Indios veros homines esse (parte II)

09 ottobre, 2017 | 15 commenti

L'amore

Quando fu emanata la bolla Sublimis Deus - era il 13 giugno 1537 - a Roma di indios dovevano essersene visti pochi, o forse nessuno. Sicché è improbabile che papa Farnese fosse mosso dalla simpatia per quelle genti quando scrisse che le si doveva considerare esseri umani a tutti gli effetti («utpote veros homines esse») e vietò ai cristiani di ridurle in schiavitù e di spogliarle dei loro beni («sua libertate ac rerum suarum dominio privatos, seu privandos non esse»). Anche perché il decreto si applicava a tutti i popoli della terra, persino a quelli non ancora conosciuti («omnes alias gentes ad noticiam Christianorum imposterum deventuras»), di qualsiasi fede essi fossero («licet extra Fidem Christi»).

La Sublimis Deus deve essere una delle bolle pontificie più disapplicate della storia. Spagnoli e portoghesi continuarono a massacrare, depredare e sfruttare gli indigeni delle Americhe per secoli. Di lì a poco ci si misero i protestanti inglesi nelle colonie asiatiche e americane. Poi francesi, belgi, giapponesi, italiani, tedeschi e tanti altri, prima e dopo, ieri come oggi, con le armi o con l'usura, con i colpi di stato o le sanzioni, ciascuno a offrire la sua declinazione della lotta di classe geopolitica, quella in cui un popolo ne sfrutta un altro postulandone l'indegnità.

Nel frattempo l'idea inascoltata di Paolo III si era sviluppata, altrettanto inascoltata, nel diritto laico. Nel preambolo della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo (1948) la «dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e [i] loro diritti, uguali e inalienabili» sono il «fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo». Corollario: che una cultura, una religione, una storia, una civiltà, un «regime» piacciano o dispiacciano, che suscitino ammirazione o ribrezzo, che li si reputi compatibili o incompatibili con i propri valori, non ha nessuna importanza. Non rileva nella titolarità dei «diritti uguali e inalienabili» di ciascuno. Non ne giustifica lo sfruttamento, l'occupazione, l'aggressione «umanitaria», la riduzione in schiavitù, la privazione dei beni e delle risorse alimentari, minerarie, naturali. Agli occhi del papa rinascimentale i precolombiani potevano ben essere dei selvaggi e ciò nondimeno «veri homines» con gli annessi diritti.

Sembra tutto ovvio, ma non lo è. O meglio non lo è più. Non tanto perché il gioco delle dominazioni continua sotto gli occhi di tutti, ma perché si arricchisce oggi di una livrea ancora più sfuggente, di una metamorfosi il cui passaggio cruciale si colloca nel preteso superamento dell'orizzonte minimo, ma comunque lontanissimo, del rispetto materiale e giuridico per anelare a ben altri lidi: quelli dell'amore. L'amore del diverso. Che sarebbe encomiabile, persino logico: se l'amore supera il rispetto, il rispetto non può che essere incluso nell'amore e trovarvi un presidio dalle tentazioni di un altro grande protagonista retorico dei nostri tempi, l'odio.

Ma i simboli linguistici mal sopportano le relazioni matematiche, sicché tocca farsi pedanti e verificare l'equazione sul campo. Il primo problema, già rilevato in questo blog, è che quando l'amore si fa ideologico tende a tradursi nel contrario del suo contrario, cioè nell'odio degli odiatori, cioè in odio. La sostituzione della diade giuridica (lecito/illecito) con la sua presunta genitrice morale (buono/cattivo) produce a sua volta una mera sostituzione del nemico. Per amare i popoli oppressi si odiano i popoli oppressori, per amare i colonizzati si odiano i colonialisti, per amare i paesi poveri si odiano quelli ricchi ecc. sorvolando così sulla proprietà trasversale dello sfruttamento. Sul fatto, cioè, che i suoi effetti si abbattono indifferentemente sui membri più deboli di entrambi i poli per premiarne i più forti. L'ambizione universale del diritto naufraga così nella una guerra tra i disoccupati, gli impoveriti e i diseredati dei due emisferi - da qualunque parte si tifi.

I frutti più avvelenati dell'amore sono però altri, sono quelli dal sapore più antico, quelli che aggiornano i moventi dello sfruttamento ricomponendoli nelle mappe concettuali e linguistiche di chi lo schifa a parole, quelli che negano il rispetto dovuto ai diversi nell'illusione di doppiarlo. L'arsenale retorico dell'«antirazzismo» applicato al fenomeno dell'immigrazione di massa ci offre alcuni esempi.

***

In tempi meno sospetti, chi amava i popoli lontani si recava nei loro luoghi per apprenderne i costumi, la cultura e i valori. Se erano perseguitati o vittime dell'avidità altrui lottava affinché se ne rispettassero i diritti, all'occorrenza per la loro emancipazione e indipendenza politica. Accadeva così, fino a ieri, con palestinesi, baschi, tibetani, adivasi dell'India, indigeni dell'Amazzonia. Ma non oggi. Oggi l'amore del lontano serve invece a promuoverne l'evacuazione e lo sradicamento, anche a costo della morte, per poi offrire ai dislocati il più tossico dei premi: l'«integrazione», infame cencio lessicale per non parlare di assimilazione ai valori della civiltà dominante togliendo così ai deboli non solo la terra, ma finanche la cultura, la memoria di sé.

L'amore partorisce moventi. Che sono strabilianti nella loro inconsapevole volontà di sfruttare e strumentalizzare gli ultimi. Chi ad esempio immagina di imbarcare sempre più africani in Europa per allevarvi una razza «meticcia» socialmente più uguale, vede in quelle masse non esseri umani ma tori da monta da importare a milioni per testare un'ipotesi e realizzare un sogno di giustizia, oltretutto squinternato. Poi pazienza se qualche migliaio ne muore e se qualche altro si perde nella miseria o nel crimine. In fondo ce n'è tanti. Sulla stessa linea di pensiero zootecnico argomentano gli amorevoli della denatalità europea: per loro i lontani sono barili di spermatozoi da spremere per rimpinguare le mandrie occidentali. A che pro, poi? Non si sa, così hanno deciso. E tanto basta perché i poveri debbano attraversare il mare, riprodursi e vivere in un paese non loro. Accetti o non accetti, occupati o disoccupati, felici o infelici, poco importa. Purché siano tanti, sicut stellae caeli.

Forse ancora più brutale, ma classica, è l'idea che gli stranieri vadano desiderati perché fanno «i lavori che gli italiani non vogliono più fare». Cioè quelli sottopagati, un po' come il cotone del Mississippi che gli americani non volevano più raccogliere. Ma far notare il nesso con quel passato non serve: ci si sentirebbe rispondere che è comunque meglio della miseria da cui provengono. E che loro, mica come i nostri, ringraziano per un tozzo di pane. Trattandosi della stessa verbalizzazione di chi giustifica l'abbattimento dei salari e lo sfruttamento del lavoro contrattualmente indifeso, qui è davvero difficile distinguere il segno dell'amore. Ma ci proviamo lo stesso, osservando da un lato come la violenza del bisogno si trasfiguri nella virtù di una vita frugale, dall'altro come la pratica della delocalizzazione produttiva nei paesi poveri dovrebbe risolversi felicemente nel suo simmetrico: la delocalizzazione dei paesi poveri nelle nostre produzioni. A spese loro, ovviamente.

Ci sono poi le varianti fantasy, come quella in cui gli stranieri servirebbero - voce del verbo servire, da servus - per «pagare le pensioni agli italiani». O quella in cui i corpi dei nuovi immigrati sarebbero utili - dal verbo uti: usare, servirsi di - per tonificare il sistema immunitario degli europei, come lo zenzero e l'echinacea.

L'importazione di culture lontane è salutata anche dai tifosi del multiculturalismo, che per evitarsi l'incomodo di studiarle sui libri o nei luoghi in cui sono fiorite preferiscono prelevarle, ibridarle ed esibirne i campioni direttamente nelle nostre strade, sbattercele in faccia per rinforzare l'imprinting didattico. Ne nascerà un conflitto, sì, ma policromo e frizzante come le tele di un Leonid Afremov.

Gli abusi passati e presenti del colonialismo occidentale sono purtroppo reali. Per rimediare alla razzia e allo sfruttamento delle risorse di un territorio bisognerebbe però incominciare a pagarle il giusto e non, per buona misura, razziare e sfruttare anche gli esseri umani che ci abitano. Il concetto appare spesso rinforzato da una lettura karmica della faccenda: se oggi l'immigrazione di massa provoca disagi e disordini, si dice, va ricordato che le invasioni coloniali nei paesi di provenienza provocarono ben di peggio, che «anche gli italiani stupravano le etiopi». L'amore partorisce così un altro frutto profumato: l'eterna guerra per faide, la liceità di emendare il male col male e l'odio con l'odio. Usque ad finem dierum. E trasfigura quegli esseri umani in armi biologiche da sganciare sull'occidente ricco ed egoista, in un detersivo usa e getta per lavare l'onta dei padri.

I più pensosi, quelli che sanno guardare lontano, hanno invece un'idea. Che agevolando l'ingresso di masse sradicate e diseredate in Europa si creeranno le condizioni della rivoluzione degli ultimi, l'occasione di rovesciare il capitalismo che li ha tolti dalle loro terre scagliandoli come merci nel mondo. Che mai sia accaduto alcunché del genere è un dettaglio che non disturba questi strateghi. Né li disturba il fatto di asservire il disagio di milioni di persone a una loro personalissima opinione politica. Né, peraltro, si sognano di chiedere il parere degli interessati, se per caso preferiscano un SUV alle epistole di Marx, o una sistemazione per sé e i propri figli al paradiso socialista per i pronipoti.

***

Il mondo è terribilmente diseguale. Se anche non vi fosse una volontà politica di cagionare, promuovere e istigare le emigrazioni, il differenziale di benessere tra i popoli le renderebbe comunque accettabili o desiderabili per chi è nato dalla parte «sbagliata». Non solo nel Terzo Mondo ma ovunque, anche nell'Italia contemporanea che dopo la crisi si è svuotata di più di mezzo milione di persone.

Ma se l'osmosi reclama i suoi diritti, anche la ragione vuole i suoi. Da un lato, quello sistemico, le emigrazioni in massa non hanno mai colmato quel differenziale. Casomai lo hanno anzi esasperato sottraendo forza lavoro alle regioni meno avvantaggiate. Dall'altro lato, quello degli individui, la domanda di benessere all'estero è soddisfatta solo se esiste un'offerta. Non potendo includere e valorizzare gli alloctoni nel tessuto produttivo perché gravato da folli vincoli finanziari e legislativi che colpiscono ancora prima gli autoctoni, il nostro governo sta drogando quella domanda con i sussidi pubblici (4 miliardi stanziati solo nel 2017) caricando così la molla di un giocattolo dove si impoveriscono gli impoveriti per attirare i miseri e mantenerli nella miseria. Un giocattolo matematicamente destinato a scoppiare.

Non è francamente credibile che un sistema politico che affama finanche i suoi prossimi, aggredisce i lontani e semina ovunque diseguaglianza, competizione e indigenza, voglia e possa accogliere chi non ha nulla. È un insulto al buon senso. Sicché la retorica dell'«accoglienza» sembra piuttosto un tentativo di spostare il problema nei campi liberi della fiaba morale: non sapendo aggredire le cause di quel problema ci si rifugia nell'iperbole delle buone intenzioni, per quanto documentabilmente inutili o dannose, e ci si illude di sopperire con il sentimento alla violenza degli atti. Ma l'onnipotenza, insegnava Sándor Ferenczi, è il ripiego dell'impotenza. La pretesa di spalancare un continente ai sofferenti del mondo nasconde la frustrazione di non riuscire più modestamente a decifrare i modi e le responsabilità della loro sofferenza. O di non poterlo fare se non al costo di riconoscersi partecipi di quelle responsabilità, di avere ad esempio sostenuto politicamente chi nei giorni pari predicava di accogliere gli esclusi e in quelli dispari li moltiplicava sdoganando l'usura agli Stati, i conflitti internazionali, la finanziarizzazione dei servizi essenziali, l'umiliazione economica e giuridica del lavoro.

Purtroppo questo stratagemma anestetico non si limita a distrarre l'impegno indirizzandolo su obiettivi esaltanti perché irrealizzabili. La velleità di amare i lontani non nasconde solo l'incapacità di rispettarli, ma paradossalmente diventa un ulteriore pretesto per calpestarne i diritti. Proiettandoli in una fiaba li spoglia della loro umanità («veros homines esse») per farne maschere funzionali al buon esito della trama. Essi non sono ma servono: a immaginarci paladini di un mondo più solidale, giovane, tollerante, colorato e senza muri, castigatori di una civiltà colpevole e approfittatrice, lucidi tra gli ipocriti, samaritani tra i farisei. Che poi, calato il sipario, i gusci di quell'umanità sradicata finiscano nel tritacarne dell'emarginazione e del conflitto sociale è un trascurabile sottoprodotto del trip ideologico. Digeriti dallo sfruttamento emotivo, li si inoltrerà alle più classiche cure di quello politico e materiale. Amorevolmente.


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Aner 16 ottobre, 2017 08:04

Gentile Pedante,

a proposito del sedicente amore verso ignoti e lontani e della profetica penna di Orwell che gli aveva dedicato un'apposita istituzione, mi permetto di segnalarle questo blog e la sua relativa pagina facebook:

www.miniamorblog.wordpress.com

www.facebook.com/ministeroamore

In ogni fatto di cronaca nera e politica contemporanea si scorge l'amorevole enciclica padronale che Lei descrive ed analizza a perfezione, settanta anni dopo Orwell.

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BomberPruzzo 15 ottobre, 2017 21:20

Gentile @Il Pedante,

mi perdoni ma non ho ben compreso la sua risposta, evidentemente per dei miei limiti.

Cosa intende per ricezione? Per "questo blog si occupa di ricezione"?

Quel suo " sono d'accordo ma..." mi sembra uno strano " vorrei ma non posso" che spero abbia la voglia e l'opportunità di delucidarmi.

Come detto nel precedente commento la mia era solo volontà di elevare ( secondo il mio parere ovviamente ) la discussione sopra quello che ritengo un falso problema.

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Alfred 15 ottobre, 2017 04:17

Trovo sinceramente vergognoso il suo articolo, Sig.Pedante, intriso, da una parte, di autorazzismo, di odio per le gesta eternamente crudeli e feroci dell'uomo occidentale e, dall'altra, di uno stomachevole buonismo, volto a dipingere questi "dislocati-deboli-lontani-ultimi-poveri-stranieri-masse sradicate e diseredate-miseri-sofferenti del mondo-esclusi" - e POVERINI, aggiungo io - sempre e comunque come vittime di quello di cui sopra, uomo occidentale, o bianco che dir si voglia: sempre lui, cattivo dall'alba alla notte dei tempi.

Ma lei - le chiedo - da che parte sta?

Vede, come lei sicuramente saprà, dall'altissimo della sua olimpica e inscalfibile sapienza, esiste un celebre detto, che recita: "il nemico marcia sempre alla tua testa".

Quando il momento verrà - e verrà per certo - per le strade non scorrerà soltanto il sangue di queste "sofferenti" zecche infette, complici più che consapevoli di un grande piano satanico di distruzione, ma anche quello di coloro che subdolamente e sottilmente avranno confuso le acque, seminando il dubbio con le loro false parole.

Un saluto.

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Il Pedante 15 ottobre, 2017 17:12

Gentile utente, mi permetta di osservare che nella Sua velata minaccia di morte manca la consapevolezza che lo sfruttamento - come è scritto nell'articolo - è trasversale e non riconosce appartenenze etniche e geografiche se non per accidens. Nel negare lo sfruttamento altrui ci si apperecchia a subire il proprio: non è una minaccia ma una realtà che oggi investe il nostro Paese e i suoi abitanti, specialmente i più giovani.

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BomberPruzzo 11 ottobre, 2017 21:21

Buonasera a tutti.

Pur trovando eccellente l'articolo per quanto possa riguardare la spiegazione del fenomeno dell'immigrazione mi trovo in disaccordo con esso per quanto riguarda l'individuazione delle cause che lo hanno prodotto e soprattutto la scintilla che questo processo scatenerebbe in chi lo subisce ma soprattutto in chi lo "gestisce".

L'Amore, i Sensi di Colpa, Sete di Giustizia, Rispetto.

Sicuramente mi sbaglio e ho compreso male alcuni punti del pezzo ma ho avuto la sensazione che si pensasse che queste "sensazioni" e "sentimenti" avessero veramente un qualche peso in questa vicenda.

Non ne hanno nessuno.

Sono solo lo strumento che chi gestisce tutta la faccenda usa per tenere a bada noi poveri beoni che stiamo sotto e siamo avvezzi a berci di tutto.

Non voglio essere prolisso ed annoiare ma è solo una questione di potere e quanto questo è maggiore tanto più esso è staccato dalla realtà dei più deboli.

Anche l'argomentazione finanziaria regge fino a certi livelli superati i quali diventa risibile se rapportata a persone che i soldi li creano dal nulla.

Io credo che si tratti per lo più di esperimenti di ingegneria sociale e di razzismo a livelli che neanche immaginiamo e di sicuro non di quel tipo con il quale ci divertiamo, in maniera ridicola,ad accusarci l'un l'altro tutti i giorni.

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Il Pedante 13 ottobre, 2017 00:05

Sono d'accordo con Lei ma La esorto a considerare che 1) questo blog si occupa di ricezione 2) la ricezione crea il consenso, che non è accessorio ma discriminante affinché si possano realizzare le politiche, anche (soprattutto) le più destabilizzanti.

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Bombadillo 10 ottobre, 2017 22:23

Carissimi,

secondo me, l'interesse delle oligarchie finanziarie all'immigrazione di massa non è tanto quello alla deflazione salariale, e, in definitiva, alla rarefazione monetaria, che si ottiene comunque per altra via, quanto, piuttosto, quello alla neutralizzazione di un'ipotetico rischio elettorale. D'altronde, forse se la Francia non fosse, da molto prima di noi, destinataria di un massiccio flusso migratorio, probabilmente il FN avrebbe vinto, e l'euro sarebbe saltato assieme ai relativi vincoli di bilancio. Tutto il resto, compresa la retorica dell'amore o del meticciato, sono favole per giustificare un interesse, invece, affatto concreto, alla conservazione dell'attuale assetto politico-istituzionale, particolarmente favorevole (solo) ai prestatori professionali di denaro.

Da parte di alcuni, poi -Bergoglio in primis-, trattandosi di immigrati in prevalenza mussulmani, può esservi anche una ragione ulteriore, legata alla profonda avversione per la chiesa cattolica, e la relativa civiltà: almeno se intese tradizionalmente, e non secondo i dettami della loro l'ideologia modernista, che, tra l'altro, è indifferentista, visto che, in definitiva, altro non è che un umanesimo laico.

Tom Bombadill - Tom Bombadillo

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Antonio 10 ottobre, 2017 21:34

Grazie Pedante,

non ho nulla da poter aggiungere, ne vorrei.

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Robelkis 10 ottobre, 2017 19:09

A me sembra che ci sia anche la "complicità" di cui tenere conto.

I paesi colonialisti non sono un blocco omogeneo, esistono anche al loro interno gli sfruttatori e gli sfruttati (sfruttati di classe media che stanno comunque bene e sfruttati "proletari").

Uno degli aspetti più importanti del colonialismo è stato che gli sfruttati dei paesi colonialisti hanno accettato di sostenere il sistema degli sfruttatori a patto di avere una fetta dei proventi dello sfruttamento, sia la classe media che i proletari i quali soprattutto nei trenta gloriosi hanno ottenuto un enorme miglioramento delle loro condizioni a spese dei lavoratori dei paesi del terzo mondo.

Non si tratta di una questione moralistica di amore odio e rispetto.

Si tratta del fatto che se si pensa di salvaguardare i diritti acquisiti della classe media e dei lavoratori del mondo occidentale "in questo sistema" non lo si può fare se non partendo dal presupposto che esiste un mondo "esterno" da sfruttare.

I contratti delle multinazionali con i paesi non occidentali vengono firmati solo con la clausola che si debba accettare una quota di immigrazione, legale ma ovviamente anche illegale (perché se c'è la prima inevitabilmente arriva anche la seconda).

Si chiama MODE 4 nei protocolli del WTO e riguarda apunto lo spostamento dei lavoratori da un paese all'altro.

Qui sil legge

http://trade.ec.europa.eu/doclib/docs/2010/february/tradoc_145756.pdf

"India has been the main demandeur for Mode 4 access, though of course within the WTO context the Most Favoured Nation rule applies, so that is what is offered to one member state is offered to

all. The texts of bilateral agreements such as the EU/India bilateral agreements are SECRET until

negotiations are completed - which is a major concern in itself. However, the EU Trade Commission

negotiator on this agreement has stated definitively , in a meeting here, that India will not sign that

agreement without the inclusion of Mode 4 offers. "

Una prova di questo è l'accordo riservato fra UK e India per il quale in cambio di vantaggiosi contratti il Regno Unito si impegna ad accogliere 12000 lavoratori indiani

http://www.dailymail.co.uk/news/article-2109008/Secret-EU-deals-forces-Britain-12-000-Indian-workers-despite-soaring-unemployment.html

Ma soprattutto lo dimostra il fatto che la May in vista della Brexit si rivolge per aiuto all'India e lo otterrà solo a condizione di accettare una maggiore immigrazione verso lo UK

http://uk.businessinsider.com/india-threatens-to-derail-a-brexit-trade-deal-over-immigration-article-50-india-trade-deal2016-11?IR=T

Certamente questo va contro gli interessi dei lavoratori a bassa specializzazione

https://communist-party.org.uk/britain/eu/1337-eu-and-the-moment-of-truth-carty-on-mode-4-.html

Si dice:

"And all this comes following decades of planned destruction of British industry and the subsequent steady decline in the opportunities for young people to undertake an apprenticeship."

Ossia la classe media e i lavoratori sono legati (complici) mani e piedi al sistema dei loro sfruttatori e se accettano l'immigrazione vengono distrutti mentre se non l'accettano le multinazionali e i governi si troveranno a dover tagliare posti di lavoro e a ridurre gli stipendi.

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IO 11 ottobre, 2017 11:39

Gentile @Robelkis,

Questa mi è nuova. Non la sapevo. Grazie dell'info.

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Cristiana 10 ottobre, 2017 14:47

Grazie, è sempre un arricchimento leggerla.

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roberto buffagni 10 ottobre, 2017 13:16

Concordo, l'ideologia dell'amore è molto pericolosa.

Esempio, francese così siamo più europei: nel 2015, Mme Najat Vallaud-Belkacem ha detto che i bambini dei rifugiati sono un'opportunità positiva per i piccoli comuni rurali, dove per il calo demografico rischiano di sparire le scuole [http://www.lefigaro.fr/flash-actu/2015/09/13/97001-20150913FILWWW00074-les-enfants-de-refugies-une-chance-selon-najat-vallaud-belkacem.php]

Un anno prima, la stessa signora ha promosso una legge ("Per l'eguaglianza reale tra uomini e donne") che abolisce la ratio dello"stato di necessità", richiesto dalla Legge Veil, per abortire. Poi lo "stato di necessità" non lo verificava nessuno, come in Italia, ma a scanso di equivoci l'aborto deve essere un diritto senza se e senza ma, come quello di uscir di casa a fare una passeggiata. Non si capisce in che modo questo provvedimento promuova l'eguaglianza reale tra uomini e donne, visto che l'uomo, azionista al 50% dei bambini, non può metter becco nella decisione di abortire presa dall'azionista donna, ma il tempo della clarté francese sembra tramontato.

In Francia si praticano un 200.000 aborti all'anno, un 25% circa delle nascite (dati Insee). Lascio le conclusioni all'amico lettore.

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Gianni 10 ottobre, 2017 10:42

Penso anch'io che tutta la questione vada letta in termini politici, qui non è più questione di essere "buoni" o dover riparare dei torti, ad una semplice lettura dei fatti emerge che se nei paesi dell'occidente ci sia bisogno di immigrati, perchè afflitti da denatalità incipiente, e nei paesi "in via di sviluppo" (si ma quale sviluppo si intende?) vi sia necessità diffusa di espatriare, per far fortuna nei paesi più ricchi, vuol dire che in entrambi i luoghi vi sia stato un enorme fallimento, politico, ma anche economico, e pure che tale fallimento sia stato voluto e programmato, all'insegna dello sfruttamento delle risorse materiali ed umane.

In genere le élites creano le situazioni, i problemi, avendo già tra le mani la "loro" soluzione, in questo caso hanno impoverito per decenni le masse lavorative dell'occidente, che non ha mai smesso di essere colonialista, sia chiaro al di là di tutta la retorica al riguardo, fatta di "neo" o "post", e quindi avevano già previsto la soluzione, importare nuovi poveri, quello che Marx chiamava l'esercito di riserva, ed è solo per renderlo accettabile che lo hanno venduto come sentimento e valore positivo, ma non lo è, è solo cosmesi con cui si intende camuffare un ulteriore gradino nello storico dello sfruttamento, che oggi assurge a livello globale, per raggiungere il quale hanno inficiato il senso e l'esercizio della sovranità, che per legge spettava al popolo, lo hanno fatto sostituendo nominalmente l'economico al politico, ed il famoso "pareggio di bilancio" da mito è diventato il grimaldello con cui si stanno distruggendo tutte le forme di tutela, e il termine "zootecnico" a questo punto diventa il più adatto, il più preciso a definire questo tipo di situazione politica che si va instaurando. Di liberale in questo genere di progetti, essenzialmente di dominio, è rimasto nulla, e ancor meno di keynesiano, la redistribuzione del redditto ha preso un'unica strada, verso l'alto della piramide, l'abolizione della classe media porta ad un'inevitabile sistema totalitario, il mondo diviso in due, poveri, quasi tutti, ricchi, anzi ricchissimi, pochissimi, e tra le due suddivisioni una sottilissima striscia di servant delle élites del governo globale, ad esempio le classi politiche premiate per il loro ruolo di facilitatori di tale conversione, coloro che hanno tradito il senso politico per guadagnare in vicinanza al potere, in questo caso i padrini dell'immigrazione "umanitaria".

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Waldgänger 10 ottobre, 2017 10:23

Mi spiace per chi non in grado di apprezzare, e preferisce semplicemente tuonare a mo' di tifo da stadio opinioni scelte in base a quanto sfavillano i loro colori, peraltro intercambiabili come abiti

"Sezionatori d'anime giocano con il bisturi

maggioranze boriose cercano furbi e stupidi

sobillano i malvagi aizzano i violenti

e gli invidiosi indispongono"

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Nina 10 ottobre, 2017 07:49

Eccellente articolo, come sempre abbiamo il piacere di leggere.

Un sentitissimo grazie, Pedante, e a presto!

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