Il teleriscaldamento e il triangolo del declino

24 dicembre, 2016 | 9 commenti

Alcuni anni fa un cliente mi chiedeva assistenza su una vicenda di teleriscaldamento.

Il teleriscaldamento urbano è un sistema di generazione e distribuzione dell'acqua calda che da un'unica centrale serve gli edifici di interi quartieri. La gestione del servizio è oggi libera, cioè non regolata dallo Stato, in attesa che l'Autorità per l'energia elettrica e il gas ne normi alcuni aspetti in applicazione del D.Lgs. 4 luglio 2014 n. 102. Anche il prezzo della fornitura è libero, benché di fatto quasi tutti gli operatori seguano oggi la prassi di fissarlo in equivalenza al gas naturale. In base a questo principio, il prezzo dell'energia fornita tramite rete di teleriscaldamento [€/kWh] deve tendere alla parità con un ipotetico importo medio che l'utente avrebbe speso producendo lo stesso output energetico con una caldaia alimentata a gas naturale.

Per quanto pedanti, non ci addentriamo nei dettagli. Chi vuole approfondire può consultare con profitto un esaustivo documento pubblico del 2014 dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato (la formula della tariffa è al paragrafo 5.7.2). Qui ci basta osservare quanto possano essere velleitarie le retoriche sulla maggiore convenienza del teleriscaldamento rispetto ai normali impianti a gas. Ammesso che esista una convenienza, l'utente finale ne è spesso escluso per definizione dovendo pagare esattamente quanto pagherebbe riscaldandosi con una caldaia tradizionale.

Addirittura, > pedant mode on nella formula tariffaria rilevata dal Garante appare un coefficiente t di perequazione IVA (ibi, pag. 135) che annulla l'effetto dell'IVA agevolata (10%) sul teleriscaldamento. Ad esempio, avendo attribuito all'utente medio di riferimento un ipotetico onere IVA del 18% sul gas che avrebbe utilizzato per riscaldarsi con una caldaia tradizionale (l'IVA sul gas è scaglionata: vale 22% solo dopo i primi 480 mc), il coefficiente correttivo t moltiplicherebbe il prezzo del teleriscaldamento per (1,18/1,10) = 1,0(72), rincarandolo così del 7,3%. In questo modo uno sconto fiscale nato per rendere più conveniente il servizio presso i consumatori finisce integralmente nei ricavi dei produttori (per un tentativo di confronto reale, e non teorico, tra i costi del teleriscaldamento e delle caldaie a gas naturale vedasi invece ibi, par. 5.8.2). > pedant mode off

Tornando alla mia piccola vicenda, il cliente mi incaricava con alcuni colleghi di revisionare l'adeguatezza dei suoi contratti avendo chiuso l'esercizio precedente in perdita. Analizzando costi e fatturati scoprivamo che i prezzi praticati agli utenti erano sostanzialmente adeguati e redditizi salvo un caso: quello di un gruppo di condomini in edilizia popolare ai quali era applicato un forte sconto. Raccomandavamo pertanto di aprire un tavolo con l'ente gestore delle case popolari per rinegoziare i termini di quella fornitura.

Il cliente propendeva però per una soluzione "tecnica" e non "politica" con l'obiettivo di ridurre le perdite intervenendo sui coefficienti finanziari del prezzo. Procedemmo ad alcune simulazioni, prevedibilmente infruttuose: i recuperi erano irrisori rispetto al rischio speculativo atteso. Lo comunicammo in una nota e da allora non ho più avuto notizie sul caso.

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L'arida vicenda qui illustrata si presta a molti sbadigli ma anche a qualche considerazione. La prima è che l'eventuale improduttività delle aziende cosiddette municipalizzate - o comunque a residua maggioranza pubblica - coincide non casualmente con la loro funzione di utilità sociale e universalità del servizio. Dall'analisi condotta emergeva infatti che i margini dell'azienda erano più che adeguati verso i clienti civili e industriali, ma bassi o negativi nel caso degli utenti a basso reddito. Si realizzava così una funzione di ridistribuzione e progressività in piena applicazione del dettato costituzionale.

Ma non solo. La riluttanza dell'operatore a rimettere in discussione le forniture agevolate rispondeva evidentemente anche al timore del socio di maggioranza - cioè del Comune, cioè della giunta in carica - di alienarsi le simpatie degli elettori qualora avesse rincarato le bollette dei bisognosi. Ciò a conferma che solo il controllo popolare, in questo caso attraverso la leva del consenso elettorale, può garantire che i servizi irrinunciabili siano erogati nell'interesse di tutta la comunità.

Questi pregi, in cui si identifica prima un modello di civiltà e secondariamente una prassi economica e industriale, non trovano ovviamente applicazione in una gestione ligia ai requisiti del mercato. Sicché, dopo avere salutato le sfide di quel mercato, le aziende già municipalizzate nate dalla collettività per soddisfare i bisogni della collettività si scoprivano carrozzoni in perdita, macchine difettose che si ostinano a erogare servizi a detrimento degli utili.

Quel modello di civiltà che produceva chilowattora e salute invece di numeri, ci hanno poi spiegato, è superato, inefficiente, clientelare. Ma se è vero che nel nostro Paese la fuel poverty (l'impossibilità di riscaldare adeguatamente la casa) colpisce una famiglia su dieci e il 40% delle famiglie povere con bambini, viene il sospetto che sia la civiltà stessa ad essere stata superata dalla barbarie. O dalla follia.

Fonte: Save the Children, Atlante dell'infanzia a rischio 2016.

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In quegli stessi giorni mi accadeva di confidarmi sul caso con altri due collaboratori. Il primo, un ingegnere con una lunga esperienza di management (lo chiameremo ingegner A) mi confortava sul fatto che l'azienda pubblica doveva mantenere fede alla sua missione. Le perdite, mi spiegava, non erano dovute agli sconti doverosamente praticati ma a una gestione evidentemente - per lui che non aveva ancora visto un solo numero - troppo sbilanciata sui costi: bisognava tagliare, rinegoziare le forniture, eliminare gli sprechi, efficientare la produzione, discutere con i sindacati, eccetera.

Il secondo interlocutore (lo chiameremo dottor B) mi rivelava invece che tra gli inquilini delle case popolari si annida una brutta malattia: quella di non pagare le bollette. In base alle sue informazioni > micuggino mode on lì la morosità sarebbe endemica e le famiglie spenderebbero i sussidi per acquistare televisori al plasma e smartphone invece di onorare le fatture del riscaldamento > micuggino mode off. Invano cercai di spiegargli che il mio cliente non ne avrebbe in ogni caso subito danno perché percepiva anticipatamente il dovuto dal gestore degli alloggi, che si sarebbe poi rivalso sugli eventuali morosi. Lanciatosi in un fiume di aneddoti sull'infedeltà dei poveri, il dottor B parlava ormai con se stesso.

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Anni dopo, nel riconsiderare questo trio di esperienze, intravedevo un filo pedante che le univa a formare un quadro - anzi un triangolo - dei fondamentali del pensiero economico somministrato alle masse:


Le tre sponde del triangolo, chiuse come un carcere, si rilanciano la pallina impazzita di un pubblico contemporaneo alle prese con un impoverimento che colpisce indifferentemente istituzioni e privati. Ma, a differenza dei topi da laboratorio calati in un labirinto senza uscita - che prima o poi capiscono il gioco e si fermano - quel pubblico rimbalza all'infinito da una falsa spiegazione all'altra, ne ripudia una per finire tra le braccia dell'altra, ritorna al punto di partenza e ricomincia il giro. È la versione poligonale e psichedelica della ruota del criceto. Consideriamone i dettagli.

1. La sponda tecnocratica

Qui interpretata dall'azienda fornitrice del teleriscaldamento, rappresenta l'illusione, se non di allungare la coperta corta, di legittimarne l'insufficienza appellandosi alle formulazioni accuratamente complesse della sua trama. La speranza è quella di conferire alla violenza della privazione - in questo caso l'aumento dei prezzi ai meno abbienti - la parvenza rassicurante di una necessità scientifica le cui ragioni sfuggono ai profani ma godono della garanzia degli esperti.

2. La sponda austera

Interpretata dall'ingegner A, esprime la credenza in un mercato dove c'è spazio anche per gli ultimi a patto che non se ne ostacoli la naturale vocazione alla massima efficienza. È il mondo fatato della mano invisibile, di un capitalismo compassionevole che premia i virtuosi e distribuisce oboli ai bisognosi, degli agenti razionali e della riduzione dei costi. Ma quanto si risparmierebbe? Lo si è visto bene con le spending riviù in scala nazionale: non abbastanza per includere chi non può pagarsi i servizi, ma più che abbastanza per impoverire tutto il sistema e quindi anche i servizi.

3. La sponda meritocratica

C'è infine la sponda meritocratica del dottor B, la più raccapricciante, che ribalta i fallimenti del mercato sulle sue vittime. Se un sistema economico poco inclusivo procura disagi e dissesti si può sempre dare la colpa agli esclusi attribuendo loro l'intenzione di sabotare un meccanismo altrimenti perfetto. Perché ignoranti, meschini, depravati, egoisti… ciascuno metta il suo, ma in ogni caso meritatamente puniti da quel sistema che si conferma così foriero di giustizia, oltre che razionale. Una visione che sconfina ormai nella fede (se ne è parlato nell'articolo precedente) caratterizzata dal dubbio vantaggio di ignorare i fallimenti che bussano alla porta dei sogni, in attesa che la sfondino.

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Per emanciparsi da questa prigione a tre sponde è necessario tornare a ripetersi l'ovvio, come è nel motto di questo blog. Che, ad esempio, il riscaldamento serve a riscaldarsi. E che tutto ciò che gli si attacca - dai bilanci pubblici ai modelli tariffari, dai business plan al credito - deve servire quello scopo. O non serve a niente.

Quella della sostenibilità finanziaria è una rivolta dei servi sui padroni, cioè degli strumenti sui fini, dove i bisogni irrinunciabili si ritirano per non offendere gli equilibri dell'aritmetica. Affinché questi ultimi, contrabbandati alle masse come obiettivi inderogabili e astratti, possano continuare a svolgere il loro ruolo ancillare non più nell'interesse di tutti ma dei pochissimi che ne dettano le formule, i coefficienti, le deroghe.

In un altro articolo abbiamo pedantemente ricostruito come i vincoli di bilancio imposti alle amministrazioni perseguano l'obiettivo di accelerare e moltiplicare il trasferimento delle ricchezze dalla comunità agli speculatori. Giochi come questi sono infinitamente replicabili, in infinite variazioni. Ma non è saggio inseguirne ogni volta gli inganni, basterebbe rigettarne le apologie, sfondare le sponde del triangolo, uscire dal carcere e dedicarsi all'urgenza delle risorse e dei bisogni, quelli veri. Et omnia adicientur vobis.



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Baccio 30 dicembre, 2016 09:11

"Ma non è saggio inseguirne ogni volta gli inganni, basterebbe rigettarne le apologie".

Alla fine, stringi stringi, è praticamente tutto qui.

Esattamente come quando ci propongono una nuova sicurissima variante di catena di S. Antonio siamo in grado, a naso, di percepire la sòla senza attardarci ad entrare nei dettagli tecnici, allo stesso modo dovremmo saper riconoscere questi altri inganni.

Difficile, forse, ma, una volta compresi certi meccanismi di base, certo non impossibile. E questo è forse il miglior posto dove una coscienza del genere può formarsi.

Lunga vita al Pedante.

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Stefano Longagnani 25 dicembre, 2016 02:58

Segnalo alcune imprecisioni (pedantemente):

1) il 7,2% penso sia un 7,3%, se si arrotonda il successivo sette. Si partiva infatti dal numero periodico 0,0(72) = 0.072727272...

2) nella frase «cioè degli degli strumenti sui fini» deve essere scappato un "degli" in più.

Inoltre, avendo lavorato per 5 anni come dipendente a tempo indeterminato in una multiutility, e altri 6 come collaboratore esterno, vorrei congratularmi con lei per questi gradevoli e succosi excursus in questo mondo che ho lasciato definitivamente alle mie spalle.

È stato molto triste, ma al contempo per me parecchio istruttivo, seguire le varie fasi di questa (posso chiamarla?) distruzione di un patrimonio pubblico enorme.

Dopo un breve periodo in una multinazionale del settore (privata), sono entrato in una multiutility pubblica a ridosso della trasformazione in SpA (che ha consentito una gestione più "flessibile", riuscendo a sommare i difetti del privato a quelli del pubblico). Ho aiutato a gestire il periodo delle esternalizzazione di tutto quanto fosse possibile esternalizzare (con pochi cui importasse la futura perdita di capacità di controllo tecnico su quanto veniva esternalizzato). È poi giunto il periodo della separazione tra società di gestione delle reti e società di vendita: un gioco delle tre carte dove il banco vince sempre. Alla moltiplicazione delle società è seguito il periodo dell'accorpamento e del gigantismo (con i miei ex colleghi ormai rassegnati a cambiare biglietto da visita prima di terminare la fornitura precedente).

Avendo lavorato anche nel settore teleriscaldamento confermo completamente (ma non ce n'è bisogno) le sue considerazioni, ma vorrei aggiungere che l'attenzione all'utente, frutto del controllo popolare (i voti) era anche figlia del fatto che dagli operativi ai dirigenti si era anche utenti del servizio che si garantiva. Con un orgoglio per il proprio ruolo sociale, soprattutto nei piani bassi della piramide organizzativa, che non ho mai potuto constatare in analoghe aziende private. E tutto questo ora, tristemente, non esiste più...

La pseudo concorrenza tra aziende (che poi subappalteranno in buona parte i servizi che si aggiudicheranno), in settori considerati dalla scienza economica monopoli naturali, è semplicemente un crimine che grida vendetta. L'ennesimo imposto dalla UE (iniziai allora ad avere i dubbi che ora son certezze).

Grazie del suo lavoro.

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Vincenzo Oliva 25 dicembre, 2016 15:20

Grazie, commento da incorniciare non meno del post stesso del Pedante.

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Il Pedante 25 dicembre, 2016 22:27

Grazie a Lei per la testimonianza. I nostri percorsi non sono dissimili. Sono salito sul Titanic dell'energia italiana durante il primo periodo di regolazione e da allora ne ho seguito l'affondamento con progressive prese di coscienza. Ma molto prima di allora ricordo, come Lei giustamente osserva, il condominio della mia infanzia dove viveva anche un operaio del gas dell'allora azienda municipale. Una notte di Natale gli inquilini lo chiamarono per un odore sospetto. Fu lui a radunare la squadra e a riparare il guasto. L'ho rivisto pochi anni fa, ormai in pensione, e mi raccontò orgoglioso i dettagli di quell'intervento. L'energia era cosa sua, nostra.

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Roxgiuse 24 dicembre, 2016 16:21

Leggevo oggi su un blog, tra l'altro eurocritico e alternativo, che le banche centrali potrebbero comprare il debito pubblico a cedola zero in quanto nn sono soggette a test sulla solvibilità. Il trionfo della tecnocrazia, le regole che prevalgono sui fini per i quali sono state create, le banche centrali che devono essere sottoposte alle regole di solvibilita e noi che dobbiamo rallegrarci perché qlc1 si è dimenticato di includerle

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zumze 24 dicembre, 2016 19:04

Gentile @Roxgiuse, una banca centrale, per essere solvibile, deve avere innanzitutto un creditore verso cui esserlo. Bene, mi dice verso chi è debitrice una banca centrale, e a che titolo?

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Roxgiuse 25 dicembre, 2016 00:24

Gentile @zumze, proprio quello intendevo, talmente ubriaco di tecnocrazia che il blogger nn si poneva il semplice motivo per il quale la banca centrale nn è sottoposta a test. D'altronde c'è qualcuno che si chiede perché i 1.080 miliardi di titoli pubblici acquistati dalla BCE continuano ad essere computati nei debiti pubblici dell'eurozona? O come fa la Gran Bretagna a cancellare 500 miliardi di debito pubblico con un tratto di penna?

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ws 25 dicembre, 2016 00:54

Gentile @Roxgiuse,

l' unica funzione utile alla societa' ( e non alla speculazione)della " banca centrale" e' creare DAL NULLA il "credito" che la direzione POLITICA ritiene necessario al buon funzionamento della societa'.

Spetta infatti alla suddetta "direzione " far corrispondere la" moneta" cosi' creata alla produzione di un "lavoro" di corrispondente valore si che la "moneta CREATA" compri abbastanza " merce REALE" da generare una moderata inflazione atta a stimolare le dinamiche di produzione e consumo senza distruggere la propensione al risparmio.

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Roxgiuse 25 dicembre, 2016 22:12

Gentile @ws, e proprio per toglierci questa vitale funzione dal 1981 la BI nn crea più moneta dal nulla da far corrispondere alla ricchezza generata dalla spesa pubblica. Tutto per una teoria economica fondata su un postulato falso ma che tanto favorisce le élites finanziarie. Ma verrà il giorno che la gente di sceglierà.....

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