Quelli della megliocrazia

13 luglio, 2016 | 24 commenti

Nella puntata precedente di questa serie, dedicata al declino dell'idea di democrazia nel gradimento delle masse e di coloro che ne orientano l'opinione, ci siamo soffermati sugli attacchi sferrati agli elettori inglesi più anziani che avevano votato affinché il Regno Unito uscisse dall'Unione Europea. In quel caso la stampa aveva utilizzato dati incerti e male interpretati per associare le socialdemocrazie nazionali allo spettro cadente e rancoroso della vecchiaia, da contrapporre alla presunta freschezza giovanile del progetto europeo. Alcuni commentatori, accecati dallo zelo dei giusti, si erano quindi spinti a invocare la revoca del diritto di voto agli anziani, scoprendo così il sostrato predemocratico e totalitario che cova nel pensiero progressista contemporaneo.

In questa puntata proseguiremo nel solco di quella narrazione centrando l'analisi su un'altra virtù cardinale dell'elettore caro all'establishment, di quel καλὸς κἀγαθός europeista e globale a cui occorre conformarsi per non patire l'espulsione dal gregge. Dai resoconti giornalistici abbiamo appreso che egli non è soltanto giovane - o quantomeno giovane dentro, ostando l'anagrafe - ma anche istruito e residente nelle grandi città. Un identikit che, al contrario di quello giovanilista basato su fantasie esegetiche, trova almeno conforto nell'analisi dei voti. Così, ad esempio, nelle recenti elezioni presidenziali austriache il candidato internazionalista Van der Bellen si aggiudicava la maggioranza dei voti dei laureati e degli elettori della capitale - da cui il commento virale del duo comico Gebrüder Moped:

La FPÖ ha perso al voto postale e vuole abolire il voto postale. Prossimi passi: abolizione della maturità classica, di Vienna e delle donne.

Il primo aspetto che ci interessa indagare è il ruolo di queste rappresentazioni nell'orientare l'opinione di un ampio pubblico fabbricandone e celebrandone il primato morale. Il meccanismo manipolatorio agisce su due fronti. Da un lato isola una o più caratteristiche di larga diffusione - l'istruzione superiore, la residenza in un'area metropolitana, la gioventù - e le trasforma in distintivi di appartenenza a una élite sedicente virtuosa in seno alla comunità di riferimento. Dall'altro crea un'aspettativa positiva associando queste caratteristiche a preferenze politiche presentate in termini altrettanto virtuosi - l'internazionalismo, l'europeismo, la "sinistra" - e generando così nei destinatari un obbligo morale ad aderirvi, per certificare la propria appartenenza alla schiera dei migliori.

Il fenomeno sottostante, noto agli psicologi sociali come Effetto Rosenthal o Effetto Pigmalione, descrive la possibilità di indurre i comportamenti e/o le qualità di un soggetto rendendogliene manifesta l'aspettativa da parte di un'autorità o di una guida riconosciuta. Se i giornali scrivono che i cittadini più istruiti votano progressista perché sono saggi, questi ultimi tenderanno ad avverare la profezia votando progressista, sì da essere degni di annoverarsi tra i saggi. Collateralmente anche i meno istruiti, purché esposti alla narrazione, orienteranno le proprie opinioni verso il medesimo standard per assimilarsi ai migliori. In questo modo la descrizione mediatica diventa norma coattiva, avverando se stessa.

In un altro articolo di questo blog si è visto come il principale movente politico della vasta e longeva categoria dei moderati non risieda nell'interesse o negli ideali, ma piuttosto in un desiderio di celebrare la propria superiorità aderendo agli standard etico-politici di volta in volta fabbricati e magnificati dagli organi di stampa, cioè dal potere in carica. Si è anche visto come la coltivazione di exempla negativi da cui distinguersi - gli estremisti, i razzisti, i fascisti, i terroristi, gli indifferenti, la pancia degli elettori ecc. - sia strettamente funzionale all'allestimento letterario di quegli standard virtuosi e alla loro imposizione: il terrore di finire dietro la lavagna con il cappello dell'infamia spinge i gregari a suffragare qualsiasi atto, anche il più atroce. È il terrore atavico dell'esclusione dal branco, la cui urgenza irrazionale diventa strumento di propaganda e di sottomissione in quanto prevale sugli interessi dei singoli, anche i più legittimi, e li annulla nell'imperativo di un presunto bene spersonalizzato e comune - cioè del personalissimo bene di chi detta le trame ai giornali.

Ai mezzi di informazione spetta il compito di alimentare questa aggregazione autocelebrativa coltivando simboli, mode, antagonismi e dibattiti che, per aggredire i gangli prerazionali del target, devono affondare la loro suggestione negli archetipi più radicati e ancestrali. Limitandoci al caso qui analizzato, la dialettica centro-periferia allude, sotto l'apparenza asettica del dato demografico, alla connotazione morale e intellettuale dell'urbanitas latina in quanto eleganza di modi e di eloquio e "tacita erudizione acquisita conversando con le persone colte" (Quintiliano, Inst. orat. VI III 17), da contrapporre alla grezza rusticitas. Se città e civiltà condividono il medesimo etimo (civitas), la villa (cascina, podere e, per sineddoche, la campagna tutta) partorisce non solo il villico, ma anche il villano e l'inglese villain, cioè l'antagonista, il malvagio, l'irredimibile cattivo delle fiabe.

In quanto all'istruzione, il suo riflesso positivo e condizionato ha una radice quantomeno duplice. Da un lato rimanda anch'essa alla celebrazione classica dell'erudizione e, per successiva approssimazione e sovrapposizione semantica, alla sapientia della pneumatologia cristiana che in origine identifica discernimento e saggezza. Che i dotti debbano avocare a sé la guida delle cose pubbliche era già in Platone, là dove contrapponeva alla democrazia ateniese la sofocrazia, il governo dei filosofi e dei sapienti. Dall'altro, l'attenzione al grado di istruzione innesca un automatismo pedagogico che rispecchia l'infantilismo coltivato dai media e dove la qualità degli individui è misurata in termini di diligenza e non di intelligenza. Sicché lo studente/cittadino meritevole è quello che ascolta la maestra, passa gli esami e consegue il titolo di studio, così come il politico buono è quello onesto che si attiene alle regole senza metterle in discussione, il lettore buono è quello che ripete tutto ciò che legge sui giornali e il popolo buono è quello che fa i compiti a casa di merkeliana memoria, senza interrogarsi sulla bontà del progetto politico sotteso.

Il successo di questa articolata captatio benevolentiae è tale da suscitare non solo l'autocompiacimento dei suoi destinatari - sì da renderli argilla nelle mani del manovratore di turno - ma anche un odio acerrimo verso chi non si conforma allo schema. I moderati, nonostante rappresentino di norma la maggioranza dell'elettorato (diversamente il potere non se ne curerebbe), amano immaginarsi come uno sparuto manipolo chiamato a difendere la fiamma della civiltà dai barbari. La loro forza sta nella paura, e la paura genera odio. Sicché, nei rari casi in cui la realtà non si conforma alle loro aspettative, si scagliano con la cecità del branco contro chiunque ardisca trasgredire il catechismo impartito dai loro giornali. Ecco l'attempato dandy dell'ultraeuropeismo, Philippe Daverio, commentare la vittoria del Brexit dalla sua pagina Facebook:

Nell'Inghilterra colta la voglia d'Europa si è confermata, in quella dove gli anziani e le anziane sdentati preferiscono una cassa di birra alla cura dal dentista, l'Europa perde.

Un disprezzo iperbolico e gratuito, una polarizzazione puerile tanto più bizzarra in quanto espressa da un tizio che non ha mai preso una laurea. L'esito, fin troppo prevedibile e antico, è il classismo, la sbobba dialettica di chi non potendo dimostrare la propria superiorità si illude di affermarla postulando l'inferiorità degli altri.

Come si è visto nella puntata precedente, dalla squalificazione antropologica alla negazione dei diritti il passo è breve, brevissimo. Il subumano va arginato e interdetto per il bene di tutti e in deroga a tutto. Leggiamo Massimo Gramellini, il direttore de La Stampa, che rompendo ogni indugio porta l'attacco al cuore del dogma democratico:

La retorica della gente comune ha francamente scocciato. Una democrazia ha bisogno di cittadini evoluti, che conoscano le materie su cui sono chiamati a deliberare. La vecchietta di Bristol sapeva che il suo voto, affossando la sterlina, le avrebbe alleggerito di colpo il portafogli, dal momento che i suonatori di piffero alla Farage si erano ben guardati dal dirglielo?

Ecco, Gramellini si è scocciato del popolo. E nell'esprimersi con fastidio aristocratico per la "retorica delle gente comune" promuove evidentemente se stesso al rango della gente speciale e dei "cittadini evoluti". A che titolo? E chi ve lo ha eletto? Non ce lo spiega, né soprattutto spiega che cosa ci sia di speciale in un'opinione ragliata all'unisono da tutti i maggiori mezzi di informazione. Del resto la sua missione è un'altra: quella di rendere dicibile l'indicibile - la revoca del suffragio universale - e di gettarne il tarlo nelle docili testoline dei suoi lettori, così da prepararli ad applaudirne l'avvento e illuderli che, quando ciò accadrà, loro non ne saranno colpiti trovandosi al sicuro sulla sponda dei migliori.



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Frw 02 ottobre, 2016 15:42

Ho scritto a una decina di questi (inconsapevoli?) tromboni chiedendo se potevano spiegare come mai i vecchi sdentati e ignoranti hanno potuto (alla luce dei fatti) fare la scelta giusta ma le sole due risposte (Zucconi e Gramellini) ricevute ribadiscono le loro tesi e sostengono che non devo credere ai dati che leggo (!?!?) e, soprattutto, di lasciare che il tempo faccia chiarezza.

Che tristezza!

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Cristian 07 ottobre, 2016 23:16

Gentile @Frw,

"i vecchi sdentati e ignoranti hanno potuto (alla luce dei fatti) fare la scelta giusta"

Beato lei (e Zucconi e Gramellini ben inteso) che sanno di aver ragione in cosi poco tempo.

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Il Pedante 08 ottobre, 2016 10:19

Propriamente, i miti dialettici non sono una risposta, ma appunto miti: http://ilpedante.org/post/terapie-tapioco-le-apologie-del-fallimento#lungo-termine

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Giacomo 01 agosto, 2016 14:00

Gramellini deve avere solo un po' di pazienza, secondo Mankiw... http://www.nytimes.com/2016/07/31/upshot/why-voters-dont-buy-it-when-economists-say-global-trade-is-good.html?_r=2

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Felice Fornello 24 luglio, 2016 17:46

A proposito di "il politico buono è quello onesto", premetto di non aver ancora letto l'articolo del collegamento, che sicuramente è ottimo come il presente; voglio però dire che non credo che con le grida "Onestà" di certi politici (i cinque stelle) si voglia dire che l'onestà sia necessaria e sufficiente, ma solo che è necessaria. Del resto obbedire alle regole condivise è la base del patto sociale; il che non significa che non si deve voler cambiare le regole, se si ritiene che la maggioranza le reputa sbagliate, ma che esistono procedimenti per farlo che salvaguardano la democrazia. Quindi pretendere l'onestà da tutti, e perciò anche dai politici, è solo un'ovvietà, con la quale non si vuole dire che basta questo per essere buoni politici: tutta la popolazione dovrebbe essere onesta, nell'accezione su accennata, e i politici eletti dovrebbero venire fuori da persone che non hanno pendenze legale, quindi oneste, anche se ciò non significa buone, né che saranno buoni politici.

Non ho la dialettica del Pedante ma spero che il concetto che ho voluto esprimere si capisca. Ora vado a leggere l'articolo e sono sicuro di trovare idee adeguate da confrontare con questi mie due lire.

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Luca Pardi 19 luglio, 2016 15:35

Ottimo e condivisibile post. Infatti lo condivido.

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ws 18 luglio, 2016 13:16

Un "ovvio" sempre scritto in modo stupendo , complimenti

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giovanni 16 luglio, 2016 20:13

"un tizio che non ha mai preso una laurea. "

E che ha fatto l'assessore per il sindaco del partito dei villani per antonomasia (ovvero Formentini della Lega).

Con la SUA stessa logica, è spacciato.

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Anna 14 luglio, 2016 18:20

Se riuscissimo a leggere articoli come questo su Repubblica o sul Corriere forse le cose andrebbero diversamente. In UK, dove vivo, i principali giornali (come il Telegraph) riportano questo genere di commenti.

Il giorno dopo il referendum sul Brexit, BBC radio 4 intervistò Mario Monti. Uno spasso! Il Nostro non faceva che ripetere che nell'UE ci princìpi fondamentali (parlandone come se fossero i comandamenti dati a Mosè sul Monte Sinai) e il giornalista insisteva che gli elettori si erano espressi in modo inequivocabile ....

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Dino 14 luglio, 2016 09:03

Qualche giorno fa mi e' capitato sotto gli occhi, questo articolo del NyT: http://www.nytimes.com/2016/07/03/opinion/sunday/the-myth-of-cosmopolitanism.html?_r=1

Mi e' stato poi gentilmente tradotto da Guido Costantini.

Eccolo:

Ora che delle ribellioni populiste stanno portando la Gran Bretagna fuori dall'Unione europea e il partito repubblicano fuori dai giochi per la presidenza, forse dovremmo parlare non più di destra e sinistra, liberali e conservatori. D'ora in poi le grandi battaglie politiche saranno combattute tra nazionalisti e internazionalisti, nativisti e globalisti. D'ora in poi le lealtà che contano saranno strettamente tribali - rendere l'America "Great Again", questo campo benedetto, questa terra, questo regno, questa Inghilterra - o multiculturale e cosmopolita.

Beh forse. Ma descrivere la divisione in questo modo ha un grande difetto. Dà al punto di vista dell'elite nel dibattito (il lato che ne discute di più) troppa importanza per essere veramente cosmopolita.

Il cosmopolitismo genuino è una cosa rara. Richiede essere ben disposti verso la vera differenza, con i modi di vita che sono veramente esotici rispetto al proprio. Prende spunto dal verso di un drammaturgo romano che "nulla di umano mi è estraneo", e va verso l'esterno pronto per essere trasformato da ciò che trova.

Le persone che si considerano "cosmopolite" nell'occidente di oggi, al contrario, fanno parte di un ordine meritocratico che trasforma la differenza in similitudine, selezionando i migliori e i più brillanti da tutto il mondo e omogeneizzandoli nella peculiare specie che noi chiamiamo "cittadini globali".

Questa specie è multirazziale (entro certi limiti) e desiderosa di assimilare i pezzetti che sembrano divertenti delle culture straniere - cibo, un tocco di spiritualità esotico. Ma non meno degli gli abitanti della Cornovaglia che hanno votato per la brexit, i nostri cittadini globali pensano ed agiscono come membri di una tribù.

Hanno la loro specifica visione del mondo (fondamentalmente, un cristianesimo liberale senza Cristo), la propria esperienza educativa comune, i propri valori e le ipotesi condivise (gli psicologi sociali li chiamano WEIRD : per Western -occidentale-, Educated -educato-, Industrialized -industrializzato-, Rich -ricco- and Democratic -democratico-), e, naturalmente, i propri gruppi nemesi (evangelici, "piccoli inglesi") da temere, compatire e disprezzare. E come ogni coorte tribale, cercano comfort e cose familiari: da Londra a Parigi a New York, ogni "città globale" occidentale (come ogni "università globale") è sempre più intercambiabile, in modo che ovunque il cittadino del mondo viaggia si sente già a casa.

Infatti, il tribalismo d'elite è attivamente incoraggiato dalle tecnologie della globalizzazione e dalla facilità del viaggiare e della comunicazione. La distanza e la separazione costringono all'incontro e all'immersione (nelle culture aliene, ndt), che è il motivo per cui l'età dell'impero creò cosmopoliti e sciovinisti - a volte delle stesse persone. (C'è più cosmopolitismo genuino in Rudyard Kipling e Thomas Edward Lawrence e Richard Francis Burton che in un centinaio di sessioni di Davos.)

E ancora possibile scomparire nella cultura di qualcun altro, abbandonare questa finzione di cittadino-globale. Ma nella mia esperienza le persone che lo fanno sono eccezionali o eccentrici o che naturalmente vivono ai margini già dall'inizio - come un giovane scrittore che conoscevo che aveva viaggiato in Africa e in Asia, più o meno a piedi per anni, non per un libro, ma solo perché gli andava, o la figlia di missionari evangelici che è cresciuta in Asia meridionale e vissuto a Washington, DC, come una tappa prima di trasferire la propria famiglia in Medio Oriente. Queste non sono le persone che salgono al potere, che diventano quelli all'interno del sistema contro i quali i populisti si rivoltano.

Nel mio caso - di parlare come uno all'interno del sistema per un momento - il mio cosmopolitismo probabilmente ha raggiunto il picco quando avevo circa 11 anni, quando, allo stesso tempo, frequentavo servizi di culto pentecostali dove si usava la glossolalia, giocavo nella Little League in un quartiere operaio, mangiavo insieme a vecchi hippies nei ristoranti macrobiotici durante il fine settimana, mentre nel frattempo frequentavo una scuola parrocchiale Episcopale liberale. (È una lunga storia.)

Una volta che ho cominciato a frequentare una università globale, vivendo in città globali, lavorando e viaggiando e socializzando con i miei concittadini a livello mondiale, la mia esperienza di vera e propria differenza culturale è diventato molto più superficiale.

Non che ci sia necessariamente qualcosa di sbagliato in questo. Gli esseri umani cercano una comunità, e l'apertura permanente è difficilmente sostenibile.

Ma è un problema che la nostra tribù di cosmopoliti sedicenti non si vede chiaramente come una tribù: perché significa che i nostri leader non riescono a vedere se stessi nel modo in cui gli elettori a favore di del Brexit e quelli a favore di Trump e Marine Le Pen li vedono.

Non riescono a capire che quella che si sente diversa al suo interno può ancora essere vista come un'aristocrazia agli esclusi, che guardano alle città come Londra e vedono, come Peter Mandler ha scritto per la testata "Dissent" dopo il voto Brexit ", un casta professionale quasi ereditaria di avvocati , giornalisti, pubblicisti e intellettuali, una casta sempre più ereditaria di politici, cenacoli ristretti di agitatori culturali riccamente sponsorizzati dalle multinazionali."

Non possono capire che i peana per l'apertura multiculturale possono suonare come egoistici luoghi comuni proveniendo da londinesi a favore di frontiere aperte a cui piacciono i ristoranti afghani, ma non vivrebbero mai neanche vicino a un progetto di edilizia abitativa per immigrati, o da parte di liberali americani che salutano la fine della supremazia bianca mentre fanno tutto il possibile per tener lontano i loro figli dalle scuole dove le minoranze sono in maggioranza.

Non possono capire che la loro visione della storia come di una traiettoria che inesorabilmente si allontana da tribù e religione e stato-nazione sembra a quelli fuori dal sistema come qualcosa di familiare che viene da epoche passate: una egoistica spiegazione da parte di una casta potente del perchè solo lei merita di governare il mondo.

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Mi pare integri bene l' articolo di Sua eccellenza.

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Alberto T. 13 gennaio, 2017 17:27

Gentile @Dino,

grazie della segnalazione.Conferma quello che pensiamo in molti:un'elite globalista,benestante,acculturata e molto autoritaria quando vengono messi in discussione gli 'pseudo-valori' su cui vorrebbe si conformasse l'umanita' intera.Quando ti limiti a fare qualche domanda antipatica si stizziscono.Ad esempio:mi fa' qualche esempio di entita' statale di qualsiasi continente o dimensione dove sia presente questo 'cosmopolitismo' ad esclusione di una manciata di metropoli occidentali? (New York-Londra-Los Angeles-Berlino-Parigi-Milano) .Nulla in India-Cina-Urss-Brasile-Sudafrica-Nigeria e persino in Giappone (trattasi infatti di megalopoli dove le differenze etniche sono,quando ci sono,interne all'entita' nazionale.Resta dominante l'etnia della maggioranza).Mi fa' qualche esempio dove la convivenza tra etnie e razze diverse quando supera una certa soglia percentuale sul totale della popolazione in un dato territorio non provochi fortissimi conflitti causati da motivazione:economiche-culturali-religiose tra di loro non coincidenti e percio' alla ricerca della predominanza? L'esempio negativo del 'multirazzismo' USA di solito abbatte anche un toro del 'cosmopolitismo' felice che si riduce ad una costruzione immaginaria e utopica sganciata dalla realta'.

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gianni canova 13 luglio, 2016 20:25

Analisi lucida e dettagliata che ben rappresenta il grado di piaggeria intellettuale diffusa in larghi strati della popolazione e la sua genesi. Articolo condivisibile in toto.

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Bombadillo 13 luglio, 2016 19:54

Cari amici,

condivido il post del nostro ospite, molto puntuale nella descrizione dei rapporti causali: anche, se come scrissi pure in riferimento al suo precedente, io scriverei più precisamente conformisti, invece che moderati.

La verità è che è difficile essere anticonformisti. Lo è ancora di più se vuoi far carriera in ambienti culturali, che si tratti di giornalismo o di università (mi riferisco, chiaramente, alle materie umanistiche e sociali, non a quelle prettamente scientifiche). La troppa indipendenza è spesso ritenuta un difetto. Forse uno se la può permettere veramente solo quando la carriera l'ha finita, nel senso di completata, oppure vi ha rinunciato (che sia una rinuncia alla carriera tout court o alla progressione). Altrimenti, se la permette a suo rischio e pericolo.

Per il resto, non credo che davvero ci sia una minaccia al suffragio universale: le lobby transnazionali dei prestatori professionali di denaro non lo vedono come un pericolo, appunto perché sono certe (beninteso: a torto o a ragione) di poter condizionare l'esito del voto, e la Brexit pare l'eccezione che conferma la regola, che a mio avviso si spiega, piuttosto, con il residuo di monarchia presente in quella nazione, e con il duplice "appello" della regina per l'uscita, che per ovvie ragioni avrà avuto maggiore impatto proprio sulla gente meno progressista (che magari vorrebbe eliminare anche l'attuale residuo).

Del resto, proprio se torniamo alla Grecia classica, dobbiamo affermare che il sistema in cui si vota per i rappresentanti si chiama oligarchia, mentre la democrazia è quella del sorteggio. Potrebbero mai le oligarchie non volere un sistema oligarchico?

Per quanto riguarda Socrate (e quindi Platone), invece, diciamola tutta: Socrate non era né democratico, né oligarchico, ma monarchico. Il vero titolo de La Repubblica è Politéia, e andrebbe tradotto come discorso sulla forma di governo, e non con repubblica. Socrate guardava con ammirazione alla monarchica Sparta, e per questo venne condannato a morte dai democratici: di certo non per eresia sul culto di Apollo (nonostante l'accusa formale fosse quella, e il suo tentativo fosse di derubricarla in una questione di ortodossia/eterodossia).

La vera cifra democratica della nostra Costituzione risiede proprio nelle scelte operate a favore della social democrazia, più che nel metodo del voto. Solo che gli ultimi anni hanno dimostrato che pure una Costituzione rigida, "sorvegliata" da una Corte costituzionale, non è un baluardo inespugnabile contro le restrizioni antidemocratiche sostanziali volute dalle lobby in questione. Forse una Corte costituzionale composta da eroi si sarebbe comportata diversamente (c'è da dire che anche il meccanismo di ricorso non aiuta). Ma evidentemente il conformismo può essere utile anche per far carriera in tale speciale ambito.

Lo abbiamo avuto un eroe come Presidente della Corte costituzionale: Giuliano Vassalli, il maestro del mio maestro. Io l'ho conosciuto. Un uomo di ferro così, un partigiano che ha rischiato la vita dimostrando un sangue freddo eccezionale in quella che mi pare l'azione più bella della resistenza, probabilmente avrebbe avuto -senza il minimo problema- il coraggio di sfidare l'opinione pubblica, i giornaloni, le TV, e -per dirla alla Sgarbi- la più bella che intelligente che guida l'Europa, anche con una sentenza eclatante. Ma si trattava di gente selezionata in base al coraggio, non al conformismo.

Francamente, io non vedo una via di uscita. Ci sarebbe voluto uno con i mezzi e la comunicativa di Berlusconi, ma senza i suoi numerosi limiti politici, personali e giudiziari.

Conoscete qualche miliardario carismatico da convincere alla causa della tutela dell'interesse nazionale e della social-democrazia?

Altrimenti, LA VEDO NERA...come disse la contessa camminando nuda sullo specchio.

Tom

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L'immerit. 14 luglio, 2016 09:05

@Bombadillo La ringrazio per la stima nei confronti delle materie comunemente dette scientifiche. Temo però di non condividere la sua fiducia nel fatto che il conformismo non sia la regola in questo settore. Forse meno che in altri ambiti? Non so dire, probabilmente si, in qualche misura, soprattutto in certi settori disciplinari meno alla moda.

Non è questione secondaria, perché può aprire la porta ad una fiducia totalmente immotivata nei confronti di certi ambienti (lo so, non è la sua intenzione, ma). Si veda ad esempio il ragliare ostinato sul Brexit della stragrande maggioranza della comunità scientifica (tecnicamente, tutti in conflitto di interessi, dato che l'UE ha prosciugato le casse degli Stati e preso in mano in larga misura i finanziamenti alla scienza in molti paesi). Sempre, rigorosamente, tutto fatto a cazzo di cane.

Cordialmente.

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Bombadillo 14 luglio, 2016 15:41

@L'immerit.,

mi riferivo al merito, al contenuto delle ricerche, che generalmente non ha una valenza politica, come immancabilmente avviene, invece, nelle scienza sociali (diritto, politologia, economia, sociologia, etc.) e umanistiche (specie storiche).

Che poi i colleghi delle materie scientifiche siano tutti pro UE è anche comprensibile. I fondi, a partire dal mitico Horizon 2020, se li beccano tutti loro. Il Consiglio Europeo della Ricerca ha decretato la morte, per sotto-finanziamento, delle scienze sociali, e specialmente del diritto.

Tra le sociali, hanno salvato solo l'economia...probabilmente ciò spiega l'atteggiamento condiscendente di molti economisti con le evidentemente sbagliate, perché procicliche, ricette UE anti-crisi: non si morde la mano che ti nutre.

Per dare, ai non addetto ai lavori, l'idea dell'enormità della cosa, bisogna spiegare che, a livello italiano, diritto ed economia pesano più o meno uguale, sono entrambe aree, composte da vari settori (diritto penale, ad es., o economia aziendale), mentre a livello ERC (cioè europeo), e quindi dei finanziamenti (ma non solo, visto che il Governo Renzie vuole introdurre un canale di RECLUTAMENTO parallelo MINISTERIALE basato proprio sui settori ERC: canale che nel tempo diventerebbe sempre più cospicuo, a scapito di quello ordinario),

economia diventa, diciamo 14 volte più grande di giurisprudenza. Non una volta e mezzo, o il doppio, che già sarebbe un'enormità: no, 14 volte.

Vi rendete conto?

Economia, cioè, mantiene un settore proprio, SH1, con i propri sotto-settori (ad es., macroeconomia, microeconomia, economia del lavoro, storia economica, mercati finanziari, etc.), mentre tutto il diritto diventa un sotto-settore di SH2, cioè SH2.8, studi legali, in cui è incluso tutto (ad es, diritto privato, procedura penale, diritto commerciale, filosofia del diritto, storia del diritto, etc.). Tutti gli studi giuridici pesano come il nuovo settore SH3.7, Migrazioni (da cui il fantastico termine migranti).

Mi pare si possa parlare di una vera e propria avversione al diritto. E quindi bisognerebbe chiedersi: perché mai la UE premia gli studi scientifico-tecnologici, sottostima quelli sociali, tranne per l'economia, e addirittura avversa oltre misura gli studi giuridici?

Chi indovina vince un mappamondo!

Tom

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L'Immerit. 14 luglio, 2016 19:07

@Bombadillo È un discorso interessante e, credo, con molte sfaccettature. A mio personale avviso, la preferenza per i settori tecnologico-scientifici (in questo ordine) ha la sua fondamentale origine nella volontà da parte delle grandi aziende di farsi pagare dallo stato la formazione che serve per i loro porci comodi, e la "innovazione" che tanto bramano. Le stesse dinamiche che descrive, promuovendo la disuguaglianza tra settori disciplinari diversi, si ripete nell'ambito scientifico. Gli esempi sono tanti, e noiosi (ricordo un paio di anni fa che qualcosa come il 90% dei vincitori ERC di ambito scientifico avevano "quantum" nel titolo del progetto, ridicolo). In definitiva, si ripetono nel piccolo mondo della scienza le dinamiche viste altrove, ma nessuno si lamenta, perché la scienza, si sa, si fa per passione. E la UE, per ora, paga.

Qualche tempo fa si era messo giù qualcosa di più articolato a riguardo:

https://github.com/gmenegoz/cosa-fare/blob/master/cosa_fare.md

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Felice Fornello 24 luglio, 2016 17:13

@L'immerit. A proposito di finanziamenti presi in mano dall'UE, un amico, che pure non è eurista, mi parlava della sua preoccupazione per i farmer, perché a lui risulta, qui in Italia, che certa agricoltura riesca a sopravvivere solo grazie alle sovvenzioni UE. Senza avere informazioni precisi in proposito a me è venuto in mente solo questo: intanto che un tempo le sovvenzioni non c'erano e l'agricoltura non era allo sbando, e poi sono soldi che tornano indietro dopo che comunque l'Italia (tra gli altri) ha dato soldi all'UE, e quindi basterebbe investire quelli in modo diverso. Non vorrei aver fatto la fine della propaganda di Farage che prometteva di deviare i soldi dati all'UE alla sanità pubblica!

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lorenzo 13 luglio, 2016 18:15

Che i vari Gramellini siano pagati per fabbricare consenso senza saperne una cippa di quello che scrivono, lo dimostra anche il fatto, per esempio, che la sterlina oggi è risalita. E allora, caro Gramellini, che cavolo scrivi "La vecchietta di Bristol sapeva che il suo voto, affossando la sterlina, le avrebbe alleggerito di colpo il portafogli"? Io ti avrei già licenziato, ignorante! Ma tanto nessuno si ricorda niente, figuriamoci. Il "grande" Gramellini sarà ancora per anni da Fazio a fare la star dicendo banalità e scempiaggini. Auguroni!

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L'Immerit. 13 luglio, 2016 20:52

@lorenzo Faccio notare inoltre che il potere d'acquisto della vecchietta di Bristol ben poco ha a che fare con il valore della sterlina. Peraltro, affascinante, Bristol.

Rispondi

lorenzo 13 luglio, 2016 22:56

@L'Immerit.

Ma infatti! Il Gramella scrive scemenze. ma mica poi che chieda scusa eh! Almeno, non mi pare. Io di vecchiette di Bristol che ogni giorno comprano e vendono dollari non ne conosco, poi magari ci saranno anche, ma oh, due o tre a di dir molto! Sarebbe stato molto più onesto se avesse scritto che la vecchietta al limite col suo voto faceva perdere soldi a chi specula con le valute. Ecco, questo un onesto giornalista (intellettualmente onesto, s'intende) credo avrebbe dovuto scrivere. La sparata gramellina è robaccia. Così, a naso.

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Pietro Paolo 13 luglio, 2016 18:04

Granellini ha ragione: la retorica lasciamola alla gente non comune, quella che sa usarla, ai Mattarella, alle Boldrine, ai Grasso e alle sedi istituzionali create apposta per chi la usa.

Oltre a ciò, non si capisce poi quale sia la retorica nella gente comune se non quella che deborda dai giornali stessi di cui Granellini è fiero interprete e che semmai hanno sempre usata la retorica per rincretinire il popolo stesso e che fosse per loro (giovani medi e anziani) le persone inette, come ci raccontano gli stessi libri di storia scritti dai suoi fratelli, le appendeva per il collo durante le sommosse.

Ciò che fa star sicuro Granellini, purtroppo, è che lui sa benissimo che i libri sono pieni zeppi di frottole.

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GC - Andunedhel 13 luglio, 2016 16:23

Eh si.

Per i giovini giovini la migliorità è data dall'aver fatto l'Erasmus e si vee subito da quell'aria di superiorità che aver sbevazzato e, forse, scopazzato in giro per 6 mesi invece di studiare veramente ti permette di avere.

Per i giovini sarà il master all'estero, ma possibilmente in Francia, Germania o UK (fino a ieri, adesso deve essere solo Londra, Liverpool, Manchester o Edinbraaa, che il resto del regno Unito è cattivo)

Che poi siamo sempre paese in crisi perchè i migliori dei migliori, i ricercatori signora mia, sono costretti all'esilio (ed, in misura più massiccia, i giovani con un sogno!), ma se tornassero in massa, allora, caro lei, vedesse come staremmo meglio...

Sarebbe da ricordare a Gramellini che il pinnacolo dell'evoluzione sono batteri e virus: esseri monocellulari (o meno), senza sistema nervoso e cervello (e questo molti se lo auspicano), iperconformisti avendo un unico scopo nella vita e capaci di adattarsi così bene da invadere, conquistare ed infine abbattere rovinosamente i sistemi che li ospitano, senza lasciare nulla dietro di se. Evviva.

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a perfect world 13 luglio, 2016 13:44

In primis, grazie Pedante per l'ennesima bellissima lettura.

Poi due semplici riflessioni:

1) ho sempre considerato un esempio massimo di coraggio la renitenza alla leva (quella dove si va in guerra),

2) perche' Platone non ci lascia sbagliar da soli? Sbagliando si impara, cosi' dicono.

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Fabio Sciatore 13 luglio, 2016 15:37

@a perfect world

Occhio, perché per Platone non ci si deve occupare di filosofia se non si hanno almeno 30 anni!

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