sei finito a fare sadomaso omosessuale nei bordelli pubblici di San Francisco e ti sei beccato l'AIDS.

Scriveva come un padreterno, questo va detto...

Questo cambio di soggettività, da un "soggetto" unico e centrale, ordinatore, dominatore quindi sempre sfruttatore; centralità che nella società è "il potere", nel discorso "il concetto" (come ne "L'Ordine del Discorso"), nella persona l' "IO" poi formalizzato da Cartesio; che evolverà verso una soggettività più diffusa, collettiva, con il potere che si troverà in un rapporto sì ordinatore ma anche di dipendenza dai subalterni (rappresentato nella pittura di Velazquez dalla "Menina", l'Infanta Margarita, fuori dal centro, bellissima ma minuta e indifesa, che prende e rimanda tutta la luce del quadro con i personaggi che le orbitano attorno come i pianeti attorno a un piccolo sole); questo cambio di soggettività potrà accadere in molti modi e non tutti positivi per chi ha come ideale l'uguaglianza e la solidarietà verso gli ultimi.

Se avverrà tramite una presa di coscienza collettiva sarà una cosa, se invece avverrà "da solo" sarà in maniera confusa e conflittuale ossia senza riuscire a superare l'idea fino adesso considerata implicitamente indiscutibile, che l'unico modo di mantenere l'integrità del proprio gruppo è quello di scaricare su altri gruppi, imponendoli con la violenza, i problemi e le contraddizioni del vivere comunitario.

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Mikez73 08 marzo, 2017 10:58

Caro @Tibidabo,

mah, sai, la presa di coscienza può avvenire in soli due modi, o per esperienza diretta o per intelletto, la seconda per molti motivi è assai difficile, figurarsi una di tipo collettivo… resta la prima: ma i fenomeni che possono incidere sulla coscienza collettiva allo stesso momento sono pochi e nessuno particolarmente piacevole.

C'è poi il problema più grosso: la vita comunitaria è un fenomeno linguistico, si basa sul linguaggio, così come peraltro la coscienza. Ciò che intacca e trasforma i modi di parlare e pensare allo stesso tempo tocca i modi di vivere assieme, cioè la politica. Il cambio di soggettività a cui stiamo assistendo, grazie a internet, per riassumere il tutto in una parola, mi sembra vada in una direzione ancora più atomistica che in passato: incide e recide proprio il legame comunitario per come l'abbiamo sempre conosciuto. 'Logica della separazione', alla Guy Debord, portata all'estremo. Peraltro, può farlo perché si basa su una visione a mio parere del tutto errata di cos'è l'uomo, di cos'è un legame familiare o comunitario, etc. etc. C'è tutta un'antropologia e finanche una fisiologia, di cui è informata la propaganda, che è da buttare completamente a mare.

Non so se conosci i libri di Michéa, un filosofo francese che riprende l'idea di Orwell che l'unica speranza per una vita futura "umana" risieda nel modo di vivere "assieme" delle classi popolari (o almeno quelle che erano tali nella prima metà del '900), depositarie di un senso comune e immediato di cos'è giusto e sbagliato, di un senso del dovere e dell'onestà, dell'amore per il proprio lavoro, di un senso dell'ospitalità e della condivisione della fame e della povertà. Valori del tutto assenti nelle classi alte, necessariamente, perché per stare in alto e restarci bisogna fare a meno proprio di tutte le regole che governano la vita in basso - l'élite è sempre criminale.

Anche fosse vera questa visione forse un po' idilliaca, mi sembra che la nuova soggettività la stia in ogni caso distruggendo. Come se la vita idiota e senza scrupoli dell'élite sia diventata il modello per il resto della società. Ma se si intaccano quei legami comunitari primitivi, cosa resta? Un punto di vista poco poco complottista potrebbe addirittura inferire che la direzione di questi cambiamenti ha proprio lo scopo di allentare i legami tra un individuo e l'altro, per sciogliere ogni possibile legame e resistenza.

Tra l'altro, secondo me, e sottolineo 'me' perché è una mia idea e non ha nessun crisma accademico, i cambi di episteme delineati da Foucault sono proprio legati alla trasformazione dei mezzi di comunicazione (in particolare quelli che lui analizza nel libro sono frutto del passaggio dall'età della scrittura alfabetica trasmessa a mano a quella della stampa a caratteri mobili: ipotesi Foucault + McLuhan/Debray, tanto per capirsi). Anche a me l'ultimo periodo della 'cura di sé' non mi interessa per niente, non so se il fatto che andasse a battere a San Francisco abbia avuto un peso - certo quello che sta sopravvivendo di lui al momento è tutto il discorso biopolitico, più che quello archeologico.

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Tibidabo 09 marzo, 2017 19:03

Gentile @Mikez73,

scrivi:

"C'è poi il problema più grosso: la vita comunitaria è un fenomeno linguistico, si basa sul linguaggio, così come peraltro la coscienza. Ciò che intacca e trasforma i modi di parlare e pensare allo stesso tempo tocca i modi di vivere assieme, cioè la politica."

E' così, è tutta una questione di linguaggio il che rende qualsiasi rivoluzione possibile.

Ma non viene capito anzi "non può" essere capito.

Purtroppo è un discorso lungo che se non ci si è riflettutto a fondo viene rifiutato a priori.

Eppure ascolta cosa dice Grillo in questo breve filmato di 1:41 del 21-6-16

http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/06/21/grillo-ramanzina-e-consigli-alla-stampa-per-comprendere-davvero-il-movimento/536966/

PS: In "Le parole e le cose" c'è una parte in cui Foucault dimostra come le strutture economiche, in particolare la concezione e la funzione della moneta, dipendono direttamente dalle strutture linguistiche (epistemiche).

E' abbastanza tempo perso parlarne oggi, Grillo e Casaleggio in qualche modo ci sono arrivati, poi chi lo comprenderà a fondo vincerà.

Speriamo prima noi di qualcun altro...

Rispondi

Mikez73 10 marzo, 2017 13:02

Caro @Tibidabo,

urca, non lo leggo da tanti anni, ovviamente ho ben presente tutto il capitolo dedicato alla nascita dell'economia come 'discorso', ma sinceramente non ricordavo un passo specifico sulla moneta, grazie mille perché è un argomento che mi appassiona solo da un paio d'anni, da quando ho letto i bellissimi libri su moneta e capitalismo di Amato e Fantacci, ed è una cosa di cui sono convintissimo - che ci sia una stretta relazione tra medium linguistico e strutture sociali, in primis monetarie (prima ancora che economiche visto che, come Foucault insegna, al tempo dei Greci l'economia come sfera separata dell'attività umana non esisteva, quindi sarebbe addirittura sbagliato parlarne, a mio parere, ma divento troppo eretico e mi fermo).

Non a caso l'invenzione della 'moneta' risale ai Greci dell'ottavo sec. a.C, in parallelo con lo sviluppo della grande innovazione dell'alfabeto greco, uno degli snodi della cultura occidentale. Anyway, sinceramente non so se il fatto che sia 'tutta una questione di linguaggio' rende la rivoluzione possibile. Di sicuro permette di focalizzare l'attenzione su quale sia il vero centro della questione - e del potere.

Rispondi

Alberto T. 10 marzo, 2017 13:11

Gentile Tibidabo Se tu hai colto nel segno una volta io posso dire d'averci preso almeno quattro volte,confermando tutte le deduzioni che avevo fatto. Quando ci ho preso? Quando ti ho chiesto se cercavi un comunismo 2.0,quando ti ho parlato della piccola borghesia,del giardinetto di casa,quando ti ho scritto che,nei fatti,appoggi le multinazionali.Per non lasciare il confronto su un piano di realismo economico quotidiano,non sei rimasto aderente al post e hai spostato il discorso sulla filosofia politica.Un'apertura in francese perche' vuoi sottendere implicitamente che se non posso capire qualche semplice frase in lingua altrettanto sara' con la filosofia politica di Foucault e quindi torni a peccare di superbia,venata di derisione elitaria. Mike73 scrive qui sopra che 'ogni elite è criminale'.Anche Lui ha colto nel segno.Ma non è che non la capisco (sorrido),l'intelligenza cognitiva non mi manca,semmai non ho studiato filosofia politica quindi ti ringrazio d'avermi riaperto un mondo di riferimenti filosofici solo sfiorati anni fa',ma talmente involuto nel lessico specialistico da risultare molto ostico ai non-adepti.quindi necessito di mappe concettuali e disegnini,grazie.Oggi le utopie politiche e le visioni interpretative sono lontane dalla realta' politica e dalla realizzabilita'.La storia (materia che maneggio molto meglio e mia vera passione) è li a mostrarti che le rivoluzioni in ogni luogo e in ogni tempo del mondo,sono state eseguite dai vari 'proletariati' ma guidate da 'borghesie' economiche-religiose-intellettuali-militari,con violenza e soverchie ingiustizie,come ribadisce Foucault nel video,per prendere il Potere.Credo che sara' difficile sovvertire l'attuale sistema dominante non certo per colpa della piccola borghesia o del suo egoismo mercantile perche' buona parte della stessa vive delle briciole lasciate dalle elite e perche' i proletariati di tutto il mondo sono manovrabili e avulsi dalla coscienza di classe,come sempre,perche' tenuti nell'ombra della conoscenza,dell'acculturamento e oggi dell'informazione mediatica.E perche' sopratutto quella parte di borghesia elitaria odia piu' ancora dei potenti reazionari,i piccolo-borghesi.,per cui,tacitamente,preferisce la distruzione della loro classe tramite lo stritolamento operato da Banca+Finanza+multinazionali+new web,convintissima di poter deviare il corso della trasformazione partendo da una massa di dipendenti proletarizzati piuttosto che di borghesi autonomi ed indipendenti,piu' difficilmente manovrabili,tendenzialmente egoisti e anarcoidi.

Sui singoli punti:

a) Il 'negro' come lo chiami tu,che arriva in Ausonia aprira' un kebab o un banchetto di vestiti cinesi oppure si fara' sfruttare facendo il porta a porta con mercanzia made in Napoli,non aprira' una tabaccheria.Se va bene.Se va male sara' schiavizzato nei campi o dalle organizzazioni criminali mentre viene pelosamente assistito dalla 'perfida e razzista' Italia.Per la prima generazione di migranti economici africani c'è meno futuro che per noi in questo Paese.(anche qui mi stai facendo intendere che mi consideri uno xenofobo sotto mentite spoglie vero?Gentile.)

b) Status e ricchezza per un lavoratore autonomo (come i tassisti) non sono punti fissi ma risultati mobili dovuti alle loro singole capacita' lavorative,imprenditoriali oltre che al contesto generale,nulla è garantito,non esiste il 27 del mese,ogni mattina è il 28 e devi ripartire da zero.Non si tramanda un bel nulla se non i debiti con le banche o qualche piccolo patrimonio ipertassato come la casa ,il negozietto di proprieta',il taxi.Non stiamo parlando di notai,avvocati,medici,professori universitari o travet statali che si tramandano il posto in ufficio per generazioni (accade anche nel profondo Nord,eccome se accade).Su mobilita' e welfare di alto livello concordo....ma si tratta di auspici non condivisi dal governo-marionetta di questo paese.

b) Nazionalizzazione delle attivita' economiche strategiche.Concordo certo:ma ci vai tu dalle multinazionali e dai loro amm.delegati a dirgli che dobbiamo 'nazionalizzare' le loro immense proprieta'? Ecco li' forse una rivoluzione violenta ce la farebbe,non certo un'oppisizione politica che viene sempre inflitrata dal capitalismo del momento.

c) Ti rispondo con le parole del Pedante con cui concordo totalmente:Quella del cum-dividere è un'azione collettiva, un antidoto all'egoismo e all'ingordigia dei singoli che strizza l'occhio alla sinistra ecologica e comunitaria, ai decrescisti, ai democratici dal basso. Purtroppo nei fatti sembra però accadere il contrario, che quella piramide si manifesti piuttosto come una confluenza dalla base al vertice, dall'imprenditorialità diffusa dei tassisti, delle compagnie di trasporto e degli albergatori indipendenti o in franchising a un operatore unico che detiene le chiavi telematiche per accedere al mercato, detta unilateralmente le condizioni retributive (tutt'altro che generose, stando alla sentenza dei giudici inglesi), delega ai lavoratori la responsabilità dei mezzi di produzione e, una volta abbarbicatosi al vertice, fissa i prezzi senza l'assillo dei competitori. Ecco la liberalizzazione, ecco la non concorrenza che i tassisti temono e che, forse, dovremmo temere anche noi."Dovremmo temere anche noi.Lampante chiusa.

ci) In poche parole la new economy che abbiamo di fronte è una lotta di classe dei ceti alti che trasferisce fatturati dai ceti borghesi autonomi alle multinazionali e trasforma il proletariato in poveri da assistere con l'industria della carita'.E ci fa soldi pure li.Questi sono i fatti.E tu concordi cinicamente con questa operazione pensando che 'il sol dell'avvenir globale' ti portera' la luce della condivisione buona,generata dalle nuove episteme immaginate da Foucault ? Al contrario,ad esempio,di quanto illustri economisti indiani che attraverso il microdìcredito diffuso propugnano da oltre 20 anni per l'india,la formazione di una piccola borghesia imprenditoriale che nasca e si frapponga nel sistema bloccato delle caste,riscattando centinaia di milioni di persone dalla miseria e dall'abbruttimento imposto dalle caste dominanti.Perche' è quello il modello a cui andiamo incontro mentre si discetta tra Vattimo e Flores D'arcais vari.Impoverimento-meno scolarizzazione-meno conoscenza-meno consapevolezza-chiusura del sistema di mobilita' sociale=reazioni violente e spesso senza direzione politica delle masse di oppressi.

Puo' darsi che come in Francia o nel nostro dimenticatissimo Risorgimento, le anime ribelli,supereranno le diversita' di visioni sociali e politiche (come quella che stiamo mostrando noi su questo blog) per un obbiettivo comune contro un nemico mortale.

Ieri le monarchie reazionarie oggi le elite globaliste,per poi tornare a dividersi in un'altra lotta tra ex-compagni di rivoluzione.Potrebbe darsi che ci si trovi fianco a fianco come nel 1848.Chi lo sa'.

”Sorga alfine radiante di gloria, sorga un giorno a brillare su noi, sarà Iberia feconda d'eroi, dal servaggio redenta sarà! “dall'Ernani di Giuseppe Verdi “Si ridesti il Leon di Castiglia!”

Ti saluto,amico-nemico.

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Tibidabo 13 marzo, 2017 17:04

Gentile @Alberto T.,

hai ragione lo confesso pubblicamente: nei fatti appoggio le multinazionali e sono sdegnosamente elitario.

PS: ma certo che l'intelligenza cognitiva non ti manca, nessuno ne dubitava.

A volte prendi fischi per fiaschi, a volte ciò per broca ma sei un ragazzo molto intelligente.

Complimenti!

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Tibidabo 13 marzo, 2017 17:07

Gentile @Mikez73,

dal capitolo VI, "Echanger" (quindi i paragrafi "Analyse de la richesse", "Monnaie et prix", "Le mercantilisme" etc etc).

Qui trovi un riassunto capitolo per capitolo

http://famille9.free.fr/documents/lesmotsetleschosesresume.pdf

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roxgiuse 27 febbraio, 2017 11:08

tra l'altro sfugge la schizofrenia tra il tacito postulato di fondo delle operazioni di abbattimento dei prezzi tramite abbattimento dei costi (l' incremento di domanda creerà più mercato e quindi alla fine più valore), e le politiche rigorosamente supply-side degli organismi pubblici. Si vede che la domanda privata crea richezza e quella pubblica no.

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Filippo 27 febbraio, 2017 09:29

Le lascio 2 esempi passati di sharing economy all'italiana:

archiviostorico.telecomitalia.com/italia-al-telefono-oltre/duplex-gettone

https://upload.wikimedia.org/wikipedia/it/6/66/Televisione_in_cinema_per_Lascia_o_Raddoppia.jpg

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Tommaso Papini 26 febbraio, 2017 22:15

Air Restaurant esiste! Non con questo nome ma sono nate molte iniziative che vanno in quella direzione. Una persona mette a disposizione la casa con la sua sala da pranzo (o cose affini atte allo scopo) e poi prepara la cena per "invitare" persone con cui "condividere" il desco con risate simpatia e tanti fogni. Gli invitati ovviamente pagano. La formula cambia un poco se si chiama un servizio di chef a domicilio per la produzione di vivande. (a proposito degli standard non rispettati nella sharing economy -->La casa non è un ristorante quindi niente asl che controlla ecc...) Insomma tutto questo commento per dire che sì, cose simili al suo inventato air restaurant esistono eccome.

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Lochlomond 28 febbraio, 2017 13:00

Gentile @Tommaso Papini, e come tante di queste "novità" recenti 2.0, compare inizialmente come uno sfizio, un sovrappiù di aspiranti cuochi casalinghi, che vogliono provare l'ebbrezza di sentirsi il Masterchef...poi però emerge (al momento del passaggio in Parlamento dell'ennesimo regolamento immediatamente introdotto) che c'è ormai parecchia gente che con questo sistema si sta ingegnando ad arrotondare.

Ricordo che era uno dei racconti ad avermi colpito di più, quando a cavallo del 2000 arrivarono i primi "emigrati di ritorno" in Veneto dall'Argentina: "negli ultimi anni, per prendere qualche soldo in più si facevano mangiare estranei nelle proprie case"...

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Tibidabo 26 febbraio, 2017 20:23

Condivido l'analisi sulla sharing economy ma non ho capito il nesso con la democrazia dal basso.

Nel link lei (Ella) si riferisce al M5S che è criticabile ma è comunque l'unica opposizione esistente in parlamento.

Sono riusciti a mobilitare gente che fino a ieri si disinteressava completamente di politica, li hanno addirittura convinti a contribuire finanziariamente, stanno provocando un terremoto politico seminando il terrore a livello bipartisan, hanno contribuito attivamente al "no" al referendum e dalla loro elezione sono migliorati moltissimo.

Non ci si aspetterà che siano perfetti dopo appena quattro anni di esistenza.

In generale la gente vota meglio, c'è stata la Brexit e appunto il "no" al referendum, nonostante lo spiegamento al completo del mainstream gli americani hanno rifiutato la Clinton e se vogliamo estendere il parallelo della scèring all'informazione su internet, oggi sono disponibili analisi economiche e politiche alternative di altissimo livello che qualche effetto lo hanno provocato, eccome.

Anche lì con molti difetti caratteriali e di impostazione politica, spesso con finalità evidenti di autopromozione se si vuole, ma certi discorsi di economia fino a pochissimo tempo fa semplicemente incomprensibili al pubblico sono diventati di dominio comune.

Vedo un grande cambiamento in atto, c'è maggiore consapevolezza e sta tornando la voglia di ribellione.

Non mi pare che siano sempre i soliti a manovrare liberamente dietro le quinte perché in realtà "i soliti", proprio grazie alla scèring informativo della rete, alla nuova mentalità che si sta diffondendo - e per i loro ostinati errori - si sono splittati al loro interno e hanno sempre più difficoltà a controllare la situazione (come si vede dalle affannose manovre monetarie delle banche centrali).

La "democrazia dal basso" che lei critica è precisamente quel cambio di paradigma della soggettività di cui parlavano gli strutturalisti, in particolare in "Les Mots et les Choses", esemplificato in maniera molto suggestiva nel noto saggio iniziale su "Las Meninas" di Velazquez.

Sta cambiando la natura stessa del potere che non sarà più un "centro" ordinatore e dominatore (quindi intrinsecamente "sfruttatore") ma diventerà una rete (web) di relazioni, di reciproche dipendenze sempre più paritarie e collettive.

Siamo solo agli inizi, stanno appena cominciando a entrare in contraddizione le aporie del vecchio sistema, il nuovo avrà ancora bisogno di tempo per assumere una forma più coerente e affermarsi veramente come "paradigma".

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Alessandro 26 febbraio, 2017 16:33

Grazie per l'ennesimo post che trovo ficcante. A proposito di come sia la percezione media della sharing economy, proprio in questi giorni ho notato come un mio collega, su Facebook, si mostrasse addolorato perché il pacchetto di decreti del Governo Italiano non avrebbe regolarizzato Flixbus; ebbene, col solito impeto di ItalianiCorrottiRetrogradiAllEsteroSonTuttiFighi, accusava il nostro Paese di essere retrogrado (per nostra sfortuna il Governo ha fatto retromarcia su questo punto).

Come scritto da qualche altro commentatore, molti comprendono solo un beneficio immediato nonché uno "stare al passo di paesi più avanzati dell'Italia", laddove propaganda a pioggia battente e il miraggio del risparmio di breve termine nascondono invece l'insostenibilità questi modelli imprenditoriali (per non parlare dei danni all'economia).

Allo stesso modo vengo guardato come un alieno (o un bislacco retrogrado) quando in ufficio spiego le mie ragioni nel non voler sostenere aziende simil-Airbnb o Amazon et similia.

La strada per la consapevolezza che il Pedante ci ha mostrato - posto che non sia resa impercorribile da agenti di disturbo - è lunga e tortuosa, ma non dispero di far aprire gli occhi a chi mi è vicino, anche se deprogrammare anni di lavaggio del cervello è una battaglia impari.

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Il Pedante 27 febbraio, 2017 00:37

Non sapevo nulla di Flixbus ma proprio stasera il mio socio mi ha cazziato per non averlo citato nell'articolo...

Rispondi

Pippo 27 febbraio, 2017 13:18

Gentile @Il Pedante,

Si è detto da parte di diversi commentatori che "molti comprendono solo un beneficio immediato".

Sia detto che ciò può essere una verità per alcuni; ma, purtroppo, molti pensano sempre partendo dalla propria posizione di relativo benessere, dove ciò che ottengono loro in termini di risparmio è sempre un beneficio al quale potrebbero rinunciare se non fossero così TUTTI TUTTISSIMI EGOISTI! Ma quel dato servizio o bene a basso costo (sovente risultato di un abbassamento dei costi del lavoro) che per alcuni è un beneficio economico al quale potrebbero benissimo rinunciare se avessero visione del lungo periodo, per altri è un bene o servizio a basso costo che risulta essenziale, nel breve periodo, alla loro sopravvivenza. Nel senso che un disoccupato, sottopagato, sfruttato, privo di risparmi e di risorse non va certo al pastificio di quartiere a comprarsi le lasagne fatte a mano dal produttore italiano; costui va alla lidl a comprarsi gli spaghetti a 30 centesimi al Kg; vogliamo fargli una ramanzina morale a costui, e indicargli la sua visione di corto periodo della sopravvivenza? Anche io sono stato tra questi; sinceramente di ramanzine morali non ne ho proprio voglia; lo ammetto, LA MIA VISIONE DI CORTO PERIODO, DA DISOCCUPATO SENZA REDDITO, ERA LA SOPRAVVIVENZA. NON AVEVO ALTERNATIVA. E COSÌ NON L'HANNO SEMPRE PIÙ PERSONE. Chi può permettersi visioni di lungo periodo sono sempre meno persone. Se vogliamo veramente risolvere in termini sociali la questione, OCCUPIAMOCI DI STATO SOCIALE, DI INTERVENTO KEYNESIANO, DI LAVORO PER TUTTI, ma per cortesia lasciamo da parte certi discorsi morali qualunquisti che riguardano le classi subalterne. Grazie

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Il Pedante 27 febbraio, 2017 16:04

Mi perdoni, io stesso in alcuni casi sono costretto a ricorrere a servizi low cost (ad esempio per volare, che faccio malvolentieri e una-due volta all'anno). Laddove non sono costretto, non lo faccio. Per il resto sono molto d'accordo con Lei sul fatto che non è con le rivoluzioni dal basso (in questo caso dei consumatori) che si risolvono i problemi. Ho dedicato tempo fa un articolo all'argomento.

Rispondi

Pippo 27 febbraio, 2017 17:47

Gentile @Il Pedante,

E poi, caro Pedante, permettimi di evidenziare che anche chi paga di più per un bene o un servizio, non è detto che quel di più vada poi ai lavoratori e non ai dirigenti o agli investitori; gli esempi sono infiniti; ma perché io dovrei comperarmi un iphone a 800 euro fabbricato in condizioni di schiavitù, mentre posso comperarmi uno smartphone da 100 euro, magari anch'esso fabbricato in condizioni di schiavitù, quando almeno con la seconda opzione non ci rimetto gran parte del mio stipendio?

"Steve Jobs di Apple non era un uomo buono, utilizzava il lavoro schiavistico per fare gli iPads e gli iPhone".

http://archivio.panorama.it/economia/tech-social/Apple-dietro-al-touch-screen-non-e-oro-tutto-quel-che-luccica

E così vale per molti altri brand sia italici che internazionali.

Alla fine è davvero difficile, tranne qualche eccezione, capire se il costo maggiore vada agli investitori, al capo o al dipendente; per ogni luogo dove andiamo a comperare dovremmo fare delle indagini certosine, anche prima di comperare una spilla.

E anche il comperare italiano non è una certezza. Vogliamo parlare del nostro modello di made in italy Farinetti di Eataly?

Eataly e il modello Farinetti: Più sfruttamento per tutti

http://www.mondoallarovescia.com/eataly-e-il-modello-farinetti-piu-sfruttamento-per-tutti/

Alla fine risulta un compito davvero improbo essere certi che i nostri soldi in prodotti non low cost siano spesi veramente bene. Paradossalmente, anche il pastificio dietro l'angolo, con quelle deliziose lasagne, potrebbe impiegare degli immigrati clandestini a 10 euro al giorno, chiusi nel retrobottega al riparo dalla vista dei "consumatori consapevoli".

Per altra via, un operaio che guadagna da 10 anni 1000 euro al mese e che non si è mai concesso una vacanza all'estero, vogliamo metterlo in croce solo perché magari un'estate trova un volo low cost e per la prima volta decide di andare a visitare o Madrid, o Amsterdam, o Londra o Berlino?

Come dici anche tu, la battaglia dei consumatori è una battaglia che non ha senso, anche perché non cambia le regole SISTEMICHE dell'euro e del sistema capitalista e finanziario internazionale. E' una battaglia che non avrà mai speranza di essere vinta; è fatta solo per le anime belle che vogliono sentirsi la coscienza pulita.

Rispondi

Il Pedante 27 febbraio, 2017 19:01

La prego però. L'articolo non parla di queste cose né tantomeno "fa la predica ai poveri". Mi sembra che sul punto fondamentale siamo d'accordo.

Rispondi

Tibidabo 28 febbraio, 2017 19:08

Gentile @Il Pedante,

mi può linkare l'articolo in cui parla delle rivoluzioni dal basso, per cortesia?

Rispondi

Il Pedante 28 febbraio, 2017 23:42

http://ilpedante.org/post/democrazia-dal-basso-bassa-democrazia

Rispondi

Tibidabo 01 marzo, 2017 05:11

Gentile @Il Pedante,

ho letto l'articolo del link.

Quindi quando Ella scrive, nel post precedente:

"È vero, la volontà di proteggere il proprio benessere escludendo chi sta sotto agisce a tutti i livelli e finisce per TRADIRE TUTTI, ovviamento partendo dal basso"

sta dicendo che secondo lei questo tradimento avviene prima di tutto ai livelli bassi (cioè bassi che tradiscono bassi)?

Avevo il dubbio che volesse dire che "le vittime" del tradimento sono per primi quelli "in basso" ma dal post linkato il senso sembrerebbe piuttosto che questa slealtà sia "più diffusa" in basso.

Potrebbe precisare cortesemente, mi interessa molto capire il suo pensiero.

Rispondi

Il Pedante 01 marzo, 2017 09:54

La spiegazione è nella frase che Lei ha correttamente riportato, il cui soggetto è «la volontà». La volontà di escludere chi sta sotto è traditrice e agisce il suo tradimento incominciando dal basso per spostarsi poi verso l'alto, un gradino sociale dopo l'altro. Il che è normale: chi ammette il principio che chi sta meglio può opprimere chi sta peggio si condanna a subire quell'oppressione in ragione diretta della sua vicinanza alla base della piramide sociale, cioè del numero degli oppressori che in tal modo legittima contro di sè. La propaganda tende purtroppo a farci ragionare come vincenti, ci gloriamo di fare i pesci grossi coi piccoli senza pensare che i grossi faranno lo stesso con noi.

Rispondi

Tibidabo 01 marzo, 2017 12:55

Gentile @Il Pedante,

abbia pazienza ma è talmente lontano dal mio modo di pensare e soprattutto dalla mia esperienza che faccio fatica a credere di aver capito bene.

Lei sta dicendo che nella società la volontà di "escludere" chi sta sotto nasce negli strati più bassi e poi si diffonde in quelli più alti?

Se è cosí è un grosso errore di prospettiva di cui mi domando le motivazioni di fondo.

Il rapporto di subordinazione fra classi dominanti e subalterne è una questione estremamente complessa che per di più muta alcuni presupposti a partire da poco prima della metà del XX secolo, quando le masse di diseredati ai margini delle grandi metropoli cominciano a perdere memoria e coscienza della propria tradizione legata alla vita comunitaria delle campagne.

Tradizione che aveva permesso al comunismo di essere recepito in maniera immediata anche da gente che non aveva la preparazione culturale sufficiente per comprendere quel tipo di approccio politico filosofico.

Oltretutto il problema non è tanto l'oppressione di chi sta sotto come dice lei quanto il tradimento dei propri compagni di classe al fine di poter salire nella scala sociale, avendo come obiettivo desiderato e caninamente ammirato proprio quel ristretto gruppo dominante che sta opprimendo il tuo stesso ceto sociale.

Uso le parole di un giovane indiano, studente figlio di bramini quindi particolarmente orgoglioso, con cui da ragazzo ebbi un accesissima discussione a notte fonda in un bar di Bombay: ai tempi ero fieramente eurocentrico e stavamo mettendo a confronto le nostre rispettive storie e culture con l'evidente complicazione che c'erano, in mezzo a ogni concetto che si voleva portare avanti, un paio di secoli di colonizzazione occidentale nel suo paese.

Lui era uno politicamente molto arrabbiato quindi lo lascio cuocere un po' e poi gli tiro la stoccata sapendo che su quello sarebbe restato senza argomenti: "Sí, ma noi abbiamo tagliato la testa alla nostra classe dominante, voi non ci avete nemmeno provato".

Lui in effetti è restato per un attimo zitto, poi mi ha dato una risposta che ha cambiato radicalmente il mio modo di pensare: "Hai ragione e la rivoluzione francese è l'unica cosa che ammiro della civiltà europea. Ma voi siete arrivati quando da noi stavano appena nascendo i presupposti di una ribellione all'oppressione e la vostra venuta ha inibito per i secoli successivi quella presa di coscienza...PERCHÉ TU NON SAI COSA VUOL DIRE ESSERE UN POPOLO COLONIZZATO; CE LO SI TRAMANDA FRA LE GENERAZIONI, QUEL POPOLO COLONIZZATO DIVENTA COME I BAMBINI SOTTOPOSTI AD ABUSI, CHE NON RIUSCIRANNO MAI A DIMENTICARE O SUPERARE DAVVERO IL TRAUMA".

Ora il punto è che il rapporto fra colonizzatori conquistatori, colonizzatori imprenditori (cioè che vanno in loco a insediarsi quindi non tanto la multinazionale di oggi che agisce da lontano) e colonizzati è "esattamente" sovrapponibile al rapporto fra classe dominante, classe media (upper middle e piccola borghesia) e "proletari" (uso il termine desueto solo per brevità).

Dico "esattamente", non "più o meno".

Le consiglio caldamente la lettura di "Prospero et Caliban" di Octave Mannoni, edito nel 1950 con il titolo di "Psychologie de la colonisation" e nel 1984 con quello shakespeariano.

Non è necessario leggerlo tutto, può fermarsi dove l'autore inizia a proporre soluzioni cioè poco dopo la metà (le sue analisi sono molto controcorrente ma politicamente, nonostante tutto, è un middle class fracico, se Ella mi consente il termine).

Lo trova su Amazon o Ebay in inglese o francese.

Se lo leggerà, e sarà una lettura illuminante, si ricordi di mantenersi su due piani contemporaneamente cioè quello propriamente coloniale e in trasparenza su quello dei rapporti di classe nella nostra società europea secondo il parallelo che ho illustrato sopra.

En passant accenno alla considerazione che lei ha del basso che secondo lo scrittore francese è la proiezione del complesso di inferiorità sociale che affligge l"uomo europeo, ovviamente sia nei suoi rapporti con l' "altro colonizzato" che con l' "altro di classe inferiore alla propria" (ossia la società coloniale [leggi anche: il proletariato] ragiona dominato dal "complesso di dipendenza" mentre nella società europea [leggi anche: la upper middle class] gli individui sono dominati dal "complesso di inferiorità sociale"...e si mettono a proiettarlo sui colonizzati quando stanno fuori o, a casa, sui proletari...che poi questo "complesso di inferiorità sociale" è costitutivo della personalità di tutti, anche della ruling class, non solo della upper middle...ma vede...c'è una differenza che lei certamente conosce, quindi eviterò di essere didascalico...)

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Il Pedante 01 marzo, 2017 19:38

Infatti ha capito malissimo. Nel ringraziarLa per le indicazioni interpretative e di lettura, La invito a rileggere la frase. Ci riprovo per l'ultima volta: il tradimento della volontà di sottomettere colpisce prima - cronologicamente, non antropologicamente - in basso. I primi a perdere sono i più deboli, mentre già oggi la marea è salita in seconda e sta lambendo la prima classe (vedi giornalisti cassaintegrati che pensavano di suonare tranquilli la fanfara del padrone). Non ho nessuna intenzione di tracciare linee di demarcazione psicologica tra le classi, pure riconosco che il Suo suggerimento è stimolante.

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Tibidabo 01 marzo, 2017 22:49

Gentile @Il Pedante,

per la verità è lei che si è spiegato malissimo anche perché avevo appunto scritto

"Avevo il dubbio che volesse dire che "le vittime" del tradimento sono per primi quelli "in basso"

e lei mi ha dato una risposta che non era chiarissima (per es. "comincia DAL basso" dove il "dal" può intendersi in due maniere opposte).

Adesso ha scritto "cronologicamente" e ha chiarito senza possibilità di equivoci.

Il dubbio che potesse essere una critica classista mi era venuto per il suo scetticismo verso le rivoluzioni dal basso in cui, come in questo post scritto molto bene e pieno di osservazioni interessanti, arriva addirittura ad assimilarle alla sharing economy proprio mentre ne sta esponendo gli aspetti negativi..

Rivoluzione oggi significa una sola cosa e cioè che il "basso" deve acquisire una consapevolezza e una coscienza che lo portino a una nuova voglia di partecipare da protagonista alla vita politica della propria comunità.

Senza il movimento "del basso" (che ci metterà un po' prima di diventare vero movimento "dal" basso) non faremo altro che cedere ancora più potere alle élite o tutt'al più favoriremo un cambio di ruling class tutto orizzontale e mai sul piano verticale.

La democrazia o diventa progressivamente diretta o cesserà di essere democrazia.

Saluti

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Alessandro 02 marzo, 2017 17:21

Gentile @Il Pedante,

Io men che meno: oramai ogni giorno ci presenta una nuova impresa o idea nello spirito della sharing economy. In ogni caso per me si tratta di una dimenticanza che non indebolisce la tesi sostenuta nel suo post.

Penso che quando questo modello entrerà in crisi, ci sarà un momento di svelamento.

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Tibidabo 03 marzo, 2017 17:02

Gentile @Alessandro,

no infatti, non la indebolisce affatto.

Il Pedante ha centrato perfettamente il punto quando mette in evidenza che la piattaforma NON E' CONDIVISA (non entro in dettagli, basta leggere il post del Pedante).

La chiave è tutta lì.

Poi sul discorso del senso della condivisione in sé di cui parla Alberto T. e altri dettagli tipo il parallelo con la democrazia dal basso la vedo in maniera diversa.

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Davide 26 febbraio, 2017 13:01

La possiamo chiamare, con un occhio al futuro, slaving economy e senza safe word

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Michele Daniele 26 febbraio, 2017 11:35

Otre agli splendidi scritti di suo, il più grande merito del Pedante è quello di attirare una serie di commenti di rara intelligenza che riescono nell'ardua impresa di aggiungere valore allo scritto principale.

Davvero un ottimo posto da frequentare. Grazie al Pedante e grazie ai suoi commentatori :-)

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Francesco 26 febbraio, 2017 00:51

Trascuro il contenuto del post, che peraltro condivido, per notare che state dando per scontato che queste iniziative poi durino ovvero date per scontato che Uber e/o similari stiano in piedi economicamente. Quante sono le mirabolanti imprese del radioso futuro che poi una volta esauriti i numerosi miliardi che investitori a debito che attingono a tassi zero dalla banca centrale del mondo (la FED) stra falliranno così come sono stra fallite tante imprese della recente dot-com mania ? Pare che Uber sarà una di questa come questa convincente analisi (in otto parti di cui pubblico solo il collegamento alla prima) mostra. Questo naturalmente non deve poi consolare più di tanto data che la prossima e inevitabile recessione americana porterà fallimenti e danni collaterali vari pari a quella del 2008/ moltiplicata per N, con le ovvie conseguenze. Non dimentichiamoci che tutto è appeso alla supponenza di un gruppo di banchieri centrali e alla loro pretesa di poter governare "linearizzandola" l'economia, un processo oltremodo complesso che nè loro nè nessuno è in grado di comprendere appieno, ma questo è un'altro tema.

http://www.nakedcapitalism.com/2016/11/can-uber-ever-deliver-part-one-understanding-ubers-bleak-operating-economics.html

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Il Pedante 26 febbraio, 2017 10:26

Condivido la Sua analisi e quella del documento a cui Ella rimanda. In generale questo blog si occupa di ricezione e comunicazione, è proprio in questa chiave che preoccupano le iniziative di un capitalismo startapparo che ha bisogno di mettere in piedi baracconi virtuali e fintorivoluzionari per nascondere i fallimenti delle politiche economiche. Lo spirito dell'articolo era appunto che due più due fa sempre quattro e la gravità tira sempre verso il basso. Le "novità" anglofone promettono di sovvertire le leggi matematiche e naturali, sicché le riscopriremo schiantandoci.

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Francesco 26 febbraio, 2017 20:50

Gentile @Il Pedante, lei è certamente qui interessato ad approfondire i temi nei quali ha maggiore competenza e gliene sono grato perché non i miei e posso imparare qualcosa di nuovo, ma è anche sicuramente persona curiosa e di buone letture. Il mondo è davvero troppo complicato per credere di comprenderlo davvero ma si può fare qualche passo in avanti se si accetta che non c'è una scienza che lo "spiega" ma tante differenti discipline il cui contributo sommato può aiutare. Mi permetto quindi di consigliarle un testo di ricerca storiografica che proponendo una solida e robusta (cioè confermata da un grande numero di esempi) teoria dei cicli storici aiuta a comprendere dove siamo noi oggi, perché noi siamo già stati qui, al punto dove siamo ora, tante altre volte in passato.

Secular Cycles

Peter Turchin & Sergey A. Nefedov

Princeton University Press, 2009

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Il Pedante 27 febbraio, 2017 00:37

La ringrazio per la preziosa segnalazione.

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Massimo 25 febbraio, 2017 21:17

Esiste una differenza sostanziale tra blablacar e Uber. Nel primo caso la piattaforma facilita il dare e ricevere passaggi e condividere solo le spese di viaggio mentre Uber è un servizio di taxi in cui le corse si prenotano e pagano via app. Nel primo caso la Sharing mobility si manifesta come un modo di "colmare le risorse residue" di un bene (l'auto con un solo passeggero a bordo) nell'altro siamo solo di fronte ad un modo di fornire un servizio sul mercato con un App e aggirare in questo modo molte delle norme che un tassista deve rispettare. Uber in Italia è illegale. L'oggetto del contendere, da sempre, sono i servizi di NCC che precedono l'avvento di Uber e che l'app rende estremamente più "aggressivi" e illegalmente concorrenziali con i servizi di taxi. Senza nulla togliere al nucleo centrale del post, vi sono comunque delle differenze tra servizi di Sharing.

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Massimo 26 febbraio, 2017 08:43

PS uberpop è illegale

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Margherita 25 febbraio, 2017 19:14

Purtroppo lo sharing-restaurant non è roba del futuro, esiste già:

https://it.vizeat.com/?c=EUR

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silvia (Marie Antoinette) 25 febbraio, 2017 22:37

Gentile @Margherita,

verissimo, esistono già diversi siti di "social eating".

Il futuro potrebbe essere cum-dividere mogli e figli?

Vi prego non ditemi che esiste già.

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Andrea 25 febbraio, 2017 19:13

Articolo brillantissimo. Trovo un'associazione con i concetti espressi da Nancy Fraser (https://www.dissentmagazine.org/online_articles/progressive-neoliberalism-reactionary-populism-nancy-fraser) sull'alleanza tra la retorica di sinistra della modernità ("sharing" fa tanto illuminato) e l'assalto del potere capitalistico ai diritti dei lavoratori, che anche in questo caso, i taxisti come gli elettori di Trump, sono rappresentati da/come fascisti retrogradi.

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Antonio Martino 25 febbraio, 2017 19:06

Inappuntabile.

Quello che tanti, troppi soloni da due soldi dimenticano ben volentieri risulta un dato di fatto talmente ovvio da suonare oggi rivoluzionario: un consumatore è prima di tutto un produttore o non è.

Intendendo per produttore un qualunque individuo che crea valore (dall'operaio all'impiegato, dal bidello al professore, dal fruttivendolo all'imprenditore) appare evidente che senza reddito- per l'appunto prodotto- non può esservi consumo, alla stessa maniera (Keynesiana, ca va sans dire) per cui non potrà mai esservi domanda di lavoro se non vi sarà una politica rivolta all'incremento della domanda.

In questo senso si incastra perfettamente tutto, dal reddito della gleba all'economia della condivisione (della miseria), in una continua corsa al ribasso dei consumi e dei salari INTERNI per fare a gara con chicelafa a esportare urbi et orbi.

E' maledettamente difficile, oltreché stancante.

Un millennial fuori fase che sogna l'IRI e le Partecipazioni Statali

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Bombadillo 25 febbraio, 2017 13:28

Carissimi,

questa "rivoluzione" non è dissimile da quella che vivemmo con l'esordio in Italia della grande distribuzione all'americana. Ricordo ancora quando, a Bari (la mia città), arrivò il primo mega-centro, Auchan.

Avevo vent'anni, studiavo giurisprudenza e non economia, e assieme ad alcuni amici avevo fondato un'associazione meridionalista: l'associazione SUD.

Qual era la nostra posizione all'epoca, che contrastava con un coro di entusiasti? Auchan creerà occupazione! Non è vero, perché assumeranno x persone, ma causeranno il licenziamento di 10X persone, e dunque il saldo è ampiamente negativo. Sì, vabbé, ma potremo comprare merce a prezzi inferiori.

Ecco, questo rimane il punto più complicato - ora come allora - da far comprendere alle persone. Non devi voler comprare merce a prezzo inferiore. Insomma, il consumatore dovrebbe comprendere che la possibilità di comprare merce a prezzo inferiore gli conferisce un vantaggio immediato, ma, alla lunga, è un boomerang. Non gli conviene. In definitiva, la merce costa di meno perché si retribuisce meno il lavoro e si diminuisce la quantità di lavoro che gravita intorno alla merce. Il risultato nel lungo periodo è che il consumatore avrà meno soldi - se ancora li avrà -, e quindi avrà perso tutto il vantaggio competitivo di pagare meno la merce.

Ma è difficile che il consumatore lo capisca... perché per capirlo dovrebbe ragionare da lavoratore, o da imprenditore, o da professionista, pure quando fa acquisti.

È come quando il datore di lavoro non capisce che non gli conviene una regolamentazione in cui può pagare poco i suoi dipendenti... perché poi a chi vende?

Pagare poco merci e servizi, come pagare poco i lavoratori, serve solo alla rarefazione monetaria.

Con la rarefazione monetaria ci perdono tutti, sia gli imprenditori che i lavoratori, e ci guadagnano solo i prestatori professionali di denaro, perché la merce che loro vendono, cioè appunto il denaro, diventa più rara, quindi più preziosa, e sempre più persone hanno necessità di chiederla a prestito. In più il loro profitto non vien eroso dall'inflazione.

Insomma, che sia Uber o Auchan il meccanismo è sempre lo stesso.

Per contrastarlo, bisognerebbe avere la capacità di rinunciare ad un piccolo beneficio nel breve periodo (che potremmo pure chiamare "esca"), per non avere un grave danno nel lungo periodo (che potremmo definire come l'essere pescati e finire in padella).

Questo sguardo lungo, però, può averlo solo lo Stato. Lasciato a se stesso, il consumatore andrà a comprare dalla grande distribuzione invece che dal negozietto, perché spende di meno, e l'imprenditore ricorrere al contratto di lavoro meno conveniente per il lavoratore che la legge gli consente. È normale.

Ma la risposta giusta da dare a chi esalta queste scelte è che, in questo modo, dimostra di essere proprio il contrario di quello che pretendere di essere. Non sono persone proiettate nel futuro, ma nel presente. Il loro difetto è proprio quello di avere lo sguardo corto, di non comprendere le conseguenze successive di una scelta che può avere (parziali) riflessi positivi solo nel presente.

Tom

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Il Pedante 25 febbraio, 2017 16:56

Inappuntabile.

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silvia (Marie Antoinette) 25 febbraio, 2017 23:03

Gentile @Bombadillo,

stesso meccanismo per Starbucks.

Tempo fa ho trovato questo articolo in cui Zingales accusava i piccoli proprietari di caffè, tra le altre cose, di evasione. Veramente ridicolo in un'epoca in cui basta fare una ricerca "Starbucks evasione".

http://www.ilfoglio.it/economia/2015/10/20/news/il-caffe-italiano-sara-pure-imbattibile-ma-ha-molto-da-imparare-da-starbucks-88726/

Dunque ho scritto educatamente al Foglio una serie di fatti e di critiche (che non sto a riportare), ma il commento è stato censurato.

Allora ho scritto un'email a Zingales che molto gentilmente (e con una faccia tosta incredibile) mi ha risposto di essere d’accordo con me e che la "tax elusion" (nella lingua di Chicago) di Sturbucks è ancora più indecente e che deve essere eliminata.

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indagini 25 febbraio, 2017 13:27

Buongiorno,

La chiave ermeneutica per comprendere tutti questi passaggi intermedi del cambiamento coatto in essere, che Pedante analizza con arguzia e intelligenza ammirevoli nei suoi post, è che è in corso un attacco all'anima delle persone, in primis, ma anche di popoli e luoghi, e all'anima dello stesso pianeta.

Le cose su cui ci appassiona (io per primo) esercitare intelletto, pensieri e sentimenti - Pedante è un terreno privilegiato per fare ciò - sono tuttavia (lo si deve sapere) mero epifenomeno, estrinsecazione esteriore e materiale, ricaduta concreta, in parole povere EFFETTO di questa superiore battaglia, che si svolge in campo sottile, il cui terreno d'azione è la nostra anima (psiche, mente e coscienza), sì proprio quella individuale di ciascuno di noi!, la quale sola è CAUSA di tutto ciò che appare a livello materiale.

I/le vari/e ONU, NATO, BCE, crisi globali, guerre continue, il pseudo terrorismo globale, il pseudo ISIS et similia, l'informazione martellante omologata a livello mondiale su 4 concetti ossessivi, l'uso della robotica, gestione migrazioni, allarmi continui, banche, multinazionali, governi mondiali, UE, forme pensiero dominanti imposti con violenza, EXPO, banca mondiale, FMI, WTO, FAO, WWF, etc... (qui indicati a capocchia, ma l'elencazione è infinita), da cui poi trae spunto e su cui si alimenta il nostro meritorio esercizio mental-intellettuale, non sono altro che meri strumenti, peraltro neppure apicali, di questa lotta per la conquista dell'anima di ciascuno di noi.

Se può apparire incommensurabile il nostro piccolo e irrilevante essere individuale (chi sono io per...?) dinnanzi a cotale baraccone, beh si sappia che ciò è frutto solo di insipienza, di nostra ignoranza, creata ad arte e mantenuta nei secoli proprio da chi ha interesse a che essa vi sia, vale a dire il potere dominante, che è struttura-meccanismo che usa persone, non viceversa. Ma non bisogna scoraggiarsi, né sentirsi feriti nell'orgoglio o peggio nella vanità. Tutto è rimediabile.

Non si deve indebolire, abdicare, la ricerca sugli effetti. Nemmeno perdere la passione nel farla. Essa serve eccome, anzi è fondamentale. Farla a questi livelli, poi, da Pedante in su, è nutrimento per la stessa anima; ma si deve aggiungere a ciò, senza togliere nulla, la comprensione anche del piano causale superiore, ancorché eterico, sottile, immateriale, non immediatamente percepibile, da cui però tutto discende e di cui tutto è strumento.

Tale secondo tipo di ricerca deve essere calma, paziente, progressiva, sapiente e amorevole. Essa deve solo illuminare quella del primo tipo, cioè la nostra abituale. Deve ingravidarla di senso, esserle lume fecondo.

Non credo che Pedante e nessuno di noi sia arrivato a pensare e ragionare come fa oggi sulla realtà apparente in mezza giornata, ma che sia piuttosto l'esito (provvisorio, tuttora in itinere) di un percorso lungo una vita o quasi di pensiero ed esperienza.

Si provi allora ad aggiungere piano piano questo ulteriore aspetto e non solo il quadro sarà sempre più chiaro.

Ma si aprirà di fronte a noi una gamma quasi infinita di azioni possibili ed efficaci da compiere per affrontare al meglio questi tempi e renderli migliori, che in fondo è la cosa a cui tutti siamo chiamati. Coraggio!

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Emanuele Frati 25 febbraio, 2017 11:30

Come al solito un commento sublime e intelligente sulla realtà delle cose.

Grazie ancora una volta, sig. Pedante!

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Luca Fantuzzi 25 febbraio, 2017 11:04

Una volta c'era la mutualità e la cooperazione (pur con tutti i suoi abusi). Oggi c'è la sharing economy.

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Il Pedante 25 febbraio, 2017 12:09

Lei ha scritto bene. In una civiltà un po' meno involuta, Airbnb sarebbe stato lo strumento di un'associazione di piccoli proprietari immobiliari.

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Rigel 25 febbraio, 2017 11:01

da studente universitario di economia, confermo che tra i cantori più infoiati della scèringhecònomi ci sono proprio gli accademici e gli economisti.

Non potrò mai dimenticare come una docente un bel giorno con le sue belle slides si mise a decantare le magnifiche sorti e progressive della scèringhecònomi, descrivendoci uber ed airbnb come "un ottimo modo di trovare un lavoro una volta completati gli studi", perchè tanto "in un mondo globalizzato dobbiamo scordarci di avere una posizione lavorativa sicura come accadeva in passato".

In altre parole, stava dicendo che io e i miei colleghi un giorno potremo anche avere una laurea in economia, ma sarà bene entusiasmarsi fin da subito all'idea di tirare a campare accogliendo perfetti sconosciuti in macchina/casa in cambio di due spiccioli...

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Angelo 25 febbraio, 2017 13:01

Gentile @Rigel, bravo!!!

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a perfect world 25 febbraio, 2017 15:13

Gentile @Rigel,

che squallore! Condito dal fatto che le prediche sull'arte di arrangiarsi provengono da posizioni blindatissime e totalmente "fuori dal mercato" che decantano. E' classismo o ignoranza? Entrambi, direi.

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barbara 25 febbraio, 2017 10:45

Copioincollo da un "articolo" di Franco Debenedetti sull'Hp di oggi: "Nelle città in cui c'è Uber, centinaia di miglia di persone arrotondano lo stipendio usando nei ritagli di tempo la propria vettura, tanto che a New York è considerato un efficiente programma di welfare. Efficiente perché va senza intermediazione a chi ne ha bisogno." Lo dice con chiarezza, non lo vogliono né vedere, né affrontare.

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Fartzilla 25 febbraio, 2017 15:06

Tra un po' arriveremo a considerare gli scippi una efficiente forma di welfare.

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a perfect world 25 febbraio, 2017 15:26

Ma non e' la direzione verso il baratto? Nel giro di poco tempo, il "servizio" fornito dalle multinazionali puo' essere rimpiazzato da siti "fai da te" su base locale. Mi sembra una politica fondamentalmente (auto)distruttiva.

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Joel Samuele Beaumont 25 febbraio, 2017 02:44

Il mio pensiero va a tutti quei tassisti che hanno pagato la licenza, ed ora la possono usare per il bagno (se non gli hanno pignorato casa nel frattempo).

Per me appare una provocazione, per vedere se le persone reagiscono.

Non tanto mi preoccupa BlaBlaCar, perché è rivolto a situazioni dove non si prende il taxi (viaggi lunghi), e dove alla fine viaggiare in più persone è un comportamento tutto sommato virtuoso (Salvo brutte compagnie in viaggio).

Ma chiaramente, in un contesto dove chi ha comprato la licenza ha dovuto sganciare tanti soldi, è veramente offensivo che qualsiasi governo non intervenga a risolvere conflitti che ovviamente si creeranno. E io mi aspetterei anche un imboscata dove alcuni si fingeranno clienti, e poi daranno fuoco all’auto utilizzata con UBER (è già successo? Questo non lo so, ma è nell’aria...). Queste sono le nuove sfide della globalizzazione.

Comunque sia, se un governo accetta UBER, alla fine sposterà la tassazione lì, e sarà peggio per tutti.

Oppure, in condizioni economiche normali, si potrebbe permettere UBER, ma chi farebbe il tassista part time?

Ci si aspetterebbe quantomeno che i tassisti venissero risarciti, ma questo sarebbe non in linea con le politiche attuali.

Bisognerebbe considerare anche le anomalie dei modi di viaggiare di oggi, con aeri che costano meno dei treni, e pullman che costano anch’essi meno dei treni.

Io personalmente uso i pullman low cost, perché le mie tasche me lo chiedono. Ma non capisco perché un pullman dovrebbe costare meno di un treno. E anche se utilizzo i servizi low cost, non vado in giro a dire che la globalizzazione è figa perché 1) ho fatto dei viaggi con megabus a 1 €, dove però ti chiedevano di non scendere dal pullman durante la sosta perché così è scritto sul loro sito, e la considerano una cosa umanamente accettabile; 2) se il treno è considerato il mezzo più ecologico ed economico, perché preferiscono lasciar viaggiare treni semi deserti?

Qui allora si tratta di capire che tipo di giri di soldi ci sono, e che vantaggi ci sono nel caricare gente su un pullman a Milano e portarla fino a Roma, quando esistono i frecciarossa.

Propongo anche quindi, una pedanteria su questo tema.

P.S.

Comunque sia il dominio airrestaurant.com è ancora disponibile, che faccio lo compro?

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Il Pedante 25 febbraio, 2017 10:48

Sono domande che anch'io mi sono fatto, se scopro quialcosa La informo.

Rispondi

PaMar 25 febbraio, 2017 20:18

Gentile @Joel Samuele Beaumont,

Il mio pensiero va a tutti quei tassisti che hanno pagato la licenza, ed ora la possono usare per il bagno (se non gli hanno pignorato casa nel frattempo).

Con il discorso sulla licenza però si va un po' fuori tema, credo: la compravendita delle licenze era una prassi del tutto deregolamentata (a voler essere gentili) quando i fondatori di AirBnB probabilmente non erano ancora manco nati.

La licenza veniva data in concessione a titolo gratuito, il mercato che ci si costruiva sopra al momento di lasciare l'attività (invece di rimetterla semplicemente al comune che l'aveva rilasciata) non mi pare sia ascrivibile allo Stato, ad Uber, al FMI. Quindi nessuno di questi soggetti è tenuto a indennizzare gli acquirenti (di un bene che all'origine aveva prezzo pari a zero).

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Il Pedante 25 febbraio, 2017 20:41

Gentile utente, ciò che Lei scrive è sbagliato oltre che ingiusto. I comuni o lo Stato avrebbero potuto imporre l'inalienabilità delle licenze in qualsiasi momento, ma non lo hanno fatto (e può anche essere che avessero i loro buoni motivi). Coloro che oggi protestano non sono i venditori delle licenze ma gli acquirenti, ai quali la legge non ha lasciato altra scelta se non quella di comprarle. Quindi tutti hanno agito nel rispetto o nella cogenza della legge, che ha deliberatamente autorizzato quel commercio. Il compito di chi fa politica è prevedere ed evitare le discriminazioni e i conflitti, non di fare le predicuzze ai sudditi per giustificare i propri errori. Spero che non voglia anche Lei prendere la strada, stomachevole, del moralismo, con l'aggravante di voler punire non chi ha "speculato" ma chi ne è stato "vittima".

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PaMar 25 febbraio, 2017 22:06

Gentile @Il Pedante,

lungi da me voler fare il moralista "con le vittime". Ma possiamo convenire su un punto, almeno - vale a dire che ci siano stati dei colpevoli, nella gestione delle licenze, o sono tutti e solo vittime?

Ammesso che i colpevoli esistano, chi sono? non i tassisti che le hanno comprate, ok - volevano fare i tassisti (non abusivi) e non avevano altre strade.

Lo Stato che non ha normato prima e ha sempre lasciato correre dopo? Il primo tassista che ha messo in vendita la licenza prima di andare in pensione?

Per quanto mi riguarda per me andrebbe pure bene che sia lo Stato a indennizzare i tassisti che hanno pagato per la propria licenza - non è che auspico la loro rovina "perchè se la sono cercata" dico solo che mi pare che il discorso sulle licenze, con cui si apriva il messaggio originale, secondo me non c'entra molto con il tema del pezzo.

Visto che il tema era (se non ho frainteso) "la sharing economy riduce i costi riducendo (anche) le tutele a chi ne fa uso" (intendo così l'esempio, del tutto corretto, sugli impianti antincendio degli alberghi) forse avrebbe più senso approfondire che tipo di tutele siano richieste ai tassisti.

Al netto della licenza, i vari comuni cosa chiedono a chi fa il tassista? Mi risulta che debba essere incensurato, ma a parte quello ci sono esami particolari? è richiesta una benché minima conoscenza di una lingua straniera? rudimenti di pronto soccorso? conoscenza della toponomastica della città in cui si opera?

Tutto questo non tanto per unirmi alla canea di quelli che "dagli al tassista", ma per capire meglio a quali tutele rinunci il cliente di Uber (il caso di Albergo vs. AirBnB mi è decisamente più chiaro).

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Roxgiuse 25 febbraio, 2017 01:39

Grande Pedante. Grazie per questa ulteriore perla.

Rispondi

Angelo 25 febbraio, 2017 13:08

Gentile @Roxgiuse, perla de che?

Rispondi

Roxgiuse 25 febbraio, 2017 18:26

Gentile @Angelo, metafora per scritto prezioso. La forza del Pedante è dare congruenza logica e forma dialettica a pensieri che già albergano in noi. Li rende trasmissibili e condivisibili. Lui, Bagnai, Barra Caracciolo, Giacché, Cesaratto e altri che non elenco per non diventare stucchevole, hanno il grande merito di dare impulso alla coscienza, di farla emergere al razionale. Domani se vorrò rendere partecipe qualcuno di queste verità tanto evidenti da apparire ex-post banali, avrò le parole e il rigore logico del Pedante. E di questo gliene sono veramente grato.

Rispondi