Gombloddoh

17 ottobre, 2016 | 71 commenti

Tante volte mi sono chiesto chi siano davvero i complottisti. Gli studi condotti a partire dal classico lavoro di Lipset e Raab sull'estremismo politico (1970) pongono l'accento sulle tare metodologiche del complottismo come tendenza semipatologica ad anteporre fantasie e paure alla consequenzialità dei materiali empirici. In questi lavori troviamo ipotesi sulla genesi del fenomeno, mappature socioeconomiche sulla sua diffusione, saggi di psicologia sociale, pareri psichiatrici.

La prospettiva, riproposta in una vasta e ridondante letteratura, ha il generico merito di esporre le cause e gli effetti dell'irrazionalità nelle dinamiche macrosociali. Ciò che però quasi sempre le manca è una critica del concetto stesso di complottismo: della sua genesi e della sua tassonomia, e più in particolare dei suoi scopi nella comunicazione di massa, nonché del suo eventuale contributo a quella stessa irrazionalità che con esso ci si propone di denuciare.

Prima di parlare dei complottisti e dei loro moventi bisognerebbe definirne l'etichetta nel contesto politico e culturale di riferimento. Nelle corti europee dei secoli scorsi intrighi e complotti erano all'ordine del giorno, ma non c'erano i complottisti. E chi metteva in discussione la verità di regime nelle dittature comuniste era sì un dissidente, ma non un complottista. La novità, il tema che sarebbe fertile approfondire, non sono quindi coloro che credono nei complotti - veri o falsi che siano - ma i motivi per cui, nel sistema contemporaneo di produzione e distribuzione della verità, si ricorra da entrambe le parti proprio alla categoria del complotto per designare coloro che criticano determinati messaggi.

Un'analisi di questo tipo sarebbe oggi opportuna, anzi urgente. Negli ultimi anni il complottismo sembra infatti essersi riqualificato da risibile tara intellettuale di pochi disadattati in un'emergenza sociale e quindi - come è nello spirito dei tempi - anche economica. Sul Sole 24 Ore di domenica 9 ottobre appariva un elzeviro del filosofo Gilberto Corbellini dal titolo Ecco quanto ci costa la mania dei complotti. Il quale, oltre a non fornire nessuna stima dei costi del complottismo, non spiegava nemmeno in cosa esso debba consistere. Come già in altri studi e riflessioni sul tema, le premesse sono sottintese così da condurre automaticamente ai giudizi, che infatti appaiono già in apertura del pezzo:

... le derive più rischiose, che causano sia danni e morti a persone fisiche sia costi economici, disfunzioni istituzionali e instabilità sociale, sono le credenze pseudoscientifiche e le paranoie complottiste.

In ciò l'articolo di Corbellini non si discosta dalla quasi totalità della letteratura giornalistica d'opinione, il cui scopo è quello di consolidare tramite reiterazione il sistema di idee a cui è abituato il lettore, senza fornire contributi informativi sulla formazione di quelle stesse idee.

***

La premessa più ovvia è che i complotti sono sempre esistiti, fanno parte del complicato bagaglio delle relazioni socioeconomiche, sicché credervi non è indice di malattia né, appunto, di complottismo. Alcuni autori (ad es. Dean, 2000) ipotizzano che la sensibilità ai complotti sia il portato evoluzionista di epoche in cui i complotti erano una norma sociale da cui proteggersi. Dello stesso avviso il Corbellini:

Immaginarsi o credere ai complotti doveva essere vantaggioso, o almeno non dannoso, per i nostri antenati preistorici. Sospettare macchinazioni ai propri danni teneva in allerta i nostri antenati, e quelli che sviluppavano questo tratto evidentemente lasciavano più figli, cioè sono stati favoriti dalla selezione naturale. Ogni tratto fenotipico si esprime in una popolazione a livelli più o meno spiccati, per cui le persone possono essere più o meno appagate dal credere in teorie complottiste. Si può anche pensare che coltivare il sospetto prevenisse dal diventare più facilmente preda di inganni e manipolazioni da parte di aggregazioni sociali di potere. Tuttavia, viviamo in società che non sono più quelle preistoriche o anche premoderne, e in un mondo dove sono disponibili conoscenze e metodi scientifici per controllare come stanno i fatti, dove esistono leggi scritte, governi democraticamente eletti.

Ora, si prova sempre una certa tenerezza quando qualcuno se ne esce dalla teoria dei millenni per segnare col gessetto una cesura epocale, smarcarsi dagli avi e credersi protagonista di una svolta che renderebbe obsolete le lezioni della storia. L'idea che "questa volta è diverso" deve avere accarezzato i semplici di ogni evo - e i risultati si vedono: mentre scrivo si radunano truppe al confine russo come nel 1947, si pensa di unire l'Europa sotto i tedeschi come nel 1939, si perpetua una crisi economica con l'austerità come negli anni Trenta, si importano africani come nell'Ottocento, si sognano le crociate come nell'undicesimo secolo.

Ma anche accettando l'ipotesi di vivere in una felix aetas postcomplottista, bisogna supporre che la svolta sia avvenuta in tempi recenti, anzi recentissimi, se ancora nel 2001-2003 i "governi democraticamente eletti" cospiravano per far credere ai propri elettori che in Iraq si progettava lo sterminio dell'umanità, così da poterlo radere al suolo a spese di tutti e a beneficio di pochissimi. E se ancora negli anni sucessivi le "conoscenze e [i] metodi scientifici per controllare i fatti" non impedivano a poche aziende farmaceutiche di vendere miliardi di vaccini inutili facendo credere al mondo che si preparavano pandemie epocali: SARS, H5N1, AH1N1.

Evidentemente si viveva, fino all'altro ieri, in società "preistoriche o anche premoderne".

***

Si consideri un esempio di scuola: gli eventi dell'11 settembre 2001. In quel caso alcune persone conclusero che gli attacchi erano stati condotti per iniziativa o con la complicità dello stesso governo americano per giustificare le successive guerre al "terrore". Ai sostenitori di questo complotto, conseguentemente etichettati come complottisti, si opponeva la tesi istituzionale secondo cui i terroristi erano finanziati e addestrati da un miliardario pazzo con l'appoggio di alcuni governi del quarto mondo. Il che è a sua volta un complotto, non meno convoluto e spericolato del primo. L'opinione pubblica si trovava così divisa tra due complotti, di cui uno anche complottista.

Il caso suggerisce che il complottismo non è definito né dalla natura né dalla narrazione di un evento, ma dal suo narratore. È un problema di fonti. Una credenza perfettamente razionale - come ad esempio il sospetto che un imprenditore diffonda informazioni false per aumentare i profitti - può essere complottista, laddove una risibile e indimostrata - come le recenti accuse di pirateria informatica rivolte da Hillary Clinton al governo russo - può non esserlo. Dipende, appunto, da chi lo racconta.

Quando scrissi l'articolo Come si fabbrica un terrorista qualcuno mi diede - in quel caso come complimento - del complottista. Ma in quella ricostruzione non c'era una riga che non fosse tratta dagli atti processuali e dalle testimonianze rese sotto giuramento dagli stessi funzionari dell'FBI. Il documentario riportato in calce all'articolo era montato quasi esclusivamente con materiali originali e diffusi in aula, senza attori. Ciò nondimeno si trattava di notizie mai apparse sui giornali, sicché doveva trattarsi di complottismo.

***

Quanto osservato mette seriamente in crisi le pretese epistemologiche di chi si spende contro la piaga del complottismo. Se quest'ultimo si definisce nel suo rapportarsi con l'autorità narrante di un evento - se più o meno "ufficiale" - allora cade il nesso tra complottismo e rifiuto del metodo scientifico. A prescindere dalla verosimiglianza e razionalità delle ipotesi messe in campo dai complottisti, il solo fatto di qualificarli secondo la loro adesione a una fonte è antiscientifico in partenza perché implica una fallacia ad auctoritatem.

Un'informazione è ufficiale quando è emanata o approvata dall'autorità in carica. Per estensione lo è anche se vi si conforma nel messaggio e nel linguaggio, come di norma avviene nella stampa di più larga diffusione. L'ufficialità è quindi un attributo politico, non epistemologico. Associarla alla correttezza, rigore, buon senso ecc. di un messaggio esprime semplicemente la fiducia del destinatario nel sistema politico che lo sancisce, non nel messaggio stesso.

Sul punto osserviamo che, oltre a quanto riportato, il citato articolo di Corbellini si apriva proprio con un atto di fede politica:

I valori che hanno consentito alla civiltà occidentale di prevalere sul resto del mondo – per parafrasare un bel libro di Niall Ferguson – raddrizzando e adattando come mai prima il legno storto di cui siamo fatti...

Se la civilità occidentale è la migliore del mondo (perché? chi lo dice? dove è dimostrato?), allora i suoi messaggi non possono che soddisfare i requisiti della verità e della scienza. Il resto è noia, zeppa retorica per non dire che chi si candida a insegnare il pensiero critico ai lettori lo fa agganciandosi a un acritico credo nella civiltà a cui si gloria di appartenere.

Se quella del complottismo è una mera questione di auctoritas, il suo rapporto con il metodo scientifico è neutro: può aderirvi rigorosamente o allontanarsene fino al delirio. L'accusa di pseudoscientificità mossagli dai suoi inquisitori, selezionando all'uopo i suoi esponenti più fantasiosi e allucinati, non è che l'incidentale strumentalizzazione dialettica della dignità scientifica in quanto valore universalmente riconosciuto dal pubblico. Poi poco importa se sono loro, gli inquisitori, i primi a violare quel valore omettendo l'obbligo della critica delle fonti. Se oggi i complottisti sono antiscientifici, qualche secolo fa sarebbero stati eretici, empi o blasfemi.

Scientifico o meno, il complottismo è un indicatore di fiducia nell'autorità. Per questo i giornali se ne occupano sempre più spesso. Negli ordinamenti democratici moderni, dove non esiste formalmente una verità di Stato da imporre con la forza pubblica, l'adesione dei cittadini ai messaggi approvati dal sistema di potere in carica misura la loro disposizione ad accoglierne l'agenda politica.

Detta più in breve, la lotta al complottismo è una lotta per il consenso.

***

Ma perché i complotti? I fatti denunciati dai presunti complottisti sono in origine reati o comportamenti riprovevoli: truffe, conflitti di interesse, illeciti regolatori, abusi di potere, falsi ideologici, tradimenti, omicidi, stragi, eventualmente ragion di stato. Solo in seguito diventano complotti, quando cioè si calano in una cornice intepretativa che ha poco a che fare con gli atti e molto con le emozioni.

Per quanto in certi casi di enorme portata criminale, i cosiddetti complotti possono essere utilmente ricondotti alla più asettica fattispecie dell'associazione a delinquere, così da non incorrere nelle derive interpretative tipiche del credo cospirazionista: un'esagerazione nella stima delle complicità e, quindi, delle doti intellettuali dei custodi dell'ufficialità; l'attribuzione di intenti malvagi in luogo di più intellegibili interessi e paure; la credenza in una perfetta impermeabilità degli eventi alla conoscenza esterna; la credenza in un'altrettanto perfetta comunione di intenti dei perpetranti, fino a elidere la dialettica dei poteri nell'ipotesi di una mente unica che governerebbe il mondo.

Se è vero che i ricchi e i potenti intrigano oggi come nel passato, è anche vero - per concedere un punto ai Corbellini - che i valori politici contemporanei creano un'aspettativa positiva nei confronti di un sistema giuridico e mediatico che dovrebbe tendere a esporre i misfatti e a promuovere una naturale convergenza tra verità ufficiale e verità fattuale. In un'epoca in cui la trasparenza e la partecipazione popolare sono iscritte nelle leggi e la libertà di stampa che-fa-la-guardia-al-potere è celebrata a ogni piè sospinto, è facile cadere nell'illusione che certe imprese criminali debbano avvalersi di vastissime trame di complicità per restare nell'ombra. Che è poi lo stesso equivoco di chi, all'estero, crede che in Italia le cupole mafiose non potrebbero prosperare senza la collusione di tutti i nostri concittadini, nessuno escluso.

Paradossalmente è proprio la fiducia nell'ufficialità che, una volta tradita, crea la percezione del complotto. Se si accettasse, come si è sempre fatto, che in primo luogo le verità di regime non possono nuocere al regime, e che le regole del buon governo esistono proprio perché c'è chi le viola, si considererebbero atti e posizioni ufficiali secondo gli interessi che di volta in volta esprimono e si abbandonerebbe la pretesa che debba esistere una fonte certificata della verità. O della menzogna.

***

In quanto ai custodi del consenso, per loro è diverso. Per loro la semantica del complotto è una manna dal cielo perché riqualifica le opposizioni al pensiero dell'autorità come disturbi mentali, ossessioni persecutorie e manìe che non meritano l'attenzione dei sani. In ciò li aiuta anche una schiera accademica che, a partire dal famoso saggio di Hofstadter, 1964, associa l'idea della cospirazione alla patologia psichica e al disagio sociale, con derive esclusiviste che è facile prevedere. Ad esempio, per Zonis e Craig, 1994, il complottismo sarebbe una "malattia" che colpisce collettivamente i neri e i musulmani mediorientali, a motivo di pratiche materne e sessuali i cui dettagli ci piace risparmiare ai lettori.

La pratica di dichiarare pazzi gli oppositori politici è comune a molti regimi. Nella Russia sovietica lo psichiatra Andrei Snezhnevsky e i suoi collaboratori ritenevano che il dissenso politico fosse il sintomo di una mai udita "schizofrenia latente" (вялотеку́щая шизофрени́я) che nei casi più "gravi" poteva giustificare l'internamento a vita nei manicomi di stato, come quello famigerato e remoto di Kazan, in Tatarstan, dove trovarono la morte centinaia di nemici del regime. Oggi naturalmente siamo lontani da quegli eccessi, che però covano nella caccia al complottismo, sostituendosi l'insinuazione all'accusa e la squalificazione ad personam alla repressione fisica.

Il risultato manipolatorio è quello, già descritto su questo blog, della paura della paura. Il timore che chi presiede i centri di potere politico, finanziario e imprenditoriale possa agire contro l'interesse delle comunità per realizzare i propri particolari e inconfessati interessi, e che lo faccia mentendo per non compromettere il consenso, è un timore da reprimere per non apparire deboli e malati.

Poi poco importa se alla follia di certe teorie complottiste corrisponda una dimostrata follia di certe azioni del potere in carica, dalle tante guerre presenti e future alle politiche in corso di diseguaglianza, revoca dei diritti e spoliazione della ricchezza diffusa. E se ai sorrisi che può strappare l'idea di una terra piatta o di un governo alieno dell'umanità corrispondano le lacrime di chi perde il lavoro per l'urgenza pelosa di abbattere i confini del mondo. E se all'immaginario deterioramento della salute pubblica per un calo insensibile delle vaccinazioni corrispondano la malattia e la morte certe di migliaia di greci lasciati senza cure per arricchire pochi speculatori e con il pretesto bugiardo della stabilità del continente.

Nel paradigma del complotto le narrazioni alternative sono paranoiche in quanto tali. Così gli abusi e le menzogne che coprono gli abusi, laddove esistono, si trasformano in complotti non per il machiavellismo di chi li ordisce, ma per la complicità di chi non li denuncia: per paura di averne paura.

L'idea di complottismo, come già altre esposte su queste pagine pedanti, integra uno dei tanti volti della tecnocrazia. Perché mortifica le opposizioni dialettiche e quindi la sorveglianza democratica, suggerisce l'idea di un buon governo in quanto governo e di un rigore scientifico garantito da chi ha la forza di reclamarne la titolarità, non dai suoi risultati. In ciò promette ai governati il vanto della salute mentale e di immaginarsi, dopo millenni di lotte tra chi esercita il potere e chi lo subisce, al capolinea della storia, cittadini di un mondo vocato al bene comune dove il sospetto è obsoleto, la paura un peccato.

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Fabrice 09 novembre, 2016 19:30

"In 1967, the CIA Created the Label "Conspiracy Theorists" ... to Attack Anyone Who Challenges the "Official" Narrative"

http://www.zerohedge.com/news/2015-02-23/1967-he-cia-created-phrase-conspiracy-theorists-and-ways-attack-anyone-who-challenge

Ma poi scusate, se si parte da questo presupposto logico ormai evidente da un pezzo:

« Il vero potere risiede nelle mani dei detentori dei Mass Media »

by Licio Gelli, uno che di intrighi, complotti e potere se ne intendeva un pochetto per usare un eufemismo.

E allora è ovvio che chi detiene le redini del vero potere subito accusa di complottismo chi sfida pesantemente la storia ufficiale propagandata dai Mass Media!!

Cordiali saluti.

Fabrice

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Fausto di Biase 07 novembre, 2016 01:43

Vedendo il documentario della BBC ‘‘The Century of the Self’’, disponibile a questo indirizzo

http://topdocumentaryfilms.com/the-century-of-the-self/

si capiscono molte cose. In particolare si capiscono meglio molte cose del libro di Culianu ‘‘Eros e Magia nel Rinascimento’’.

Ad esempio, il documentario spiega in che modo Edward Bernays ha onorato il suo impegno, quando è stato ingaggiato per manipolare (sia preventivamente che a cose fatte) l’opinione pubblica negli S.U., in occasione del colpo di stato in Guatemala (per conto della United Fruit Company); o in che modo ha onorato l’impegno di rendere socialmente accettabile che una donna fumasse, un impegno preso (non lo si crederà) con le ditte produttrici di sigarette, ecc. ecc.

Il punto di contatto con il libro di Culianu è il fatto che la psicofisiologia aristotelica della ‘‘fantasia’’ è compatibile con la teoria di Freud sull’inconscio, e anzi può essere vista come un precursore di questa, perché l’inconscio occupa evidentemente una parte consistente della ‘‘fantasia’’.

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Il Pedante 07 novembre, 2016 15:52

Gentile amico. Quel documentario è preziosissimo e da tempo mi propongo di recensirlo. L'avere presentato la psicoanalisi come un veicolo di liberazione sta al Sessantotto (che lo ha affermato) come il Sessantotto sta alla sinistra. È un capitolo importante di quel tradimento.

Rispondi

Fausto di Biase 07 novembre, 2016 22:45

Gentile @Il Pedante, confesso che sono arrivato alla seconda puntata cioè ho visto solo le prime due ore del documentario. Mi sono permesso di scrivere un commento entusiasta perché le prime due ore mi hanno insegnato cose che non sapevo e fatto riflettere. Grazie di tutto.

Rispondi

Fausto di Biase 09 novembre, 2016 11:22

Gentile @Il Pedante,

Per quanto riguarda il Sessantotto, un libro per me illuminante è stato quello di Massimo Bontempelli,

‘‘Il Sessantotto. Un anno ancora da scoprire.’’ [1]

Sia in questo che nel suo

‘‘Un pensiero presente’’ [2]

l’autore ha attirato l’attenzione sul concetto di ‘‘personalità narcisistica’’, nel senso precisato da ricerche recenti, e sul suo particolare ruolo nella moderna società del consumo, e nelle dinamiche del Sessantotto. Di fatto, questa tesi è parte di una più forte, basato sulla nozione di “sussunzione reale’’, ripresa da Marx, che lo aveva mutuato da Kant e Hegel (da non confondere con la sussunzione formale), secondo cui

‘‘si è […] compiuta, nel nostro tempo, la sussunzione reale della personalità individuale sotto il capitale’’.

‘‘Il tramite attraverso cui è avvenuto il […] compimento [della sussunzione reale della personalità individuale sotto il capitale] è stato l’inconscio disprezzo di sé scavato nell’individuo dalla sempre più estesa e profonda penetrazione sociale del capitale.’’ [3]

Secondo le definizioni adottate da Bontempelli, mutuate dalla letteratura specialistica, il narcisista non ama se stesso, ma, al contrario, detesta inconsciamente se stesso, e si nasconde a se stesso per mezzo di maschere grandiose. In particolare, è incapace di conoscere e amare gli altri, che usa e sfrutta per manipolarli.

Infatti, Bontempelli scrive che

‘‘Una premessa necessaria per seguire il discorso è intendere che quando si parla a questo livello di disprezzo di sé ci si riferisce ad un elemento della personalità vissuto inconsciamente, e quindi non direttamente percepito né esteriormente visibile come tale, perché le sue manifestazioni esterne si sviluppano per compensarlo e negarlo. Chi non possiede capacità interpretative in questo campo rischia perciò di non capire cosa sia il disprezzo di sé nell’individuo plasmato dal capitale, perché non coglie, in atteggiamenti che sembrano soltanto presuntuosi, inopportuni, arroganti, o semplicemente eccentrici e sfasati, l’aspetto reattivo e occultante riguardo a ciò che li sottende, cioè appunto il disprezzo di sé.

Cosa significa, dunque, a questo livello, disprezzo di sé? Significa la fantasia di essere sfruttabile e depauperabile (fantasia nel significato psicoanalitico di immagine interna inconscia). Significa disgusto per la propria debolezza, inconsciamente rappresentata come bersaglio di aggressioni, manipolazioni e atti di umiliazione. Significa aspettativa di una squalifica da parte degli altri, ed ansia di confronto con loro.

L’individuo che internamente teme di essere sfruttato, depauperato ed umiliato perché debole, non esteriorizza questo suo timore come tale, neppure ai suoi stessi occhi, ma lo esorcizza con apparenti esibizioni di forza fatte di prevaricazioni ed umiliazioni dell’altro. Ad esempio, la spudoratezza aggressiva di un Vittorio Sgarbi o di un Giuliano Ferrara è una chiara manifestazione compensatoria del disprezzo di sé (e quindi dell’altrui umanità e dei valori morali) di questi personaggi.’’

Secondo Bontempelli i politici sono tipicamente rappresentanti di questo tipo psicologico. Il vuoto narcisistico non può essere colmato, ed egli tenta di placarne la morsa per mezzo di beni materiali, e quindi ben si adatta alla società del consumo che ha bisogno di questo tipo psicologico, come questo ha bisogno di quella.

Secondo Bontempelli, la ragione per la diffusione pandemica della personalità narcisistica si trova appunto nel fatto che le stesse personalità umane sono state sussunte al capitale. Egli scrive:

‘‘Come, però, il capitale, oltre un certo livello del suo sviluppo, produce autocoscienze individuali costituite da un’immagine disprezzata di sé? Oltre un certo livello del suo sviluppo, il capitale non può realizzare il plusvalore che produce se non con un ritmo particolarmente veloce degli acquisti di massa delle merci. Questa velocità cambia l’immagine sociale della merce. Essa diventa un oggetto da consumare in maniera rapida e definitiva, e da ridurre poi subito a rifiuto. Il risultato di questa nuova immagine sociale della merce è che l’individuo non trova più nei suoi beni materiali i segni esteriori della durata dello spirito umano nel tempo. Per un giovane di oggi, ad esempio, è difficile persino immaginare come fino a cinquant’anni fa ai mobili e agli utensili di una casa fossero annodati usi di vita e ricordi delle generazioni passate. Il consumo così come è determinato dall’odierna immagine sociale della merce costituisce quindi come inessenzialità gli oggetti d’uso dell’individuo, e di conseguenza il perimetro materiale della sua vita, e di conseguenza lui stesso. Ma l’inessenzialità è per definizione ciò che non merita rispetto, e non meritare rispetto significa essere disprezzabile. Perciò l’individuo che non rispetta gli oggetti, perché li consuma velocemente, e che non rispetta il suo ambiente, perché lo sporca con gli oggetti trasformati in rifiuti, si costituisce nel disprezzo di sé.’’

Queste parole richiamano alla mente quelle di Pasolini:

‘‘Gli uomini di questo universo non vivevano un’età dell’oro, come non erano coinvolti, se non formalmente con l’Italitta. Essi vivevano quella che Chilanti ha chiamato l’età del pane. Erano cioè consumatori di beni estremamente necessari. Ed era questo, forse, che rendeva estremamente necessaria la loro povera e precaria vita. Mentre è chiaro che i beni superflui rendono superflua la vita […]’’

Il documentario citato in un precedente scambio di messaggi mi ha richiamato alla mente il libro di Culianu. Siccome al momento non riesco a ritrovare la mia copia del libro di Culianu ‘‘Eros e Magia nel Rinascimeno’’, faccio ricorso a un brano della recensione scritta da Enrico Manera

‘‘La magia in Giordano Bruno, scrive allora Culianu, è una scienza dell’immaginario: “metodo di controllo dell’individuo e delle masse basato su una profonda conoscenza delle pulsioni erotiche individuali e collettive”; essa prepara in termini morfologici la psicanalisi e anticipa la psicosociologia di massa, è scienza della comunicazione ante-litteram che ha a che fare con la gestione dell’economia degli affetti e del desiderio, un tema contemporaneo che dalla critica dell’ideologia alla riflessione sulla sur-modernità più recente parla dell’oggi. “Il mago del Rinascimento è sì psicoanalista e profeta, ma anticipa anche professioni moderne come quelle di capo delle relazioni pubbliche, propagandista, spia, uomo politico, censore, direttore dei mezzi di comunicazione di massa, agente pubblicitario: […] è il prototipo dei sistemi impersonali dei mass-media, della censura indiretta, della manipolazione globale e dei brain-trusts che esercitano il loro controllo occulto sulle masse.’’

Non so cosa sia la surmodernità di cui parla Manera, ma la breve descrizione è fedele alle idee di Culianu. Anche qui, mi sembra che si possa rispolverare con profitto la psicofisiologia aristotelica della ‘‘fantasia’’, descritta nel suo De Anima (terzo libro), che a sua volta si sovrappone almeno in parte alla nozione di ‘‘inconscio’’ elaborata da Freud.

Ancora grazie.

[1] https://www.ibs.it/sessantotto-anno-ancora-da-scoprire-libro-massimo-bontempelli/e/9788884674340

[2] http://indipendenza.lightbb.com/t1279-un-pensiero-presente-bontempelli-scritti-su-indipendenza

[3] http://www.rivistaindipendenza.org/Teoria nazionalitaria/Bontempelli - sussunzione.htm

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giovanni 07 novembre, 2016 00:33

OT : il feed RSS (quello che serve a leggere gli articoli sul lettore di feed senza andare ogni giorno a cercarli su ogni singolo sito che consultiamo frequentemente) non funziona, esce il messaggio d'errore "Parser error".

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Fondazione Elia Spallanzani 04 novembre, 2016 15:26

https://scontent-amt2-1.xx.fbcdn.net/v/t1.0-0/p370x247/14956519_10154773918344429_1209285802149260550_n.jpg?oh=6bbf44eae0c9fe68486a9ee6c73c1744&oe=589D4E99

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giovanni 06 novembre, 2016 23:58

Gentile @Fondazione Elia Spallanzani,

mi preme ricordare che il signore che ha scritto questa frase compiva il dovere rivoluzionario di dire la verità...lavorando per il MINCULPOP inglese (che è l'unica ragione per cui le sue mediocri opere sono state tanto esaltate dal MINCULPOP stesso dopo la sua morte).

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GiacomoB 31 ottobre, 2016 15:55

Meraviglioso.

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Fausto di Biase 27 ottobre, 2016 17:49

interessante ...

http://vocidallestero.it/2016/10/24/wikileaks-lena-la-propaganda-europea-unificata-per-la-clinton/

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Citodacal 24 ottobre, 2016 17:54

Aveva ben compreso ogni cosa Baudelaire, nell'affermare che "La più grande astuzia del diavolo è quella di far credere al mondo di non esistere". Resta implicita, nel precedente assunto, anche la furbizia di comparir giammai con il medesimo sembiante, cosicché di volta in volta il testimone di turno, già di per sé attonito e frastornato, non possa venir creduto da chi pretende che il Soggetto dell'asserzione debba essere identificato in modo inequivocabile, viepiù intendendolo ora come individualità, ora come entità, ora come spirito di non si sa quale provenienza, ora come semplice superstizione da cui ben guardarsi (del pari a certe malattie, in tempi in cui l'eziologia non ne era nota).

E resta implicita anche la controparte logica, ossia quella di far credere al mondo, e in modo improprio, di invece esistere, cosicché sia possibile screditare agevolmente chi additi come causa una realtà così sfuggente. Torniamo dunque alle parole di Amleto per identificare anche le origini del "complotto": "Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia". Ma il dubbio filosofico, amico della ricerca sincera - di contro osteggiato dalla certezza superficiale, nella fattispecie se riesce ad ammantarsi d'una scientificità ch'è sempre più dogmatico scientismo -, è sempre scomodo: pertanto meglio eliminarlo. Basta far credere che siano in atto inesistenti e fantasiosi complotti per accalappiare la parte credula degli uomini, laddove ciò porti vantaggio e convenienza, ed additare invece come "complottisti" coloro che subodorano l'inganno laddove effettivamente strisci nell'ombra, o meglio nella penombra: o meglio ancora, in una luce vivida e stupefacente che l'occhio ormai assuefatto non coglie come artificiale.

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ws 21 ottobre, 2016 01:39

Corbellini ? un classico caso di " nomen est omen". 😈

Personalmente poi mi vanto da anni di essere un "complottista" ... meglio essere considerati "complottisti" che idioti.

Rispondi

Joel Samuele Beaumont 20 ottobre, 2016 18:55

Mi permetto di dire essendo un “quasi complottista” che crede anche in fenomeni cosiddetti paranormali/alienologici, che a mio parere il complottismo è un qualcosa di recente, in un contesto dove prima ci si illude di essere in un era considerata “moderna”, e poi quando si scopre che chi è al governo e nei punti di potere economici e finanziari in realtà ci sta “mentendo”, si passa in uno stato dove tutto viene visto come macchinazione/complotto, senza valutare che le persone hanno punti di vista differenti, visioni del mondo differenti, e quindi ciascuno nella sua posizione valuta i vari fatti che accadono nel mondo in modo completamente differente. Dove alcune volte chi pensa che la cosa X sia un complotto o un pericolo per l’umanità, si trova a dissentire con un altro che pensa che in realtà la cosa X non sia un problema, ma se non si presta attenzione alla cosa Y, l’umanità morirà entro i prossimi 10 anni (faccio per dire ovviamente).

Tutto questo parlare di complotti e cospirazioni, porta secondo me l’umanità ad estremizzarsi, perché anziché cercare di risolvere i problemi in collaborazione con il resto dell’umanità, si tende a creare fazioni dove ciascun gruppo vede il suo complotto, ma valuta baggianate le teorie cospirative di altri.

Quindi si crea una situazione dove ci sono gli antiabortisti che dicono che c’è il complotto del potere che vuole ridurre la popolazione del pianeta; e dove dall’altra parte ci sono quelli che dicono che gli antiabortisti sono il “vero complotto”, e che quindi bisogna combattere contro di loro.

Il risultato è che tra questi estremismi non si pensa che dal punto di vista umano serve tutelare la vita e nel contempo non cadere in esagerazioni di vario tipo sui pro e contro di ogni questione.

Il che questo riporta al discorso su cosa sia il bene comune, di cui si è parlato su questo blog, dove è difficile determinare cosa sia il “bene di tutti”.

***

Non posso non far notare, che la filmografia americana è piena di film che parlano di cospirazioni, e molte volte ho l’impressione che questi stessi film siano voluti dal sistema di potere attuale.

Si potrebbe parlare allora di cospirazione nella cospirazione?

Io parlerei più che altro di un punto di vista culturale, quello americano, che si basa sul fatto che bisogna essere più forti, e su una sostanziale paura verso altre culture e situazioni che la cultura americana non può comprendere.

È per quello che fanno tanti film in cui i protagonisti sono la CIA, l’FBI, e agenzie governative più o meno segrete. Dove il potere che evoca un foglio fotocopiato male con il timbro della CIA, rubato in qualche cassetto di notte, sembra una roba in grado di spostare l’asse terrestre se venisse rivelato al pubblico. Dove il presupposto è: siccome c’è il timbro della CIA, allora sicuramente è qualcosa che non dovevamo sapere, e quindi trattasi obbligatoriamente di complotto.

Nei film americani si dice:«essere paranoico non significa che non hai ragione».

Io rifiuto questo approccio e ribatto dicendo:«puoi avere ragione senza essere paranoico».

Perché, e mi sto ripetendo forse, che il vedere la cospirazione in senso negativo, significa non aver capito in precedenza che non tutti la pensano allo stesso modo, e ciò che per uno è un qualcosa di negativo, per altri può essere un qualcosa di cui una volta hanno letto in internet “una roba strana”.

Noi viviamo in un momento, che forse si è ripetuto nella storia, dove l’inganno di essere giunti al regno della pace e della libertà, ci porta poi ad un senso di paranoia e disagio quando scopriamo che le cose non stanno esattamente così. E quando questo accade la reazione può essere anche irrazionale e feroce, e questo spinge a creare delle fazioni che si dividono sui vari argomenti di vitale importanza (aborto, eutanasia, droghe, fonti di energia, libertà sessuali, vita, morte, spiritualità, religioni). La necessità di vincere la paura, ci spinge anche a percorsi per cercare le risposte alle nostre domande.

In questo contesto, non posso che dire la mia e quindi: si ci sono gli alieni, ma non esistono i complotti, perché ciascuno fa il suo interesse e vede le cose dal suo punto di vista. E se uno pensa di essere danneggiato da qualcuno, quel qualcuno ha una visione del mondo dove quel danneggiamento non è un problema, e non è neanche un argomento da tenere in considerazione il fatto che qualcuno protesti.

***

Non posso che infine fare un appunto sulla teoria della terra piatta e sul perché ci sia stato questo “ritorno” su un argomento che ormai sembrava sepolto e definitivo.

Forse anche se l’umanità aveva ad un certo punto capito che la terra era tendenzialmente sferica, qualcosa rimaneva comunque poco chiara, e forse per questo c’è stato questo “ritorno”.

La mia ipotesi, è che sostanzialmente la gente non capendo inconsapevolmente perché il pianeta di notte si raffreddi sul lato non illuminato, sia andata alla ricerca di un modello che giustificasse questo fenomeno che però secondo le conoscenze comuni della fisica non avrebbe spiegazione pensando ad un pianeta tondo, che ruota intorno al sole in uno spazio vuoto; e dove il pianeta terra si riscalderebbe con la luce del sole (e questo va beh, lo sappiamo), ma come si raffredderebbe se il pianeta viaggia nel vuoto? (teniamo anche in considerazione il calore del centro della terra)

Potrebbe risultare una domanda senza senso, ma lancio la sfida intellettuale anche al Pedante, che forse come molti non ha mai avuto l’occasione di pensare ad una cosa che in fondo è banale (io l’ho fatto di recente), ma che per cultura tendiamo a non tenere in considerazione.

Finisco col dire, che una visione del mondo include sempre una visione della fisica, che corrisponde ad una visione politica, che corrisponde ad una visione spirituale del mondo. E siccome ciascuno ha una propria visione, il fatto di vedere la terra piatta o sferica o altre cose, corrisponde ad avere idee politiche diverse su come il mondo andrebbe gestito, per tutta una serie di fattori che per me sono intuibili per altri forse no (non ho voglia di argomentare maggiormente), ed è per questo che quando si vanno a toccare certi argomenti, i commenti e gli interventi su questi tendono a scaldarsi perché molti si sentono toccati e pensano di non poter dire la loro, e quindi questo post avrà molti commenti bollenti (solamente per aver citato “terra piatta”).

#ChennePenZa signor Pedante?

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Il Pedante 21 ottobre, 2016 12:56

Caro amico, quando scrivi che "noi viviamo in un momento, che forse si è ripetuto nella storia, dove l’inganno di essere giunti al regno della pace e della libertà, ci porta poi ad un senso di paranoia e disagio quando scopriamo che le cose non stanno esattamente così" cogli perfettamente la ragion d'essere del complottismo in quanto fine della storia, illusione di essere giunti a un capolinea dove i potenti non avrebbero più bisogno di mentire in quanto ormai i loro interessi coinciderebbero con quelli dei deboli. Il perché? Perché piace pensarlo, evidentemente.

In quanto alla terra piatta io non so nulla di astronomia quindi per quanto mi riguarda potrebbe essere anche cubica o rettilinea. Però alcuni mesi fa ebbi a conversare con alcuni colleghi che, dopo avere visto un documentario su YouTube, si erano parecchio affezionati alla teoria. Io non potevo entrare nel merito, ma risposi che in generale tutto ciò che mette in disussione le nozioni consolidate non è folle, ma sano perché stimola il pensiero analitico e la revisione dei saperi. Quella sera io stesso mi chiesi, nella mia naïveté: ma se la terra fosse davvero piatta, non dovremmo vedere New York dalle coste portoghesi? Il che dimostra che la conversazione mi aveva spinto a interrogarmi su questioni mai affrontate prima.

Sugli alieni penso tu sia a conoscenza dello scambio di email Mitchell-Podestà rivelato da Wikileaks (https://wikileaks.org/podesta-emails/emailid/1802). Anche questa vicenda ci invita a pensare, ad esempio chiedendoci se: 1) siamo governati da psicopatici visionari 2) Wikileaks sia in realtà un altro progetto di disinformazione 3) i governi siano effettivamente in contatto con creature aliene.

Non conosco la risposta, ma le domande mi sembrano tutte interessanti.

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mikez73 23 ottobre, 2016 20:07

Gentile @Il Pedante,

Sinceramente, questa della terra piatta mi sembra la classica teoria "complottista" in stile rettiliano che aumenta il rumore di fondo - sarà che degli alieni non me ne frega una mazza pure se esistessero (o forse Monti e Draghi rappresentano già un grado di "visitors" per me sufficientemente incomprensibile e difficile da indagare) - rendendo innocuo qualunque altro dubbio su qualunque altro campo.

Voglio dire, la produzione Hollywoodiana degli ultimi 30 anni è intrinsecamente paranoica, ovvero complottista a là Hofstadter. In tutti i film che implicano una detection, dai polizieschi a quelli più impegnati (uno per tutti - The Constant Gardener), alla domanda chi è stato? non si risponde più il cameriere, ma il Potere, è tutto un complotto di multinazionali, presidenti, poliziotti, sindaci e chi più ne ha più ne metta. Si vede che non basta, e comunque secondo me ci sono cose più inquietanti degli alieni.

Per esempio, proprio oggi ho letto questo articolo di Panorama su Singapore:

http://www.panorama.it/societa/life/singapore-niente-sfugge-al-grande-fratello/

La prima reazione alla lettura sarebbe quella di cercarsi una pastiglia di cianuro da tenere alla bisogna, perché io di fare quella vita e quella fine lì non c'avrei tanta intenzione. E comunque il primo pensiero è andato a un documento assai inquietante che ho scoperto un mesetto fa spulciando all'indietro il blog della Barbara Lameduck Tampieri in un post, del 2015, che iniziava così:

"PROPRIETÀ DELL’ABITAZIONE COME RETAGGIO DEL PASSATO

La casa di proprietà diventerà un retaggio del passato. I costi delle abitazioni e dei mutui diverranno gradualmente così elevati che i più non potranno permetterseli. Coloro che già possedevano la propria abitazione avranno la facoltà di tenerla ma, col passare degli anni, per i giovani sarà sempre più difficile acquistare un casa. I giovani diventeranno in misura sempre maggiore inquilini in affitto, in particolare in appartamenti e condomini. In numero sempre più consistente le case resteranno invendute e sfitte; le persone non potranno permettersele…"

e di cui si può misurare tutta l'attualità.

Qui il post di Barbara: http://ilblogdilameduck.blogspot.it/2015/07/il-dottor-monty-e-il-nuovo-sistema.html

Qui una traduzione completa del documento: http://www.nexusedizioni.it/it/CT/i-piani-del-nuovo-ordine-mondiale-533b2c6444492

Poi volendo su youtube si può trovare l'audio "originale"; sul New York Times l'obituary della presunta fonte originaria.

In soldoni, usando le parole di B. "l'articolo tratterebbe dei piani per un "Nuovo Sistema Mondiale”, rivelati nel 1969 (sic!) da un certo dottor Day ad un convegno della Pittsburgh Paediatric Society e raccolti nel 1988 in alcuni nastri da un suo allievo di allora, un certo dottor Lawrence Dunegan, sulla base dei suoi ricordi personali."

Tanto per dire:

TERRORISMO

Si parlò del terrorismo, che sarebbe stato ampiamente usato in Europa e in altre parti del mondo. All’epoca si riteneva che il terrorismo non sarebbe stato necessario negli Stati Uniti, ma lo sarebbe diventato se gli USA non avessero proceduto ad accettare rapidamente il sistema. Tuttavia, almeno nell’immediato futuro, non era previsto, molto benevolmente da parte loro. Forse qui il terrorismo non risulterebbe necessario, implicando comunque che se lo fosse vi si farebbe senz’altro ricorso. Assieme a tali considerazioni giunse il velato rimprovero che sino ad allora gli Statunitensi se l’erano passata fin troppo bene e una lieve sventagliata di terrorismo li avrebbe convinti che il mondo è davvero un luogo pericoloso, o che lo può diventare se non cediamo il controllo alle autorità pertinenti".

Non sarebbe male in entrambi i casi, sia che fosse di fine anni '60 che di fine anni '80. Ma neanche mi metto a fare una ricerca filologica sulle fonti, niente collazioni, niente testimoni, niente edito princeps. Forse sarebbe da chiedersi perché questi documenti sono tutto sommato disponibili. Più che altro la realtà quotidiana è già una prova sufficiente, cogente, del delirio, temo.

Anzi, parafrasando quello che disse Kubrick delle storie sui fantasmi all'epoca di Shining - cioè che sono tutto sommato intrise di ottimismo perché implicano l'immortalità dell'anima - inizierò a considerare i complotti, complottisti o meno, una fonte di ottimismo e serenità, almeno presuppongono l'intelligenza di alcuni uomini, per quanto pochi. Sempre meglio che arrendersi all'evidenza che i piddini esistono e vivono accanto a noi.

E non posso manco prendermi la pastiglia di cianuro, perché nel piano è prevista pure la "pillola della dipartita" come controllo demografico. Fuck.

P.S. Domanda tecnica per il Pedante: ma non è possibile inserire i link attivi nei commenti?

P.S: Domanda austriaca per il Pedante: sempre oggi ho scoperto che è prevista l'uscita per i tipi della Neri Pozza, nella collana La Quarta Prosa curata da Agamben, del libro "L'attentato. Critica della ragione paranoica" di tal Manfred Schneider, di cui non so nulla, non ho mai sentito parlare e di cui trovo solo pagine in tedesco, idioma a me alieno. Mai sentito nominare?

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Il Pedante 23 ottobre, 2016 22:01

Gentile amico, non credo che il complottismo "aumenti il rumore di fondo" più di quanto facciano i giornali. L'irrazionalità è trasversale, riguarda "ufficialisti" e complottisti, ma è un metodo cognitivo non un oggetto di indagine. Chi fa del complotto uno stile di vita non è differente da chi si affida beotamente ai governi: sono entrambi disperati.

Rispondendo alle Sue domande: No, al momento non è possibile inserire i link attivi, ma potrebbe diventarlo a breve, intendo infatti inserire un riconoscimento del link in fase di rendering dell'html per renderlo cliccabile.

Nemmeno io sapevo nulla di Manfred Schneider, cercando su Google apprendo essere un professore di lettere dell'università di Bochum in Germania (http://www.ruhr-uni-bochum.de/neugermanistik2/Schneider.shtml). Il libro in questione si annuncia voluminoso, ma da questa intervista (https://www.welt.de/kultur/article13024491/Attentate-sind-haeufig-in-protestantischen-Laendern.html) non mi sembrano emergere motivi di particolare interesse nell'opera, che pare più un catalogo dell'idea di attentato politico negli ultimi 2000 anni di storia, senza nuove interpretazioni. Posso naturalmente sbagliare.

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mikez73 24 ottobre, 2016 00:40

Gentile @Il Pedante,

grazie per le risposte. Per quanto riguarda Schneider mi sembrerebbe davvero strano che Agamben si metta a pubblicare un testo del genere solo compilativo, staremo a vedere, e grazie comunque per l'interessamento.

Quanto al discorso più generale, c'è qualcosa che mi sfugge, è colpa mia che sono lento di comprendonio, ma va bene così, non capire mi è più utile spesso che capire subito.

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marco 19 ottobre, 2016 13:13

Un saluto dal mio blog "rimedioevo" .

Dove proprio oggi ho postato un scritto che ha per tema il complotto in senso lato.

Arrivato atuo blog direttamente dal blog "Goofynomics"

Marco Sclarandis

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Fausto di Biase 19 ottobre, 2016 02:25

Se non mi sbaglio è stato il linguista Uwe Pörksen a introdurre il concetto di “parole di plastica”, o di “parole ameba” [1a], [1b], [1c]. In genere sono tratte dal linguaggio specialistico, e poi si diffondono al di fuori dell’ambito originale, mantenendo, agli occhi comuni, il prestigio che deriva dall’essere nati in un laboratorio. In prima approssimazione, queste parole sono assimilabili a slogan.

Come prima tesi di lavoro, vorrei proporre la seguente: la loro diffusione e la loro presa sono una conseguenza della espansione della moderna società dell’immagine, in cui si registra la crescente sostituzione delle immagini ai testi scritti [2].

Come seconda tesi di lavoro, sostengo che la moderna civiltà dell’immagine produce una regressione nella facoltà cognitiva, che a mio avviso può essere meglio compresa in termini delle ricerche del linguista e psicologo L. S. Vygotskij [3]. In particolare, Vygotskij osserva che solo nel’adolescenza si può sviluppare il pensiero concettuale, a condizione che la mente sia esposta a opportune sollecitazioni; prima dell’età dello sviluppo si registrano formazioni psichiche preliminari che l’autore chiama “pseudoconcetti” e “complessi”, dotati di un forte contenuto iconico e privi della profondità analitica del pensiero concettuale (che, sola, ci permette di smentire e di smentirci, di separare le apparenze dalla realtà, di pervenire a livelli diversi di realtà).

La regressione di cui sopra si manifesta nella proliferazione di “pseudoconcetti” e di “complessi”, nel senso di Vygotskij. Si tratta di formazioni psico-linguistiche che non reggono il peso dell’analisi logica, perché appartengono a una diversa forma cognitiva.

Vale la pena leggere un brano significativo del libro di Vygotskij, per rendere l’idea del senso di quelle formazioni psico-linguistiche che lui chiama “complessi” e “pseudoconcetti”.

"Lo schizofrenico regredisce dal pensiero concettuale ad uno stadio più primitivo che è caratterizzato, come ha notato Bleuler, dall’impiego abbondante di immagini e simboli. “Forse il tratto più distintivo del pensiero primivito --- dice Storch --- è il fatto che in luogo dei concetti astratti si usano immagini del tutto concrete”. Thurnwald vede in ciò una caratteristica del pensiero dell’uomo primitivo. “Il pensiero dell’uomo primitivo --- dice --- usa delle impressioni globali indifferenziate che provengono dai fenomeni. Pensano per immagini totalmente concrete, sotto la forma che dà loro la realtà”. Queste formazioni dirette e collettive, che al posto del concetto vengono in primo piano nel pensiero degli schizofrenici, sono delle immagini analoghe ai concetti, che rimpiazzano agli stadi primitivi le nostre strutture logiche categoriali (Storch). Vediamo così che la partecipazione nel pensiero dei malati, dell’uomo primitivo e del bambino, malgrado la profonda originalità che distingue questi tre tipi di pensiero, è il sintomo formale comune dello stadio primitivo nello sviluppo del pensiero, precisamente il sintomo del pensiero per complessi, e che alla base di questo fenomeno vi è dappertutto il meccanismo del pensiero per complessi e l’uso funzionale della parola sotto forma di segno o nome di famiglia. È per questo che l’interpretazione che dà Lévy-Bruhl della partecipazione non ci appare corretta, perché analizzando il significato dell’afermazione dei Bororò, e cioè che essi sono dei pappagalli rossi, Lévy-Bruhl oepra sempre con la nostra logica, stimando che tale affermazione significa nel pensiero primitivo una identità di esseri. A nostro avviso, non si può commettere un errore più grave nella interpretazione di questo fenomeno. Se i Bororò pensassero effettivamente secondo concetti logici, allora la loro affermazione non potrebbe essere compresa che in questo senso. Poiché però per i Bororò le parole non sono portatrici di concetti, ma sono soltanto le designazioni formali di oggetti concreti, questa affermazione ha per loro tutt’altro senso. La parola arara, con cui indicano i pappagalli rossi, tra cui si pongono, è un nome generale per un complesso dato cui appartengono anche gli uccelli e le persone. Questa affermazione non significa una identificazione dei pappagalli e delle persone, ma indica solo che due individui hanno una stessa famiglia e sono imparentati l’uno con l’altro, non significa l’indicazione dell’identità di questi esseri."

Un concetto fondamentale, nel brano sopra riportato, è quello di partecipazione. Vale la pena ancora una volta accostarci al libro di Vygotskij.

"I ricercatori hanno notato da tempo una particolarità molto importante del pensiero, che è stata descritta per la prima volta da Lévy-Bruhl nelle popolazioni primitive, da Storch nei malati mentali e da Piaget nei bambini. Questa particolarità del pensiero primitivo, che è chiaramente una proprietà del pensiero nei suoi primi stadi genetici, è chiamata comunemente partecipazione. Con questo nome si intende la relazione che il pensiero primitivo stabilisce tra due oggetti o due fenomeni considerati sia come parzialmente identici, sia come aventi una influenza stretta l’uno sull’altro, mentre non esiste tra loro alcun contatto spaziale, né qualche altro legame comprensibile."

Le formazioni psico-linguistiche di cui parla Vygotskij hanno un certo carattere sincretico e olistico, perché esprimono il fenomeno psichico della partecipazione, e sono fortemente legate a immagini concrete e simboli impregnati di senso.

Giordano Bruno ha espresso nel seguente brano la sua nostalgia per uno stadio dello sviluppo umano in cui, in luogo di concetti astratti, la psiche era dominata dalle formazioni psico-linguistiche fortemente iconiche descritte da Vygotskij.

"Allo stesso modo, neanche le scritture possiedono tutte quell’efficacia che hanno invece caratteri che alludono alle realtà cui rimandano mediante i tratti che li compongono, per cui alcuni segni sono piegati gli uni verso gli altri, si guardano gli uni gli altri, si abbracciano, si costringono all’amore, oppure si piegano in direzioni opposte, disgiunti per l’odio e la separazione; frammentati, imperfetti, rotti per produrre rovina; nodi per vincolare, caratteri aperti per liberare e sciogliere. E questi caratteri non possiedono una loro forma certa e definita, ma chiunque, a seconda del dettato del suo furore o dello slancio del suo spirito, a compimento della propria opera, a seconda che desideri o respinga una cosa, così, con una sorta di furore rappresentando a sé la cosa coi nodi stessi, e come per un nume presente, sperimenta determinate forze che non sperimenterebbe con nessuna facondia ed eleganza di parola pronunciata o scritta. Di tal genere erano le lettere più adeguatamente definite presso gli Egizi, che infatti le chiamano geroglifici, ossia caratteri sacri. Gli Egizi avevano a disposizione per designare le singole cose determinate immagini derivate dagli enti naturali o da loro parti, ed avevano in uso tali scritture e tali voci, con le quali cercavano di entrare in contatto con gli dèi per compiere operazioni mirabili; ma dopo che Theut o qualcun altro inventò le lettere del tipo che noi usiamo oggi, con modalità diverse, si produsse una gravissima perdita sia per la memoria sia per la scienza divina e la magia. Perciò, a somiglianza degli Egizi, i maghi di oggi, dopo aver costruito alcune immagini e definito caratteri e cerimonie, che consistono in determinati gesti e determinati culti, esplicano i loro voti quasi per mezzo di cenni definiti, tali che gli dèi possano intenderli; ed è in quella lingua degli dèi, la quale, mentre tutte le altre si sono mutate infinite volte e quotidianamente mutano, rimane sempre la stessa, come rimane la stessa la specie della natura. Per la stessa ragione gli dèi ci parlano attraverso le visioni, i sogni, i quali --- sebbene siano da noi chiamati enigmi per la mancanza di abitudine, l’ignoranza e l’ottusità della nostra capacità di comprensione --- tuttavia sono le stesse voci e gli stessi termini delle cose suscettibili di rappresentazione; come, però, queste voci sfuggono alla nostra comprensione, così anche le nostre voci latine, greche, italiane sfuggono all’ascolto e alla comprensione delle divinità alquanto superiori ed eterne, che differiscono da noi nella specie; dunque non è facile per noi poter avere un rapporto con esse, ed è anzi più difficile di quanto possa essere tra le aquile e gli uomini. E come gli uomini di una stirpe, in mancanza di un linguaggio comune, non si rivolgono né possono avere relazione con gli uomini di un’altra stirpe se non per cenni, così anche per noi non può esserci alcun contatto con un certo tipo di divinità, se non attraverso definiti segni, sigilli, figure, caratteri, gesti e altre cerimonie. Per cui senza voci e scritture di questo genere difficilmente un mago potrebbe dedicarsi con successo alla magia, e soprattutto a quella specie di magia che viene detta teurgia."

In "Eros e Magia nel Rinascimento", I.P. Culianu [6] mostra, tra le altre cose (persuasivamente, a mio avviso) che Giordano Bruno deve essere compreso non tanto come un luminoso precursore dei nuovi tempi ma invece come una figura a cavallo tra i due mondi, tra il Rinascimento immaginifico e la furia iconoclasta della Riforma (furia iconoclasta che, secondo Culianu, ha fatto da letto di semina per la rivoluzione scientifica e l'Illuminismo, che sono basati sulla formazione di concetti astratti). Non a caso Giordano Bruno pensava che l'invenzione dell'alfabeto fosse stata una grande iattura per la scienza, in quanto ha privato l'umanità della capacità di vedere la verità direttamente, per mezzo di "visioni"; e non a caso nella sua opera le immagini svolgono un ruolo essenziale, tanto che per noi è diventato difficile comprenderle; la transizione da un pensiero in cui prevalgono le immagini a un pensiero in cui prevalgono le astrazioni è già compiuta al tempo di Kant, come si capisce anche dal fastidio con cui tratta le immagini nella sua Critica alla ragion pura. Il fatto curioso è che la moderna tecnologia, frutto dell'Illuminismo iconoclasta, ha creato una Società dell'Immagine perfettamente funzionale alla Propaganda usata per controllare le masse (e assai affine alle tecniche immaginate da Bruno per il controllo delle masse, spiegate nel suo De Vinculis). L'immagine inganna spesso e volentieri, e solo se sappiamo leggere "libri senza figure" possiamo trovare l'inganno. Lo slogan è una specie corrispettivo dell'immagine nel linguaggio scritto-parlato, in quanto resiste alla furia analitica del pensiero, che --- solo --- ci consente di smentire e di smentirci...

I Greci avevano intuito la differenza tra due forme cognitive che si affiancano nel nostro intelletto. Una immagine è irriducibile al pensiero concettuale. Infatti, come ha osservato Kurt von Fritz nella memoria “The discovery of incommensurability by Hippasus of Metapontum” [4]



"The Greeks had two terms for ‘word’: epos and logos. Epos means the spoken word, or the word which appeals to the imagination and evokes a picture of things or events. This is the reason why it is also specifically applied to epic poetry. Logos designates a word or combination of words in as much as they convey a meaning or insight into something."

Vedi anche [4a] (stessa fonte).

Il seguente brano di J.L Borges mostra che la differenza tra le due forme cognitive sopra indicate si è rivelata anche nel campo della creazione letteraria [7].

"Mi suerte es lo que suele denominarse poes´ıa intelectual. La palabra es casi un oximoron; el intelecto

(la vigilia) piensa por medio de abstracciones, la poes´ıa (el suen˜o), por medio de ima´genes, de mitos o

de fa´bulas. La poes´ıa intelectual debe entretejer gratamente esos dos procesos. As´ı lo hace Plato´n en sus

dia´logos; as´ı lo hace tambie´n Francis Bacon, en su enumeracio´n de los ´ıdolos de la tribu, del mercado, de

la caverna y del teatro. [… ] Admirable ejemplo de una poes´ıa puramente verbal es la siguiente strofa

de Jaime Freyre:

Peregrina paloma imaginaria

Que enardeces los u´ltimos amores;

alma de luz, de mu´sica y del flores,

peregrina paloma imaginaria.

No quiere decir nada y a la manera de la mu´sica dice

todo. Ejemplo de poes´ıa intelectual es aquella silva

de Luis de Leo´n, que Poe sab´ıa de memoria:

Vivir quiero conmigo,

gozar quiero del bien que debo al Cielo,

a solas, sin testigo,

libre de amor, de celo,

de odio, de esperanza, de recelo.

No hay una sola imagen. No hay una sola hermosa pa-

labra, con la excepcio´n dudosa de testigo , que no sea una

abstraccio´n. Estas pa´ginas buscan, no sin incertidumbre,

una v´ıa media."

Il nostro spazio mentale, nella regressione prodotta dalla sostituzione delle immagini al testo scritto, si è riempito di ‘‘pseudoconcetti’’ e ‘‘complessi’’, per usare la terminologia precisa di Vigotskij, o più semplicemente, ma con minor precisione, di ‘‘slogan’’, che possono essere assimilati a formazioni psico-linguistiche prodotte dalla regressione a uno stadio anteriore di sviluppo. A me sembra che complottismo sia una parola di questo tipo, come "riforma" e "terrorismo".

[1a] http://www.ibs.it/code/9788887132731/porksen-uwe/parole-plastica-neolingua.html

[1b] http://www.doppiozero.com/materiali/recensioni/uwe-poerksen-parole-di-plastica

[1c] http://www.textusedizioni.it/index.php?option=com_k2&view=item&id=108:parole-di-plastica-la-lingua-di-una-dittatura-internazionale&Itemid=8

[2] Lucio Russo, Segmenti e bastoncini. Feltrinelli (1998)

http://www.ibs.it/code/9788807816208/russo-lucio/segmenti-bastoncini-dove.html

[3] Pensiero e Linguaggio

http://www.ibs.it/code/9788842039532/vygotskij-lev/pensiero-linguaggio-ricerche.html?gclid=CM-l7c2B4s8CFWsW0wodNvcEEw&gclsrc=aw.ds

[4] Von Fritz K (1945), The discovery of incommensurability by

Hippasus of Metapontum. Ann Math 46:242–264 (2nd Ser)

https://www.jstor.org/stable/1969021

[4a] È interessante il prosieguo del ragionamento di Von Fritz.

"It is this connotation of the term logos which made it possible for it in later times to acquire the meaning of an intrinsic law or the law governing the whole world. If logos, then, is the term used for a mathematical ratio, this points to the idea that the ratio gives an insight into a thing or expresses its intrinsic nature. In the case of musical harmonies the harmony itself would be perceived by the ear, but it was the mathematical ratio which, in the mind of the Pythagorean, seemed to reveal the nature of the harmony, because through it the harmony could be both defined and reproduced in different media. [… ] Logos or ratio meant the expression of the essence of a thing by a [pair] of integers. It had been assumed that the essence of anything could be expressed that way."

[5] Giordano Bruno, Opere Magiche. Adelphi (2000), pagine 193—197.

[6] I.P. Culianu Eros e Magia nel Rinascimento. Boringhieri (2006).

http://www.ibs.it/code/9788833916576/culianu-ioan-p-/eros-magia-nel.html

[7] J.L. Borges, La Cifra. Alianza Editorial (1981).

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Il Pedante 19 ottobre, 2016 12:26

Gentile @Fausto di Biase, questo Suo esteso e prezioso intervento, di cui La ringrazio, si applica anche e più ancora a un altro articolo di questo blog, Dementia Symboli (http://ilpedante.org/post/dementia-symboli-pensiero-simbolico-e-manipolazione). Ne terrò pertanto conto nei futuri sviluppi della riflessione là abbozzata.

Rispondi

mikez73 19 ottobre, 2016 13:40

Gentile @Fausto di Biase,

sì, grazie dell'intervento e soprattutto dei riferimenti a Pörksen, linguista che non conoscevo - ma ho già ordinato il libro. Anche se, mentre concordo felicemente su tutto il resto del commento, in particolare sulla gerarchia tra immagine e concetti, non sono sicuro che "complottismo" sia una di queste parole di plastica:

“Si tratta di non più di una trentina di vocaboli, - ci spiega l’autore - una sorta di parvenu nipoti della scienza presenti all’interno del linguaggio quotidiano”. Con una denominazione tecnica si dovrebbero definire: “stereotipi connotativi”. Esempi: relazione, comunicazione, sviluppo, informazione, sessualità, progresso, energia, management, funzione, struttura, sistema. “Parole ameba” le chiama anche l’autore, utilizzando un’espressione di Ivan Illich, che ha avuto una parte attiva nell’elaborazione di questo saggio. Termini che cambiano la loro forma adattandosi alle intenzioni comunicative di chi li usa. Ma soprattutto termini che sono frutto di una duplice migrazione: partiti dalla lingua comune sono entrati nel dominio delle scienze per poi fare nuovamente ritorno alla lingua comune. In quanto termini scientifici, i concetti che essi esprimono diventano “verità assolute”. Dopo questa investitura canonizzante, quando ritornano al linguaggio colloquiale, acquistano una valenza mitica, che espropria il linguaggio quotidiano delle sue prerogative discorsive ed esercitano una sorta di tirannia connotativa a cui diventa impossibile sottrarsi.

Un passo tratto da una recensione di Roberto Gilodi al volume (qui il link: http://www.doppiozero.com/materiali/recensioni/uwe-poerksen-parole-di-plastica) in cui si può leggere quest'altra bella citazione:

Un pericolo avvertito con lucidità da Tocqueville, che nel XVI capitolo de La democrazia in America intitolato “Come la democrazia americana ha modificato la lingua inglese” scrive, anch’egli profeticamente: “Queste parole astratte che riempiono le lingue democratiche, di cui si fa uso ogni momento senza collegarle ad alcun fatto particolare, allargano e nascondono il pensiero: rendono l’espressione più rapida ma l’idea meno netta.”

Tornando al problema linguistico, proprio in questi giorni, stimolato dal post del Pedante, stavo cercando una "forma" linguistica per descrivere che cosa sia il "complottismo" - qui ci vorrebbe Martinetus, io ho solo una infarinatura di base universitaria - ma quello che mi venivano in mente erano i "deittici", cioè quegli elementi di una frase, come il pronome "io", il cui significato dipende dal contesto, dalla situazione comunicativa - il referente di "io" non è fissato una volta per tutte, perché dipende da chi sta parlando: "io" è di volta in volta chi prende la parola. C'è un rimando, un corto circuito tra il piano dell'enunciato e quello dell'enunciazione, così come un complotto è complottista non in sé, ma a seconda di qual è l'autorità, giornalistica di solito, che lo sanziona come tale.

Rispondi

Fausto di Biase 19 ottobre, 2016 16:36

Gentile @Il Pedante, La ringrazio per i Suoi acuti contributi alla riflessione. Poiché questi temi sono di nostro comune interesse, vorrei condividere con Lei altri appunti sparsi presi dal mio tavolo di lavoro. Chiedo scusa per le ripetizioni e il disordine.

A.

Nel libro di Antonio Damasio “L’errore di Cartesio. Emozione, ragione e cervello umano” (1995), l’Autore afferma che il pensiero è fatto in larga misura di immagini, ignorando, con un trucco retorico, il mistero della nostra capacità di cognizione concettuale, della nostra capacità di astrazione, e dei suoi risultati. Strano che l’Autore trascuri il fatto che abbia avuto bisogno di 404 pagine di testo scritto per esporre le sue immagini, ops, i suoi concetti.

B.

Il discorso astratto sulla ``complementarità'' non deve far dimenticare che ci sono contenuti mentali che non sono riducibili a un’immagine, ma che si lasciano manipolare correttamente solo per mezzo di un sistema di segni che non è riducibile a immagini concrete o icone o simboli iconici. In matematica, questi contenuti mentali sono concetti astratti, e hanno a che vedere con l'idea di infinito.

Esempio.

Nel calcolo del valore (eventualmente approssimato) dell’area di una regione planare, si ricorre alla idea di dividere la regione data in un certo numero di parti, e approssimare ciascuna parte con regioni semplici, come rettangoli, sia per eccesso che per difetto, sperando che, quanto maggiore sarà il numero delle piccole parti in cui si divide la regione, e quanto minore sarà la loro grandezza, tanto minore sarà l'errore della approssimazione. In quante parti bisogna dividere la regione? Due, tre, quattro, cinque, ... eccetera. In questo eccetera sta la difficoltà, perché si arriva all’idea di dividerla in un numero di parti indeterminato. In altre parole, si tratta di saper ragionare, in un colpo solo, su un’infinità di casi possibili. Non sto dicendo che la divido in infinite parti, idea che è ancora più difficile e controversa, ma che bisogna contemplare la successione degli infiniti casi in cui la divido ora in due, ora in tre, poi in quattro (eccetera) parti. Questa idea non si può pienamente illustrare con un disegno, perché in un disegno siamo obbligati a scegliere in quante parti dividiamo la regione, ad esempio: quattro. [1] Generalmente, i miei studenti incontrano enormi difficoltà a comprendere l’idea che si divide la regione in un numero indeterminato di parti, in modo da contemplare, in un unico colpo, un’infinità di casi; per giunta, una corretta applicazione di questa idea richiede anche una buona padronanza del ragionamento ipotetico deduttivo, di cui essi hanno scarsa padronanza, dato lo scarso livello di sviluppo del pensiero concettuale. È molto difficile trovare un giovane, fresco di studi liceali, che sappia rispondere motivatamente alla domanda ‘‘Quanti sono i numeri primi?’’ o alla domanda: ‘‘Esiste un numero razionale il cui quadrato sia uguale a due?’’, anche se lo cerchiamo tra coloro che avevano un sette in matematica al Liceo Scientifico.

Il pensiero concettuale evoluto, che comprende, tra le altre cose, la scienza e la filosofia, rappresenta una nuova fase dello sviluppo cognitivo. Le immaginini, spesso e volentieri, ingannano: noi vediamo che è il sole che ruota attorno alla terra. Più in generale, l'immagine ha sempre qualcosa della teofania: quello che appare in un’immagine, appare senza chiedere il nostro permesso, e per questo ha qualcosa di sacro, come un ospite, che nell’antichità era considerato sacro proprio perché avrebbe potuto essere un dio [2]. Ciò che appare in un’immagine, appare senza chiederci il permesso, e noi non possiamo che prenderne atto, a meno di non elaborare un discorso critico, che però, appunto, ci porta verso il lato linguistico-concettuale della nostra capacità di cognizione. Invece, le attività cognitive di natura concettuale si prestano, per loro natura, a un’infinita possibilità di analisi, di critica, di decomposizione, di ridefinizione, ecc.

Non a caso alcuni studiosi collegano la rivoluzione scientifica del Seicento da un lato alla furia iconoclasta della riforma controriforma, e dall'altro con la tradizione cabalistica: l'infinita interpretazione del testo (sacro) è un’operazione linguistica, che fa da supporto alla elaborazione concettuale.

Non a caso, nel XX sec, e tuttora, la propaganda si è basata essenzialmente sulle immagini, (che, appunto, si possono ‘‘smontare’’ solo se cambiamo livello e passiamo a un livello linguistico concettuale, se ne siamo capaci). Inoltre, essa si basa sui corrispettivi delle immagini nel linguaggio comune: gli slogan, le parole ameba, o parole di plastica, che, come le immagini, sono irriducibili al pensiero concettuale perché situate a un livello anteriore, più primitivo, di elaborazione cognitiva.

Dal punto di vista filogenetico, la cognizione visiva è la più antica ed è prelinguistica: la nostra capacità di riconoscere le facce non è linguistica. Essa è quella che più ci accomuna agli altri animali, in particolare, quella più legata alle emozioni: le tecniche mnemoniche già note ai Romani e ai Greci si basavano sull’associazione con immagini emotivamente cariche. Il linguaggio concettuale superiore si è poi sviluppato passando presumibilmente per le fasi descritte da Vygotskij, dove compaiono le formazioni psico-linguistiche da lui chiamate ‘complessi’ e ‘pseudoconcetti’, in cui ancora è presente un forte contenuto iconico, da cui bisogna poi liberarsi per accedere al pensiero concettuale. Bisognerebbe sottoporre a verifica l’ipotesi che in questo contesto la ontogenesi ricapitoli la filogenesi, esaminando entrambe alla luce di questa ipotesi; a me sembra che regga, in prima approssimazione, anche in uno scenario che contempli la possibilità di regressioni. A proposito di regressioni, Lucio Russo (1997) ha osservato che, circa tre secoli dopo Archimede, Plinio il vecchio non era in grado di comprendere il tentativo archimedeo, di spiegare la forma esagonale delle celle d'api, in termini di ottimizzazione del rapporto tra volume e cera usata per le pareti, e spiegava quella forma esagonale col fatto che ... le api hanno sei zampe. Ci sono voluti secoli per riscoprire la scienza perduta. Temo che, con questa nuova civiltà dell'immagine, sia stata messo in opera un immenso esperimento in corpore vili, che potrebbe sommergere tutti. Non sottoscrivo l’evidente progetto politico di chi vuole degradare la formazione delle giovani generazioni (per poter evidentemente rinsaldare la struttura di potere che governa il mondo: la distruzione della scuola pubblica è, evidentemente, una parte cruciale di questo progetto), ma bisogna chiedersi questo: chi volesse per ipotesi accettare un progetto così mostruoso (nella speranza di trovarsi dalla parte dei privilegiati), può veramente essere certo che si possano poi educare coloro che dovranno essere capaci di far funzionare un mondo tecnologico basato sulla scienza, cioè sul pensiero concettuale?

C.

Lo psichiatra Tonino Cantelmi ha scritto un libro dal titolo ``L'immaginario prigionerio'' (2009) sul tema in oggetto; un’intervista all'autore, in cui parla delle tesi del libro, si può leggere nel sito:

http://www.toninocantelmi.com/web/article42.html

Un interessante intervento dello stesso autore, che contiene elementi di riflessione sullo stesso tema, si trova nel video:

http://www.toninocantelmi.com/web/modules.php?name=Video_Stream&page=watch&id=4

In particolare, il prof. Cantelmi conferma che in quelli che lui chiama ``nativi digitali'' la funzione simbolica avanzata, che fa da supporto al pensiero concettuale, viene depressa, a favore di quella percettiva, spaziale.

Una frase del prof. Cantelmi mi ha colpito:

``Il cervello di un nativo digitalico è diverso dal cervello di Pier Giorgio Liverani, che ha studiato sui libri e ha simbolizzato''.

Il prof. Cantelmi ha anche parlato di ``mutazione antropologica''.

D.

Da un servizio di Enrico Franceschini, pubblicato su Repubblica il 16 ottobre 2009:

‘‘I genitori hanno abbandonato o diminuito una vecchia abitudine: leggere o raccontare una favola ai figli per farli addormentare. E il risultato è che i bambini imparano a parlare sempre più tardi. Così sostiene un rapporto del ministero dell'istruzione britannico che fotografa l'alfabetizzazione nel Regno Unito: il fenomeno che balza agli occhi dallo studio è infatti quello, in parte già noto, degli adulti che hanno sempre meno tempo per occuparsi della prole. [...] nuove tecnologie distraggono gli uni e gli altri [...]

Risultato: il numero delle parole che i grandi scambiano con i piccini è in calo costante. Meno fiabe, meno dialogo, uguale apprendimento più lento: all'asilo e perfino alle elementari, in Gran Bretagna, entrano bambini di 5-6 anni con una capacità di comunicazione che sarebbe lecito aspettarsi da un bambino di un anno e mezzo, che ha appena imparato a camminare.’’

Note.

[1] Similmente, come ha osservato Kant, per disegnare un triangolo, sono obbligato a scegliere se farlo isoscele o equilatero o scaleno ecc., mentre il concetto astratto di triangolo li comprende tutti, non può essere compiutamente espresso da una sola figura, e richiede un salto logico concettuale.

[2] Chi conosce o ha conosciuto da vicino la civiltà contadina comprende bene questo punto. Un riferimento antico è dato dalla ospitalità di Eumeo verso un povero mendicante. Un esempio moderno del tema dell’ospite sacro si trova nel film Teorema (1968), di P.P. Pasolini.

Fonti.

Antonio R. Damasio (1995)

http://www.adelphi.it/libro/9788845911811

Lucio Russo (1997)

http://www.feltrinellieditore.it/opera/opera/la-rivoluzione-dimenticata/

Tonino Cantelmi (2009)

https://www.amazon.it/Limmaginario-prigioniero-creativo-responsabile-tecnologie/dp/8804586966

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Fausto di Biase 19 ottobre, 2016 18:10

Gentile @mikez73, l’ipotesi è che la parola ‘complotto’ e i suoi derivati siano funzionalmente affini alle parole elencate da Porksen, anche se non compaiono tra quelle.

Anche io rimasi colpito da quella citazione di Tocqueville, contenuta nel testo citato.

Osservo che, se le mie ipotesi di lavoro sono corrette, allora ‘‘le parole astratte che riempiono le lingue democratiche’’, di cui alla citazione, non sono, nonostante le apparenze, un veicolo per la manipolazione del pensiero concettuale (magari!) ma rappresentano invece proprio quelle formazioni psico-linguistiche, funzionalmente iconiche, che Vygotskij chiama ‘complessi’ e ‘pseudoconcetti’, che sono anteriori al pensiero concettuale.

Qui ‘‘funzionalmente iconico’’ significa che si sottrae, proprio come una immagine, allo spazio del ragionamento concettuale, in cui sono possibili e vivono analisi e sintesi, ipotesi e tesi, il legame tra le cause e gli effetti, la ragione e la Storia, per non dire il tempo, l’anima individuale, e la speranza, ma tende a isolarsi nello spazio isolato e sacro della teofania, inaccessibile al ragionamento, dove non puoi fare domande, ma solo accettare la misteriosa partecipazione di quella parola a tutta una serie di vaghe idee e non meglio definiti ideali. Esempio: ‘‘riforma’’ è una parola astratta, che si potrebbe usare onestamente per quello che è, ma oggi è usata funzionalmente come uno ‘‘pseudoconcetto’’ cioè in sostanza un ‘‘complesso’’, nella terminologia di Vygotskij, e quindi partecipa misteriosamente di tutta una serie di cose buone e giuste, quale che sia il contenuto reale della riforma proposta (che non viene neanche più analizzato, essendosi peraltro perdute le capacità analitiche). Si osservi a questo proposito che un’immagine rappresenta, genericamente, il luogo per eccellenza dove si manifesta l’unità delle parti, e proprio per questo veicola meglio di qualsiasi altra forma il fenomeno psicologico della ‘‘partecipazione’’, già descritto. Ad esempio, di fronte all’immagine di una montagna, la separazione tra la sua vetta e la sua base è completamente estranea all’immagine stessa, e alla realtà che rappresenta, perché la vetta intanto esiste in quanto esiste la sua base: tale separazione appartiene al pensiero concettuale, non a quello che lo precede nella ontogenesi descritta da Vygotskij.

Utile è a questo proposito leggere ciò che scrive Vygotskij sul fatto che a una certa età il bambino padroneggia il pensiero per ''pseudoconcetti'' ma non quello concettuale, anche se in apparenza sembrerebbe il contrario, visto che gli adulti e i bambini riescono a parlarsi tra di loro.

Osservo che la prima traduzione integrale italiana del libro di Vygotskij è quella del 1990 (Editori Laterza), che voglio quindi raccomandarLe, qualora Lei volesse leggerlo di persona.

Intanto vorrei attirare la Sua attenzione su questo brano del nostro Autore (loc. cit.).

‘‘Pensiamo che bisogna distinguere tra due tipi di analisi applicata in psicologia. Lo studio di qualsiasi formazione psichica richiede necessariamente un’analisi.

Questa analisi può però avere due forme principali differenti, delle quali l’una, come noi pensiamo, è la causa di tutti gli insuccessi che hanno colpito i ricercatori che hanno cercato di risolvere questo problema vecchissimo, e l’altra è l’unico punto sicuro di partenza per fare il primo passo verso la sua soluzione. Il primo metodo di analisi psicologia può essere definito come quello della decomposizione degli insiemi psicologici complessi in elementi. Può essere paragonato all’analisi chimica dell’acqua, la quale decompone quest’ultima in idrogeno e ossigeno. Questa analisi è caratterizzata soprattutto dal fatto che ne risultano dei prodotti estranei a tutta l’analisi, elementi che non hanno più le proprietà specifiche dell’insieme in quanto tale e possiedono tutta una serie di nuove proprietà che l’insieme non aveva mai potuto avere. A quel ricercatore che, desiderando risolvere il problema del pensiero e del linguaggio, lo scompone in linguaggio e pensiero, accade proprio quello che accadrebbe a qualsiasi individuo che nella ricerca di una spiegazione scientifica di una qualche proprietà dell’acqua, ad esempio perché l’acqua spegne il fuoco o perché all’acqua si applica la legge di Archimede, ricorresse alla decomposizione dell’acqua in idrogeno e ossigeno come mezzo di spiegazione di queste proprietà. Verrebbe a sapere con sorpresa che lo stesso idrogeno brucia e che l’ossigeno mantiene la combustione, e non arriverebbe mai, sulla base delle proprietà di questi elementi, a spiegare le proprietà proprie del tutto. […] Per di più, un’analisi del genere, impiegata in modo non sistematico in psicologia, porta ad errori profondi, ignorando il momento dell’unità e della totalità del processo in esame, e sostituendo ai rapporti interni di unità i rapporti meccanici esterni dei due processi eterogenei ed estranei l’uno all’altro.’’

Rispondi

mikez3 20 ottobre, 2016 00:06

@Fausto di Biase,

grazie per la gentile risposta.

Molto probabilmente sono stato un po' ellittico, ovviamente la mia obiezione non riguardava il fatto che "complotto" non rientrasse nella lista di parole stilata da Porksen, quanto l'impressione che il fenomeno linguistico implicato fosse di tipo diverso - nell'uso della parola "riforma", anche solo quale pseudoconcetto, viene coinvolto solo il piano dell'enunciato, non anche quello dell'enunciazione, cioè il piano di chi parla, e da quale posizione (e con quale interesse). Nella definizione di "complotto" non si può prescindere da chi lo definisce tale, come genialmente riassunto da Buffagni qua sotto - "il nostro complotto è un progetto, il progetto degli altri è un complotto".

Quanto a Vygotskij lo conosco molto bene, o meglio avevo letto e studiato tutto quello che era disponibile in italiano fino a un dieci anni fa, anche se sinceramente da allora non l'avevo preso più in mano, benché all'epoca fosse stato una lettura entusiasmante, entusiasmante, una profilassi eterna contro ogni individualismo metodologico (un grande abbraccio a tutti gli economisti neo-classici e microfondati), sono anche molto contento del passo da Lei citato perché era uno dei miei preferiti, e credo rappresenti uno degli aspetti più importanti del lavoro del grande (ebreo) Russo, quel richiamo all'unità e totalità del processo del pensiero e del linguaggio che è spesso o quasi sempre negletta nel resto degli studi psicologici.

Io sono anche d'accordo con quasi tutto quello che Lei dice, con la sua ipotesi di lavoro di fondo, compresa l'angoscia sulla distruzione in atto delle giovani generazioni - ma anche delle vecchie - e sul progetto educativo nefasto che Michéa chiama nel suo libro omonimo "l'insegnamento dell'ignoranza", peraltro ho un figlio di 4 anni tra un mese, già dal logopedista da un pezzo perché diagnosticato con un ritardo del linguaggio (io gli psicominchia li manderei tutti a lavorare in siberia invece che infestare ogni singola istituzione educativa pubblica) e guardo al futuro come a un edificio che si sta sbriciolando - un edificio costruito sulla parola scritta e stampata ma i cui inquilini temo non sapranno più né leggere né scrivere ("Vidi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c'era più…").

Questo è l'unico aspetto che secondo me manca nella Sua ricostruzione: la scrittura, la scrittura alfabetica, la stampa a caratteri mobili, in una parola il "medium" per trasmettere i segni: "tutte le funzioni psichiche superiori sono unite da un tratto comune, quello di essere dei processi mediati, cioè che includono nella loro struttura, come parte centrale ed essenziale di tutto il processo nel suo insieme, l'uso del segno come mezzo fondamentale di direzione e padronanza dei processi psichici."

Questo citato è Vygotskij, che per l'occasione ho ripreso in mano, ma ovviamente quando parlo di medium penso a tutta alla linea di pensiero canadese McLuhan-De Kerckhove, a quella francese legata a Regis Debray ("Vita e morte dell'immagine"), in parte anche a quella filosofica italiana di Carlo Sini - e in particolare a un testo per me capitale che è "Il medium e le pratiche" di Carmine Di Martino - un libro misconosciuto - nel quale si spiega secondo me in modo magistrale l'impatto dell'alfabeto greco, un unicum mai visto prima, nel produrre la grande rivoluzione del pensiero greco, che trasforma in razionalità tutto quello che tocca (diritto, filosofia, astronomia, geometria, e chi più ne ha più ne metta - inventa la moneta, per esempio! o la storia!).

Stesso discorso si può fare per la rivoluzione del pensiero nel '500-'600, Rinascimento, Riforma protestante e Rivoluzione scientifica sarebbero state possibili se non ci fosse stato Gutenberg? Ogni nuovo medium ridefinisce le coordinate spaziali e temporali della società, rimodula il passato, la memoria, il grande archivio dei segni della tradizione - esattamente quello che sta facendo ai giorni nostri il medium elettronico.

Chiudo il pistolotto con una citazione che certo riconoscerà:

"Le differenze sociali e i contrasti di classe impallidiscono dinanzi alla divisione odierna degli uomini in amici e nemici della parola, in agnelli e capri". Osip Mandel'stam.

Rispondi

Fausto di Biase 27 ottobre, 2016 01:15

*

Se posso, vorrei integrare e precisare le cose che ho scritto in precedenti commenti con la seguente

Prima Tesi: Nel sistema cognitivo visivo, le categorie di “vero” e “falso” sono assenti. Le categorie di “vero” e “falso” appartengono a un diverso sistema cognitivo: quello verbale-concettuale.

Note.

0. In questo senso—cioè nel senso della vista—un’immagine è una teofania: rappresenta non il vero, ma molto di più: rappresenta la realtà. Su questo tema, Pasolini (1972) ci ha lasciato pagine suggestive, dove si legge che “il cinema è il linguaggio scritto della realtà”.

1. È vero che possiamo avere dubbi su ciò che vediamo, ma questi dubbi non sono dovuti al sistema cognitivo visivo, ma a quello verbale-concettuale.

1.1. Non a caso, la vista era considerata come il senso più importante anche nella filosofia greca, e poi fino a San Tommaso (“nihil sine phantasmate intelligit anima”) e oltre, fino a Kant escluso (i “phantasmate” di cui parla San Tommaso corrispondono a quella formazione psichica che, secondo la psicofisiologia aristotelica, sono i “phantasmata”, specie di residui mnestici, o simulacri, delle impressioni sensoriali, che diventano autonomi dalle sensazioni e occupano uno spazio intermedio tra "sensazioni" e "intelletto": la “fantasia”; tra tutti questi residui mnestici divenuti autonomi dalla loro origine sensoriale, quelli di origine visiva erano considerati i più importanti, tanto che Aristotele offre un tentativo significativo di etimologia della parola greca “phantasmata”, facendola derivare da “phaos”—luce).

1.2. Non a caso, in certe espressioni verbali, che esprimono sicurezza nella certezza di qualche cosa, è rimasta traccia vistosa di questa supremazia. Si dice non lo vedi? per dire non lo comprendi?

2. I due diversi sistemi cognitivi possono, in qualche modo, collaborare. Ad esempio, quando devo scegliere una parola, potrei fare uso di una parola che veicola una suggestione visiva (epos) o di una parola che esprime contenuti concettuali irriducibili a immagini (logos). Potrei anche cercare una via intermedia, in quella che Borges, nel brano che ho citato, chiama poesia intellettuale (che, non a caso, egli definisce quasi un ossimoro).

2.1. Può anche accadere che una formazione psico-linguistica che appartiene primariamente al sistema cognitivo verbale-concettuale (che è più recente nella filogenesi) venga risucchiata da sistema cognitivo visivo (che è più antico nella filogenesi), perdendo così in buona parte la propria natura. Questo fenomeno si potrebbe spiegare sulla base del fatto che la struttura antropologica umana ricorda quella di una cipolla: gli strati più antichi nella filogenesi non scompaiono, ma coesistono con quelli più moderni—in ciò smentendo in parte una poetessa polacca [A1]. Proprio questa particolare struttura a cipolla rende possibili le regressioni verso stadi più antichi. La degenerazione di cui ho parlato in un commento precedente, e che richiamerò tra poco, sembra essere proprio un esempio esteso di una regressione di questo tipo.

2.2. La tesi ricorda, ad esempio, il brano di Giordano Bruno che ho citato in un altro commento, e ricorda anche il seguente dialogo tra Wilhelm e Jarno, nel libro di Goethe “Gli anni di viaggio di Wilhelm Meister”.

“Tu vuoi sfuggirmi -- disse l’amico --; che cosa c’entra tutto ciò con queste rocce e con queste vette?”. “Ma se io – rispose l’altro -- ti dicessi che ho considerato appunto queste fenditure e questi crepacci come le lettere di un alfabeto, che ho cercato di decifrarle, di comporle in parole, che ho imparato a leggerle, che cosa avresti da obiettare?”. “Oh nulla, ma mi pare un alfabeto un po’ troppo esteso”. “Meno di quel che pensi, basta impararlo come ogni altro alfabeto. La natura ha una scrittura sola, e non ho bisogno di affaticarmi con tanti segni capricciosi. Con la natura non c’è pericolo, che avvenga quel che avviene, quando mi sono occupato a lungo e amorosamente di una vecchia pergamena, che cioè un critico sottile si faccia un po’ avanti e mi assicuri che tutto è soltanto una falsificazione”. Sorridendo l’amico rispose: “Eppure anche qui ci sarà chi contesta le tue interpretazioni”. “Proprio per questo non ne parlo con nessuno e anche con te, appunto perché ti voglio bene, non desidero scambiare e barattare con inganno la cattiva merce delle vuote parole”.

3. Non a caso, il sistema di propaganda in cui siamo immersi [v. Chomsky e Herman (1988)] usa le immagini come supporto primario.

3.1. Basta a tale proposito confrontare un quotidiano odierno con un quotidiano del 1962: il primo è occupato in gran parte da immagini, il secondo da foto o illustrazioni.

3.2. Nei più riusciti esempi di manipolazione del consenso si usano immagini vivide, semplici, chiare, inequivocabili. Esempio: i fatti di Genova del 2001. Quali fatti? Già, il fatto che poi ci siano mille parole (o altre immagini, meno diffuse) che possano smontarle e metterle in dubbio non spaventa i manipolatori, perché quelle mille parole poggiano sul sistema cognitivo verbale-concettuale, che nel frattempo è stato manomesso dalla degenerazione che lo affligge, basata sulla preponderanza delle immagini nel nostro spazio mentale.

*

In un commento precedente ho avanzato un’altra tesi: L’attuale degenerazione dei sistema cognitivo verbale-concettuale si manifesta esplicitamente nella dominanza delle parole-di-plastica (nel senso di U. Pörksen), e di ‘complessi’ e di ‘pseudoconcetti’ (nel senso di L.S. Vygotskij).

Se accettiamo le due tesi, il fatto che, nell’ambito della suddetta degenerazione, le parole abbiano un forte o prevalente contenuto iconico, si potrebbe esprimere dicendo che esse vengono sottratte, in un certo senso, al sistema cognitivo a cui tendenzialmente appartengono in origine (verbale-concettuale), per essere risucchiate dal sistema cognitivo visivo (in cui non esistono le categorie di vero e falso). In questo modo si spiegherebbe la forte presa che le parole ottenute nella suddetta degenerazione hanno sulle coscienze: esse sono state risucchiate nel sistema cognitivo visivo, sono diventate, in un certo senso, immagini, che, in quanto immagini, non possono essere false—perché il vero e il falso appartengono a un altro sistema cognitivo.

Ad esempio, nell’ambito della suddetta degenerazione, l’espressione “fare le riforme” denota “qualcosa” di necessariamente buono e giusto, perché è un “qualcosa” che è stato mutuato dall’ambito cognitivo verbale-concettuale all’ambito cognitivo visivo: nel primo ambito, le parole hanno un significato che deve e può essere analizzato, cioè scomposto, decostruito, precisato, ma una volta che esse sono state risucchiate funzionalmente nel sistema cognitivo visivo—in cui le categorie vero/falso non hanno senso—esse non possono rappresentare il falso, e quindi rappresentano non il vero, ma qualcosa di più: la realtà, proprio come le immagini.

Del resto, ancora Pasolini aveva acutamente e precocemente avvertito che il linguaggio pubblicitario fa perdere al linguaggio verbale la sua espressività naturale, per fissarlo in una “espressività aberrante”, perché

“diviene immediatamente stereotipa, e si fissa in una rigidità che è proprio il contrario della espressività, che è eternamente cangiante, si offre a una interpretazione infinita. La finta espressività dello slogan è così la punta massima della nuova lingua tecnica che sostituisce la lingua umanistica. Essa è il simbolo della vita linguistica del futuro, cioè di un mondo inespressivo, senza particolarismi e diversità di culture, perfettamente omologato e acculturato. Di un mondo che a noi, ultimi depositari di una visione molteplice, magmatica, religiosa e razionale della vita, appare come un mondo di morte.”.

*

A me sembra che la formulazione di ipotesi che profilano un qualche tipo di macchinazione, da parte di un Impero, o di una Struttura di Potere, o della Natura stessa, sia uno degli elementi alla base dell’attività razionale. Sono in buona compagnia: proprio allo scopo di formalizzare questo particolare tipo di operazione mentale, C.S. Peirce ha introdotto il concetto di abduzione, che mi sembra affine a ciò che Guglielmo di Ockham chiamava sillogismo induttivo [v. Bontempelli e Bentivoglio (1992)], nozione che a sua volta ha una lunga storia, che inizia con Aristotele [v. Joyce (1908)]. Per Peirce, come per Ockham, si tratta di un ragionamento tipico della fase di ricerca e scoperta, che possa permetterci di scoprire il filo da disbrogliare che finalmente ci metta nel mezzo di una verità, ma non solo: secondo Peirce, l’abduzione è l’unico metodo concettuale che ci può permette di accedere a nuove verità, che non siano cioè già contenute nelle premesse. I ragionamenti induttivi e deduttivi, secondo Peirce, entrano in gioco solo in un secondo momento. L’abduzione, invece, ci permette di formulare nuove ipotesi esplicative.

Il ragionamento per abduzione sarebbe il seguente.

Idea Generale: ogni Impero (e ogni Struttura di Potere) agisce per preservare se stesso (se stessa) e i suoi interessi, anche con metodi poco leali (come già osservava Kant in ``Per la Pace Perpetua'').

Fatto Particolare: un determinato evento favorisce di fatto gli interessi di un determinato Impero (o Struttura di Potere).

Ipotesi Abduttiva: quel determinato evento è stato voluto o permesso da quell'Impero (o Struttura di Potere).

Naturalmente, si tratta di ipotesi da verificare. Naturalmente, l’ipotesi abduttiva diventa tanto più credibile, quanto più le circostanze concrete del Fatto Particolare sono segnate da incredibili e inspiegabili stranezze. Il punto è che il tipo di ragionamento ha una sua legittima posizione di rilievo nella storia del pensiero, non è qualcosa che si possa legittimamente disprezzare come se fosse il sogno di un visionario.

Del resto, noi oggi sappiamo con certezza che alcuni eventi, apparentemente endogeni, nella vita di alcuni paesi, sono stati in realtà eterodiretti da questo o quell'impero di turno, o da questa o quella struttura di potere. E la cosa non sorprende, visto che gli imperi riservano a quel tipo di attività—le “azioni clandestine”, la propaganda, bianca, grigia, o nera che sia, e la raccolta di informazioni—una quantità di risorse che è coperta dal segreto di stato.

L'arte della eterodirezione non è tanto quella di creare dal nulla dei fenomeni—per poi usarli secondo i propri scopi. Il punto è nel saper sfruttare questo o quel fenomeno al momento giusto (non prima, e non dopo). A questo scopo, la raccolta di informazioni sulla vita (sia privata che professionale) di personalità influenti è un importante strumento, perché, al momento giusto, quelle informazioni possono essere usate per ricattare e mettere fuori gioco qualcuno. Ad esempio, oggi sappiamo che l'FBI di Hoover lo ha fatto per diversi decenni, e che poi il generale De Lorenzo ha adottato lo stesso sistema.

Fonti.

M. Bontempelli e F. Bentivoglio (1992). Il senso dell’essere nelle culture occidentali. Volume primo. Trevisini Editore, Milano.

N. Chomsky e E.S. Herman (1988) Manufacturing Consent: The Political Economy of the Mass Media.

https://www.amazon.com/Manufacturing-Consent-Political-Economy-Media/dp/0375714499

J.W. Goethe. Gli anni di viaggio di Wilhelm Meister, pp. 51-51.

http://www.ibs.it/code/9788876980268/goethe-j--wolfgang/gli-anni-viaggio.html

G.H. Joyce (1908). Principles of Logic. Longmans, pp. 227-228.

P.P. Pasolini (1972). Empirismo Eretico. Garzanti.

http://www.ibs.it/code/9788811675440/pasolini-p--paolo/empirismo-eretico.html

P.P. Pasolini (1975). Scritti Corsari. Garzanti.

L’articolo citato è riprodotto in

http://www.corriere.it/la-lettura/pier-paolo-pasolini/notizie/pasolini-il-folle-slogan-dei-jeans-jesus-17-maggio-1973-032c55d2-71b9-11e5-b015-f1d3b8f071aa.shtml?refresh_ce-cp

Filmati

[A1] https://www.youtube.com/watch?v=KCXmtU3BB18

Rispondi

Mikez73 28 ottobre, 2016 00:15

Gentile @Fausto di Biase,

Anch'io, se posso e fa piacere, continuerei a commentare.

1. Sul punto fondamentale concordo: le parole sono usate ormai come immagini. Proprio in uno dei precedenti post ("i criceti dell'antifascismo") giungevo alle stesse conclusioni, anche se per via sintattica e non semantica, e cioè che il discorso pubblico stava subendo uno sfaldamento progressivo, per cui l'aspetto logico-concettuale è stato ormai quasi del tutto sostituito da uno narrativo-visivo.

2. Non c'è niente da fare, l'immagine è in qualche modo regressiva. Che faccia da supporto alla propaganda però non è solo un dato odierno, penso per esempio al saggio di Zanker, "Augusto e il potere delle immagini (Bollati)" sull'impero romano.

Forse la causa affonda direttamente nel potere che essa già detiene nel regno animale - un potere di fascinazione (la parata sessuale!) e di cattura, e che è perfettamente illustrato dal mito di Medusa e il suo sguardo pietrificante. Roger Caillois scrisse un piccolo libro incredibile, a partire da mantidi religiose e ali di farfalle, sul mimetismo animale e le sue tre funzioni di travestimento/mimetizzazione/intimidazione, titolo ovviamente "L'occhio di Medusa - L'uomo, l'animale, la maschera (R.Cortina)".

3. la Sua prima tesi mi ha fatto pensare immediatamente alle descrizioni dell'inconscio di Freud - come appare nei sogni, ovvero nel regno delle immagini oniriche e del ricordo. Forse è per questo che Bernays è riuscito ad applicare così bene le teorie dello zio nella propaganda moderna, nella pubblicità, e nelle public relations, con il giogo dell'immagine, dando alla nuova schiavitù dei cervelli l'inconfondibile tocco onirico che possiamo ritrovare ancora nel Fogno Europeo e negli slogan che incatenano le molli fibre dei cerebri piddini.

Su altre cose della prima parte sarei meno d'accordo, ci sarebbero precisazioni da fare, per esempio sul nesso verbale/concettuale, ma il tutto eccederebbe oltre che le mie forze e le mie capacità anche lo spazio e il tempo di un blog.

Quanto alla seconda parte, sull'abduzione, c'è da dire che in Italia - e forse è proprio questo il principale contributo italiano agli studi sul complottismo - ne hanno parlato ovviamente Eco, in quanto semiotico, e Ginzburg in quanto storico. Tra l'altro entrambi a partire dai famigerati protocolli dei savi di Sion e ovviamente per distruggerli, cioè pur conoscendo Peirce e avendolo in qualche modo introdotto da noi, hanno lavorato contro l'ipotesi della macchinazione come motore della storia (semplifico). Questo peraltro, insieme al discorso paranoico, rappresenta il secondo bastione che sostiene da noi il discorso pubblico dei dotti sul complottismo.

Ginzburg scrisse il famoso "Spie. Radici di un paradigma indiziario", (che poi Eco mise nel volume collettaneo da lui curato con Sebeok, "Il segno dei tre - Holmes. Dupin, Peirce") e poi ha ripreso il tema, anche dei protocolli, in "Il filo e le tracce - vero falso finto".

Eco credo che ne parli (dell'abduzione) se ben ricordo in "Semiotica e filosofia del linguaggio". Dei protocolli ne parla nell'ultima lezione delle "Sei passeggiate nei boschi narrativi", l'ho ripreso in mano e m'ha lasciato secco, era da tempo che non lo rileggevo. Questo il riassunto che ne fa Eco:

"I Savi Anziani vogliono abolire la libertà di stampa ma incoraggiano il libertinaggio. Criticano il liberalismo, ma sostengono l'idea delle multinazionali capitaliste. Auspicano la rivoluzione in ogni paese, ma per istigare la ribellione delle masse intendono esacerbare la disuguaglianza sociale. Vogliono costruire metropolitane per poter minare le grandi città. Dicono che il fine giustifica i mezzi, e sono in favore dell'antisemitismo, ma per poter controllare gli ebrei più poveri e al tempo stesso impietosire i Gentili di fronte alla tragedia ebraica. Vogliono abolire lo studio dei classici e della storia antica, intendono incoraggiare lo sport e la comunicazione visiva per rimbecillire la classe lavoratrice… E così via."

Debitamente sottolineato da me, ma in epoca pre-internet, quindi non ero fresco come le ultime settimane, di dotte discussioni sulla fine del liceo classico, sulle litanie (a iniziare dalla mie) sulla comunicazione visiva per rimbecillire gli ex-lavoratori, sul terrorismo metropolitano. Dovrò decidermi a leggerlo.

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Fausto di Biase 28 ottobre, 2016 23:52

Gentile @Mikez73, grazie per i Suoi commenti. Devo riflettere sulle cose che Lei dice. Per il momento vorrei dire solo questo: poco dopo la rivelazione ufficiale dell’esistenza di Gladio, Eco pubblicò su L’Espresso uno dei suoi brevi articoli dedicati a Minerva, in cui si smarcava con un trucco retorico a buon mercato. Da allora ho smesso di nutrire stima per lui. Ma come? Durante gli anni Settanta, mentre ogni tanto scoppiava una bomba in piazza o in banca o in treno, non trovavi pace nisi in angulo cum libro (troppo brutto quel mondo lì fuori, non si può capire), e poi, quando vengono resi ufficiali alcuni elementi che potevano farlo capire, quel mondo, scrivi un intero libro a forma di non so quale pendolo per ridicolizzare chi cerca di capirlo?

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mikez73 01 novembre, 2016 16:21

Gentile @Fausto di Biase,

Uh guardi, su Eco con me sfonda una porta aperta, m'è sempre stato sulle palle, e tanto più mi stava sulle palle quanto più il divertimento nel leggere le sue cose "tecniche", parlasse di specchi, bibliofilia o filosofia del linguaggio, subiva un prolasso quando si trattava di applicare tanta intelligenza alle cose di "oggi", alla politica, alla società, le sue bustine di Minerva spandevano un tale intollerabile perbenismo e conformismo de' sinistra... - ma mooolto alla moda, com'è d'uso del pensiero di sinistra, cioè sempre aggiornato all'ultima collezione di pensierini autunno-inverno ("firmiamo gli appelli contro il porco assassino!") o primavera-estate ("oh oh, mi è semblato di vedele un Bellusconi!").

Insomma, il campione dell'intellettuale piddino, che lo leggi e ti fa sentire tanto intelligente, nonché l'ennesima dimostrazione che "si può sapere tutto e non capire niente".

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Fausto di Biase 18 ottobre, 2016 22:55

Sulla ''civiltà occidentale'' segnalo

il libro di Massimo Bontempelli e Marino Badiale

Civiltà occidentale. Un’apologia contro la barbarie che viene. Il Canneto (2009).

Un complotto di enorme impatto viene descritto nella memoria Sugar Industry and Coronary Heart Disease Research. A Historical Analysis of Internal Industry Documents di Cristin E. Kearns, Laura A. Schmidt, e Stanton A. Glantz,

, JAMA Internal Medicine, Settembre 2016

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Alessandro 18 ottobre, 2016 22:36

Caro Pedante,

questa pedanteria mi ha dato l'opportunitá di rileggere alcune parti de "La Fabbrica del Falso", di Vladimiro Giacché. Un testo che ritengo illuminante.

Anche Giacché riesce, con estrema bravura, a riportarci il significato etimologico di alcune parole come totalitarismo, terrorismo, comunismo e l'uso criminale che poi ne é stato fatto nel corso del tempo. Un po' come il termine "complotto" da lei sviscerato.

Lo stesso Giacché fa riferimento ai fatti dell'undici settembre (che anche lei ha menzionato) e in merito a questa questione ci sarebbero molte domande a cui non sono state date risposte, per cosí dire, convincenti.

https://www.youtube.com/watch?v=5SUi0lSly3o

Grazie ancora.

PS. mi scuso per gli accenti, ma é una lunga storia... questione di tastiere.

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Lello 18 ottobre, 2016 19:02

Come al solito un'anasi precisa, rigorosa e ineccepibile da me molto gradita è apprezzata perché finalmente mi mette nella condizione di rispondere adeguatame a quanti (e sono molti) che mi accusano di complottismo ogniqualvolta apro la bocca quando si parla di politica.

Grazie

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Marcus 18 ottobre, 2016 13:20

Bella riflessione.

As usual, my dear Pedante.

Aggiungo un piccolo e personale spunto: la lotta dell'anticomplottismo a-scientifico ricorda molto la distinzione tra diversi tipi di "credenze" che già aveva elencato nei sui scritti Charles Sanders Peirce.

Uno dei problemi - penso alla scienza economica - è appunto che la stessa comunità scientifica sembra spesso aver abdicato alla propria funzione di manutentrice della "verità", propugnando interpretazioni antiscientifiche ed antisociali che sembrano proprio strumentali alla creazione di uno spauracchio complottaro dal quale "difendere" l'ingnaro/avo popolino.

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Raul Schenardi 18 ottobre, 2016 11:01

I Post del Pedante hanno sempre il merito di inquadrare da un punto di vista teorico intuizioni e suggestioni che mi passano per la testa. Vorrei portare un esempio di stretta attualità a proposito dell'assegnazione del Nobel a Dylan (e a Fo). Mi è arrivata fra capo e collo l'accusa di "complottismo" perché ho "rivelato" un dato empirico che tutti dovrebbero conoscere (e comunque facilmente verificabile): che è la massoneria (di rito svedese, per essere precisi) ad assegnare il premio. Ma ormai scatta un'associazione automatica: se parli a qualsiasi titolo (peraltro senza esprimere giudizi di merito) di massoneria, finisci nell'inferno dei complottisti. A maggior ragione se non puoi vantare titoli che ti rendano automaticamente un'autorità in materia.

Per comodità copio/incollo alcuni miei interventi sul blog di Loredana Lipperini, in relazione a due post della stessa (rispettivamente dedicati aFo e Dylan). Chi volesse leggere i post di Liipperini e la discussione che ne è seguita può farlo qui: http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/

Ecco quanto ho scritto meritandomi l'epiteto di "complottista":

Facciamoci qualche domanda: chi sono i fantomatici accademici svedesi che assegnano il Nobel? Chi lo consegna nelle mani del premiato di turno? Alla seconda domanda è facile rispondere: il re di Svezia. Il quale, incidentalmente, è anche Gran Maestro del rito massonico svedese (che comprende, oltre alla Svezia, Danimarca, Islanda e Norvegia – dove assegnano il vituperato Nobel per la Pace) Più difficile rispondere alla prima domanda: qualcuno sa dire quanti sono oggi i membri e i loro nomi? Di sicuro si sa che il segretario del Comité è nominato (a vita) dal re, che sono tutti svedesi e che vengono cooptati (non eletti, nominati) dall'alto. Sul risultato delle votazioni si stende un silenzio di 50 anni; in pratica, quando sono tutti morti, premiati e giudici.

Che discrezione... che sublime riservatezza... Per soddisfare le esigenze di trasparenza e di democraticità, si istituisce il rito delle proposte di nomina dei premiandi, che possono venire da istituzioni grandi e minuscole, gruppi di aficionados, ecc. Un po' come le letterine dei fanciulli a Babbo Natale.

O qualcuno immagina che le migliaia di segnalazioni che arrivano ogni anno siano compulsate attentamente dal Comité?

Allora, se dico che il premio Nobel viene assegnato dai massoni svedesi mi merito l'epiteto di "complottista"?

Postato Sunday, 16 October 2016 alle 10:24 am da Raul Schenardi

È ancora "inspiegabile" il premio a Dario Fo nel 1997 e a Saramago l'anno successivo? No, i protestanti svedesi (il rito svedese prevede che tutti i membri siano cristiani, in barba alle pretese ecumeniche della massoneria ufficiale) hanno premiato due scrittori dichiaratamente atei e sedicenti comunisti di due paesi cattolici (papisti) nel momento in cui Woityla teneva le sue adunate oceaniche. È ancora la guerra tra Riforma e Controriforma...(Incidentalmente, si venne incontro alla casa editrice Einaudi, che pubblicava entrambi gli autori.)

Sul premio a Dylan l'ha azzeccata (per una volta in vita sua) Tony Negri: è un assist alla Clinton contro Trump, oltre che un bel restyling d'immagine per ingraziarsi le simpatie di vecchi sessantottini e giovani indignados.

O qualcuno si immagina che le scelte del Comité non abbiano quasi sempre motivazioni di ordine politico in senso lato?

Postato Sunday, 16 October 2016 alle 11:08 am da Raul Schenardi

Non fu solo Ungaretti a lamentarsi del Nobel a Quasimodo, dato che era evidentemente un poeta minore rispetto a Montale (che dovette attendere quasi vent'anni per riceverlo a sua volta) C'entra forse qualcosa il fatto che Quasimodo fosse iscritto alla massoneria? (Come pure Carducci e pare anche Pirandello?)

Postato Sunday, 16 October 2016 alle 11:13 am da Raul Schenardi

Oggi la risposta di Lipperini:

Raul Schenardi, è così. E' un complotto pluto-massonico degli Illuminati! Come non capirlo?

Postato Monday, 17 October 2016 alle 12:11 pm da lalipperini

Ed ecco il mio ultimo commento, in questo momento in attesa di approvazione:

A proposito delle accuse di "complottismo" si può leggere con profitto un post de Il Pedante: http://ilpedante.org/post/gombloddoh

Mi sono limitato a riferire dei dati empirici che nessuno può contestare, e a suggerire un'interpretazione che forse bisognerebbe criticare o respingere nel merito (sui criteri dell'assegnazione). Certo, è più facile (ma a volte difficilissimo) sostenere che i criteri siano quelli della "qualità letteraria" o dei "valori ideali". Potrei citare parecchi casi in cui la "qualità letteraria" stenta a emergere, ma mi basta l'esempio di Fo, e non posso che condividere il giudizio espresso a suo tempo da Alfonso Berardinelli e riportato da Lipperini: "Questo Nobel è il sintomo estremo della cattiva conoscenza che all'estero hanno della letteratura italiana del Novecento. A me Dario Fo non piace neanche come attore. Ma come scrittore è improponibile. Le sue opere le ho viste a teatro, ma non ho mai sentito il bisogno di leggerle, cosa che non mi succede con Shakespeare, ovviamente, ma neanche con Ionesco o Beckett. I suoi non sono testi". Spiace che ancor oggi Marino Sinibaldi ritenga che: "Solo per stupido pregiudizio qualcuno ha contestato il premio Nobel per la letteratura che gli fu assegnato nel 1997" (Lo ha scritto su Internazionale). Non credo di essere stupido e neanche di nutrire troppi pregiudizi, ma forse non ho capito che di fronte alla dittatura del pensiero unico non è più permesso dissentire nemmeno su un giudizio estetico. Come minimo si rischia di passare per matti. Un po' come nell'Urss, dove i dissenzienti finivano davvero in manicomio.

Nel 1997 due membri della commissione diedero le dimissioni denunciando le intromissioni della massoneria nell'assegnazione del premio, e, en passant, l'esistenza di una loggia "C", dove la "C" stava per "Comunicazione", la cui mission consisteva nell'infiltrare case editrici, media e stampa, per pilotare informazione e disinformazione. Perciò, se nessun giornalista vi ha mai rivelato il segreto di Pulcinella – è la massoneria ad assegnare il premio – non stupitevi più di tanto. Degli accademici svedesi si può dire che sono dei "mattacchioni", o "che cosa si sono bevuti quest'anno" ecc, ma non quello che tutti dovrebbero sapere e possono agevolmente verificare, e cioè che sono massoni.

Quando fu assegnato il premio a Quasimodo, tutti sapevano che era un poeta decisamente inferiore a Ungaretti e Montale. Quasimodo però aveva un vantaggio: era massone (così come Carducci e a quanto pare pure Pirandello). Ma se porto questo altro dato empirico e facilmente verificabile sono recidivo nel mio "complottismo", immagino...

Postato Tuesday, 18 October 2016 alle 9:44 am da Raul Schenardi

Ringrazio il Pedante per l'attenzione e soprattutto per quello che fa con questo blog

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Raul Schenardi 18 ottobre, 2016 11:54

Devo correggermi su un punto: ho appena trovato su un sito internet l'elenco dei membri attuali del Comité:

https://it.wikipedia.org/wiki/Accademia_svedese

Risulta che sono 18, ma Kerstin Ekman è "inattiva" dal 1989, quando rassegnò le dimissioni per protestare contro la mancata solidarietà a Salman Rushdie. Dei 17 rimasti, ben 4 sono stati nominati direttamente dal re.

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Il Pedante 18 ottobre, 2016 12:44

Gentile @Raul Schenardi, non posso aiutarLa sul caso dell'Accademia di Svezia perché tutto ciò che so lo ho appreso leggendo la Sua risposta. È però importante, più in generale, il punto riguardante le lobby e i gruppi di interesse dei quali, pur esistendo, è d'obbligo negare gli interessi a pena di passare per complottisti. Ma allora perché esistono?

Ecco un altro caso di sospensione della razionalità: bisogna credere che se sindacati, partiti, associazioni di categoria e circoli sportivi fanno gli interessi dei loro membri, le logge massoniche no. Perché? Perché sennò sei irrazionale.

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roberto buffagni 19 ottobre, 2016 08:34

Gentile @Il Pedante,

il nostro complotto è un progetto, il progetto degli altri è un complotto.

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Edoardo R 17 ottobre, 2016 23:46

Poiché sono a oggi ho molto condiviso quello che ha scritto, mi permetto di intervenire per la prima volta dissentendo.

In molti abbiamo sempre pensato che chi è contro il pensiero dominante viene fatto passare per pazzo. Ma qui lei ci affascina senza convincerci. Il ragionamento è retoricamente fine (in ciò lei è maestro), ma circolare: siccome non c'è prova scientifica che fondi il pensiero "complottista", nemmeno ne esita una alla base del pensiero "dominante". La conseguenza dovrebbe essere che entrambi sono fallaci. E, invece, qui ci dice che il complotto ci darebbe un indizio della scarsa credibilità del potere, mente il pensiero dominante sarebbe più discutibile perché spalleggiato dal potere (rispetto a quello complottista, che sarebbe un pensiero solitario coraggioso, ma debole). che dobbiamo concludere, quindi? Forse che mal comune mezzo gaudio, perché né il potere né il complotto possono ambire a trasmettere la verità.

O che è meglio seguire il complotto per avvicinarsi alla verità? Ma la conseguenza quale sarebbe? Che tutti dicano quello che vogliono senza tema di smentita, tanto i dati ufficiali non MAI credibili? Sembra di sì, ma anche Lei, Pedante, non ci crede fino in fondo perché per sostenere che i greci sono stati privati della salute pubblica cita una fonte, porta dei dati, perché in definitiva tutti vogliamo conoscere la fonte di un'informazione. Tutti tranne i consumatori di Maria De Filippi. Se così non fosse non avremmo avuto l'insegnamento di San Tommaso (se non vedo non credo) e non avremmo inventato le note a pie' di pagina. Quindi ci vuole un supporto. Per questo il complottismo -se non si evolve in analisi di un problema e proposta di una soluzione- sarà sempre un pensiero di serie b. Anche quando la vede lunga (perché a vederla lunga, a volte, ci si azzecca; ma altre volte no: e chi paga per il tempo perso?)

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Il Pedante 18 ottobre, 2016 01:16

Temo di non avere scritto ciò che Lei mi attribuisce. La verità scientifica ha le sue leggi (non è relativa), che però non includono l'ufficialità della fonte. Mi è parso anzi di averlo scritto e ripetuto.

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Ahombeh 17 ottobre, 2016 23:15

Ma come "il filosofo Gilberto Corbellini"! Volete dire "il Grande, Famosissimo, filosofo Gilberto Corbellini!"

Pensate che è cosi importante e da così tanto tempo che da lui deriva il termine italiano (e non da ora) "corbelleria".

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Pietro Paolo 17 ottobre, 2016 21:39

Se sostituiamo "idea deviata" a "tratto somatico" queste corbellinerie eco compatibili non sono altro che teorie lombrosiane applicate alle idee. Niente di nuovo sotto il sole del verbo dominante. Tecniche vecchie eppure sempre funzionanti.

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tiberio 17 ottobre, 2016 21:37

Ghi scrive questo "Ogni tratto fenotipico si esprime in una popolazione a livelli più o meno spiccati, per cui le persone possono essere più o meno appagate dal credere in teorie complottiste" non conosce le basi della Biologia; infatti il nostro corredo genotipico esprime un fenotipo individuale ( colore degli occhi, tratti somatici,,,,,), ma tra l'espressione fenotipica e le teorie complottiste , che riguardano il pensiero umano conscio ed inconscio , non c'è alcuna relazione; il tizio ricorda quei santoni del cervello, che da un'immagine di risonanza magnatica nucleare funzionale cristallizata sul monitor di un PC pensano di scorgere il pensiero umano e il funzionamento cerebrale ,ma non sono in grado di dimostrarlo scientificamente; come sempre la madre dei Cretini è sempre incinta.

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roberto buffagni 17 ottobre, 2016 20:02

Che cos'è il "determinismo-narrativista"? E' una categoria interpretativa che si deve a Philippe Grasset, notevole analista della politica e della storia contemporanea. Ne parla in questo video (in francese). Come vedrete, c'entra parecchio con il tema di questo articolo.

"Il s’agit de l’idée que la création de réalités totalement fabriquées, – ce que nous nommons narrative, – entraîne dans une logique qui devient bientôt un “déterminisme“, obligeant à poursuivre la description d’une réalité qui n’existe pas, jusqu’à des positions absurdes. Cela conduit évidemment à une complète rupture de contacts, de dialogue, etc., entre des adversaires et des concurrents sur un théâtre donné, dans une période donnée, etc. ; l’un et l’autre se trouvent, littéralement, dans deux univers différents, sans liens, sans référence commune.

http://www.dedefensa.org/article/video-06-le-determinisme-narrativiste

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Davide 17 ottobre, 2016 19:02

C'è un refuso alla seconda riga: Gli studi condotti a partire dalla classico lavoro di Lipset e Raab ("dalla classico" dovrebbe essere "dal classico").

Per il resto grazie, come sempre.

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Bombadillo 17 ottobre, 2016 18:54

Carissimi,

incuriosito dall'inconsueto livello -perfino per i tempi confusi in cui viviamo- di sconclusionatezza delle argomentazioni di questo Corbellini, l'ho "googlato".

Ha una sua pagina su Wikipedia, dalla quale risulta essere, per la precisione, uno storico della medicina, e non un filosofo (ma non dimentichiamoci che Oscar è un'economista, per cui..).

Ciò che maggiormente lo connota, tuttavia, è l'essere un darwinista convinto, tanto che ha fondato e diretto la rivista di cultura scientifica (qualsiasi cosa ciò significhi) Darwin, finanziata dalla Fondazione Veronesi.

Dico, Veronesi.

Ma allora di che parliamo?

Il Darwinismo è la pseudoscienza per eccellenza, affermatasi solo per ragioni politiche, tanto che, per poterla riconoscere come teoria scientifica, si è dovuto addirittura mutarne il concetto, accontentandosi del fatto che offrisse una spiegazione del passato, senza pretendere -as usual - che allo stesso tempo fornisse previsioni per il futuro (cfr. Cohen, La rivoluzione nella scienza).

Nonostante queste sue "basse pretese", che ne escludevano una falsificazione sperimentale, il darwinismo è stato falsificato dall'esistenza, in natura, di organi connotati da complessità irriducibile (che, ad es., con meno di 5 "pezzi" non funzionano) e da organi che possono sì svilupparsi progressivamente, ma caratterizzati da posizioni intermedie inefficienti, o comunque non più efficienti di quella di partenza, che quindi escludono che alla posizione di arrivo (più efficiente) si sia arrivati progressivamente.

Ma il darwinismo resiste come teoria scientifica solo perché la politica del mondo moderno si basa su esso.

Si spiegano così le stravaganti affermazioni di Corbellini sui cavernicoli dediti ai complotti.

Sì, i cavernicoli.

Allora aveva senso essere complottisti, nella preistoria. Succube del suo pregiudizio darwinista, infatti, Corbellini pone il culmine della frequenza de complotti agli albori dell'umanità, per poi scemare gradualmente, fino ad estinguersi nell'epoca moderna.

Ma ve li immaginate i cavernicoli, quelli sì alle prese con la durezza del vivere, tutti intenti, non ad accendere un fuoco o a cacciare per sopravvivere, ma ad ordire raffinati complotti?

Qui siamo alla comicità involontaria, quindi lasciamo perdere Corbellini, e passiamo oltre.

Due cose.

La prima. La battuta di Alex mi spinge a ricordare che complotto è solo un sinonimo per congiura, cospirazione. In questo non posso non notare un rovesciamento.

Storicamente, cioè, i complotti erano orditi da coloro i quali NON avevano il potere, e tessevano una trama segreta -ché, se fosse stata svelata, i detentori del potere li avrebbero uccisi- per ribaltare la situazione in loro favore, rovesciando il sovrano.

Complottisti, quindi -nel senso di timorosi di complotti, cioè congiure, in realtà inesistenti-, potevano essere, e alle volte lo erano, solo i sovrani, che infatti ogni tanto facevano fuori persone a loro anche vicine, per timore -magari infondato- che stessero ordendo un complotto ai loro danni.

Un possibile restauratore dell'impero romano morì proprio così: un suo servo che temeva una giusta punizione, per scamparla, fece trapelare la voce che alcuni generali stavano complottando contro di lui, così ai quei generali non restò altro da fare che uccidere davvero l'imperatore, prima di essere uccisi (insomma, furono costretti al complotto).

Oggi, invece, si pretende di chiamare complotti quelli che dovrebbero essere orditi da chi ha il potere, ai danni di chi non lo ha: e quindi i complottisti sarebbero gli impotenti che temono (irrazionalmente) che i potenti li opprimano (segretamente? e perché segretamente, se sono potenti?).

Solo che c'è un però.

Il complotto, per definizione, è teso al sovvertimento degli equilibri di potere.

Dunque, pensare a un complotto da parte dei potenti nei confronti degli impotenti è follia.

Oggigiorno, non c'è alcun complotto.

E' tutto alla luce del sole.

I potenti non hanno bisogno di nascondersi dagli impotenti, e infatti non lo fanno.

Agiscono alla luce del sole, mentre l'unica cosa che fanno, ma perché lo hanno sempre fatto, è quella di tentare di giustificare le proprie azioni omicide con "argomenti del menga" o, più banalmente, con fatti falsi.

Così arriviamo alla seconda cosa.

Un lupo e un agnello, siti compulsi, vanno allo stesso ruscello.

Superior stabat lupus, longeque inferior agnus (sì, perché la storia è sempre quella).

Perché mi intorbidisci l'acqua?

Laniger contra timens:

Come posso intorpidire l'acqua che scorre dalle tue labbra alle mie?

E il lupo di contro, "repulsus veritatis viribus", cambia strategia e si inventa una panzana.

Sei mesi fa hai parlato male di me.

Ma come? Sei mesi fa ancora non ero nato.

Vabbè, se non sei stato tu, è stato tuo padre.

E se lo magna.

Capite? Il lupo si mangia l'agnello alla luce del sole, perché è lui il più forte e non ha bisogno di complottare e nascondersi. E tuttavia, per mantenere le apparenze, vuole a tutti i costi far apparire la sua azione iniqua come un atto di giustizia.

I potenti di oggi fanno lo stesso, agiscono alla luce del sole, non complottano, solo che ci aggiungono una storiella falsa, che rileva, tuttavia, solo a livello di MOTIVAZIONI.

Ciò che è celato, cioè -almeno per chi non vuol vedere-, sono le reali motivazioni, e le azioni sono alla luce del sole; mentre ciò che è celato nei complotti sono proprio le azioni.

Per questo, quando sono i potenti a porli in essere, non si può parlare di complotti, e dunque neppure di complottisti, per quei soggetti impotenti che, eventualmente, ne credono esistenti alcuni che, in realtà non lo sono. In realtà gli odierni complottisti, e che quindi tali NON possono essere definiti, sono solo coloro i quali revocano in dubbio la giustificazione ufficiale di una determinata azione compiuta alla luce del sole.

Insomma, l'agnello che, passando dal fiume, dicesse: io non ci credo che il padre dell'agnello mangiato dal lupo, sei mesi fa, aveva parlato male di lui.

Stai zitto tu, complottista, gli risponderebbe l'odierno caprone (giornalista e/o opinionista), pagato dal lupo per credere, e far credere, alle sue motivazioni.

Del resto, si sono mai trovate le armi di distruzione di massa in Iraq?

Oppure, si è mai capito in che modo la UEM assicura la pace e la giustizia tra le Nazioni? Perché è a quello che serve, no? Altrimenti l'adesione, con relativa limitazione (o forse cessione?) di sovranità sarebbe incostituzionale, per violazione dell'art. 11 Cost.

Haec propter illos scripta est homines fabula qui fictis causis innocentes opprimunt.

Tom Bombadillo

Rispondi

Il Pedante 17 ottobre, 2016 19:40

È tutto verissimo. Il complotto moderno non è che l'orpello lessicale per patologizzare il dissenso. E probabilmente l'unico suo aspetto accostabile alla congiura è la percezione (sbagliata, perché le si attribuisce dolo e non stupidità) di un'informazione che copre i reali moventi del dominus.

Rispondi

Ippolito Grimaldi 17 ottobre, 2016 21:27

Gentile @Bombadillo,

il Darwinismo è la degenerazione strumentale della teoria dell' evoluzione di Darwin; spiace constatare come a distanza di secoli i Corbellini di ogni fazione abbiano difficoltà a comprendere, non dico cosa sia una teoria scientifica, ma anche solo le intuizioni del buon Charles.

Rispondi

dottor Zivalo 17 ottobre, 2016 22:37

Gentile @Bombadillo,

la sua feroce critica del Darwinismo mi spinge a chiederle se lei è un sostenitore del creazionismo.

La ringrazio anticipatamente della sua eventuale gentile risposta.

Rispondi

Elu ei 17 ottobre, 2016 22:40

Gentile @Bombadillo,

non sono un biologo quindi non posso che limitarmi a mostrare che l'evoluzionismo è una teoria logicamente sensata per noi profani, che a quanto mi risulta spiega il passato (come i fossili) ma predice anche il futuro, come le resistenze crescenti di batteri, insetti, erbe infestanti ai nostri ritrovati chimici e il loro rapido adattamento - osservabile - al cambiare delle condizioni ambientali. Al contrario mi è assolutamente oscuro il motivo "politico" per cui si sarebbe dovuta "spingere" la teoria darwiniana: specie da quando il dominio dell'uomo sull'uomo non è più giustificato con la religione - che, sia detto en passant, l'evoluzionismo non può contrastare - ma con l'economia.

Oramai metto tutto in questione, ma i fossili sono ben difficili da negare.

Rispondi

Bombadillo 18 ottobre, 2016 19:24

Carissimi,

tento di rispondere a tutti.

@Pedante, e non lo so mica se sono in colpa o in dolo eventuale. Vabbè, magari la decisione contro il bene giuridico (la verità o perfino la ragionevolezza delle notizie) manca, ma c'è un'accettazione del rischio di diffondere menzogne, perché è tanto comodo e remunerativo accodarsi, cullarsi e non revocare in dubbio la versione ufficiale. Diciamo una forma particolarmente intensa di colpa grave.

@Ippolito Grimaldi, l'intuizione di Darwin sul c.d. micro-evoluzionismo è un conto, la panzana, prima mai dimostrata, e poi ampiamente falsificata, e che tuttavia resiste solo per ragioni politico-ideologiche, del c.d. macro-evoluzionismo, e un'altra.

@dottor Zivalo, io non sono creazionista, sono cattolico, che è cosa affatto diversa. Tipo, hai presente Wojtyla, Ratzinger e Bergolgio, no? Benissimo, allora sai come NON è un cattolico.

Non vorrei che ci sia una confusione di piani, tuttavia, perché, per me, il punto non è religioso, ma politico. Io, cioè, non critico "ferocemente" il darwinismo in quanto cattolico, ma in quanto "ferocemente" contrario alle pseudo-verità in genere, e, tanto più, a quelle propinate a scuola, sempre per motivi politici (lo so, sono complottista): dalla favola pseudo-storica risorgimentale a quella pseudo-scientifica dell'evoluzionismo inter-specie.

@Elu Ei, i tuoi esempi sono legati, appunto, al c.d. micro-evoluzionismo, cioè all'evoluzionismo intra-specie, mentre la mia critica è rivolta al c.d. macro-evoluzionismo, inter-specie, il quale, per altro, non si è mai azzardato a formulare alcuna previsione (cosa riserverà il futuro al nostro pianeta? scimmie con le ali? serpenti parlanti? gatti con gli stivali?.. il macro-evoluzionismo non lo sa), ma che, "in compenso", è stato ampiamente falsificato da più di una disciplina scientifica.

Lo so che non sei un biologo, ma, se il tema ti interessa, un primo punto di partenza potrebbe essere l'articolo di....un biologo

Alessandro Giuliani,

lavora presso l'Istituto Superiore di Sanità dove si occupa della modellizzazione matematica e statistica di sistemi biologici. Fa parte del corpo docente del dottorato di ricerca in Biofisica dell' Università 'La Sapienza' di Roma e collabora con l'Università Keio di Tokio e con l'Università Rush di Chicago. Nel tempo si è occupato di temi molto diversi fra loro come la fisica dei sistemi complessi, la biochimica, la chimica organica, la psicobiologia, le neuroscienze, la biologia molecolare, l'ecologia, l'epidemiologia. In venticinque anni di cammino scientifico ha portato avanti preziose collaborazioni a livello internazionale.

L'articolo lo trovi su sussidiario.net, il titolo è Macro e micro-evoluzione: ultime news su un vecchio e (troppo?) discusso argomento, e l'autore ti racconta anche di come ci siano veti ideologici in argomento sulle riviste scientifiche (lui è il suo collega hanno dovuto riscrivere l'articolo in chiave metodologica perché fosse loro accettato: non sul sussidiario, sulla rivista scientifica).

Sulle fandonie dei fossili, invece -spesso, proprio truffe messe su ad arte-, non posso che rinviarti al libro divulgativo, ma molto interessante, di Blondet, L'uccellosauro e altri animali. La catastrofe del darwinismo.

Infine, sul perché il darwinismo sia una teoria politico-sociale....guarda, vabbè che siamo qui per ripetere l'ovvio, ma tutta sta "santa pazienza" potrebbe avercela solo il Pedante, io, mi scuso, ma non ce l'ho.

Mi pare come la domanda che il padre di Rosie pose a Sam, con aria di rimprovero, dopo che era andato all'inferno, letteralmente, per salvare il mondo dal Male, ed era appena tornato, vivo per miracolo.

Dove sei stato, tutto questo tempo, a bighellonare con i tuoi amici, mentre qui avevamo bisogno di te?

Sam lo guardò, e pensò che a una domanda del genere ci voleva o la risposta più lunga del mondo o nessuna risposta. E scelse nessuna risposta.

Tom

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L'immeritocrate 18 ottobre, 2016 22:36

Grazie a @Bombadillo per l'interessante link.

Molte grazie al Pedante per la sua capacità di condensare con chiarezza argomenti complessi.

Aggiungo solo che, da dentro l'accademia, posso immaginare molti motivi non strettamente politici per il propagarsi di una teoria sbagliata. Nessun complottismo, solo naturale aspirazione al potere e al riconoscimento, e poco piacere nel sentirsi dire di aver sbagliato.

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Elu ei 18 ottobre, 2016 23:27

Gentile @Bombadillo,

Credo di aver capito quello che intende sul lato politico-sociale.

Mi sfuggiva perché il darwinismo lo si ricorda e lo si studia come applicato alla terribile eugenetica "esplicitamente violenta", nazista, razzista e in generale colonialista, ma è assai meno visibile nelle politiche liberiste. Le loro cortine fumogene funzionano piuttosto bene.

Riguardo alle questioni scientifiche sul macro-evoluzionismo ho bisogno di più elementi e saprà tollerare il fatto che devo sospendere il giudizio, ma per il resto sono felice di darle senz'altro ragione.

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Ippolito Grimadi 19 ottobre, 2016 00:28

Gentile @Bombadillo,

Il problema non è macro o micro, il problema è l' interpretazione teleologica della teoria di Darwin.

Quanto poi alla convinzione che una teoria debba fornire previsioni esatte per essere ritenuta attendibile piuttosto che utilizzabile ricordo che, se questo fosse il criterio di validazione, vivremmo ancora felici nella visione cosmologica tolemaica.

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Bombadillo 19 ottobre, 2016 13:12

Caro Ippolito,

veramente la concezione tolemaica, dell'immobilità terrestre, è stata falsificata sperimentalmente, grazie al noto pendolo di Foucault, che ha verificato l' aneddotico "e pur si muove" . Se poi, invece, intendi riferirti alla questione che sia il sole a girare intorno alla terra o viceversa, ovviamente, si tratta di una questione priva di senso per la fisica contemporanea, che per altro prende normalmente in considerazione il punto di vista dell'osservatore, che è quello più comodo e razionale: quindi geocentrico, con il sole che si muove, come abbiamo studiato perfino a scuola, sui testi di geografia astronomica.

Quanto al macro-darwinismo di previsioni non ne fa, né precise, né imprecise. Resta il fatto che se una teoria scientifica compie una previsione che non si avvera, la stessa risulta falsificata.

Certo, io mi riferisco ai casi semplici...poi c'è anche da considerare, come direbbe Kuhn, la rilevanza dei paradigmi scientifici...come nella nota vicenda di Plutone, prima della scoperta del quale non è che si ritenne falsificata la legge di gravitazione universale (piuttosto si ipotizzò il contrario, cioè che ci fosse un pianeta che non si riusciva a vedere, perché si trattava di una legge che per il resto funzionava benissimo, e veniva sempre verificata)...ma stiamo andando decisamente O.T.

Tornado al macro-evoluzionismo, si è sempre trattato di una teoria indimostrabile e indimostrata, perché falsa, che guardava solo al passato. L'onere della prova sarebbe spettato a lei, visto che si pretendeva scientifica, mentre è stata accetta pur senza essere mai verificata, dimostrata vera, per ragioni di "fede politica".

In compenso, nonostante guardasse al passato, pretendendo di saperlo spiegare, in tempi relativamente recenti è stata addirittura falsificata (per altro, da più discipline in modi e con percorsi autonomi), non tramite esperimento, però (se non fai previsioni, del resto, come ti falsifico mediante esperimento?), ma tramite scoperte, ad es., di essere viventi, o di loro particolari organi, che non possono essersi evoluti, diciamo così, gradualmente, appunto per via di certe complessità irriducibili o di posizioni intermedie inefficienti, che necessitano, per essere spiegate, di una progettazione intelligente (che sia da parte degli alieni o di Manitù, poco importa).

Tom

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L'Imm 19 ottobre, 2016 16:33

Gentile @Bombadillo,

io non sono il gestore di questo blog, quindi non sta a me decidere cosa viene pubblicato e cosa no. Mi permetto però di esortarla a fare dieci respiri prima di parlare di cose che non sa. È una tentazione di cui siamo tutti, in misure diverse, vittime. Lo dico perché questo è un'oasi di senso in un mondo che spesso senso non ha, e non bisogna perciò rovinarlo.

Nello specifico:

"Se poi, invece, intendi riferirti alla questione che sia il sole a girare intorno alla terra o viceversa, ovviamente, si tratta di una questione priva di senso per la fisica contemporanea,"

Questa è una cazzata senza capo né coda, e l'invocazione alla "fisica contemporanea" la rende solo peggiore. La Terra ruota attorno al Sole, non va lungo una linea retta, questo significa che possiamo dire cosa sta girando attorno a cosa. Senza scomodare la fisica contemporanea.

Sulla questione della falsificazione, credo che il punto che Ippolito vuole fare, e con cui concordo in toto, sia che tutta la faccenda della falsificabilità delle teorie ha meno valore di quello che scrive il Sole 24 Ore, quantomeno per chiunque la scienza la faccia, e vive solo nella testa di Popper che, pace all'anima sua, è morto. Popper ha avuto impatto zero sulla cultura della scienza, perché dice cose totalmente irrilevanti. Le teorie, quando nascono, e quella di Copernico è un caso esemplare, spiegano due cose e ne sbagliano 10. È solo dopo un lungo lavoro di raffinamento, nato dall'amore e dalla frustrazione dei loro autori, che sono in grado di reggersi in piedi ed a dimostrare il loro, sempre limitato, valore esplicativo (non necessariamente predittivo, le previsioni le fanno gli ingegneri e i maghi, una teoria spiega una fenomenologia prima di fare, forse, un giorno, delle predizioni).

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Claudio C 17 ottobre, 2016 15:21

Qualche anno fa, la stessa indignazione verso l'uso del termine complottismo mi aveva portato a scrivere questo: http://www.laprimaveradellascienza.it/teorie-del-complotto/

In allegato c'è un video sul festival del 'giornalismo'

Mi scuso anticipatamente per la mia scrittura 'di getto' e per un abbozzo di anti abberlusconismo presente in quel post

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Fabio Sciatore 17 ottobre, 2016 15:18

Diceva Costanzo Preve di Umberto Eco “ha combattuto per un mondo senza senso, e adesso combatte per difenderlo”. Questo splendido articolo mi ha ricordato che uno degli araldi intelligenti della lotta al complottismo, che diventa nei fatti lotta ai complottisti come evidenziato dal Pedante, è stato proprio lui, Umberto Eco, l’intellettuale per eccellenza.

Mi sono andato a cercare qualche suo vecchio articolo in materia, e ne ho trovato uno su Repubblica. Qui il link: http://www.repubblica.it/cultura/2015/06/27/news/come_vincere_l_ossessione_dei_complotti_fasulli-117835911/

La tesi semplice, che deve smascherare le menti semplici dei manus habentes che vedono complotti ovunque, è che un complotto che funzioni o no viene sempre a galla: non esistono complotti che rimangono segreti. Anzi, di segreto a questo mondo non esiste nulla:

“se c’è un segreto ci sarà sempre una somma adeguata ricevendo la quale qualcuno sarà pronto a svelarlo (sono bastati qualche centinaio di migliaia di sterline in diritti d’autore per convincere un ufficiale dell’esercito inglese a raccontare tutto quello che aveva fatto a letto con la principessa Diana, e se lo avesse fatto con la suocera della principessa sarebbe bastato raddoppiare la somma e un gentleman del genere l’avrebbe ugualmente raccontato).”

Quindi che state a cercare voi complotti segreti, tanto poi in quanto segreti vengono a galla da sé! (ma se c’è qualcuno che paga per farli venire a galla, allora come fanno a venire a galla da sé?)

A sostegno della sua tesi le parole di Karl Popper:

“La teoria cospirativa della società… risiede nella convinzione che la spiegazione di un fenomeno sociale consista nella scoperta degli uomini o dei gruppi che sono interessati al verificarsi di tale fenomeno ( talvolta si tratta di un interesse nascosto che dev’essere prima rivelato) e che hanno progettato e congiurato per promuoverlo.”

Parole abbattute da Bazaar in una semplice frase:

“l'oligopolio capitalistico, ovvero il “complotto” sui prezzi per eccellenza, sarebbe sociologicamente da classificare come disturbo paranoide. Così come l'imperialismo.   

Ovvero la centralità del conflitto distributivo da risolvere tramite l'azione politica garantita da uno Stato capace di intervenire a regolare l'attività economica, sarebbe da ritenere una teoria paranoica dell'economia: Keynes agente segreto dell'Ochrana[7]? Pericoloso nemico delle società aperte e propugnatore di idee funzionali al totalitarismo?”

In fine un dettaglio pittoresco sulla’11/9:

“Chi voglia avere una idea circa queste varie teorie del complotto può leggere il libro a cura di Giulietto Chiesa e Roberto Vignoli, Zero. Perché la versione ufficiale sull’11/9 è un falso , edizioni Piemme. Non ci crederete, ma vi appaiono alcuni nomi di collaboratori di tutto rispetto, e che per rispetto non nomino. Ma chi volesse ascoltare la campana contraria ringrazi le edizioni Piemme perché, con mirabile equanimità (e dando prova di saper conquistare due settori opposti di mercato) hanno pubblicato un libro contro le teorie del complotto, 11/9. La cospirazione impossibile , a cura di Massimo Polidoro, con collaboratori di altrettanto rispetto.”

Ovviamente chi c’è fra i collaboratori di Polidoro? Ma lui ovviamente, l’intelligente per eccellenza, Umberto Eco.

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a perfect world 17 ottobre, 2016 14:26

"consolidare tramite reiterazione il sistema di idee a cui è abituato il lettore, senza fornire contributi informativi sulla formazione di quelle stesse idee." Estremamente preciso e brillante, come sempre. Cercavo di spiegare alla figlia adolescente perche' il telegiornalista comunicasse la notizia di un certo sciopero, tutti i disagi che tale sciopero aveva comportato, ma assolutamente nulla riguardo alle ragioni per quali delle persone come tutti noi si erano private dello stipendio, condannandole quindi al torto.

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Alex 17 ottobre, 2016 13:47

Eccellente come al solito!

Comunque Corbellerini si sbaglia:

Al vecchio cieco che lo avvertiva "Guardati dalle idi di Marzo" Cesare ha chiaramente risposto "ma piantala li complottista".

Cesare si che la sapeva lunga... non si è mica fatto fregare, lui.... come Corbellerini.

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Gavino Sanna 17 ottobre, 2016 12:47

Parafrasando una celebre frase di Flaiano ho sempre pensato che i veri complottisti si dividano in due categorie: complottisti e anticomplottisti. Sono in effetti due facce di una stessa medaglia.

I primi vedono complotti sempre e dappertutto, i secondi mai.

L'ossessione anticomplottista a ben vedere integra una fattispecie di complottismo.

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Il Pedante 17 ottobre, 2016 13:15

Perfetto.

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Gavino Sanna 17 ottobre, 2016 14:09

Gentile @Il Pedante,

a dire il vero ho peccato gravemente su uso congiuntivo (a scusante avevo iniziato la frase con diversa costruzione e la modifica mi ha tradito). La ringrazio per l'apprezzamento, proprio in questi giorni stavo riflettendo sul tema e mi è venuto agevole fare sintesi. La dialettica complottisti contro anticomplottisti rientra a mio parere in quella più generale "buoni contro cattivi", che infiniti danni ha fatto al dibattito politico italiano (soprattutto a sinistra).

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Il Pedante 17 ottobre, 2016 15:27

Non tema, è entrato in funzione il correttore pedante.

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lorenzo 17 ottobre, 2016 12:41

penso che questo articolo sia prezioso, perché rappresenta un argine contro tutti quelli che buttano nel calderone generico del complottismo (parola nuova che non significa poi molto) tutto il lavoro di denuncia svolto dai giornalisti o, in generale, dagli intellettuali e dagli attivisti più attenti. Un esempio abbastanza triste: il "complotto pluto-giudaico-massonico", etichetta cretina diventata di moda sui social, alla fine un modo stupido di accusare di antisemitismo chi critica l'euro, anche se su basi scientifiche o di autorevolezza. Quante volte ci è capitato di sentirci buttare addosso questa etichetta? A me un sacco...

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mikez73 17 ottobre, 2016 12:33

Ah, grazie Pedante!

Questa è la cosa migliore che ho letto sul complottismo finora (e ne ho lette parecchie, pure troppe), perché è la prima che si sofferma sul suo aspetto linguistico, cioè quello di essere un'etichetta, interna alla comunicazione di massa, e il cui referente è ondivago, non dipende in realtà dall'oggetto definito ma da chi lo definisce - come peraltro la parola terrorista (Mazzini è un terrorista per l'ufficiale asburgico ma un patriota per quello italiano che verrà).

Inoltre non conoscevo Snezhnevsky, ero fermo alla linea statunitense inaugurata, credo, da "Lo stile paranoico nella politica americana" di Richard Hofstadter del 1965 (tradotto recentemente per la prima volta in "Congiure e complotti", Campi-Varasano, Rubbettino), da cui segue tutta la pubblicistica anche italiana che interpreta il fenomeno in chiave quasi esclusivamente psicotica.

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Il Pedante 17 ottobre, 2016 13:09

Bravissimo, il lavoro di Hofstadter è un altro caposaldo. Lo aggiungo nel testo. Non lo avevo citato anche perché, a onor del vero, il dibattito statunitense sul tema si è nel frattempo evoluto parecchio con un rifiuto sostanziale di portare l'analisi sul piano della psichiatria (fronte su cui resistono solo le allucinate scuole psicoanalitiche). La bibliografia americana è davvero sterminata e non posso escludere che alcuni autori abbiano trattato il tema proprio nei termini che ho proposto qui.

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mikez73 17 ottobre, 2016 13:32

Interessante, e dove sta andando a parare il dibattito? mi potrebbe dare qualche indicazione bibliografica? Io avrei un Pipes in canna da leggere ma rimando sempre, non so perché.

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Il Pedante 17 ottobre, 2016 15:17

Il dibattito para male, nel senso che per quanto non psichiatrico, il problema è visto come una piaga sociale e culturale. Qui un compendio recente http://www.psypag.co.uk/wp-content/uploads/2013/09/Issue-88.pdf. Pipes illustra il fenomeno, ma in sostanza non lo studia.

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mikez73 17 ottobre, 2016 21:27

Intanto grazie per il link.

Quanto alle allucinate scuole psicoanalitiche (so che il tema non l'appassiona, quindi sarò telegrafico), mi ha sempre meravigliato in effetti la loro posizione del tutto allineata sul tema visto che, nella linea Freud-Lacan, si può trovare qualcosa di leggermente eretico, per esempio che la filosofia e la scienza sarebbero attività fondamentalmente paranoiche, dedite come sono alla ricerca di un ordine nascosto.

In ogni caso, rileggendo post e commenti mi è venuta in mente una postilla, vediamo se concorda.

Riprendendo e dilatando un po' il concetto di pseudo-ambiente di Lippman, si potrebbe dire che noi non abbiamo più un rapporto immediato con la realtà, con l'ambiente sociale che ci circonda (a essere precisi, è sempre stato mediato ma fino a poco tempo fa lo era dalla Tradizione), abbiamo un rapporto con uno pseudo-ambiente, un filtro totalizzante fatto di opinioni, di notizie, di rappresentazioni fittizie che sfuggono al nostro controllo e alla nostra possibilità di verifica. Dico totalizzante perché non riguarda solo la vita politica ma ogni aspetto ormai della nostra vita, essendo ogni aspetto della nostra vita regolato e governato dal sapere di qualcun altro, dal sapere degli esperti. Quello che riecheggia continuamente su questo blog con il termine di tecnocrazia.

Ora, quello che mi ha sempre lasciato insoddisfatto sulle dotte analisi del fenomeno complottista, nella variante paranoica, è che fanno finta di non vedere l'esistenza sempre più opprimente di questo pseudo-ambiente, come se il complottista delirasse sulla realtà e non invece, come io credo, sul filtro che sta in mezzo. E che non filtra più - l'immagine che questo pseudo-ambiente ci rimanda è troppo scollata dalla realtà che vorrebbe rappresentare.

Non è un caso che, mentre per abitudine si tende subito a dare una lettura politica del termine "complottista", Corbellini nel suo sconclusionato sbiascicare allargava - logicamente (ed era l'unica cosa logica del suo pezzo) - l'accusa di complottista anche a chi rifiuta i vaccini, a chi rifiuta la chemioterapia, e via dicendo.

Corbellini ha ragione, benché solo su questo punto. Ormai viene messo in questione il sapere degli esperti in quanto tale. E così Corbellini ha lanciato un grido d'allarme, per la sua specie: il pericolo sociale non è più rappresentato da chi crede agli gnomi di Zurigo ma da chi NON crede a lui e agli illuminati del Sole come lui.

Houston abbiamo un problema, tutti quanti.

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Il Pedante 17 ottobre, 2016 23:11

La questione è solo politica e non ha nulla di scientifico, se non nel fatto che si vuole prostituire la scienza per farne il garante dell'istituzionalità. Lei dice bene: il governo è custode della scienza, cioè ne è un'applicazione, cioè è TECNICO. Il fatto di mettere in discussione la pseudo-realtà, cioè la sua interpretazione - quella sì è l'eterna revisione imposta dal metodo scientifico, il mettere collettivamente in discussione i saperi per farli progredire rispetto a un fine. Che nel caso del nostro è la conservazione (del potere): quindi non può essere progressivo.

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Sandro 17 ottobre, 2016 10:44

L'istinto di sopravvivenza è ancora vivo, fortunatamente non si è tutti uniformati. Chiamarlo complottismo, aiuta la tecnocrazia a porre in posizione subalterna chiunque si avvicini a tali teorie.

La dicotomia, in questi anni, risiede in bufale e complotti, la prima priva di ogni costrutto, ma spesso assecondata, quasi a voler portare nel mondo del fantasy ogni lettore, espandere per poi contrarre il pensiero e ricondurlo all'ovile.

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rossana 17 ottobre, 2016 15:38

Gentile @Sandro,

"...quasi a voler portare nel mondo del fantasy ogni lettore" è una perfetta sintesi dello storytelling che ormai vede la politica non solo come un prodotto da vendere, ma come "il" prodotto, unico e non modificabile.

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