I sofocrati di Saigon

23 luglio, 2016 | 54 commenti

A beneficio dei più pedanti, in questa terza puntata della serie "Dittatura degli intelligenti" (qui la prima e la seconda) ci piace aprire un'appendice in calce al tema trattato nel precedente capitolo, laddove si registravano l'esistenza e i moventi di una tentazione antidemocratica vieppiù diffusa: quella di escludere i cittadini meno istruiti e/o informati dalla partecipazione elettorale. Là ci eravamo lasciati con le fantasie dell'ex cronista sportivo Massimo Gramellini che, elettosi alla testa della crema intellettuale nostrana, contrapponeva i "cittadini evoluti" di cui avrebbe bisogno una vera democrazia alla "gente comune" incapace di scegliere consapevolmente.

Avendo chiarito che le temibili decisioni della massa ignorante non sono altro che le decisioni sgradite alla massa degli opinionisti e dei loro lettori, non è del tutto ozioso chiedersi se esista davvero, e in che misura, una correlazione tra l'istruzione/informazione degli elettori e la qualità della loro partecipazione politica.

Nel mischione semantico postmoderno, scientia (conoscenza) e sapientia (saggezza) convergono nell'accezione burocratica del sapere certificato dai titoli di studio, sicché la sofocrazia platonica - il governo dei saggi - diventa il governo dei laureati e, a fortiori, di coloro che formano i laureati, cioè dei professori. Essa diventa quindi tecnocrazia, l'esito ossessivo della contemporaneità politica in cui l'equivoco di una seduzione antica si coniuga con l'ulteriore equivoco di una competenza che si vorrebbe rivolta agli strumenti - il diritto pubblico, i regolamenti di settore, le norme contabili ecc. - e non ai fini del governo comune.

Se gli strumenti nascono al servizio dei fini, escludere dalla determinazione dei fini coloro che non conoscono gli strumenti è un modo intellettualmente puerile per avocare a sé le decisioni, nel proprio interesse. Per lo stesso risibile principio, chi non ha studiato l'armonia tonale non potrebbe esprimere preferenze musicali, chi non conosce l'aerodinamica non potrebbe decidere su quale volo imbarcarsi e a chi ignora la geologia degli idrocarburi andrebbe vietato di impostare il termostato di casa. L'aristocrazia del passato, più onesta, spregiava il vile meccanico anteponendogli l'erudizione e il lignaggio. Quella odierna lo glorifica per dare una parvenza di asettica meritocrazia ai propri capricci.

Ma c'è anche un'altra ipotesi. Che la palestra mentale degli studi superiori predisponga indirettamente a una più profonda intelligenza delle cose pubbliche. In fondo, si pensa, chi si è educato nelle asperità dell'analisi matematica, delle scienze sperimentali o delle lingue antiche è anche mediamente più attrezzato a dipanare la complessità e l'ambiguità della realtà sociale. La capacità di astrarre, si pensa, gli ha fornito gli strumenti per orientarsi tra nessi, indicatori e simboli. E la disciplina degli studi, si pensa, gli ha insegnato a soppesare i giudizi senza essere impulsivo.

L'ipotesi è verosimile, ma non necessariamente vera. Per testarla empiricamente potremmo considerare proprio il governo dei professori che, a dispetto della sua celebrata scienza, non ha centrato nessuno degli obiettivi che si era proposto. Ma in quel caso ci resterebbe il dubbio che i professori abbiano mentito nel dichiarare i propri fini manifesti per realizzarne altri, come già anni prima aveva teorizzato il loro capobranco. Ci concentreremo pertanto su un caso storico più sedimentato.

Un lettore diligente mi segnala un'interessante ricerca della professoressa Penny Lewis sulla ricezione della guerra di Vietnam presso il pubblico americano. Scorrendone il testo si apprende che:

[...] in generale, i settori più istruiti del pubblico hanno sostenuto più di tutti il prolungamento dell'impegno militare americano [in Vietnam]. Nel febbraio del 1970, ad esempio, Gallup sottoponeva al campione il seguente quesito: "Alcuni senatori sostengono che dovremmo ritirare immediatamente le nostre truppe dal Vietnam: siete d'accordo?". Tra coloro che fornirono una risposta, si espressero in favore del ritiro immediato oltre la metà degli adulti in possesso di licenza elementare, circa il 40% dei diplomati e solo il 30% di coloro che avevano frequentato un'università. Non si trattava di un'anomalia statistica. Nel maggio del 1971 il 66% dei rispondenti laureati riteneva che la guerra fosse stata un errore, a fronte del 75% dei diplomati. In generale, un'attenta lettura dei dati dimostra che nella maggior parte delle questioni riguardanti la guerra, la più forte opposizione al coinvolgimento americano in Vietnam provenne dalla parte meno istruita della popolazione.

Poiché raramente i programmi di storia dei licei si spingono oltre il Fascismo, ci piace ricordare anche ai più istruiti che cosa fu la guerra in Vientam: una lunga, inutile e sterminata carneficina, la più grande dopo la seconda guerra mondiale, con oltre 5 milioni di morti di cui quasi 4 civili, dieci nazioni coinvolte, rappresaglie, stupri, torture e milioni di sopravvissuti traumatizzati a vita. Ma essa fu anche la più grande sconfitta politica e militare degli Stati Uniti, che in quell'avventura persero oltre 160 miliardi di dollari e quasi 50.000 uomini senza ottenere nulla, se non la vergogna di un attacco infame e di una disfatta su tutti i fronti.

Inaugurata con il pretesto evergreen di proteggere un gruppuscolo esotico dai cattivoni di turno (allora erano i comunisti, oggi frequenterebbero una moschea) e degenerata nella penosa illusione di "rendere credibile la potenza" americana (cit. JFK), la guerra in Vietnam durò vent'anni. E in quei vent'anni l'opinione pubblica americana ne conobbe le atrocità leggendo i reportage, seguendo i documentari e ascoltando le testimonianze dei rimpatriati. Con il passare degli anni anche la prospettiva di un esito favorevole del conflitto appariva sempre più remota, sicché sostenere l'impegno militare dopo 15 anni di inutili stragi non era da ignoranti, ma da stupidi. E i più stupidi erano proprio i meno ignoranti.

Più avanti, nello stesso libro, si riporta la conclusione di uno studio condotto dal prof. Richard Hamilton nel 1968, secondo il quale:

... la preferenza per le alternative politiche più "dure" si riscontra con maggior frequenza tra i seguenti gruppi sociali: i più istruiti, coloro che occupano posizioni di prestigio, le categorie ad alto reddito, i giovani e le persone che prestano molta attenzione ai giornali e alle riviste.

La testimonianza è di sorprendente attualità. Non solo perché le categorie sociali citate - gli istruiti, i prestigiosi, i benestanti, i giovani, prevalenti tra i falchi politicamente miopi di allora - sono esattamente le stesse in cui la stampa di oggi pretende invece di celebrare l'elettorato più lungimirante, ma soprattutto per la chiave di lettura che si anticipa nella chiusa. Queste persone non sono semplicemente informate, ma "prestano molta attenzione ai giornali e alle riviste". La ricerca di Hamilton evidenzia una correlazione tra quegli status sociali e una maggiore inclinazione a lasciarsi orientare dall'informazione stampata, cioè dalla propaganda. Elidendo i termini centrali, le retoriche degli opinionisti moderni si potrebbero allora ritradurre e semplificare così: l'elettore buono è quello che fa ciò che gli dicono i giornali. A prescindere dalla condizione sociale, che è strettamente funzionale a fabbricare nei manipolati l'illusione della propria superiorità e indipendenza (se in altre circostanze i più obbedienti fossero stati gli incolti, si sarebbe detto che i colti erano inconcludenti, debosciati ecc.).

Ma perché i cittadini più istruiti sono, mediamente, anche i più esposti alla propaganda? Sul tema una lettrice mi segnala una riflessione del sociologo francese Jacques Ellul, qui sintetizzata dal curatore dell'edizione inglese di Propagandes (1962), che mi sembra centrare perfettamente il punto:

Un punto... centrale della tesi di Ellul, è che la moderna propaganda non può funzionare senza "istruzione". Egli ribalta così la nozione prevalente secondo cui l'istruzione sarebbe la migliore profilassi contro la propaganda. Al contrario, Ellul sostiene che l'istruzione, o comunque ciò che è comunemente designato con questo termine nel mondo moderno, è il prerequisito assoluto della propaganda. Di fatto, il concetto di istruzione è ampiamente sovrapponibile a ciò che Ellul chiama "pre-propaganda": il condizionamento delle menti tramite l'immissione di grandi quantità di informazioni tra loro incoerenti, già dispensate per altri fini e presentate come "fatti" e "cultura". Ellul prosegue il ragionamento designando gli intellettuali come la categoria più vulnerabile alla propaganda moderna, per tre motivi: 1) assorbono la più grande quantità di informazioni non verificabili e di seconda mano; 2) sentono il bisogno impellente di esprimere un'opinione su qualsiasi importante questione di attualità, e pertanto soccombono facilmente alle opinioni offerte loro dalla propaganda su informazioni che non sono in grado di comprendere; 3) si considerano in grado di "giudicare per conto proprio". Hanno letteralmente bisogno della propaganda.

In termini pedanti, l'istruzione scolastica al netto delle competenze tecniche che impartisce (da cui l'illusione tecnocratica) è il veicolo di trasmissione di un'impalcatura simbolica che riflette e rafforza, in termini necessariamente schematici e riduttivi, gli automatismi ideali della comunità politica di appartenenza.

Il meccanismo si è dispiegato con rara nitidezza nel corso delle recenti elezioni presidenziali austriache, dove alla netta polarizzazione dell'elettorato lungo l'asse della scolarizzazione - l'80% dei laureati e il 73% dei diplomati sceglievano l'europeista Van der Bellen - corrispondeva una polarizzazione del dibattito pre elettorale attorno al tema del presunto nazionalsocialismo del contendente di destra e della FPÖ. Nell'Austria contemporanea - come in Germania, e in Italia con il fascismo - il trascorso nazista del Paese ha subito nella memoria collettiva un processo di cristallizzazione e tabu-izziazione che lo ha relegato negli spazi irreali e irrealmente suggestivi del simbolo. Esso è diventato il Male, e non già un male storicamente attestato le cui cause possono quindi ripresentarsi - come sta infatti avvenendo nell'Europa dell'austerità brüningiana.

La scuola e l'università sono i luoghi di consolidamento di questo simbolo, con una storiografia monograficamente centrata sui crimini, gli orrori delle deportazioni e delle discriminazioni, la vergogna dell'Anschluss e i collaborazionismi illustri. Ma se per i meno istruiti si tratta di reminiscenze scolastiche, per coloro che hanno proseguito gli studi quell'evento è diventato un imprinting culturale e un automatismo in cui si perpetua il senso di colpa delle generazioni. Questi ultimi devono allora disperatamente dimostrare di non sostenere qualcosa che forse, si dice, si crede, fosse anche nelle allusioni di pochi, sia imparentato con quell'ignominia. E così, per fuggire l'orrore di un presunto simbolo del nazionalsocialismo, si rifugiano in un progetto politico che ne ripropone nei fatti le cause - austerità, deflazione, disoccupazione - e le prerogative, germanocentriche e antidemocratiche.

Un ulteriore esempio, tra i tanti, è la permeabilità del pubblico al discorso pseudoscientifico (ne abbiamo scritto qui), che veicola messaggi privi di fondamento scientifico ammantandoli del lessico e del contesto - accademico, editoriale, mediatico ecc. - propri della scienza. La seduzione di questa cosmesi è evidentemente tanto più efficace verso coloro che hanno maturato un rispetto acritico e istintivo verso le insegne della scienza e dei suoi luoghi, cioè in chi ne ha più a lungo subito l'autorità nel corso degli studi. Ciò realizza puntualmente l'intuizione di Ellul: l'istruzione è necessaria per affermare l'autorità dei maestri, ma quasi mai sufficiente per verificarne gli insegnamenti.

Lasciando all'esercizio dei lettori l'indagine di ulteriori applicazioni, rileviamo infine nel pubblico più acculturato una coazione alla complessità, e di conseguenza alla sintesi, analoga e propedeutica alle illusioni del pensiero simbolico. Secondo un cliché anche linguisticamente cristallizzato, prendere le distanze dalle "eccessive semplificazioni", dai "giudizi superficiali" e dalle "facili soluzioni" che conducono al "voto di pancia" è un imperativo per chi voglia marcare la propria appartenza, reale o auspicata, all'immaginaria classe sociale degli imparati. Nel predicare una visione che vada oltre la realtà apparente, questa posa intellettuale convoluta e socialmente consolatoria finisce però per nasconderne le correlazioni e i nessi più elementari.

L'elettore istruito, un po' perché è tale ma molto di più perché vuole dimostrarsi tale, tenderà a confondere e a negare le conseguenze dirette di una scelta politica collocandole ad esempio nella prospettiva apparentemente raffinata del lungo termine, dell'insufficienza e degli altri miti che già altrove ci siamo divertiti a descrivere, oppure calandole nel contesto etnico-culturale con tirate varie su brigatisti, partigiani, savoiardi, briganti, mecenati rinascimentali, riformisti greco-latini e via onanizzando. O ancora, brandirà l'irrilevanza di una minuzia statistica come una piccola ma clamorosa conferma - invisibile agli incolti e ai grossolani - di ciò che gli alberga in testa: uno zero virgola in più di PIL, un coro fascista nel bar sotto casa, una startup, le buone prassi di un comune di quattro abitanti, un #ChiCeLaFa. Mancando clamorosamente - e sdegnosamente - l'elefante nella stanza.

In quanto alla sintesi, indispensabile veicolo di sistemazione della complessità, si tratta in questo caso della mera compensazione di una visione analitica negata e scombinata da una pretesa raffinatezza di pensiero. È una sintesi autoportante, le cui conclusioni nascondono l'assenza e l'impossibilità di sviluppo. È, per restare nel tema, una sintesi figlia degli schemi della cultura scolastica e cosiddetta generale, dove Machiavelli è un cinico, Mozart è spontaneo, Nietzsche un nazista e l'Europa un sogno di pace. La complessità inesistente converge così nella semplificazione di ciò che non esiste.

È un caso etimologico che "dotto" e "indottrinato" condividano la stessa radice (dŏcĕo), e così anche "sedotto" ed "educato" (dūco). Non è invece un caso che i cittadini più istruiti, sia per il maggior prestigio sociale di cui mediamente godono, sia per l'impalcatura simbolica dispensatagli dalla scuola, sia per un risibile e mal dissimulato orgoglio di classe, siano i bersagli non solo preferiti dalla propaganda, ma anche i più facili.


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Khw31sJ 30 dicembre, 2016 18:27

La filosofia si separò dalla scienza quando pose la questione “ esiste un mondo della conoscenza dove l’uomo è più felice? “ . Scienziati e professionisti (gli assertivi) “rotolano con la stupidità del meccanismo” . Ne ricordo uno, famosissimo, che scriveva al suo presidente per sollecitare la rapida costruzione di armi di distruzione di massa. Dopo 16 anni , scoperto il mostro che era stato partorito ,indirizzava un pressante appello ai governi del mondo, per rinnegare l’arma atomica ..e se stesso! …Gente da disprezzare..

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Alberto Monaco 14 novembre, 2016 09:48

Rivolgendomi sempre a me stesso dico che anche la presunta "superficialità" è un diritto e spesso ci azzecca più della presunta "profondità".

Forse ciò che fa la differenza è la misura in cui questi giudizi sono fondati sul nostro personale modo di essere e di vedere il mondo e di reagire alle sollecitazioni esterne, oppure sul modo che altri ci vogliono inculcare: ma anche in questo caso si tratterebbe di un giudizio soggettivo ( come tutti i giudizi) che non giustifica il rimprovero di "superficialità" ed il terreno da percorrere resta sempre quello del confronto razionale ( "non giudicare", "non fare agli altri quello che non vorresti fatto a te").

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Alberto Monaco 14 novembre, 2016 09:27

Tra le tante brillanti osservazioni contenute in questo scritto che confortano il mio modo di osservare, ne trovo una per fare autocritica o quantomeno per rifletterci su.

La "superficialità" mi è capitato di contestarla, pacatamente, ad interlocutori che mi sembravano più attenti nel vedere nel cercare, nei rappresentanti politici antagonisti alla propria parte, la pagliuzza del politicamente corretto ( il parrucchino, la supposta cafonaggine, l'antipatia, la battuta infelice) anzichè la trave dei problemi trattati e delle soluzioni offerte: mi accorgo che anche questo può essere un atto di arroganza fondato sul mio criterio di "superficialità".

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Andrea Giannini 27 luglio, 2016 01:42

Si fa presto a dire lascia un commento... Anche se ci sarebbero tantissime cose da dire, provo a limitarmi ad alcune considerazioni in ordine sparso.

1 - Il modello scientifico analitico/tecnico-specialistico, se interpretato in modo pedissequo, porta inevitabilmente a rendere l'individuo nel complesso più ignorante, anziché più sapiente. È evidente, infatti, che ciascuno non avrà la possibilità di padroneggiare di prima mano se non quel ristretto ambito di cui si occupa professionalmente, dovendosi accontentare per tutto il resto (cioè per ogni altro aspetto della sua vita) di notizie di seconda mano non sempre verificabili. Ne risulta una società di individui al più competenti in settori molto parziali, ma del tutto incompetenti nella gestione del 99% della loro vita.

2 - La divulgazione scientifica diventa un processo necessario, che però non ha alcuna base scientifica o razionale (al contrario, per definizione richiede un rigore inferiore). Ne segue che ciò che percepiamo come "valido", "scientifico", "razionale" dipende appunto da un vago ed incontrollato percepire, ossia da un processo che può essere anche deliberatamente "orientato", non certo da un "conoscere" solido e verificabile.

3 - Nessuno si perita di considerare il livello di istruzione sempre più basso, talvolta infimo, che è ormai diventato il target di licei e università, sempre più costrette a preoccuparsi di "produrre" titoli di studio, anziché diffondere conoscenza.

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a perfect world 26 luglio, 2016 13:15

Nel lavoro sono circondato da laureati, informatici ed ingegneri. La differenza la fanno le letture, molti laureati tecnici non hanno mai letto un romanzo, pensano che la matematica sia piu' vera di Dostoevskij. Per molti aspetti sono bambini sugli otto anni, e cio' spiega molte cose, fra cui la tendenza a banalizzare la complessita', ad abbracciare con ingenuita' uno slogan, a credere all'autorevolezza delle autorita'.

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mikez73 26 luglio, 2016 12:16

Sul tema istruiti/economia/inteligenza

1. Il fatto che il piddino istruito sia più permeabile alla propaganda ha un risvolto non solo, e non tanto, elettorale: questi, in quanto più istruiti e con più anni di carriera alle spalle, rappresentano i quadri medi e dirigenziali della società, soprattutto nell'amministrazione pubblica, nella sanità, nella scuola, nell'università. Il che vuol dire che, una volta convintisi, si fanno propagatori poi nel quotidiano e nella pratica della nuova Ragione del mondo, che per amore di sintesi possiamo chiamare neo-liberale, in una parola della trasformazione di ogni aspetto della vita civile e politica, quindi dello Stato, in nome e sull'altare delle presunte leggi dell'economia (o almeno di quella macchiettistica main-stream che cola dai mass media), immolando la vita dei concittadini, e degli studenti, nel frattempo diventati entrambi utenti, agli idoli della concorrenza (Saturno), del debito/credito (Giove) della mobilità (Mercurio) della domanda/offerta (Luna), dei costi/benefici (Venere), della globalizzazione (Marte) e frattaglie annesse.

2. C'è un evidente, accecante, problema di analfabetismo in campo economico e finanziario, che riguarda tanto gli istruiti quanto gli ignoranti. La conoscenza di base in questi due campi dovrebbe far parte di ogni educazione a partire dalla scuola dell'obbligo, alla stregua del saper leggere e scrivere. Per cui agli istruiti che mi cianciano che ci vuole il patentino per andare a votare, io gli chiedo prima di spiegarmi un po' come funziona il Consiglio dei Ministri dell'Unione Europea, poi che cos'è la moneta (o il denaro, se preferisce), poi cos'è un'obbligazione, poi che cos'è il tasso di interesse, infine a chi appartengono i suoi soldi quando li deposita in banca. Dopo di che gli sputo in un occhio e gli lascio una pagina di Repubblica per pulirsi la faccia.

3. La cosa sconvolgente del piddino istruito non è che non sapesse prima, cioè non avesse gli strumenti intellettuali per capire che l'euro era una sòla dal punto di vista economico e la UE un'istituzione antidemocratica dal punto di vista politico, ma che non voglia cambiare idea dopo; anzi, basandomi sulla mia esperienza, potrei dire che rifiutano anche solo di prendere in considerazione l'ipotesi che ciò che pensano al riguardo sia sbagliato.

Sragionano al contrario: se quello che mi dici è vero allora tutti gli opinionisti, cioè quelli che leggo sui giornali e sento in televisione (e che hanno, apparentemente, l'autorità politica e/o scientifica dalla loro) o sbagliano o mentono. Da trent'anni. Il che non è possibile. Quindi quello che dici tu non può essere vero. E restano sulle loro posizioni (anche perché di solito la loro è di tutto comfort dal punto di vista lavorativo, economico, sociale). La base del loro ragionamento non è la realtà ma la negazione.

Il grande velo che li protegge dall'apocalisse morale e intellettuale si sostiene su due pennoni, i due grandi timori che non vogliono affrontare, che negano, cioè si rifiutano di ammettere che

A. Il mondo in cui vivono (in realtà il mondo in cui vive la loro testa) è una finzione (da trent'anni).

B. Non c'hanno capito una mazza.

In entrambi i casi dovrebbero ammettere di essere dei coglioni. Il che, di nuovo, non è possibile.

Ma questo non è più un problema intellettuale, diventa un problema etico, o almeno psichico.

4. Tra l'altro, questa sarebbe la seconda topica della loro vita, perché in verità molti di loro ci sono già passati, per molti di loro è già successo: facevano politica, votavano PCI et similia, poi si son presi una pausa. Oibò, proprio allora il comunismo cadde. E hanno fatto spallucce. Non è colpa loro se la storia si è sbagliata.

Se 'sto giro non fanno spallucce è solo perché avranno problemi con la pensione e con i risparmi.

Bisognerebbe indagare i punti in comune tra l'Unione Sovietica e quella Europea, non tanto in sé (che pure…), quanto per il significato, ideologico, politico, identitario, che hanno avuto per un certo elettorato di sinistra e il corrispondente ceto politico, e che forse spiegherebbe il passaggio docile docile, indolore, da un sogno all'altro, da uno scenario fantasmatico all'altro.

5. L'unico intellettuale di sinistra che ha detto una cosa sensata negli ultimi mesi è stata Sabrina Ferilli qualche settimana fa in tv (basta fare un confronto, per restare al mondo dello spettacolo, con i recenti balbettii di vere Teste Pensanti di Sinistra quali Nanni Moretti e Francesco De Gregori, che adesso, di fronte allo scempio rappresentato dal PD, sono confusi, porelli, non capiscono bene il presente, si sentono un po' distanti dalla politica, si sono ritirati, insomma fanno cose, vedono gente…). La Ferilli ha detto: "Il PD è un partito sentimentale." Che in termini pedanti possiamo tradurre con: il voto, e più in generale la propria identità politica, non pertengono all'ambito della razionalità, e quindi dell'istruzione, come del resto dimostrano i link dell'amico Stefano Longagnani.

Il che mi ha ricordato un libretto che ho letto un paio di anni fa, "Springer: la manipolazione delle masse", di Giorgio Backhaus, edito da Einaudi nel 1968 (bei tempi, pubblicavano ancora robba bbuona): un case history sulla manipolazione dell'informazione in Germania a partire dal dopoguerra:

"Le considerazioni fin qui svolte sulla struttura funzionale di 'Bild-Zeitung' resterebbero incomplete e non darebbero un'idea sufficiente del rapporto col giornale sia dei fautori che dei critici negativi, se non si tenesse conto di un ulteriore momento che qualifica in misura decisiva l'offerta di 'Bild-Zeitung': la relazione tra lettori e giornale si colloca ampiamente nell'ambito dell'emozionale." pag. 77

E più avanti, pp 80-81:

"Sotto questo aspetto 'Bild' si assume perfettamente il ruolo e la funzione di quell'istanza della personalità che come 'Super-io' rappresenta nell'individuo l'autorità dei genitori, cioè le esigenze della società, che deve far valere contro le esigenze egoistiche dell'individuo. La disposizione del lettore ad accettare 'Bild' come un'istanza siffatta, a trasferire, in pratica, la funzione del Super-io e a lasciarla realizzare da un'istituzione esteriore è condizionata dalla sua situazione socio-psicologica.

[…] La disposizione a un siffatto trasferimento […] viene rafforzata dalla circostanza per cui il singolo sta, praticamente impotente, di fronte a un mondo nel quale egli stesso non ha voce alcuna e nessuna possibilità di influire. […] a 'Bild-Zeitung' viene assegnato il compito di rintracciare un ordine e delle correlazioni organiche negli avvenimenti; da un lato di mediarli in una forma comprensibile e dall'altro di difendere le esigenze del singolo - nella fiducia che 'Bild' assolva questo compito nel più puro interesse dell'individuo.

È dunque importante il fatto che, in quanto istanza, 'Bild' riunisca in sé due tratti essenziali: da un lato gli attributi virili dell'autorità e della capacità di farsi valere, dall'altro quelli della premura e dello spirito di comprensione materni.

L'assunzione delle funzioni del Super-io è resa possibile nella sua piena estensione soltanto attraverso questo meccanismo: il giornale si assume quindi in certi campi un 'ruolo da genitore'."

Se prendiamo per buona questa chiave di lettura (e io tenderei a farlo), si spiegherebbero:

- il processo di infantilizzazione degli individui.

- il blocco psicologico ad ammettere che il proprio giornale feticcio (cioè Papà) mente.

- il fatto che la propaganda non consiste tanto nella manipolazione di singoli contenuti o discorsi, ma nella creazione di un Umwelt, di un ambiente globale, psicologico, emotivo, oltre che intellettuale, che avvolge il destinatario finale in tutte le sue componenti in quanto persona.

Insomma, la critica al mito dell'istruzione e dell'intelligenza è una propedeutica a quella della razionalità, quale facoltà principe per spiegare cosa stiamo facendo.

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Il Pedante 26 luglio, 2016 18:24

@mikez73 Il libro di Backhaus è prezioso, non lo conoscevo. In "Terapie tapioco" ho già detto (il peggio) di psicoanalisi, qui apprendo con soddisfazione che le categorie freudiane sono correttamente collocate tra gli strumenti di oppressione e manipolazione del lettore.

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mikez73 27 luglio, 2016 00:10

@Il Pedante

Il libro di Backhaus è prezioso sì, ma anche datato in alcune cose, risente molto del clima culturale dell'epoca, diciamo che sente il passare degli anni. Certo, ce ne fossero di libri che provano a fare uno studio del genere oggi. Invece imprescindibile resta Mattelart, Multinazioni e comunicazioni di massa, Editori Riuniti, 1977 - su ebay te lo tirano dietro a 5,00€, una vera miniera di informazioni. Secondo me è una lettura fondamentale, permette di unire molti puntini, in particolare su quanto il periodo '50-'70 sia stato un periodo di preparazione decisivo per quello che ne è seguito (e di cui oggi vediamo i disastri). Quasi che i "trenta gloriosi" del benessere keynesiano prima e la caduta del comunismo poi siano stati solo epifenomeni, anche trascurabili, rispetto alla traiettoria di fondo del Capitale, per usare un termine sintetico.

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mikez73 27 luglio, 2016 13:10

@mikez73

errata corrige: Multinazionali e comunicazioni di massa (una battaglia continua contro la tastiera, avrà un inconscio anch'essa…)

Quanto alla psicoanalisi: Edward L. Bernays, uno dei primi spin doctor a cavallo della prima guerra mondiale, nonché papà delle moderne relazioni pubbliche e di tutte le altre amene attività che vanno sotto il nome di propaganda (su cui ha scritto libri fondamentali: Propaganda, del 1928, e soprattutto Crystallizing Public Opinion, del 1923, che peraltro fu la bibbia di Goebbels), era il nipote di Freud, e ha scientemente applicato le teorie dello zio per sviluppare le nuove tecniche di manipolazione delle (in)coscienze.

Dal che però se ne potrebbe dedurre che se hanno funzionato tanto bene, le teorie dello zio, forse un appiglio nella realtà ce l'hanno. Ho letto il post "Terapie tapioco", che è molto bello, e la critica alla dottrina psicoanalitica non fa una grinza. D'altra parte, che non sia una scienza non ci piove sopra, ma neanche la filosofia lo è, manco il marxismo (che peraltro con la psicoanalisi condivideva la sacra aspirazione ad avere, della scienza, tutti i crismi), e infatti su Marx (che quanto a parentela pure lui non scherzava), il marxismo, il materialismo storico, si possono leggere demolizioni altrettanto probanti (e su di esso si potrebbero rintracciare gli stessi miti, credo punto per punto). Ciò non toglie che si continui a leggerlo e a cercare di interpretare la realtà in base ad alcune sue categorie.

Non so, io non ho mai fatto analisi né ci campo (un mio amico psicoterapeuta di scuola bionergetica, Lowen, qualche tempo fa mi raccontava di aver letto "Dossier Freud" di Borch-Jacobsen e Shamdasani e di essere rimasto alquanto sconvolto, visto le prove delle manipolazioni e delle falsificazioni adoperate da Freud sui suoi casi), ma ne ho letto parecchio, più che altro come fosse un ramo della filosofia. Lacan è stata una grande gioia intellettuale - tra l'altro il primo libro che lessi su di lui era proprio di Borch-Jacobsen.

Rispondi

Il Pedante 27 luglio, 2016 14:55

@mikez73 No, non funziona così. Se un chirurgo è in grado di uccidere e menomare i suoi pazienti, non è QUINDI anche in grado di guarirli. Ciò che chiamiamo psicoanalisi è un repertorio di strumenti dialettici per prevaricare e umiliare l'interlocutore schivando il merito. Io stesso me ne disinteresserei volentieri, se non fosse che queste tecniche ritornano nella retorica odierna con una puntualità di applicazione che non può essere casuale. C'è un buon film su Bernays: https://www.youtube.com/watch?v=eJ3RzGoQC4s.

Rispondi

Pietro Paolo 27 luglio, 2016 17:04

@mikez73

Ti ringrazio per il suggerimento del libro su Freud. Occupandomi di storia dell'arte, ho letto "I ricordi d'infanzia di Leonardo da Vinci", capitolo frodiano apparso nel libro "Psicoanalisi dell'arte e della letteratura". Stavo appunto effettuando degli studi per ora di carattere personale per mettere in evidenza e spiegare le numerose interpretazioni tirate per i capelli su, appunto, gli scritti di Leonardo relativi alla sua infanzia.

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Il Pedante 27 luglio, 2016 21:06

@Pietro Paolo L'analisi-smontatura definitiva di quel caso è in Eysenck - Decline and Fall of the Freudian Empire, cap. 4 Psychohistory (vado a memoria).

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mikez73 28 luglio, 2016 10:54

@Il Pedante

Se il chirurgo è in grado di uccidere il paziente è perché, poniamo il caso, sa dove si trova l'aorta e sa come tagliarla, pur non sapendo, magari, come salvarlo nel caso che l'aorta si stia dissecando.

Fuor di metafora, quanto alle applicazioni nefaste di Bernays, io mi riferivo alla parte descrittiva della teoria dello zio (in particolare quella sulla mente, che immagino fosse ciò che interessasse al nipote), più che a quella pratica o normativa, cioè alla sua validità terapeutica, per quanto le due cose siano o dovrebbero essere connesse, se ci si preoccupa della cura, mentre il nipote mi sembra fosse più interessato a inoculare un virus. Tentativo peraltro riuscito.

Sinceramente mi ricordavo il dibattito sull'epistemologia della psicoanalisi, per quanto infuocato, un pelo più aperto. Almeno ai tempi in cui mi passavano per le mani i libri di Gabbard, di Solms, di Kandel, penso in particolare a quest'ultimo e al suo "Psichiatria, Psicoanalisi e Nuova Biologia delle Mente" della R.Cortina, che all'epoca mi aveva colpito, visto che Kandel, biochimico, neuroscienziato e Nobel per la Medicina, è l'autore del mattonissimo "Principi di Neuroscienze" che ogni studente di medicina e di psicologia deve studiare.

"Sono convinto che il mio tirocinio in psichiatria e il mio interesse per la psicoanalisi svolgano un ruolo centrale nel mio pensiero e mi abbiano fornito una prospettiva sul comportamento che ha influenzato ogni aspetto del mio lavoro." (Kandel, dalla prefazione p.XXVI del libro citato). E ancora:

“Cosa più importante, e più criticabile, è che la psicoanalisi non si è evoluta scientificamente. Specificamente, non ha sviluppato metodi oggettivi per dimostrare le eccellenti idee formulate all’inizio. Come risultato, la psicoanalisi entra nel ventunesimo secolo con la sua influenza in declino. Questo declino è da rimpiangere, dal momento che la psicoanalisi rappresenta ancora la visione della mente più coerente e soddisfacente dal punto di vista intellettuale… Il mio proposito in questo articolo è di suggerire un modo in cui la psicoanalisi potrebbe ri-energizzarsi, cioè sviluppando una più stretta relazione con la biologia in generale e con le neuroscienze cognitive in particolare.” Eric R. Kandel, Biology and the future of psychoanalysis: a new intellectual framework for psychiatry revisited. American Journal of Psychiatry, 1999 Apr; 156(4): 505-24.

Dall'altra parte della barricata, tanto per dire, ho trovato un libro di Fabrizio Palombi (un lacaniano), dal titolo "Il legame instabile - Attualità del dibattito psicoanalisi-scienza", Franco Angeli, che parla anche delle critiche, tra gli altri, di Eysenck e di Popper, e di quest'ultimo riporta anche alcuni brevi testi inediti.

Anyway, non è certo mia intenzione farLe cambiare idea, che mi pare ben radicata, era solo amore per la pedanteria.

E grazie per il video, che non conoscevo.

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Andrea Evangelista 30 luglio, 2016 16:56

@mikez73 mi piacerebbe leggere queste demolizioni del materialismo storico.

Che il pensiero di Marx tutto non sia una scienza lo posso capire, ma il fatto che le visioni del mondo nascano dalle condizioni materiali, dai meccanismi di produzione è una scoperta scientifica; il materialismo storicopertanto è per definizione l'anti-ideologia. Marx ha aperto alla ricerca scientifica un nuovo continente, quello della Storia.

C'è poi il riconoscimento della divisione in classi della società .Che invece teleologismo del Manifesto sia una non scienza siamo d'accordo

"Io posso soltanto dire che Marx è scientifico, ed è quindi politicamente moderno. Credo

sia sintomatico che il Capitale sia oggi citato ed elogiato nei circoli della grande

finanza, mentre vari rappresentanti della sinistra fanno tuttora a gara per dichiarare di

non averlo mai letto e si affannano a proporre altri riferimenti culturali, il più delle volte

intrisi di idealismo, per non dire di superstizione. E’ uno spettacolo penoso, un livello di

subalternità intellettuale che ricorda il Medioevo, quando alla plebe si propinavano le

icone del diavolo e dei santi mentre le élites tornavano a leggere Platone e Aristotele."

E. Brancaccio, Il Ponte, marzo 2016

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mikez73 01 agosto, 2016 10:15

@Andrea Evangelista

Oddio, c'è solo l'imbarazzo della scelta, la lista è lunga ma per fortuna non infinita, solo per citare i pezzi grossi: Sorel, Bakunin, Weber, Kelsen, Gentile, Croce, Lowith, e ovviamente, dulcis in fundo, Popper -- "Miseria dello storicismo" e "La società aperta e i suoi nemici. Hegel e Marx falsi profeti."

Ho letto l'intervista di Brancaccio che Lei cita, o almeno l'estratto che si trova sul suo sito, grazie per la segnalazione, la parte sulla centralizzazione dei capitali mi interessa molto e mi sembra un punto fondamentale. Quanto al fatto che Marx sia scientifico, che dire, Brancaccio lo afferma con convinzione, son contento per lui, ma sembra più una petizione di principio, se non altro non ci sono spunti nell'intervista che lo dimostrino o almeno facciano intuire una possibile dimostrazione.

Se il punto d'appoggio è Althusser, come sembra all'inizio dell'intervista (secondo il quale Marx avrebbe aperto alla ricerca scientifica il continente della Storia) auguri! Di Althusser ho letto qualcosa, pure troppo, e purtroppo prima di leggere il bellissimo saggio dello storico Tony Judt "Elucubrazioni: il 'marxismo' di Louis Althusser", che farebbe passare la voglia anche ai più aficionados. Il saggio, contenuto nel libro "L'età dell'oblio", edito da Laterza (creso sia passato in tascabile) è seguito da altri due, altrettanto belli e disincantati: "Eric Hobsbawm e il fascino del comunismo" e "Addio a tutto quello? Leszek Kolakoswki e l'eredità marxista", che si chiude così:

"L'analogia, ovviamente [tra i fautori dell'accoppiata mercato/democrazia da una parte e quelli del recupero del marxismo dall'altra], consiste nell'incapacità di entrambe le parti di imparare dal passato, e in una interdipendenza simbiotica, perché è la miopia della prima che dà una falsa credibilità agli argomenti della seconda. Coloro che acclamano il trionfo del mercato e il ritiro dello Stato, che desidererebbero che celebrassimo l'iniziativa economica senza regole del mondo 'piatto' di oggi, hanno dimenticato cosa successe l'ultima volta che abbiamo battuto questa strada. Subiranno un forte shock (sebbene, se il passato è una guida affidabile, a spese altrui).

Per quanto riguarda coloro che sognano di riascoltare il nastro del marxismo, rimasterizzato digitalmente e ripulito dagli irritanti graffi comunisti, farebbero meglio a informarsi il prima possibile sui "sistemi" onnicomprensivi di pensiero che conducono inesorabilmente a "sistemi" onnicomprensivi di governo. Su tale argomento, come abbiamo visto, è molto utile leggere Leszek Kolakowski. Ma la storia ci insegna che non c'è nulla di più potente di una fantasia il cui tempo è giunto."

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Andrea Evangelista 02 agosto, 2016 13:10

@mikez73

Grazie moltissimo per i riferimenti.

Molte delle critiche metodologiche, in primis quella di Popper, si riferiscono al marxismo del Manifesto, al marxismo inteso come dottrina politica, su cui ho detto di essere d'accordo nell' etichettarlo come una non scienza (a quanto pare poi anche Marx ritrattò alcune delle sue "profezie" negli ultimi scritti, finendo per non definirsi marxista: https://www.carmillaonline.com/2014/09/03/marx-contro-marxismo/).

Mi riferivo alla metodologia storica del materialismo, che pone le condizioni materiali alla base della scienza storica, all'anti-idealismo qui sintetizzato:

"Non si parte da ciò che gli uomini dicono, si immaginano, si rappresentano, né da ciò che si dice, si pensa, si immagina, si rappresenta che siano, per arrivare da qui agli uomini vivi; ma si parte dagli uomini realmente operanti e sulla base del processo reale della loro vita si spiega anche lo sviluppo dei riflessi e degli echi ideologici di questo processo di vita. Di conseguenza la morale, la religione, la metafisica e ogni altra forma ideologica, e le forme di coscienza che ad esse corrispondono, non conservano oltre la parvenza dell’autonomia. Esse non hanno storia, non hanno sviluppo, ma sono gli uomini che sviluppano la loro produzione materiale e le loro relazioni materiali trasformano, insieme con questa loro realtà, anche il loro pensiero e i prodotti del loro pensiero. Non è la coscienza che determina la vita, ma la vita che determina la coscienza."

Niente di più di questo

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Andrea Evangelista 02 agosto, 2016 17:57

@mikez73 ho dimenticato di dire che ho da poco ordinato "guasto il mondo (suggerito in "economia e luoghi comuni"), se riuscirò a capirci qualcosa comprerò sicuramente quello da lei citato.

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mikez73 03 agosto, 2016 13:19

@Andrea Evangelista

Ottima scelta! Il libro che citavo io è una raccolta di saggi eterogenei, invece "Guasto è il mondo" è un saggio unitario, per di più scritto da uno storico anglosassone: gli storici non sono quasi mai difficili da un punto di vista concettuale, ma quelli anglosassoni in particolare hanno sempre una scrittura piana e godibile, piena di buon senso, che, come riporta l'esergo del blog su cui stiamo scrivendo, in tempi di menzogna è un atto alquanto rivoluzionario.

Peraltro è un libro quasi commovente, visto che è il suo testamento intellettuale, e si sente. Conserva il punto di vista di un insegnante, e forse di un padre, che in punto di morte vuole dire qualcosa di fondamentale a dei giovani, ai suoi studenti, ai suoi figli, che hanno conosciuto solo questo mondo guasto, e per fargli presente che non sempre è stato così e soprattutto che non è fatale che sia così in futuro.

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mikez73 03 agosto, 2016 13:21

@Andrea Evangelista

Guardi, è un po' difficile separare in Marx la visione storica da quella politica perché la seconda dipende dalla prima: è perché pensa di aver scoperto le leggi del divenire storico che una lotta politica, di quel tipo, è possibile. Con il dubbio abbastanza fondato però che sia stato per giustificare la seconda (la lotta politica) che abbia ipotizzato la prima (cioè proprio quel tipo di "scienza" storica).

Le rivoluzioni prima e la caduta del capitalismo poi sono necessarie perché nascono dalle sue contraddizioni interne. Ma l'impalcatura logica di tutto questo ambaradan, in particolare dell'evoluzione storica, è la dialettica di Hegel, che è proprio il tentativo di risolvere la contraddizione, ovvero di superare quel principio di non-contraddizione su cui invece si basa tutta la scienza matematico-sperimentale da Galileo in poi (e questo è puro Lucio Colletti, che mi ero dimenticato di citare).

Per cui non ho mai capito perché uno voglia essere marxista E scientifico, se uno vuole essere marxista che si studi Hegel e finita lì, a meno che non voglia la moglie ubriaca (la lotta di classe) e la botte piena (il prestigio e la validità della scienza). Non a caso qualcuno parla di Marx come, a conti fatti, di un idealista.

Che le condizioni materiali siano alla base di quelle ideali non è una scoperta scientifica, è un'ipotesi di lavoro, diciamo così, nata peraltro nel clima del positivismo ottocentesco, ma da allora nelle scienze (naturali e non) ne è passata di acqua sotto i ponti. Un'ipotesi che è stata molto produttiva per alcuni versi, e molto nefasta per altri, e che io (che non sono nessuno, ma si fa per chiacchierare) non condivido: in tutto ciò che riguarda l'uomo i due aspetti, materiale e ideale, sono inscindibili e, come dire, contemporanei, nascono assieme.

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Alessandro 25 luglio, 2016 23:09

A mio avviso nella analisi in questione andrebbe anche considerato l'aspetto economico. I laureati "intelligenti" spesso sono piú ricchi degli "ignoranti", e mi sembra facile in una situazione di relativo successo non essere problematico rispetto a questioni politiche. Questo non contraddice il ragionamento ma forse é uno spunto integrante. Ognuno é diverso ovviamente, ma un dirigente o un primario (giú giú fino a un insegnante col posto fisso) potrebbe imputare i problemi della crisi e della disoccupazione a colpe altrui. La stessa persona improvvisamente trovandosi poniamo disoccupato o anche solo a rischio, potrebbe essere piú aperto a spiegazioni alternative, a essere piú critico rispetto al mainstream.

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Ippolito Grimaldi 26 luglio, 2016 11:49

@Alessandro

In effetti è quel che sta cominciando ad accadere ad esempio tra i lavoratori della scuola e della sanità pubbliche, ma le reazioni non sono univoche.

Mentre molti continuano ad imputare la loro situazione agli "sprechi" del passato, alla corruzione, agli immigrati ed altre amenità andando ad ingrossare le fila della Lega di FdI e dei grillini, altri, più proni ai meccanismi del potere,si trasformano in questuanti;

Pochi invece si rinchiudono in se stessi perdendosi nella tragedia della analisi che si consuma nei vari blog della rete ed aggregandosi in piccole comunità dedite alla lapidazione virtuale;pochissimi sono disposti ad impegnarsi fattivamente in progetti politici coerenti ed alla difesa della democrazia.

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Antonio Martino 25 luglio, 2016 11:11

E' sempre un piacere leggerLa.

Mi permetto di perorare la Sua tesi con un esempio della mia realtà familiare. Nonna di 82 anni, terza elementare, lingua prevalente il siciliano: da sempre riconduce lo sfascio attuale al 1992, a Tangentopoli e al suo campione mediatico Di Pietro. Nella sua semplicità, riconosce un prima e un dopo, non rinnega le problematiche di quel tempo (sintetizzate nella DC, partito che "mangiava ma faceva mangiare"). Non dimentica però gli enormi progressi che ha vissuto lungo tutta la traiettoria dei Trent'anni gloriosi del nostro Paese, la possibilità di vivere e pianificare, creare un futuro alla propria famiglia, lavorare e divenire quella classe media che nell'Isola praticamente non esisteva fin quasi al tempo dello sbarco sulla Luna.

Rispetto quindi ad un laureato, un diplomato o un mio coetaneo un'ottantaduenne ha una visione dell'esistente sicuramente più centrata e meno inficiata dalla grancassa dell'€propaganda. Forse perché ha visto la guerra e lo sFascio di un Regime, forse perché ha assaggiato la fame e la povertà del mondo pre-keynesiano compara la realtà della sua vita alla bolsa narrazione ufficiale prima di esprimere un giudizio: e così facendo, difficilmente sbaglia.

Grazie come sempre (per la tesi statalista e IRI-centrica, ci stiamo lavorando).

Buona giornata

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Bombadillo 24 luglio, 2016 16:25

Cari amici,

non credo che dalla categoria dei professori universitari, intesa in generale, si possa pretendere qualcosa di più, rispetto alla normale cultura liceale, e ad una particolare competenza nel loro singolo settore.

I miei genitori erano entrambi professori universitari, mio padre laureato in ingegneria e mia madre in fisica, e nessuno dei due si è mai interessato particolarmente di economia, di storia economica, di politologia, e di tute le materie che rilevano per le questioni trattate in questa sede, e non credo proprio che questo abbia fatto di loro dei ricercatori o dei docenti peggiori, rispetto alle loro materia. Perché mai un grande astrofisico o cardiochirurgo, magari di fama mondiale, dovrebbe capirci di economia? Ha fatto il liceo, poi, rispettivamente, fisica o medicina, l'economia non l'ha mai studiata.

Il punto, piuttosto, sono gli economisti.

Solo che-ad es.- Andreatta, Prodi e Monti sapevano esattamente quello che stavano facendo.

Poi ognuno si crea gli alibi che vuole.

Mi pare di ricordare che la tesi di Prodi sia che lui sapeva benissimo che non si poteva fare la moneta unica in mancanza di un'area valutaria ottimale, per cui lui fece la moneta unica, in modo che ciò portasse a costruire tale area.

Sarebbe come dire: ho costruito un'automobile con il motore della Ferrari, senza freni o sterzo, è l'ho fatta partire, perché così sarebbero stati costretti a costruirci i freni e lo sterzo. E ovvio che un ragionamento del genere te lo puoi permettere solo se quelli che giocano per la strada da dove deve passare l'automobile non sono i figli tuoi, e sull'automobile non ci sei seduto tu con la tua famiglia (cioè, tradotto, se stai così bene economicamente da non essere più in comunità di destino con il popolo italiano).

Monti, invece, si giustifica con i mercati. Peccato che i mercati sono comandati da una ristretta lobby di prestatori professionali di denaro, e non è che sbagliano o non sbagliano, ma è che premiano o puniscono un Paese, non a seconda che faccia qualcosa di giusto o sbagliato per la propria economia, ma di conveniente o sconveniente per loro, che però hanno un interesse opposto a quello dei cittadini. Quindi, i mercati ti puniscono se stai facendo bene per il tuo popolo (perché correlativamente stai andando contro gli interessi di chi presta denaro per professione), e ti premiano se lo mandi al macello.

Così ti comandano nel loro interesse, che è quello -come è intuitivo, in base dell'infallibile legge della domanda e dell'offerta- della rarefazione monetaria (in modo che l'inflazione non si mangi il loro interesse, e che più gente ricorra al credito), e della contrazione del welfare pubblico (per creare nuovi mercati per il credito, soprattutto sanità, università e previdenza).

Purtroppo, però, non c'è nessuna ragione perché uno Stato con moneta convenzionale (priva, cioè, di potere intrinseco) si debba ridurre ad essere trattato come un normale debitore di diritto comune, visto che la moneta ha valore non perché glielo conferisce la banca centrale indipendente, che la emette, ma in base alla convenzione di accettazione garantita dallo Stato.

Questi per secoli hanno usurato i popoli (e anche i Sovrani, che ogni tanto, tuttavia, ripudiavano il debito, e li lasciavano con un pugno di mosche in mano) facilmente, fino a quando si è trattato di moneta avente valore intrinseco.

E' ovvio che la moneta convenzionale poteva essere la loro fine. La cura? La dottrina delle banche centrali indipendenti. E, a livello di propaganda, l'inflazione come più iniqua delle tasse.

Andatevi a vedere, su youtube, l'intervento di Monti al convegno in onore di Andreatta, quando dice sta cosa dell'inflazione, sembra quasi gli venga da ridere perfino a lui.

Viceversa, perché mai un professore universitario di letteratura greca, di patologia vegetale, o di scienze delle costruzioni, debba per forza intendersi di certe questioni, più di un cittadino comune, non mi è chiaro.

Quindi, la gran parte non se ne intende, mentre gli economisti se li sono comprati (non tutti, ma molti sì, e tanto giornali e televisioni danno spazio solo a quelli), come vi ho anche dimostrato riportandovi l'anomalia dei settori scientifici del Consiglio di Europa.

Rimangono solo i giuristi. Ecco, forse il dott. Barra Caracciolo non ha torto quando -almeno, per quello che ho compreso io del suo pensiero- rimprovera ai giuristi universitari di aver negletto gli studi economici e l'analisi economica del diritto, prendendo per buona, in economia, manco la vera produzione scientifica, ma soprattutto la sua vulgata mainstream.

Eppure, la diffidenza degli usurai nei confronti dei giuristi rimane alta. Anche questo ve l'ho dimostrato con i settori ERC, in cui l'intera area giuridica si riduce al lumicino. La categoria dei giuristi, infatti, è l'unica che può mettere freno allo strapotere di una politica schiava dell'economia di mercato.

Comunque, il potere di corruzione della lobby dei prestatori professionali di denaro è sconfinato: sia diretto che per via dei propri politici al potere. Tutti (legittimamente) hanno voglia di incarichi, e di far carriera, tanto più (stra-legittimamente, perché molto spesso se lo meritano) i professori universitari. Così, tuttavia, si spiegano pure tante cose. Tanta gente che è convinta, e non si pone domande, perché in fondo essere convinto e non porsi domande è così comodo.

Per quanto riguarda, invece, la questione del buonsenso, e quindi la capacità di tutelare almeno i propri interessi, sono d'accordo anch'io che l'istruzione scolastica la mina alla base.

Il buonsenso delle masse contadine -a parte rare eccezioni di soggetti che, a un certo punto, abbiano messo in discussione tutto quanto era stato loro insegnato- è impossibile da ottenere dal soggetto che ha subito l'istruzione pubblica contemporanea, se non quella moderna tout court.

In più, sì, sono soggetti (i laureati) che generalmente tentano di informarsi (il che, ovviamente, in sé non è una colpa), e, magari, lo fanno, leggendo uno o più giornali o guardano una o più trasmissioni di approfondimento....e allora diventano le perfette vittime designate.

Io non guardo mai, ma dico mai, le trasmissioni televisive: in tv guardo solo i film. Provate, fa benissimo, si avverte proprio una sensazione di disintossicazione, perché pure guardare con tutto lo spirito critico di questo mondo, dei danni te li provoca comunque.

Ovviamente, poi, le masse contadine ignoranti erano reazionarie e monarchiche e quelle cittadine istruite erano (e sono) progressiste e democratiche, quindi, se volete essere conseguenti....!

Tom

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lorenzo 24 luglio, 2016 20:23

@Bombadillo

ma il punto non è quanto ne sanno di economia i prof universitari di altro, il punto è che in quanto prof universitari sono tutti, o quasi, dei piccoli influencer, perché è il loro status di intellettuali a far pesare di più le loro opinioni (in famiglia, al bar, dalle loro cattedre, con gli amici, in TV - prendi i vari Augias, Piero Angela, Mieli, Gramellini o che ne so, che battono sempre sulla tiritera debito pubblico buuuuu inflazione buuuuu, pur non avendo alcuna patente nel merito, dato che sono tutti laureati in qualcos'altro, MA comunque a loro modo "autorevoli", in quanto colti, laureati, professori, scrittori eccetera, cioè intellettuali). E questi, se sono veri e degni di consedirezione gli studi presentati dal Pedante, sarebbero anche i più influenzabili dalla propaganda. Quindi abbiamo dei più o meno potenti influencer che sono però i più influenzabili e influenzati. Livello di rischio perciò altissimo. O no?

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Stefano Longagnani 25 luglio, 2016 00:33

@Bombadillo

L'osservazione che la propaganda televisiva non va guardata con spirito critico ma va proprio evitata è sacrosanta. La pubblicità funziona SEMPRE, anche nel più accorto essere umano. L'informazione FALSA entra, e anche se so che è falsa, è entrata.

Rispondi

Bombadillo 25 luglio, 2016 11:21

@Lorenzo,

secondo me la capacità di influenza varia in base all'accesso ai media, non all'essere (o meno) professore.

Per altro, da un punto di visto della possibilità di accesso, quando un professore universitario viene invitato a scrivere su di un giornale o, ancora di più, come ospite televisivo, ciò avviene con riferimento alla sua specifica materia....il che ci riporta al ruolo degli economisti, che però non sono incompetenti, ma purtroppo spesso prezzolati (in un modo o nell'altro), proprio come i giornalisti e i politici. E il potere di corruzione -lato sensu intesa- della lobby che ha interesse diretto alla rarefazione monetaria è enorme.

Forse un episodio che mi è capitato personalmente potrà chiarire meglio.

Come mi pare di aver già riferito in questa sede, nella primavera-estate del 2015, ho scritto alcuni articoli per il giornale della mia città, la Gazzetta del Mezzogiorno: un giornale locale, ma che, a Bari, è più letto dei vari giornaloni.

Tieni presente che io non sono professore, ma un povero ricercatore, che per altro, nonostante l'abilitazione a professore, difficilmente potrà fare carriera (pure per colpa di Monti e di una sua norma incostituzionale che nessuno ha intenzione di eliminare: ma così andremmo o.t.), quindi, diciamo sinteticamente, "con il potere accademico di una sputazza".

Ebbene, a settembre mi arriva una email -a più destinatari- di un ex Rettore del Politecnico di Bari, di taglio politico, sulle questioni del Mezzogiorno, della politica universitaria, l'economia, etc., etc.

Tra gli altri destinatari, riconoscevo facilmente alcuni nomi in vista della mia città, anche di universitari, ma sempre ordinari (ovvero i professori più alti in ruolo), magari con ruoli direttivi (ad es., se non ricordo male, tra i tanti era destinata anche al direttore del mio dipartimento). Ora, io te l'ho già messa in relazione con gli articoli, e quindi sarai portato a dare per scontato un nesso, che invece, al momento, io proprio non ho colto.

Ho pensato la cosa per me più normale, visto che si trattava di un vecchio ordinario ingegnere, e cioè che voleva scrivere a mio padre (anche perché io non lo conosco, mentre loro si conoscono da una vita).

Quindi, l'ho detto a mio padre (vedi che ti ha scritto, evidentemente ha sbagliato indirizzo email), e mio padre l'ha chiamato sul cellulare (visto che aveva il numero). La risposta? No, no, io non volevo scrivere a te, ma al Plantamura "che scrive gli articoli sulla Gazzetta". Perché è figlio tuo? Non lo sapevo.

La morale? Ero diventato più "influente" io, "sputazza" di ricercatore, con quattro articoli di fila sulla Gazzetta, che mio padre con quaranta anni di ordinariato alle spalle, ruoli direttivi nell'università, nel privato, e libera professione a livelli certamente diversi da quelli a cui ho potuto fare la professione io (come avvocato), fino a quando l'ho fatta.

Ma di morali ce ne sono anche altre. Io ho potuto scrivere sulla Gazzetta, che non è il Corriere, certo anche perché ero pur sempre un universitario -se vuoi, professore aggregato di diritto penale-, ma inizialmente mi è stato dato spazio sulle mie materie, diritto penale (erano appena entrati in vigore dei reati ambientali anche frutto di decisioni europee), legislazione universitaria, pure se ovviamente io non perdevo l'occasione per fare discorsi più generali.

L'ultimo articolo che ho pubblicato, uscito ad agosto, che invece era più politico-economico, è il primo che mi hanno pubblicato solo dopo molto tempo (forse dopo una ventina di giorni, invece che due o tre), e con affianco un articolo del direttore della Gazzetta -per quello che capisco io, un einaudiano di ferro-, in qualche modo di contrappeso, che sosteneva tesi diametralmente opposte.

L'articolo successivo, poi, in cui sostenevo -tra l'altro- che i forestali della Calabria avevano fatto bene alle imprese del nord, perché compravano i loro prodotti -finché non c'è stato il trucco dell'euro-, e che quest'ultimi solo ora si trovavano male, appunto per via dell'euro, e quindi iniziavano a capire che di sole esportazioni non riuscivano a vivere, non mi è stato mai pubblicato.

L'universitario, quindi, va bene fin quando scrive del suo specifico settore e, soprattutto, è mainstream, altrimenti non lo pubblicano.

Dopo l'articolo di agosto, mi arrivò una lettera inferocita di un lettore -un commercialista: appunto il prototipo del laureato di cui parla questo articolo- che "criticava" le mia tesi (diceva che se la avesse lette Giannino sarebbe scoppiato a ridere: praticamente, un complimento involontario), e soprattutto mi diceva: ma come ti azzardi tu a scrivere di economia, sei professore di diritto penale, aspettiamo con ansia tuoi articoli di diritto penale (certo, si potrebbe replicare che io e il suo mito Giannino abbiamo gli stessi titoli universitari, cioè nessuno, per scrivere di politica economica, ma ovviamente io non replicai).

Ed è una cosa che accade a tutti i livelli. Ora va tristamente di moda la "questione islamica". Certamente, il massimo esperto universitario è lo storico Franco Cardini, ti pare che imperversi per le trasmissioni di punta?

Mi pare di ricordare che, nel 2012??, venne invitato -in collegamento esterno- a una di queste (da Santoro?? forse, ma è passato troppo tempo perché io possa ricordare con certezza), ebbene, quando iniziò a sostenere tesi politicamente scorrette, o comunque non allineate, venne subito marginalizzato, parlò pochissimo, sempre interrotto, e quasi "preso in giro", o comunque sminuito dal conduttore, quando si tornava in studio..

Quindi la cosa è molto difficile. Per riuscire a sostenere certe tesi in tv o su di un giornale nazionale bisogna essere professori di economia (non di altro), armarsi di pazienza, tentare di selezionare giornali e trasmissioni con maggiori spazi per posizioni non allineate, anche se magari non sono proprio il Corriere o Porta a Porta, e costruirsi un'immagine pubblica un passo alla volta, magari costruendosi anche un canale di comunicazione proprio autonomo, cioè un blog. Insomma, una specie di secondo lavoro parallelo, molto impegnativo, che mi pare stia riuscendo a svolgere solo il prof. Bagnai, che comunque ha dalla sua, di partenza, il fatto di essere un docente di economia (e quindi proprio uno di quei tecnici che i media ci hanno insegnato che dobbiamo ascoltare, visto che la politica, nell'era tecnocratica, è roba da economisti): non di diritto penale, di ginecologia o di lingua francese.

@Stefano,

sì delle volte abbiamo la presunzione di poterci esporre senza essere condizionati dalla propaganda, ma solo di essa si tratta, cioè di presunzione, mentre è piuttosto una questione di diversi livelli di condizionamento, che crollano verticalmente solo quando smetti di esporti.

Tom

Rispondi

L'immeritocrate 26 luglio, 2016 08:57

@Bombadillo Vorrei ringraziarti per questo contributo, che penso sia estremamente pertinente. È sbagliato, forse perfino pericoloso e certamente inutile (#lacasta), prendersela con la categoria dei professori (o ricercatori o quant'altro), il cui lavoro dovrebbe essere, per la maggior parte di essi almeno, quello di essere specialisti esperti in un particolare campo del sapere.

È l'uso che si fa di questa figura professionale sui media che è profondamente sbagliata, trasformando un professore di, per dire, fisica delle particelle, in esperto di politica economica. Faccio anche notare che nei Paesi Bassi, per portare un esempio che conosco bene, ai professori universitari (o aspiranti tali) viene esplicitamente richiesto di partecipare a trasmissioni televisive, radiofoniche, essere sui social media ecc. La cosa, non è necessariamente sbagliata di per sè (anche se io, da luddista, non la condivido), se si limita alla "divulgazione scientifica". Il fatto è che, ovviamente, si trasforma in questo modo lo specialista in intellettuale agli occhi del pubblico e, come il Pedante ha ampiamente discusso, è facile indurre il professore a dire, in mezzo a dieci cose che sa bene, una che non sa, ma che fa molto comodo.

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valerio donato 24 luglio, 2016 16:05

La democrazia non è il sistema perfetto, eppure, sul lungo periodo, è il migliore che abbiamo.

Detto ciò non vorrei che il messaggio del post sia che i poco istruiti ne sanno più degli altri, perché purtroppo non è così.

In UK e in Austria le classi "inferiori" si sono espresse contro la dittatura eurocratica è vero. Anche in Italia, peraltro, in quelle stesse classi vi è un sentimento di profonda avversione per l'euro (ma comprendono loro che non è una moneta unica ma solo un sistema di cambi fissi con il quale li stanno governando?) e ciò che ne deriva.

Ma basta questo per dire che i poco istruiti sono consapevoli? Di certo no.

Se si dialoga con il panettiere piuttosto che con l'idraulico oltre al sentimento contro l'Europa traspare, quasi sempre, una profonda avversione per la corruzione, i costi della politica, gli stipendi dei parlamentari, i fannulloni e l'evasione fiscale (quest'ultima in genere è più idealizzata dai dipendenti pubblici che pure non disdegnano dare del fannullone agli appartenenti ad altri rami della burocrazia). Anzi l'avversione per tutto ciò spesso prevale su quella per l'Euro dittatura (che in fondo non hanno compreso perché non hanno, se si esclude la fiducia cieca nel leader di turno, alcuno strumento per farlo). Potremmo chiamare questo modo di pensare "Dimaismo".

Orbene chi ha gli strumenti per comprendere la dittatura, per contro, sono proprio le classi più istruite, colpevolmente ignoranti della situazione attuale.

Quanto al Regno Unito, non credo che dopo l'uscita, senza un'adeguata rivoluzione culturale, verranno attuate politiche sociali di ripristino del welfare. 'E vero il contrario: le classi dominanti si riprenderanno a poco a poco il controllo totale, anche aiutate dai benefici economici che la Brexit porterà all'economia e quindi anche alle classi meno abbienti.

Dico tutto ciò perché uscire dall'Europa senza comprendere i valori della nostra Costituzione, pur portando dei benefici immediati (si veda la rottura dello SME nei primi anni 90), non sarà sul lungo periodo decisivo per affermare i valori di uguaglianza sostanziale che hanno fatto grande l'Italia.

'E necessaria pertanto e purtroppo una vera rivoluzione culturale che non può prescindere dagli odiati (personalmente li ritengo più colpevoli di chi in mala fede difende l'attuale assetto di potere) benpensanti.

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Il Pedante 24 luglio, 2016 17:51

@valerio donato Semplicemente non credo che l'istruzione debba essere assunta come indicatore di consapevolezza politica. Io stesso ho due lauree ma su molte cose la penso come chi ha la quinta elementare, e non vedo il problema. Nell'articolo ho cercato di dimostrare che quella dell'elettore istruito = buono è una strategia mediatica per celebrare un certo tipo di conformismo che, nelle condizioni attuali, attecchisce meglio tra gli ignoranti istruiti. Se avesse attecchito tra gli ignoranti analfabeti, assisteremmo alla glorificazione di questi ultimi.

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Valerio Donato 24 luglio, 2016 19:27

@Il Pedante

Credo di essermi espresso male. Se è vero che il bambino percepisce la nudità dell'imperatore perché non gli è stato detto che solo gli stupidi non avrebbero visto i vestiti è anche vero che poi tocca gli adulti smascherare e punire i sarti truffatori.

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Stefano Longagnani 24 luglio, 2016 16:04

Carissimo Pedante,

le sue osservazioni, che potrebbero sembrare, a chi non vuol capire, seghe mentali (o nel migliore dei casi "opinioni"), sono invece supportate dalla letteratura scientifica.

Qui per esempio il link ad un articolo sulla maggiore capacità dei bravi in matematica di difendere dalla realtà dei fatti i propri bias.

http://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=2319992

Lo stesso risultato scientifico è discusso in modo interessante qui:

http://m.motherjones.com/politics/2013/09/new-study-politics-makes-you-innumerate

E discusso in italiano qui:

http://ugobardi.blogspot.it/2016/03/la-scoperta-piu-deprimente-della-storia.html

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Il Pedante 24 luglio, 2016 17:52

@Stefano Longagnani Questi contributi sono preziosi. Mi riservo di studiarli per integrare ulteriormente le riflessioni qui abbozzate.

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Mura Sandro 27 luglio, 2016 11:06

@Stefano Longagnani ringrazio per il link, ottimo spunto.

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ws 24 luglio, 2016 15:44

i settori più istruiti del pubblico hanno sostenuto più di tutti il prolungamento dell'impegno militare americano

Daltronde loro direttamente o in direttamente ci guadagnavano e mica partivano loro o ioro figli ! Perche' alla fine e' sempre e solo " l' interesse " che fa "la politica " e non e' un caso che chi invoca la "sofocrazia" sia sempre un esponente della classe che ha o ha avuto accesso all' istuzione , accesso che ( come "corollario" ) deve essere ovviamente ristretto .

Non e' un caso infatti che uno degli effetti del sessantottismo sia stato la sostanziale riduzione dell'accesso ad una istruzione di qualita' ( e ai relativi posti di comando ) ai figli meritevoli delle classi povere.

Mi piaceva infatti scherzare anni fa sul fatto che , mentre giovannino agnelli era diventato " ingegnere" ,suo zio giovanni si era dovuto contentare di essere solo " avvocato" perche' in "illo tempore" anche il miglior cognome non poteva aprire le porte del politecnico :-)

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Il Pedante 24 luglio, 2016 17:54

@ws Nel caso in specie si sbaglia. La guerra in Vietnam è stata un fallimento ANCHE per chi non l'ha combattuta, sicché sostenerla non era neanche cinico, ma demente e autolesionista (salvo essere fornitori dell'esercito, ma non credo proprio che tutti i laureati americani lo fossero).

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Marco Scanavacca 24 luglio, 2016 15:40

Complimenti! I cinque post di questa serie dovrebbe raccoglierli e pubblicarli come pamphlet, ovviamente con la pre (o post) fazione del Cavajere Nero.

Anzi, sarebbe oltremodo simpatico se lo pubblicasse sotto pseudonimo e fosse prefato ugualmente sotto pseudonimo...

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Antonio 24 luglio, 2016 12:46

Tutto perfettamente riscontrabile. Oltretutto, nella società turbo liberista che stiamo pervicacemente costruendo gli "istruiti" tendono a coincidere sempre di più coi benestanti. Benestanti che hanno sempre meno condivisione e consapevolezza dei problemi e le difficoltà delle altre fasce della popolazione.

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Pietro Paolo 24 luglio, 2016 11:25

Più passa il tempo e più sta diventando scontata la risposta alla domanda:

Ma le scuole sono servite, come dicono quelli Illuminati progressisti, per sollevare le 'masse' dall''ignoranza, oppure una bella pianificazione concertata per trasformare i popoli allo scopo di assoggettarli al dominio di pochi, facendo loro 'dimenticare' di quanto si stesse bene una volta, in un mondo diviso i tante cellule comunitarie autodeterminate da un governo basato sulla meritocrazia di fatto e non su concessioni dall'alto di pezzi di carta?

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elio 24 luglio, 2016 02:39

egregio dott. Pedante, lei tralascia un punto fondamentale: il grado di facilita'/difficolta' nell'essere manipolati. mi ricorda anche una piacevole serata con un mio amico russo il quale mi spiegava che, nell'era sovietica, la massima considerazione, e benefici, veniva data a contadini, metalmeccanici e soldati. di contro, i professori venivano quasi considerati come dei parassiti. a conclusione mi rammarico per lei. pensi a quali sublimi articoli avrebbe potuto scrivere se fosse stato un illetterato.

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Cacciaramarri 24 luglio, 2016 09:45

@elio

Da Ellul a Elio.

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Stefano Longagnani 24 luglio, 2016 15:48

@elio

La facile ironia non tien conto che l'osservazione del Pedante è supportata da autorevoli studi scientifici.

Qui per esempio il link ad un articolo sulla maggiore capacità dei bravi in matematica di difendere i propri bias dalla realtà dei fatti.

http://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=2319992

Lo stesso risultato scientifico è discusso in modo interessante qui:

http://m.motherjones.com/politics/2013/09/new-study-politics-makes-you-innumerate

E discusso in italiano qui:

http://ugobardi.blogspot.it/2016/03/la-scoperta-piu-deprimente-della-storia.html

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Il Pedante 24 luglio, 2016 18:18

@elio Ciò che spesso (molto spesso) sfugge è che lo scopo di questo blog è quello di decostruire le distorsioni del pensiero mainstream e dei suoi veicoli. Non può invece esserLe sfuggito ciò che ho scritto più sopra:

"... le retoriche degli opinionisti moderni si potrebbero allora ritradurre e semplificare così: l'elettore buono è quello che fa ciò che gli dicono i giornali. A prescindere dalla condizione sociale, che è strettamente funzionale a fabbricare nei manipolati l'illusione della propria superiorità e indipendenza (se in altre circostanze i più obbedienti fossero stati gli incolti, si sarebbe detto che i colti erano inconcludenti, debosciati ecc.)."

Nel merito, l'istruzione predispone a un determinato rischio di manipolazione esattamente come l'automobile predispone a un determinato rischio di incidente. Nessuno sta invocando il ritorno al calesse, ma mi sembra doveroso interrogarsi sui rischi.

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Fabrizio 24 luglio, 2016 02:13

Vale a dire: si può essere stupidi e al contempo ignoranti, ma per essere cretini bisogna essere istruiti.

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mikez73 24 luglio, 2016 01:49

Vorrei aggiungere qualche glossa, ovviamente parecchio pedante, riguardo a Saigon, cioè alla Guerra del Vietnam. Perché quella guerra, da molti punti di vista, rappresenta un vero spartiacque (fu la prima per esempio a essere gestita secondo i dettami delle public relations e della tecnocrazia), oltre a essere stata assai istruttiva, innanzitutto per chi la guerra la fa (basti pensare al ruolo dei mezzi di informazione nei conflitti successivi, del tutto embedded, una via di mezzo tra arruolati, complici e incastrati).

1. I soldati americani morti in Vietnam sono stati, secondo le stime ufficiali, 57.605 in circa 10 anni di conflitto (1965-1975). Una cifra irrisoria non solo, come sottolinea il Pedante, rispetto ai milioni di morti delle altre parti in conflitto, ma, in misura minore, anche rispetto ai morti per incidente stradale all'anno negli Stati Uniti (ripeto: all'anno) dagli anni '40 praticamente fino ai giorni nostri: circa 40.000, all'anno (repetita…). Si capisce che, per un puro calcolo costi/benefici, è meglio che i giovani, visto che la fascia d'età che muore più facilmente sulle strade è la loro, vadano a morire almeno per una buona causa da qualche altra parte del mondo. Tanto vale farne carne da macello.

2. Conosco questa statistica perché ne parlò Robert McNamara, Segretario della Difesa degli Stati Uniti dal 1961 al 1968, nel bellissimo documentario di cui è protagonista (titolo:The Fog of War). Si dà il caso infatti che McNamara, laureato in Economia e con un bel Master in Business Administration alla Harvard Business School, prima di assumere l'importante carica pubblica per la quale è diventato famoso, avesse fatto carriera alla Ford (dal '46 al '60, diventandone alla fine addirittura il presidente), e fu grazie alle sue indagini statistiche sugli incidenti stradali che l'uso delle cinture di sicurezza fu introdotto per la prima volta nelle automobili. Grazie Bob, quante vite hai salvato!

McNamara si dimise da Segretario della Difesa nel novembre del 1967. Fu punito per i suoi pessimi risultati venendo nominato, un paio di mesi dopo, presidente della Banca Mondiale (!), carica che ricoprì fino al 1981. Il ritratto perfetto di un perfetto tecnocrate, bisognerebbe leggere al riguardo le pagine feroci che Hanna Arendt scrisse su questa figura (il tecnocrate problem-solver, razionale e calcolatore, come lo chiama lei) nei sui commenti ai Pentagon Papers.

3 "Durante la guerra, circa 27 milioni di giovani maschi americani risultarono idonei al servizio militare obbligatorio. 8,7 milioni partirono volontari e poco più di due milioni furono coscritti. I rimanenti 16 milioni riuscirono a non mettere mai piede in Vietnam. Di questi, il 3,5% fu renitente alla leva, i restanti 15,5 circa milioni di giovani ottenne legalmente il rinvio, l'esonero o l'inabilità al servizio militare. Ci fu chi si dichiarò obiettore di coscienza, chi si sposò o si autoinflisse mutilazioni: ma il sistema di gran lunga più usato per aggirare l'ostacolo fu l'iscrizione alle scuole superiori o università.

Solo il 23% degli studenti e il 45% dei laureati andarono sotto le armi. Gli studenti appartenevano alle fasce benestanti della società americana, e fu quindi subito chiaro che il peso maggiore della guerra sarebbe caduto sulle spalle delle classi povere. Le disuguaglianze del sistema di coscrizione trovarono la loro espressione più macroscopica nel famigerato "Progetto 100.000" del segretario della difesa McNamara, varato nel 1966, che scopertamente si riproponeva di usare le forme armate come collettore per i ragazzi meno dotati." (Nam - Cronaca della guerra in Vietnam, p. 182, De Agostini, 1988).

Della serie 'tout se tient'.

4. Se è vero che la Guerra in Vietnam fu la più grande sconfitta politica e militare degli Stati Uniti e che i contribuenti americani dilapidarono 160 miliardi di dollari, è anche vero che fu un'enorme, smisurata, pantagruelica fonte di profitti, privati ovviamente: alcune poche aziende, non necessariamente americane, fecero soldi a palate. Big, big, big business. Il che spiega perché gli USA continuino a essere in guerra un giorno sì e l'altro pure.

5. Al conflitto in Indocina dobbiamo anche la fama della famigerata frase "la luce in fondo al tunnel" che i tecnocrati (un nome a caso: Monti) non smettono di ripetere nei momenti più bui, nonostante continui a dimostrarsi alquanto jellata. La proferì il generale Westmoreland, comandante in capo delle forze armate americane, in una conferenza stampa alla fine del 1967, cioè pochi mesi prima dell'offensiva del Tet che segnò la fine di ogni speranza di vittoria per il quiet american. Prima di lui l'avevano usata lo stesso McNamara, il Segretario di Stato Dean Rusk, e soprattutto il presidente Kennedy in una conferenza stampa del 1962: "So we don't see the end of the tunnel, but I must say I don't think it is darker then it was a year ago, and in some ways lighter." Uno poi capisce perché Weltroni l'avesse eletto a nume tutelare.

6. C'è un'altra famosa citazione dalla Guerra del Vietnam che si applica maledettamente bene ai nostri giorni (penso alla Grecia): "Abbiamo dovuto distruggere la città allo scopo di salvarla."

Riportata dal giornalista Peter Arnett e attribuita a un ufficiale americano, in riferimento al pesante bombardamento americano delle città di Ben Tre.

7. Se i Vietnamiti hanno potuto resistere allo strapotere militare americano a prezzo di enormi sacrifici (vivendo praticamente sotto terra, come formiche, per sopravvivere ai terribili bombardamenti dei B-52, senza cibo, senza acqua, senza aria) è perché erano allenati da una millenaria lotta per l'indipendenza dalla Cina, loro confinante assai invadente - direi che anche per loro NON vale il detto "perché oggi c'è la Ciiinaaaa", per loro c'è sempre stata, avranno letto Bagnai? (oppure Bagnai è la reincarnazione di Ho Chi Minh). Il che potrebbe far intuire che ciò che dà la forza di resistere, a un individuo, a una comunità, a un popolo, a dispetto di ogni privazione del corpo, è un'idea, un sentimento di appartenenza, un legame comunitario. Cioè nulla di ciò che fonda l'antropologia e l'ideologia del presunto homo-economicus: l'egosimo, l'interesse privato, la razionalità e via cacando.

Per parafrasare una famosa frase di Keynes sui mercati borsistici: un popolo può restare irrazionale più a lungo di quanto tu possa bombardarlo. Sempre che quell'idea, quel sentimento e quel legame esistano ancora e non siano stati sbriciolati da trent'anni di propaganda.

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Il Pedante 24 luglio, 2016 17:59

@mikez73 Eccellente. Di alcuni aspetti si è già parlato a proposito del Mito dell'Insufficienza, che incrocia la coazione al pensiero complesso (cioè miope) degli istruiti all'attitudine al sacrificio per un'invisibile redenzione finale, propria del pensiero parareligioso che riemerge nel laicismo degli infantilizzati.

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a perfect world 26 luglio, 2016 12:43

@mikez73

Grazie, ottima lettura davvero. Quella totale tenacia (avete presente la struttura fisica dell'asiatico medio, rispetto ai ragazzoni americani?), che il grigio burocrate non puo' capire, mi ricorda i Nativi Americani. Purtroppo molti altri popoli si sono fatti comprare. D'altronde non e' banalissimo scegliere se vivacchiare o soccombere, e quale sara' il peso delle classi dirigenti? Il popolo russo ha pagato un prezzo immane per fermare Hitler, i francesi si sono salvati tutte le loro belle citta'. A referendum, quanti vietnamiti avrebbero preferito convivere con i coloni americani, piuttosto che morire bruciati per la liberta' - odierna di lavorare sottocosto per i cinesi? Immagino ci siano fattori culturali che possano davvero pervadere una comunita', specialmente se piccola. Ecco che il disegno di "unire i popoli", "abbattere le frontiere" puo' essere funzionale alla logica imperiale.

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mike73 27 luglio, 2016 00:14

@Il Pedante

grazie per l'eccellente. Ma la coazione al pensiero complesso cosa sarebbe? il luogo comune giornalistico per cui la realtà è complessa e richiede spiegazioni complesse? (come dire che la legge di gravità è una spiegazione un po' troppo semplicistica per il movimento di cose complesse e così diverse come pianeti, palle da biliardo e esseri umani in motorino?)

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mikez73 27 luglio, 2016 00:29

@a perfect world

prego!

Non so se sia una logica imperiale e se ci sia un disegno dietro, assomiglia più alla vecchia logica capitalistica che i socialisti criticavano già a metà ottocento, cioè quella che creava una società atomistica, di individui isolati gli uni dagli altri. Adesso con gli smartphone la strada parrebbe spianata. Più che di unire i popoli, mi sembra si tratti di scioglierne prima i legami comunitari, a ogni livello, e poi riunire, o ammassare, quello che ne è il risultato: delle monadi autistiche. Dei mona.

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Davide 24 luglio, 2016 01:27

E questo è il motivo per cui nei centri di cultura, quali le università - quelle pubbliche in primis - ci sia una forte presenza di movimenti cosiddetti progressisti di giovani studenti (ad esempio nella mia ogni volta che ci sono elezioni per il senato accademico ecc. vincono sempre con grosse fette di voti) no borders, sì euro, europa unita, federalisti europei, che rappresentano la crema del piddinismo intellettuale, cioè la dittatura degli intelligenti? E d'altronde m'è capitato di discutere, anche di euro o della recente brexit, con tali soggetti: mi hanno vomitato ogni punto della propaganda, mettendoci dentro il sopraccitato "Male": noeuro nazifascisti, ecc.

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Paolo Sesto 23 luglio, 2016 22:59

Conseguente, documentato, preciso e pedante.

Complimenti vivissimi.

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Joel Samuele Beaumont 23 luglio, 2016 17:53

...e probabilmente aggiungo, che chi vive in certi strati sociali, non è interessato al prolungarsi di una guerra, perché tanto lui non ci va.

Uno degli aspetti su cui ragionare, è questo: il sistema dell'arruolamento volontario per andare a farsi spappolare all'estero in qualche “missione di pace”, funziona in un contesto di disoccupazione, e “gli istruiti” (o meglio i privilegiati) non sono interessati a quanto accade in Afganistan o quelle zone lì.

Inoltre è interessante far notare, e parlo del contesto italiano, che la maggior parte di quelli che si arruolano vengono in primo luogo dalle parti più povere dell'Italia, e che questi passano il tempo a sperare di vincere concorsi di qualche tipo, per avere un posto fisso.

Per fare ciò, passano le giornate a leggere quei testi di preparazione ai quiz, dove la “cultura generale”, secondo me, è parte di quell'indottrinamento di qui si parla in questo post, perché in quei testi non viene mai messo in discussione il fatto che un certo avvenimento storico, abbia delle sfumature che che non si possono sintetizzare e appiattire, ed avere una risposta secca, su una domanda a risposta multipla.

L'omologazione della risposta multipla, ti impone di scegliere tra risposte in realtà tutte uguali tra loro.

Un po' come forse fanno certi sondaggi dove ti viene da dire: a me non sta bene la risposta A, e neanche quella B, perché entrambi insinuano qualcosa che secondo me non è.

Ci sarebbero tante cose da dire sull'unità d'Italia, le due guerre mondiali, e il Fascismo, che meriterebbero un grande approfondimento.

Invece, da come si studia a scuola, sembrerebbe che dopo la seconda guerra mondiale, il mondo sia sostanzialmente in pace, e che tutto sommato le cose vadano bene.

Dove il mondo vecchio, sia scomparso con la fine del Fascismo, e che dopo il 1945 si viva in un nuovo sistema di sostanziale benessere, con piccoli conflitti che però vengono risolti da chi è ora al potere, che essendo dalla parte dei giusti e dei migliori, sicuramente saprà come fare.

Per aggiungere qualcosa ai due post precedenti della serie “megliocrazia”, vorrei dire: perché non si fa lo stesso ragionamento su quegli anziani che in Italia votano PUD€?

Ed ecco che improvvisamente gli anziani che da un'altra parte dell'Europa hanno il pannolone e sono dei rincoglioniti nostalgici, diventano in Italia dei saggi che hanno compreso il valore dell'unità d'Europa, dopo le tragiche guerre mondiali, dove non ci si può permettere di ritornare ai “vecchi nazionalismi”.

Poi a seconda di quello che si deve fare, dire, votare, e far passare come legge, i media riescono a trovare sempre una categoria di persone che non dovrebbero decidere per gli altri, dove persone più “qualificate”, dovrebbero avere il compito di traghettare le masse verso il futuro che loro da soli non saprebbero decidere.

Trovando in una buona fetta della popolazione, chi sostiene le persone “qualificate”; e quindi non si può dire, che c'è il famoso 1% di potenti che controlla da solo il mondo, perché ognuno fa parte del sistema, e rendersene conto è il primo passo per uscirne.

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luca 23 luglio, 2016 16:14

Non fa una grinza, mette in rilievo la differenza sostanziale tra istruzione e cultura, cioè tra un processo di acquisizione più o meno cosciente di dati e procedure, e lo sviluppo di una visione personale ragionata basata sullo studio. Troppo spesso nelle scuole si trasmette una conoscenza da una generazione all'altra (quando pure avviene), anziché stimolare lo sviluppo di competenze intellettuali, e il risultato è che la maggior parte delle persone istruite, cioè programmate, sono più portate a reagire in maniera prevedibile e conformistica agli input proposti dalla propaganda. Con questi presupposti è facile per il sistema politico globalista-liberista proporre ideali facili e innocui per indirizzare immense masse, incapaci di mettere in discussione le vere cause della loro irrealizzazione, verso bersagli fasulli. E' più facile prendersela con Hitler a 70 anni dalla sua uccisione e con le svastiche del III Reich dalla tastiera di un computer, e più soddisfacente per un ego irrisolto, che intraprendere azioni concrete per modificare il sistema economico-sociale del proprio paese. Assumere atteggiamenti pragmatici e utilitaristici è stata la scappatoia dell'uomo mediocre della fine del secolo scorso, nell'era dello sviluppo capitalistico e del consumismo, adesso aderire all'estetica della generazione erasmus permette di salire sul carro della modernità ai giovani in cerca di un ideale e ai maturi privati di un ruolo sociale dalla globalizzazione che essi stessi difendono.

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Roberto 23 luglio, 2016 10:25

Splendido ed esaustivo articolo.

Grazie

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lorenzo 23 luglio, 2016 09:17

Interessante spunto! Nel mio piccolo posso confermare, per quel che può valere: ho un fratello prof universitario che non ce la fa a essere anche solo minimamente euroscettico e ha fatto suoi tutti gli slogan euristi/europeisti, tipo "l'unione fa la forza", o "come faremo con la Cina che avanza", o anche "se torniamo a stampare moneta poi avremo l'inflazione a due cifre come negli anni '70 e '80" (dimenticando che ora siamo in deflazione e che tra quegli anni e oggi è passato giusto qualche decennio), eccetera eccetera. E non c'è verso di toglierglieli dalla testa! Quasi inutile discuterci. Del resto, è lui il prof...ahaha!

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